Le scelte giuste per il futuro!

La laurea è certamente l’investimento più importante per i giovani. Ecco quali settori richiedono la specializzazione

Parallelamente a previsioni negative per il nostro tessuto imprenditoriale, alcuni indizi rilevati da Unioncamere Ministero del Lavoro cercano di delineare una nuova strada allo sviluppo occupazionale. Dopo aver intravisto nel settore cultura la nuova strada per il rilancio, i due enti sembrano ora lanciare un nuovo appello ai giovani italiani, incoraggiandoli a collocarsi in una posizione strategica, nelle proprie scelte di formazione.
Studiare continua ad essere l’investimento più importante per i giovani per contrastare sia la disoccupazione, sia il precariato”, è, infatti, l’invito del presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello: “Pur in un momento difficile come quello che stiamo vivendo, tante imprese mostrano di voler continuare a puntare sulla qualità. Senza l’apporto di risorse umane competenti, infatti, è difficile innovare, accrescere la produttività, essere competitivi”.
Sottolinea Unioncamere come la crisi stia portando ad un incremento della competizione aziendale, inducendo molte imprese a investire sempre più nella qualità dei prodotti e servizi da immettere sul mercato. Aumenta, di conseguenza, per l’anno in corso, il peso che la laurea ha sul totale delle assunzione programmate dalle imprese. Ciò non toglie che anche i “dottori” italiani saranno costretti a subire la generale tendenza di riduzione nelle assunzioni previste, con 15.000 unità in meno rispetto allo scorso anno.
Delle 407.000 assunzioni a carattere non stagionale complessivamente programmate dalle imprese per il 2012 (contro le 595.000 del 2011), 59.000 riguardano, allora, laureati (il 14,5% del totale, pari a 2 punti percentuali in più rispetto al 2011), 166.000 diplomati (il 40,9%, percentuale prossima a quella dello scorso anno, 41%), 50.000 qualifiche professionali (il 12,3%, in diminuzione di 1,2 punti sul 2011) e circa 132.000 persone prive di un titolo di studio specifico (il 32,3%, pari a -0,7% sul 2011).
Per quanto riguarda i laureati, il titolo di studio più ricercato dalle imprese, nella propria programmazione di assunzioni, è quello in Economia (più di 17.000 posti di lavoro previsti per i laureati in questa disciplina), seguito da quello in Ingegneria elettronica e dell’informazione (più di 7.000 posti richiesti, anche se, considerando tutti i diversi indirizzi di ingegneria, si superano addirittura i 15.000 posti), dagli indirizzi sanitari-paramedici e da quelli diretti all’insegnamento e alla formazione (circa 5.000 assunzioni previste in entrambi i casi). Con riferimento alla tipologia contrattuale, al 51,7% dei laureati le imprese intendono offrire un contratto a tempo indeterminato, al 7,7% l’apprendistato di alta formazione recentemente riformato, al 2,9% il contratto di inserimento e al 36,7% un contratto a tempo determinato.
Tra gli indirizzi più ricercati nelle previsioni di assunzioni di diplomati, troviamo quello amministrativo-commerciale (quasi 40.000 posti), quello meccanico (più di 15.000) e quello turistico-alberghiero (oltre 9.000), confermando il podio dello scorso anno. Sale l’indirizzo socio-sanitario (quasi 7.000 assunzioni previste, 1.000 in più del 2011), che “scalza” quello informatico (4.600 assunzioni previste) e quello elettrotecnico (oltre 4.000). Il 39,7% dei diplomati sarà assunto con contratto a tempo indeterminato, il 12,3% con apprendistato, l’1,8% con inserimento e il 43,8% con tempo determinato.
Gli indirizzi di qualifica professionale, infine, più richiesti dalle imprese sono quello turistico-alberghiero (più di 10.000 posti), quello socio-sanitario (circa 8.500 posti), quello meccanico (circa 7.600) e quello edile (circa 5.500 assunzioni previste). Al 40,4% dei giovani in possesso di qualifica professionale verrà offerto un contratto a tempo indeterminato, al 12% contratto di apprendistato, allo 0,6% contratto di inserimento e al 43,8% contratto a tempo determinato.
Pubblicato su: PMI-dome
Annunci

Cultura, la nuova via per lo sviluppo occupazionale

Analizzando i dati Istat e Unioncamere, è possibile individuare le più recenti tendenze relative all’andamento occupazionale italiano. Diminuiscono le previsioni di assunzione per gli stranieri, mentre crescono quelle provenienti dalle imprese della cultura

In questi mesi l’economia italiana è stata caratterizzata dal perdurare di alcune criticità e debolezze, che si sono inevitabilmente riversate sulle dinamiche del mercato del lavoro. È scattato l’allarme occupazionale tra i giovani, soprattutto tra quelli residenti nel Mezzogiorno, sono diminuite le previsioni di assunzione per i lavoratori stranieri, si è lamentato un forte immobilismo nelle scelte occupazionali delle imprese, frutto in primis dell’incertezza e della sfiducia per gli esiti delle decisioni del governo in materia di politica economica e sociale.
Eppure alcuni indizi permettono di delineare una nuova strada per lo sviluppo nazionale. Collocarsi strategicamente in questa nuova strada nel corso delle proprie scelte di formazione e di professione potrebbe rappresentare una sorta di salvezza, nella speranza che intervengano presto anche interventi consapevoli dall’alto.
Cerchiamo però di andare con ordine e di analizzare nel dettaglio, dati alla mano, tutte le più recenti tendenze individuate nell’andamento occupazionale italiano.
Occupati e tasso di occupazione
Gli ultimi dati certi resi disponibili dall’Istat riguardano il secondo trimestre 2012, quando il numero degli occupati in Italia ha registrato, rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, una diminuzione dello 0,2%, pari a -48.000 unità (passando da circa 23.094.000 a 23.046.000 occupati). Il dato è dovuto principalmente a un calo dell’occupazione maschile (-1,5%, cioè -199.000 unità), diffuso in tutto il territorio nazionale e compensato solo in parte dal protrarsi, soprattutto al Nord e nel Mezzogiorno, di un andamento positivo per l’occupazione femminile (+1,6%, pari a 151.000 unità).
Per la fascia compresa tra i 15 e i 64 anni, il tasso di occupazione (dato dal rapporto tra gli occupati e la popolazione di riferimento) si attesta, allora, nel secondo trimestre 2012, al 57,1%, calando di 0,1 punti percentuali rispetto al secondo trimestre 2011, con intensità leggermente più ampia nel Mezzogiorno (-0,2 punti percentuali, dove il tasso si posiziona al 44,2%) e con riferimento agli uomini (-1,1%, pari a un tasso del 66,8%); sale parallelamente al 47,5% il tasso di occupazione femminile (+0,8%).
Diminuisce l’occupazione giovanile, con un tasso che scende dal 45% del secondo trimestre 2011 al 43,9% del secondo trimestre 2012, per i 15-34enni, e dal 19% al 18,9% per i 15-24enni. Al calo dell’occupazione per i più giovani e per i 35-49enni, si contrappone l’aumento per gli over 50, soprattutto per quelli a tempo indeterminato.
Confrontando il secondo trimestre 2012 con quello 2011, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una significativa riduzione (dal 63,5% al 61,5%), a fronte di un intenso calo per gli uomini (dal 77,5% al 72,7%) e di un contenuto accrescimento per le donne (dal 50,9% al 51,5%).
Tuttavia, considerando le stime su base annuale, se da una parte prosegue la significativa riduzione dell’occupazione italiana, con -133.000 unità (anche in questo caso pesa in primis la componente maschile, con -196.000 unità), dall’altra cresce quella straniera (+85.000 unità).
Alla modesta crescita delle posizioni lavorative dipendenti si contrappone il persistente calo di quelle autonome. Con riferimento ai diversi settori, si nota come l’agricoltura abbia registrato una crescita del numero di occupati nelle posizioni lavorative dipendenti e autonome del Nord e nelle sole posizioni alle dipendenze del Mezzogiorno. L’industria ha conosciuto una nuova e più robusta riduzione (-2,2% nel secondo trimestre 2012, rispetto allo stesso periodo del 2011, pari a -104.000 unità) su tutto il territorio e coinvolgendo sia dipendenti che indipendenti, soprattutto nelle imprese di medio- grande dimensione; anche nelle costruzioni l’occupazione continua a diminuire (-5,1%, pari a -98.000 unità), soprattutto per i dipendenti residenti nel Centro e, ancor più, nel Mezzogiorno. Il terziario riporta, infine, un moderato aumento (+0,6%, pari a 101.000 unità), dovuto esclusivamente all’aumento dell’occupazione dipendente, in particolare della componente più adulta (55 anni e oltre) e di quella a tempo parziale.
Calano, nel secondo trimestre 2012, le figure lavorative a tempo pieno (-2,3%, pari a -439.000 unità rispetto al 2011), soprattutto tra i lavoratori autonomi (-3,8%, pari a -196.000 unità) e tra quelli dipendenti a tempo indeterminato (-1,9%, pari a -236.000 unità), a fronte della sostanziale stabilità tra quelli a tempo determinato.
Aumentano parallelamente gli occupati a tempo parziale (del 10,9% su base annua, segnando un +391.000 unità), anche se si tratta principalmente di part-time involontari, accettati, cioè, in mancanza di alternative full-time.
Continua poi a crescere il numero dei dipendenti a termine (+4,5% pari a 105.000 unità), ma esclusivamente nelle posizioni a tempo parziale, coinvolgendo per circa i due terzi lavoratori di età inferiore a 35 anni e soprattutto nell’agricoltura, negli alberghi e ristorazione, nella sanità.
Disoccupati e tasso di disoccupazione
Cresce in modo considerevole, nel secondo trimestre 2012, il numero di disoccupati in cerca di occupazione (+38,9% rispetto allo stesso periodo del 2011, pari a +758.000 unità), fenomeno che coinvolge sia uomini sia donne e l’intero territorio nazionale, con un picco, in termini assoluti, a Sud, dove sono stati individuati 339.000 disoccupati in più, contro i 288.000 in più al Nord e i 132.000 in più al Centro (in termini percentuali è invece il Nord ad aver visto l’aumento più alto della disoccupazione, pari a +43,8%, seguito rispettivamente da Centro e Sud). I disoccupati in Italia si attestano, così, a 2.705.000 (1.475.000 sono uomini e 1.231.000 sono donne).
Circa la metà di tale aumento della disoccupazione è da ricondursi a persone con almeno 35 anni, mentre sono 586.000 i disoccupati tra i 15 e i 24 anni (152.000 in più rispetto al secondo trimestre 2011), pari al 9,7% della popolazione totale appartenente a questa fascia di età
Si amplia anche la disoccupazione straniera, con +58.000 uomini e +34.000 donne alla ricerca di lavoro, su base annua.
L’incremento dei disoccupati riguarda soprattutto persone che hanno perso la precedente occupazione (+48,1% nel secondo trimestre 2012 in confronto all’anno prima, pari a 448.000 unità), le quali arrivano a rappresentare il 51% del totale dei disoccupati. Sembra, tuttavia, innalzarsi pure il numero degli inattivi che, in possesso di passate esperienze lavorative, sono ora nuovamente alla ricerca di una professione (+32,6%, pari a 150.000 unità) e il numero delle persone alla caccia del primo impiego (+28,8%, pari a 159.000 unità).
Aumenta anche la disoccupazione di lunga durata (dodici o più mesi), che sale dal 52,9% del secondo trimestre 2011 all’attuale 53,1%.
Il tasso di disoccupazione (dato dal rapporto tra le persone in cerca di un lavoro e la corrispondente popolazione di riferimento, esclusi gli inattivi) risulta allora in crescita di 2,7 punti percentuali rispetto allo scorso anno, assestandosi al 10,5% (dal 6,9% del 2011 all’attuale 9,8% per gli uomini e dal 9% all’11,4% per le donne).
Al Nord la crescita percentuale del tasso di disoccupazione (dal 5,2% al 7,3%) è dovuta principalmente alla componente maschile, al Centro (dal 6,6% all’8,9%) le differenze di genere non appaiono rilevanti, infine nel Mezzogiorno l’incremento coinvolge soprattutto gli uomini (dall’11,6% al 16%), ma in misura significativa anche le donne (dal 15,6% al 18,9%).
Cresce il tasso di disoccupazione per gli stranieri (del 10,9 del 2011 al 13,6% del 2012), sia uomini (dall’8,5% al 12,1%) che donne (dal 14,1% al 15,4%).
Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale dal 27,4% del secondo trimestre 2011 al 33,9% del 2012, con un picco del 48% per le giovani donne del Mezzogiorno.
Inattivi e tasso di inattività
Rispetto al 2011, si riduce del 4,9% il numero degli inattivi (cioè i non occupati che non sono alla ricerca di un lavoro) tra i 15 e 64 anni, pari a -729.000 unità, frutto di un forte decremento della componente italiana (-809.000 persone, la maggior parte delle quali, 501.000, donne), solo in parte compensato dall’incremento di quella straniera (+80.000 unità). In base agli ultimi dati certi disponibili, si attestano a quota 14.288.000 gli inattivi in Italia.
La riduzione dell’inattività riguarda in misura maggiore le donne e, in termini assoluti, coinvolge principalmente il Mezzogiorno (– 334.000 unità pari a -4,9%) e il Nord (- 268.000 unità, cioè -4,8%), meno il Centro (-127.000 unità, comunque pari a -4,9%).
Diminuiscono soprattutto quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare e, in quattro casi ogni dieci, si riducono gli inattivi della fascia tra i 55 e i 64 anni, rimasti presumibilmente nell’occupazione a causa dei vincoli sempre maggiori per l’accesso alla pensione.
Con riferimento alle motivazioni date per la mancata ricerca del lavoro, si rileva una crescita dello scoraggiamento (+15,3%, pari a 221.000 unità) e dei motivi non compresi tra quelli indicati (+6,5%, pari a 102.000 unità) e, per contro, una flessione dei motivi di studio (-2,6%), di quelli familiari (-8%, pari a -197.000 unità), di coloro che attendono l’esito di passate ricerche (-11,2%) e soprattutto delle persone non interessate a trovare un lavoro (-14,6%, pari a -675.000 unità).
Il tasso di inattività si attesta, allora, nel secondo trimestre 2012, tra i 15-64enni, al 36,1%, riducendosi di 1,8 punti percentuali sul 2011. Il calo coinvolge in misura maggiore le donne (dal 48,6% al 46,3%) rispetto agli uomini (dal 27% al 25,8%) e il Mezzogiorno (dal 48,8% al 46,6%). Il trend in discesa riguarda poi anche le donne straniere (dal 40,7% al 39,1%), mentre gli uomini stranieri conoscono un aumento del tasso di inattività (dal 15,3% al 17,2%).
Dati Unioncamere-Ministero del Lavoro: previsioni occupazionali
Se i dati pubblicati nei giorni scorsi dall’Istituto nazionale di statistica lasciano intravedere ben pochi spiragli di ripresa per l’occupazione nazionale, le stime riferite ai prossimi mesi e diffuse recentemente da Unioncamere e Ministero del Lavoro non fanno che confermare il difficile scenario, soprattutto per le più deboli economie meridionali.
Il clima di preoccupazione e instabilità che attualmente contraddistingue l’economia italiana – sostengono i promotori dell’indagine – spinge le imprese a improntare alla massima cautela i propri programmi di assunzione. In termini assoluti, sono, infatti, poco più di 631.000 le assunzioni di dipendenti che le imprese prevedono di effettuare nel 2012, cioè il 25% in meno rispetto al 2011. Allo stesso tempo si evidenzia una riduzione delle uscite attese (-18%), ferme a quota 762.000, denotando un contesto di crescente staticità occupazionale per le imprese, frutto probabilmente dell’incertezza per l’esito della riforma del mercato del lavoro. Il tasso di entrata (5,5%) risulta comunque inferiore rispetto a quello di uscita (6,7%), per questo il saldo occupati previsto per il 2012 risulta negativo per 130.510 unità. Si tratta – è bene sottolinearlo – di una contrazione occupazionale per i dipendenti relativamente più ridotta rispetto a quella registrata nel 2009-2010, quando si determinarono saldi negativi rispettivamente di 213.000 e 178.000 posti di lavoro. L’allarme occupazionale – ci dice ancora Unioncamere – sembra essere più forte al Sud, dato che sulle 70 province nelle quali il calo dell’occupazione dipendente andrà al di sotto della media nazionale (-1,1%), 35 sono del Meridione, partendo da Enna, Ragusa e Siracusa (che superano o si aggirano intorno al -3%) e finendo con Avellino (-1,3%). Unica eccezione sembra essere Napoli (-0,8%).
Prospettive d’assunzione per gli stranieri
Stime in negativo sono state poi registrate, sempre da Unioncamere e Ministero del Lavoro, anche con riferimento alle prospettive occupazionali degli immigrati nell’industria e nei servizi: nel 2012 le imprese prevedono infatti di assumere 22.420 stranieri in meno rispetto al 2011 (saldo tra i 60.570 posti messi a disposizione quest’anno e gli 82.990 dell’anno scorso, pari al -27%) e il calo si concentrerà maggiormente nelle imprese con meno di 50 dipendenti presenti al Nord. Ciononostante i dati confermano quanto quella immigrata sia ormai una componente fondamentale e strutturale della forza lavoro nazionale: nel 2012 dovrebbe, infatti, aumentare la quota dei lavoratori immigrati sul totale delle assunzioni (passando dal 16,3% dello scorso anno al 17,9% di quest’anno), poiché la domanda di lavoro rivolta al personale italiano dovrebbe calare in misura maggiore rispetto a quella rivolta al personale straniero.
Imprese della cultura dimostrano una tenuta occupazionale
Eppure, affianco a valutazioni e previsioni così poco incoraggianti, Unioncamere e Ministero del Lavoro intravedono anche qualche segnale di ripresa dal punto di vista occupazionale, identificando la strada della cultura come fondamentale per il rilancio. Le imprese che competono grazie alla qualità e alla cultura sembrano, infatti, dimostrare una particolare tenuta occupazionale: il numero di occupati del settore è cresciuto, dal 2007 al 2011, a un ritmo medio annuo dello 0,8% (circa 55.000 posti di lavoro in più complessivamente), a fronte di una flessione media annuale dello 0,4%; anche quest’anno, pur arretrando sotto i colpi della crisi, l’occupazione in queste imprese delinea una resistenza maggiore (-0,7%, pari a -4.900 dipendenti sul 2011) rispetto all’insieme delle altre imprese (-1,2%, pari a -125.600 unità). Le assunzioni stimate dalle imprese della cultura per il 2012 sono, in termini assoluti, 32.250 (di cui 22.880 non stagionali e 9.370 stagionali), pari al 5,6% del totale.
L’occupazione creata dalle imprese della cultura risulta orientata principalmente verso le professioni high-skill (costituiscono il 48,2% del totale assunzioni non stagionali previste, contro il 20% delle altre imprese). Forte attenzione viene posta, di conseguenza, al titolo di studio, ritenuto molto o abbastanza importante da parte di quasi due terzi delle imprese della cultura, a fronte di meno della metà nel caso delle altre aziende: la laurea è richiesta per il 28% delle assunzioni in programma (contro il 13,7% riferito alle altre imprese).
Gli indirizzi di studio più richiesti dalle imprese del sistema produttivo culturale sono quelli dall’elevato contenuto scientifico, tecnologico, e tecnico. Tra i primi cinque indirizzi di laurea richiesti, ad esempio, tre sono legati all’ingegneria (Ingegneria elettronica e dell’informazione è il più richiesto, pari al 36,7% del totale assunzioni di laureati previste), poi vi sono quello scientifico-matematico (6,5%) e quello economico (21,8%).
Le professioni culturali più ricercate sono gli “analisti e progettisti di software” (22%), seguiti dagli “operatori di apparati per la ripresa e la produzione audio-video” (8,8%) e dai “cuochi in alberghi e ristoranti” (6,6%). Elevata attenzione anche a figure in grado di studiare il mercato: previste oltre mille assunzioni non stagionali tra “tecnici della vendita e della distribuzione”, “tecnici del marketing” e “specialisti nei rapporti con il mercato”.
Ancor più importante viene considerata poi l’esperienza: la ritiene importante ai fini dell’assunzione il 63,6% delle imprese della cultura, contro 53,4% della media delle imprese.
Cercando personale altamente qualificato, competente e con esperienza, le imprese della cultura lamentano maggiori difficoltà nel reperire le figure di cui necessitano rispetto alle altre imprese, difficoltà legate principalmente alla carenze di preparazione nei candidati (o alla carenza dei candidati stessi, con riferimento ai profili low-skill richiesti, segno del declino di alcune professioni tra i più giovani).
Infine le imprese della cultura sembrano offrire una maggiore stabilità contrattuale rispetto alle altre imprese (le assunzioni a tempo indeterminato sono circa il 43%, contro il 41%).
Di fronte a simili considerazioni, ci si stupisce di come in Italia manchi “un quadro organico di politiche economiche basate sul potenziale produttivo del settore culturale”, come ha evidenziato Ferruccio Dardanello, presidente Unioncamere, in occasione della presentazione dei risultati. “È ancora diffusa l’idea” – ha proseguito – “che con la cultura non si mangi, ma i successi del Made in Italy, di cui tanta parte discende proprio dalla nostra cultura del fare e del vivere, vengono da questo patrimonio inesauribile”.
Utile sarebbe concentrare proprio sulle molte opportunità che si delineano nell’industria culturale gli sforzi di rinnovamento delle politiche sociali ed economiche del Belpaese. Le imprese italiane sembrano pronte a tendere le braccia a un nuovo paradigma di crescita, fondato sulla qualità, sulla creatività, sul giusto connubio tra innovazione e valorizzazione dei saperi locali. L’importanza strategica della cultura è stata spesso sottovalutata e sacrificata sull’altare dell’urgenza di sanare il debito pubblico. Delineare modelli di sviluppo capaci di comprendere pienamente la tendenza in corso sembra essere allora, in conclusione, la vera grande sfida da rivolgere al sistema politico italiano.
Pubblicato su: PMI-dome

Quanto pesa la cultura nell’economia italiana?

Uno studio promosso da Symbola e Unioncamere fa emergere l’importanza strategica dell’industria culturale nel contesto nazionale

Un cambiamento di paradigma nello sviluppo imprenditoriale italiano, capace di puntare strategicamente sul legame identitario col territorio e di rafforzare la riconoscibilità dell’offerta di beni e servizi, quale fattore competitivo su scala globale. È questa la tendenza intravista dalla Fondazione Symbola e da Unioncamere, promotori – grazie anche al sostegno dell’assessorato alla Cultura della regione Marche – del Rapporto 2012 “L’Italia che verrà: Industria culturale, made in Italy e territori”.
Si tratta di una trasformazione certo graduale, ma sempre più evidente, al cui centro sembra esservi un modello aziendale fondato sulla qualità, sulla creatività, sul giusto connubio tra innovazione e valorizzazione dei fattori e dei saperi locali, sulla salvaguardia delle risorse ambientali.
La cultura – si legge nella premessa al report – rappresenta non solo il passato, “ma soprattutto presente, progresso e sostenibilità”, essa è “l’origine e, allo stesso tempo, la frontiera della competitività del nostro made in Italy”. Un rapporto intrinseco, quello tra economica e cultura, che ha da sempre caratterizzato il successo internazionale delle nostre produzioni d’eccellenza e che impone, oggi più che mai, di rafforzarsi e rinnovarsi.
L’indagine ha inteso, allora, evidenziare il ruolo, all’interno del contesto italiano, di una cultura vista come infrastruttura immateriale capace di generare molta più ricchezza di quanto si sia solitamente inclini a pensare. Si è cercato, in altri termini, di quantificare il peso specifico della cultura nell’economia nazionale e il quadro che ne è uscito sembra essere, in fondo, piuttosto incoraggiante, in termini di capacità di creare valore aggiunto, occupazione e proiezione sui mercati internazionali, con ampi margini di sviluppo nel prossimo futuro.
Eppure, nel confronto con gli altri Paesi europei, l’Italia si è spesso dimostrata inadeguata nell’offrire giusta considerazione e collocazione alla cultura, nell’ambito delle proprie scelte di politica economica: a seguito della profonda crisi che ha coinvolto il nostro territorio, la cultura ha subito pesanti tagli dal punto di vista del finanziamento pubblico, non si è cercato di far leva sulla sua intensa forza anti-congiunturale, potenzialmente in grado di ridare un impulso significativo alla produttività e alla competitività. Nella volontà costante di sanare il debito pubblico, si è spesso scelto di sacrificare la cultura, escludendola dalla definizione di nuovi modelli di sviluppo, totalmente orientati in direzione dell’innovazione scientifica e tecnologica più canonica e dei grandi temi dell’energia, della logistica, dell’ICT.
Tale limite deriva fondamentalmente dall’incapacità di comprendere le interdipendenze strutturali tra i vari ambiti della creatività, che imporrebbero di sostenere proprio quei settori che, pur non profittevoli di per sé, costituiscono un decisivo laboratorio di sperimentazione e innovazione, dall’impatto molto forte su altri settori considerati tipicamente strategici (come accade, ad esempio, con riferimento a molte attività nel campo delle arti visive, funzionali al manifatturiero del design e della moda).
Non poche sono le evidenze che, a livello europeo, dimostrano la forza trainante dei settori culturali e creativi per la crescita: esiste, ad esempio, una netta relazione tra livello di concentrazione delle industrie creative (in termini di occupazione settoriale) e prosperità in termini di PIL pro capite. D’altra parte, le specificità italiane nel sistema di interdipendenze produttive, se comprese e opportunamente valorizzate, potrebbero – sostengono i fautori del rapporto – costituire la base di un approccio nuovo, autoctono e fruttuoso all’evoluzione strategica della nostra economia.
Andiamo però con ordine. Nel rapporto si precisa, innanzitutto, cosa si intenda per sistema produttivo culturale (o più semplicemente industrie culturali): “quel complesso di attività economiche d’impresa che – partendo dalle basi di un capitale culturale riguardante non solo il patrimonio storico, artistico e architettonico, ma anche l’insieme di valori e significati che caratterizzano il nostro sistema socio-economico – arrivano a generare valore economico ed occupazionale, concorrendo al processo di creazione e valorizzazione culturale”.
Nel 2011 il valore aggiunto prodotto dalle industrie culturali italiane ammonta a quasi 76 miliardi di euro, pari al 5,4% della ricchezza totale dell’economia (percentuale in leggera crescita se confrontata con il 5,3% relativo al 2007, anno appena precedente alla crisi). Le risorse umane impegnate nelle imprese culturali sono pari a circa 1 milione e 390 mila persone, corrispondenti al 5,6% del totale degli occupati del Paese (in incremento di tre decimi di punto sul 5,3% stimato con riferimento al 2007).
Nel quadriennio 2007-2011 la crescita nominale del valore aggiunto delle imprese operanti nel settore della cultura è stata dello 0,9% annuo, più del doppio rispetto all’economia italiana nel suo complesso (+0,4% annuo). Parallelamente si registra una particolare tenuta occupazionale dell’industria culturale, nonostante la crisi: nel medesimo periodo, il numero di occupati è cresciuto a un ritmo medio annuo dello 0,8%, a fronte di una flessione dello 0,4% riscontrata per l’intera economia nazionale.
Nel 2011 in Italia il saldo della bilancia commerciale del sistema produttivo culturale ha registrato un attivo per 20,3 miliardi di euro (contro i -24,6 miliardi registrati a livello di economia complessiva), contribuendo alla ripresa, seppur contenuta, del PIL tra il 2010 e la prima parte del 2011. L’export di cultura vale oltre 38 miliardi di euro e costituisce il 10% dell’export complessivo nazionale. L’import è pari a 17,8 miliardi di euro e rappresenta il 4,4% del totale.
La ricerca non limita il proprio campo d’osservazione ai settori tradizionali della cultura e dei beni storico-artistici, al contrario considera l’importanza di cultura e creatività nel complesso delle attività economiche italiane, nei centri di ricerca delle grandi industrie, nelle botteghe artigiane, negli studi professionali. Quattro sono i macro settori che si è scelto di analizzare: industrie culturali (film, video, videogiochi e software, musica, stampa), industrie creative (architettura, comunicazione e branding, artigianato, design), patrimonio storico-artistico architettonico e, infine, performing art e arti visive.
A vantare le maggiori percentuali di crescita media annua, nel periodo 2007-2011, sono le performing arts e le arti visive (+1,3% in termini di persone occupate e +3,6% per quanto riguarda il valore aggiunto), buona anche la dinamica registrata dalle industrie creative, con riferimento al valore aggiunto (+1,7%). Subisce, invece, un forte declino il patrimonio storico-artistico, diminuendo di 9,4 punti percentuali il proprio peso in termini di valore aggiunto e di 1,1 punti con riferimento al numero di occupati.
In termini assoluti sono le industrie creative e quelle culturali a contribuire maggiormente – secondo gli ultimi dati disponibili, quelli riferiti al 2011 – allo sviluppo economico e occupazionale: le prime producono valore aggiunto per quasi 35 miliardi e 716 milioni di euro, pari al 47,1% dell’intero comparto cultura, e danno occupazione a più di 743 mila persone, pari al 53,5%; le seconde incidono per il 46,5% sul valore aggiunto creato (pari a 35 miliardi e 273 milioni di euro) e per il 39,1% sull’occupazione (543 mila impiegati). Quota molto più contenuta, invece, per le performing arts e arti visive (5% del valore aggiunto, pari a 3 miliardi e 755 milioni di euro, e 5,9% dell’occupazione, pari a 82 mila unità) e, soprattutto, per le attività private collegate al patrimonio storico-artistico (1,4% del valore aggiunto, cioè 1 miliardo e 61 milioni di euro, e 1,5% dell’occupazione, cioè 21 mila persone).
Da un punto di vista geografico, nel Nord-Ovest si concentra la quota più consistente di prodotto e di occupazione nel Paese, pari a più di un terzo (rispettivamente 35%, pari a 26 miliardi e 543 milioni di euro, e 31,5%, pari a 438 mila occupati) del totale, soprattutto grazie al ruolo esercitato dalla regione Lombardia. Guardando, tuttavia, alla capacità del sistema culturale di incidere sull’economia del territorio, è il Centro la ripartizione che manifesta la percentuale più elevata (6,1% in termini di valore aggiunto, pari a poco più di 19 miliardi e 29 milioni di euro, e 6,3% per gli occupati, pari a 337 mila unità). Seguono il Nord-Ovest, appunto, che dal settore crea il 5,9% della propria ricchezza, il Nord-Est, che da esso vede arrivare il 5,5% del valore aggiunto, e il Mezzogiorno con appena il 3,8%.
Tra le regioni, in testa alla classifica per incidenza del valore aggiunto della cultura sul totale dell’economia vi è il Lazio (6,8%) seguito a stretto giro da Marche, Veneto e Lombardia (tutte e tre attestate a quota 6,3%), quindi dal Piemonte (5,8%).
Considerando, invece, l’incidenza dell’occupazione delle industrie culturali sul totale dell’economia, risulta in testa il Veneto (7%), seguito dalle Marche (6,9%), dal Friuli Venezia Giulia (6,4%), dal Lazio e dalla Toscana (entrambe al 6,3%).
Sia con riferimento al valore aggiunto sia per quanto riguarda gli occupati, le ultime tre posizioni, per contributo del sistema produttivo culturale all’economia del territorio, sono occupate dalla Calabria (3,5% valore aggiunto, 4,1% occupazione), dalla Sicilia (3,2% valore aggiunto, 4% occupazione) e dalla Liguria (3,3% valore aggiunto, 4,1% occupazione).?
Per quanto riguarda i dati provinciali, la graduatoria nazionale pone Arezzo al primo posto, sia con riferimento al valore aggiunto sia per quanto concerne gli occupati del settore cultura (rispettivamente 8,4% e 9,8% del totale dell’economia aretina). Con riferimento al primo parametro, seconde classificate, a pari merito, sono le province di Pordenone e Milano (entrambe all’8%), seguite da un altro ex equo, Pesaro e Urbino e Vicenza (7,9%). Forte l’incidenza del valore aggiunto della cultura anche a Roma (7,6%), Treviso (7,5%), Macerata e Pisa (entrambe al 6,9%) e Verona (6,8%). Nelle ultime posizioni, oltre a province del Sud quali Sassari, Caltanissetta e Taranto, si collocano anche le province toscane di Massa-Carrara e Livorno e la provincia ligure di La Spezia. ?Per quanto concerne, invece, il peso a livello occupazionale del comparto cultura sul totale dell’economia, subito dopo Arezzo troviamo Pesaro e Urbino (9,5%), Vicenza (9,1%), Pordenone (8,6%) e Treviso (8,5%), Pisa (7,9%), Milano (7,8%), Macerata (7,7%), Firenze (7,6%), Monza e Brianza (7,4%).
I dati finora riportati si riferiscono alle attività più prettamente imprenditoriali collegabili alla cultura. Tuttavia il sistema produttivo culturale implica anche una componente di origine pubblica, legata soprattutto alla gestione e alla tutela del patrimonio, nonché un’anima non profit. Aggiungendo il contributo di queste due ulteriori “anime”, il sistema produttivo culturale nel suo complesso arriva a oltre 80 miliardi di valore aggiunto e più di 1,48 milioni di occupati. Aumenta di conseguenza anche l’incidenza del settore culturale sul totale dell’economia: dal 5,4% al 5,7% per quanto riguarda il valore aggiunto, e dal 5,6% a 6% con riferimento all’occupazione.
Al di là della componente pubblica e di quella nonprofit, l’industria culturale italiana si inserisce in una filiera ben più ampia riguardante settori che non svolgono attività culturale, ma che sono attivati proprio dalla cultura. Una filiera articolata e diversificata, della quale fanno parte: attività formative, produzioni agricole tipiche, attività del commercio al dettaglio collegate alle produzioni dell’industria culturale, turismo, trasporti, attività edilizie, attività quali la ricerca e lo sviluppo sperimentale nel campo delle scienze sociali e umanistiche.
Se si considera, allora, l’incidenza dell’intera filiera delle industrie culturali, il valore aggiunto prodotto cresce dal 5,7% (riguardante il nucleo delle attività pubbliche, private e nonprofit) al 15% del totale dell’economia nazionale, passando da 80,8 a 211,5 miliardi di euro. Aumenta parallelamente di tre volte il peso della cultura sull’occupazione, passando dal 6% al 18,1%, con un numero di occupati che da 1,48 milioni (sempre considerando imprese, istituzioni pubbliche e nonprofit) arriva a 4,48 milioni di unità.

La forte intersettorialità dell’industria culturale esige, dunque, di adottare una logica di networking capace di affrontare le nuove sfide poste da un contesto sempre più globale. I dati esposti smentiscono – rilevano infine i promotori – chi descrive la cultura “come un settore non strategico e rivolto al passato”, imponendo di considerare piuttosto questo settore come “una delle leve per ridare ossigeno ad un Paese messo a dura prova dalla perdurante crisi”.

Pubblicato su: PMI-dome

PMI: le difficoltà nell’ottenere credito

Triplicate le perdite rispetto al 2011. L’Osservatorio sul credito per le imprese del terziario evidenzia l’effettiva incapacità nel far fronte al fabbisogno finanziario

A confermare i timori e gli umori neri circa l’attuale congiuntura economica arrivano, ancora una volta, delle stime ufficiali, all’interno delle quali sembra sempre più difficile riuscire a cogliere dei segnali di ripresa, degli spiragli di ottimismo.

Ad essere stato oggetto d’analisi è il primo trimestre 2012. In questo intervallo temporale è cresciuto – stando a Movimprese, l’analisi statistica trimestrale sulla natalità e mortalità delle imprese italiane condotta da InfoCamere per conto di UnionCamere – il divario tra chi ha scelto di entrare nel mercato con una nuova attività imprenditoriale (120.278 tra gennaio e marzo) e chi, invece, ne è uscito (146.368). Rispetto allo stesso periodo del 2011, le iscrizioni sono diminuite di 5mila unità, mentre le cessazioni sono aumentate di 12mila unità, con un saldo pari a -26.090 imprese, -0,43% in termini percentuali (quasi il triplo del primo trimestre 2011, quando il saldo era di -9.638, cioè -0,16%).

A pagare il prezzo più caro della difficile situazione sono state le imprese più piccole, soprattutto quelle artigiane (al 31 marzo 2012 si registrano 15.226 unità in meno rispetto alla fine di dicembre) e quelle situate nel Mezzogiorno (diminuite di 10.491 unità, pari a -0,52%).

I saldi negativi nel periodo considerato sono abbastanza fisiologici, poiché registrano le chiusure che massicciamente si concentrano a fine anno. Tuttavia, con i risultati emersi nell’ultima rilevazione, si interrompe il percorsi di rientro delle perdite che si stava delineando dopo le pessime performance del 2009 (quando si registrò un saldo negativo di -30.706 unità e un tasso di decrescita dello 0,5%, ovvio risultato della fortissima crisi economico-finanziaria esplosa l’anno precedente).

Un’attenzione particolare merita la situazione delle imprese artigiane: le 32.965 iscrizioni di questo primo trimestre rappresentano il terzo miglior risultato dal 2001 a oggi, tuttavia le 48.191 cessazioni registrate costituiscono un record assoluto, superiore persino all’anno “nero” 2009. Si delinea, dunque, un settore in cui è molto forte la voglia di fare impresa e di mettersi in gioco, ma che al contempo incontra grandissime difficoltà nel mantenere in vita le iniziative già avviate.
Con riferimento alle forme giuridiche, sono le imprese individuali a subire le maggiori perdite, con -30.520 unità (-0,91%, contro il -0,57% del 2011). Minori le riduzioni tra le società di persone (-3.797 unità e -0,33%), mentre crescono le società di capitali (6.911 unità, pari a +0,5%) e le “altre forme” (1.316 in più, di cui 1.005 cooperative, cioè +0,63%).

Per quanto riguarda, poi, i settori considerati, i saldi più negativi si rilevano nell’agricoltura (-13.335 unità), nel commercio (-8.671), nelle costruzioni (-8.328) e nelle attività manifatturiere (-4.929).

Segno positivo, invece, per le attività immobiliari, quelle professionali e i servizi alle imprese (complessivamente +1.655 unità), e, ancora, per i servizi di alloggio e ristorazione (423 imprese in più), sanità e assistenza sociale (+250), informazione e comunicazione (+125). Ottime performance, infine, per il settore dell’energia (+511 unità, pari ad un tasso di crescita del +7,6%), grazie, forse, agli incentivi offerti per la produzione da risorse alternative.

Dal punto di vista territoriale, le perdite maggiori si hanno al Sud e nelle Isole (-10.491 imprese, pari a -0,52%), seguiti da Nord-Est (-8.176 unità, pari a -0,68%). Più contenuti, invece, i cali nel Nord-Ovest (5.661 imprese in meno, -0,35%) e nel Centro (-1.762 unità, -0,14%), grazie soprattutto al Lazio, unica regione a chiudere il trimestre con un saldo imprese positivo.
Lo scenario evidenziato è il risultato più evidente della fase di recessione avviatasi nella seconda metà dello scorso anno e dell’accresciuta e generalizzata difficoltà ad entrare nel mercato.

A ribadire l’esistenza effettiva di tale difficoltà, sono intervenuti anche i dati raccolti dall’Osservatorio sul credito per le imprese del commercio, del turismo e dei servizi, frutto della collaborazione tra Confcommercio-Imprese per l’Italia e Format Ricerche.

Secondo l’Osservatorio, far fronte al proprio fabbisogno finanziario sembra diventare, per le imprese del terziario, sempre più difficile. Diminuisce, infatti, la percentuale delle realtà che si sono dichiarate in grado di farlo senza alcuna difficolta? (36,1%, contro il 41,8% nel trimestre precedente), mentre aumentano la percentuale riferita alle imprese che sostengono di esserci riuscite ma con qualche difficolta? (dal 47,0% al 48,6%) e quella relativa alle imprese che non ce l’hanno proprio fatta (15,3% contro l’11,2%).

Le imprese del Nord-Ovest Italia, più delle altre, sono riuscite a soddisfare il proprio fabbisogno finanziario, ma si dichiarano poco fiduciose di riuscire a fare altrettanto nel secondo trimestre. Nel Nord- Est e del Centro Italia si evidenziano, invece, forti peggioramenti nella capacità di far fronte alla domanda di credito, rispetto al trimestre precedente, e la situazione si conferma negativa anche nel Mezzogiorno.
Le difficoltà maggiori nel recupero di liquidità si sono avute, comunque, tra le piccole e le microimprese, nonché tra le imprese che operano nel settore turismo.
La percentuale di aziende del terziario che, nel primo trimestre del 2012, si sono rivolte alle banche per chiedere un fido, un finanziamento (o la rinegoziazione di un fido, o di finanziamento, esistente) è rimasta pressoché stabile, attestandosi al 18,7%. Tra esse, il 34,2% lo ha ottenuto con un ammontare pari o superiore rispetto a quello richiesto, il 21,4% lo ha ottenuto, ma con un ammontare inferiore rispetto a quello richiesto e il 15,5% ha visto rifiutarsi la propria domanda di credito. Molto alta (19,3%), poi, la percentuale di imprese ancora in attesa di conoscere l’esito della propria domanda, segno della grande cautela con cui le banche si stanno muovendo nei loro confronti. Il 9,6%, infine, ha dichiarato di essere intenzionata a fare domanda di credito nel prossimo trimestre.
Diminuisce la cosiddetta “area di stabilità”, data dalla percentuale di imprese che hanno ottenuto il credito con un ammontare pari o superiore rispetto alla richiesta: 34,2%, come abbiamo visto, per il primo trimestre 2012, contro il 35,8% del trimestre precedente, il 49,8% del terzo trimestre del 2011 e il 55,8% del secondo trimestre 2011.
Aumenta per contro la cosiddetta “area di irrigidimento”, data dalla somma tra la percentuale delle imprese che si sono viste accordare un credito inferiore rispetto a quello richiesto e dalla percentuale delle imprese che non se lo sono viste accordare affatto. Nei primi tre mesi del 2012 è stato colpito da quest’area di irrigidimento il 36,9% delle imprese del terziario, dunque sono state più numerose le imprese che non hanno ottenuto il credito o ne hanno ottenuto meno di quello richiesto, rispetto a quelle che, invece, si sono viste accordare il finanziamento. Non succedeva dal 2008.

Il processo di irrigidimento del credito è stato avvertito in tutta Italia, soprattutto nel Nord-Ovest (dove la quota di imprese che hanno ricevuto il credito con un ammontare pari o superiore rispetto alla richiesta è passata dal 52,6% del trimestre precedente al 32,6%), nel Centro Italia (dal 33,5% al 21,8%) e del Mezzogiorno (dal 32,3% al 19,0%).
L’Osservatorio ha poi rilevato anche un peggioramento nel giudizio che le imprese danno sui principali indicatori che compongono l’offerta di credito (tasso di interesse, costo dell’istruttoria e delle cosiddette “altre condizioni”, durata dei finanziamenti concessi e garanzie richieste dalle banche a fronte del finanziamento).

Le imprese sembrano poi aver avvertito anche un sensibile inasprimento nel costo dei servizi bancari: lo segnala il 42,8% del campione nel primo trimestre 2012 (soprattutto nel Nord-Ovest, del Nord-Est e tra le microimprese), contro il 30,4% del trimestre precedente.

Pubblicato su: PMI-dome

Turismo: meglio puntare sull’innovazione!

L’industria italiana del turismo sembra essersi mantenuta stabile nel 2011: otto su dieci sono presenti sul Web, circa il 48% offre sistemi di booking online e il 33,3% è presente sui social network

Lo sviluppo passa per l’innovazione. In un periodo di temuti cali di consenso e fatturato, delle politiche aziendali capaci di moltiplicare le possibilità per gli utenti – d’incrementare l’offerta piuttosto che ridurla nel nome di più alti ideali di risparmio – potrebbero fungere da àncora di salvezza per molte realtà imprenditoriali. Tale considerazione sembra valere, in particolare, per il settore del turismo, stando a quanto emerge dalla la VII edizione di “Impresa Turismo”, l’indagine di Isnart (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche), curata da Flavia Maria Coccia e Giovanni Antonio Cocco e presentata lo scorso 28 marzo presso la sede di Unioncamere a Roma.


“Il turismo è un settore economico nel quale l’innovazione non è solo un valore aggiunto ma una precondizione, ancor più che in altri comparti produttivi”, commenta Maurizio Maddaloni, presidente Isnart, nella premessa al rapporto. Questo innanzitutto per “la trasversalità del settore”, che vede convivere “imprese anche molto diverse tra loro” e che obbliga, di conseguenza, a rapportarsi con esigenze sempre nuove da parte dei clienti. Necessario, dunque, il costante ripensamento degli strumenti di comunicazione e dei canali di promozione, per un utenza in fermento. Si tratta di un settore, sottolinea ancora Maddaloni, che deve “interagire con le altre filiere produttive del territorio (da quella dell’agroalimentare e dei prodotti tipici, all’artigianato fino al commercio) creando di continuo nuovi servizi e proposte”. Le imprese turistiche, allora, più delle altre, devono far fronte alla tutela e preservazione del territorio in cui operano, inseguendo gli ideali di sviluppo sostenibile e, più in generale, di Corporate Social Responsability. Ideali, cioè, che solo nell’innovazione possono trovare una piena soddisfazione.

Le imprese turistiche, evidenzia poi nella prefazione al rapporto Ferruccio Dardanello, presidente Unioncamere, “hanno dovuto ricercare soluzioni nuove per gestire questo passaggio difficile, spesso ricorrendo a politiche di pricing o di commercializzazione (tradizionale o on-line) che in molte occasioni hanno permesso loro di riconquistare i mercati stranieri o, comunque, di tenere le posizioni almeno quanto basta per sopperire al calo dei consumi interni”.

I risultati dell’indagine mostrano un’industria che, nel suo complesso, sembra aver retto, tutto sommato, i colpi della crisi, mantenendosi nel 2011 abbastanza stabile sull’anno precedente: -0,2% di camere vendute e un tasso medio di occupazione camere pari al 43,8%. Il comparto alberghiero registra delle condizioni più favorevoli, con un incremento del bilancio annuale di camere vendute del +1,5% e un tasso medio di occupazione del 48,4%. Nell’extralberghiero, invece, la situazione è più complessa, con un bilancio di -2,3% rispetto al 2010 e con un 37,6% di occupazione camere.

Per quanto riguarda le aree prodotto, stabili risultano le vendite in tutte le destinazioni, con un vantaggio, sulla media, delle strutture ricettive presenti nelle città di interesse storico artistico (51,1% di vendita delle camere) e nei laghi (45,9%).
Si rinnovano le politiche di promo commercializzazione. Con riferimento al comparto dell’intermediazione delle vacanze, delle agenzie di viaggio e dei tour operator, oltre il 75% degli operatori utilizza il web per veicolare le proprie proposte (più del 37% delle vendite complessive di pacchetti vacanza passa per questo canale). Oltre il 93% dei tour operator a livello mondiale ha un proprio sito web e circa il 30% è presente anche sui grandi portali di promo commercializzazione. Per vendere pacchetti verso l’Italia, oltre il 28% degli operatori utilizza i propri siti web (soprattutto in Europa, 32,2%, e nei mercati asiatici), mentre si sfruttano anche i grandi portali web soprattutto in Russia (20,5%) e in Cina (23,3%). Resta più tradizionale la commercializzazione dell’Italia sui mercati lontani, come il Brasile (82%), l’India (74,2%) e gli Stati Uniti (71%).
Complessivamente, comunque, il 14,8% delle vendite di pacchetti turistici verso l’Italia sono realizzate on-line, con quote massime in Olanda (25,4%), Giappone (25,5%), Russia (21,9%) e Canada (20,6%).

Per attirare flussi ci si affida anche a nuove politiche di pricing, considerando che, in seguito alla notevole riduzione delle tariffe, si è assistito, lo scorso anno, ad un generale riallineamento. In media, le tariffe applicate per una camera doppia in hotel variano dai 74 euro del primo trimestre 2011 ai 76 euro dell’autunno. Sempre nel settore alberghiero, rispetto al 2010, aumentano gradualmente i prezzi nel primo semestre, per raggiungere il picco del +12% nell’estate 2011 (87 euro in media). Nell’extralberghiero, invece, si registra una riduzione complessiva del prezzo medio applicato pari all’11%, forse per rilanciare le basse performance di vendita. Le tariffe medie variano dai 59 euro del primo trimestre ai 52 euro del quarto.
Veniamo ai dati più interessanti: otto imprese ricettive su dieci sono ormai presenti sul web e circa il 48% permette la prenotazione attraverso i sistemi di booking online. Ben il 33,3% è presente sui social network, quota in forte aumento rispetto all’anno precedente (19,8%), e che sale al 37,3% con riferimento alle strutture alberghiere.

Per contro il 20% delle imprese turistiche non è ancora presente online e più della metà degli operatori utilizza la rete semplicemente come un mezzo per ottenere visibilità, non sfruttandone pienamente le possibilità di acquisto e prenotazione.
Eppure, per gli utenti finali, internet rappresenta un mezzo fondamentale per viaggiare. Il 41% dei clienti presenti nelle strutture ricettive nel 2011 ha sfruttato il web per organizzare il proprio soggiorno, in aumento rispetto al 2010 (35,2%). Tra questi, il 21,4% usa ancora strumenti tradizionali, come la mail per prenotare, l’11,2% utilizza i sistemi di booking online e l’8,4% i grandi portali, soprattutto per gli hotel (9,6%).

Le imprese ricettive che consentono il booking online (47,9%), inoltre, ottengono una media di occupazione camere superiore rispetto alle altre.


Complessivamente, comunque, nel 2011 gli operatori registrano in media 10 punti percentuali in più nelle vendite, soprattutto nei mesi di maggio, giugno, settembre e ottobre.
Se nel 2008 la quota di strutture che si affidavano al circuito dell’intermediazione organizzata era del 35,1%, nel 2009 del 32,9%, nel 2010 del 30,4%, nel 2011 si rileva un recupero della stessa, che arriva al 34,1%.

Aumentano in parallelo anche i turisti che si affidano agli operatori dei viaggi organizzati: 11,4% nel 2011, contro il 9,8% del 2010, il 9,4% del 2009 e il 9,3% del 2008.
Sia nel 2010 sia nel 2011, inoltre, le imprese ricettive che hanno stretto accordi con gli intermediari di viaggio hanno registrato un’occupazione delle proprie camere superiore a quelle che non vi hanno fatto ricorso e questo è stato vero soprattutto nei mesi di bassa stagione.
Veniamo, infine, al capitolo relativo ai consumi turistici. Si stima che nel 2011 essi siano stati, nelle destinazioni italiane, pari ad un totale di 69,3 miliardi di euro, 42,7 miliardi dei quali spesi dai turisti delle strutture ricettive (61,7%), 26,5 miliardi da quelli che hanno soggiornato in abitazioni private (38,3%). Circa 36,3 miliardi di euro sono state le spese turistiche degli italiani (52,4%), quasi 33 miliardi di euro quelle degli stranieri (47,6%).
Diminuisce del 5,7% la spesa dei turisti che alloggiano nelle strutture ricettive, a causa principalmente del netto calo nei consumi turistici degli italiani (-22,2%), nonostante la crescita della spesa dei turisti stranieri (+15,6%). Cala anche la spesa dei turisti che alloggiano nelle abitazioni private: 16,5 miliardi di euro provengono dal turismo italiano (-2,6% rispetto al 2010) e 10,1 miliardi da quello internazionale (-1,3%).
Nel 2011 si delinea, dunque, una diminuzione complessiva nei consumi dei turisti italiani rispetto al 2010, pari al -14,4%, a fronte di una crescita nei consumi stranieri del +9,9%. Il dato generale parla, allora, di un -4,3% su tutte le spese dei turisti in Italia.
Per quanto riguarda la distribuzione di tali consumi, si nota che solo il 52,7% è stato indirizzato alle imprese direttamente turistiche (33% nelle strutture ricettive, 14,7% nella ristorazione e 5,1% in bar, caffè e pasticcerie). I turisti hanno destinato il 13,7% delle proprie spese alle attività ricreative, culturali e di intrattenimento, il 10,5% al settore agroalimentare, il 10% a quello dell’abbigliamento e delle calzature, l’8,9% alle altre industrie manifatturiere, il 2,1% ai trasporti, infine il 2,1% all’editoria.


Nel 2011 salgono, tuttavia, rispetto al 2010, i consumi nelle imprese ricettive e ristorative (dal 44,6% al 52,7%), grazie principalmente alle maggiori spese direttamente turistiche di coloro che hanno alloggiato in strutture alberghiere (nel 2010 erano pari al 56,1%, nel 2011 addirittura al 68,1%); per questi turisti aumentano anche le spese nell’agroalimentare (dal 5,3% al 5,7%), mentre cala, di conseguenza, la spesa nelle attività ricreative, culturali e di intrattenimento (dal 13,5% al 9,7%) e nell’abbigliamento e calzature (dal 12,2% al 6,4%).
Aumenta parallelamente, anche per coloro che hanno alloggiato in residenze private, l’incidenza dei consumi nella ristorazione (dal 25,2% al 27,9%) e nell’agroalimentare (da 15,3% a 18,1%), a scapito di quelli nelle attività ricreative, culturali e di intrattenimento (dal 24,3% al 20,1%).
Con riferimento, infine, alle aree prodotto, emerge dal report come le città siano destinatarie di ben il 26,8% dei consumi nelle strutture ricettive (a fronte di una percentuale pari al 18,8% dei posti letti disponibili a livello nazionale) e le località termali del 4,1% (con il 3,1% dei posti letto). Minore rendita, invece, rilevata per il comparto balneare che, pur disponendo nel 34% dei posti letto, raccoglie solo il 31,8% delle spese complessive. Negativo il saldo pure per il turismo diretto alla natura (2,7% i consumi, 4,1% i posti letto), alla montagna (12,9% le spese, 13,5% i posti letto), al lago (5,9% i consumi, 6,6% i posti letto) e alle altre località (15,8% le spese, 19,9% i posti letto).

“Per sfruttare appieno le potenzialità del territorio, attraverso un turismo moderno e sostenibile, dobbiamo avere il coraggio di  ragionare sui nostri punti deboli”, ha sottolineato Dardanello a margine dell’incontro di presentazione. “Tra questi, le infrastrutture, il sostegno al ricorso alle nuove tecnologie, la riduzione del carico fiscale e della burocrazia. Sul fronte del credito, dobbiamo impegnarci a incentivare strumenti finanziari come il credito turistico e promuovere la creazione di fondi di rotazione per le azioni di riqualificazione delle imprese. Senza dimenticare di perseguire una seria politica della formazione, il cui primo obiettivo dovrebbe essere quello di ottenere la scuola di formazione permanente sul turismo, in linea con quanto esiste negli altri Paesi europei. Per far questo, è evidente che dobbiamo accettare la sfida di elaborare una visione strategica del futuro del Paese. E’ – ha concluso – una sfida che possiamo e dobbiamo vincere”.

Le medie imprese italiane resistono alla crisi

I risultati dell’edizione 2012 dell’indagine annuale sulle medie imprese italiane, condotta dal Centro Studi di Unioncamere e dall’Ufficio Studi di Mediobanca

“Proprio grazie alla loro peculiare struttura organizzativa e produttiva, le medie imprese si confermano la punta di diamante del made in Italy all’estero”.

Con queste parole il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ha presentato lo scorso 13 aprile a Milano i risultati relativi all’undicesima edizione dell’indagine annuale sulle medie imprese industriali italiane, condotta dal Centro Studi di Unioncamere e dall’Ufficio Studi di Mediobanca.

“Le Medie imprese – prosegue Dardanello – rappresentano, anche in questo momento critico, un anello forte della catena organizzativa e produttiva dell’industria italiana. E, pur all’interno di continui percorsi di trasformazione, un nucleo importante mantiene costantemente bilanci in utile e strutture finanziarie solide”. In base alle previsioni formulate, inoltre, la redditività “nel 2012 dovrebbe addirittura aumentare per oltre 1 media impresa su 4”.

Le medie imprese sembrano, infatti, meglio di altre, resistere alla crisi attuale, malgrado persista, nelle percezione di ben il 72% di loro, un problema fondamentale di accesso al credito.

Andiamo però con ordine: oggetto dell’indagine Unioncamere-Mediobanca sono state, appunto, le imprese manifatturiere italiane di medie dimensioni, quelle, cioè, con un numero di dipendenti compreso tra i 50 e i 499 e con un volume di fatturato non inferiore a 15 e non superiore a 330 milioni di euro. In base all’ultimo censimento, esse rappresentano 3220 unità, si concentrano soprattutto nel Nord-Est, nel Centro e il Lombardia e assicurano il 15% circa della produzione manifatturiera italiana a valore (percentuale che sale al 21% considerando anche l’indotto). Le statistiche economico-finanziarie riportate nel rapporto sono il frutto della rielaborazione di dati desunti dai bilanci del periodo 2000-2009.

In questo arco temporale, il bilancio aggregato delle 3220 società considerate si è sempre risolto in utile, nonostante il risultato del 2009 sia stato il più basso, 1,1 punti in meno rispetto al massimo toccato nel 2007. Le esportazioni (nel periodo 2000-2009, con l’aggiunta della stima relativa al 2010) hanno registrato un incremento pari al 55%: nonostante il biennio 2008-2009 abbia conosciuto una decrescita del 18,6%, nel 2010 c’è stato un parziale recupero (+9,9%). La struttura finanziaria delle medie imprese appare solida, il 58,4% di esse merita un rating di tipo “investment grade”, anche se il ricorso alla borsa e al private equity risulta trascurabile (solo lo 0,5% delle società è quotato).

Nel 2009 sono ben 628 le imprese tornate alle piccole dimensioni, mentre 32 sono quelle divenute di grandi dimensioni (contro le 39 che da grandi sono tornate medie). Nell’intero decennio considerato, sono 620 le imprese che hanno oltrepassato la media dimensione, con un aumento parallelo del rischio di fallimento (0,8% il tasso di fallimento per loro, a fronte dello 0,3% delle imprese medie).

Nel decennio analizzato, le medie imprese mantengono il primato di crescita, segnando un incremento del valore aggiunto pari al 20% (contro il -1,8% registrato dalle grandi imprese). Aumenta anche il loro peso nella manifattura nazionale: i dati Istat più recenti (riferiti al 2009) suggeriscono che le medie realtà rappresentano il 14,4% del totale investimenti fissi annui e il 16% delle esportazioni. Nel 2010 le stime relative alle prestazioni di fatturato e margine industriale rimagono comunque al di sotto dei livelli precedenti la crisi.

Nel 2009, per le medie imprese italiane, il Return on Investments (ROI), cioè l’indice di redditività del capitale investito, è stato del 6,1%, contro il 4,5% dei gruppi maggiori. Il turnover del capitale risulta per questi ultimi inferiore di circa 13,5 punti rispetto alle medie aziende. La tassazione continua ad essere punitiva (si stima che l’esclusione del costo del lavoro dall’imponibile Irap produca una riduzione del tax rate di circa 6 punti, da 38% a 32%). Il 29% delle imprese prevede, per il 2012, un aumento della redditività rispetto al 2011.

Due terzi delle medie imprese hanno sede in aree a natura distrettuale: queste sono caratterizzate da una maggiore propensione all’export (che rappresenta il 45,7% del fatturato per le imprese ubicate in distretti veri e propri e il 31,9% per quelle in altri sistemi produttivi locali, contro il 31,5% per quelle localizzate in altre aree) e da una maggiore solidità finanziaria (il 59,6% delle medie imprese con sede nelle province distrettuali raggiungono il livello di “investment grade”, contro il 53,9% delle altre).

Veniamo ora alla congiuntura più recente. Secondo un’indagine svolta a marzo 2012 su un campione rappresentativo delle 3256 medie imprese industriali singole attive al 2009, il 38% di esse prevede, per l’anno in corso, un aumento del fatturato (contro il 50,2% a consuntivo nel 2011) ed il 32,6% un incremento della produzione (contro il 39,7% registrato lo scorso anno).


Forte risulta la propensione all’export: le medie aziende esportatrici sono più del 90%, l’incidenza delle vendite all’estero è pari al 44% del totale e, per il 2012, gli ordinativi esteri sembra saranno in crescita per il 39,8% delle imprese.
“Il continuo impegno nel rafforzamento dell’immagine e del marchio delle produzioni che ci contraddistinguono nel mondo è nel 45% dei casi il sostegno più intenso all’aumento delle esportazioni”, sottolinea Dardanello. All’importanza delle risorse umane proprie delle medie imprese si affiancano, prosegue, “le competenze strategiche dei loro fornitori, che rappresentano una garanzia per la qualità (nel 77% dei casi) e per il contenuto innovativo delle produzioni (nel 37%)”. Anche attraverso l’ispessimento di questo “modello spontaneo di rete”, preannuncia il presidente di Unioncamere, “arriverà quel rafforzamento della presenza all’estero necessario per sostenere la ripresa dell’Italia”.

Le previsioni relative all’andamento del mercato interno sono invece più pessimiste, dato che solo il 15,9% del campione analizzato si aspetta un rialzo rispetto al 2011, contro il 32% di quelle che attendono una flessione. Nel 2011 gli investimenti delle medie imprese sono stati orientati prevalentemente ai macchinari (72,7%), alle apparecchiature informatiche (69,2%), ai software e servizi informatici (68,4%): le stesse direttive che, pare, continueranno ad orientare le linee di investimento del 2012.

Con riferimento alla domanda di credito, il 73% delle medie unità ha richiesto un finanziamento bancario negli ultimi 6 mesi, contro l’81% di un anno fa, ma il 67% di due anni fa. Il 51% di esse dichiara, poi, l’intenzione di richiedere crediti bancari nel primo semestre di quest’anno, per gestire le attività ordinarie (nel 43% circa dei casi), per realizzare nuovi investimenti (34,2%) o implementare quelli già avviati (11,2%), per far fronte ai ritardi nei pagamenti (12%).

Appare, tuttavia, in netta crescita la percezione di difficoltà circa la capacità effettiva di accedere al credito necessario: il 72% delle realtà che intendono farvi ricorso segnala questa problematica (contro il 45% di quelle che nell’ultimo semestre 2011 si sono rivolte alle banche).

“Un tema, quello del credito, da affrontare prioritariamente”, avverte Dardanello. Si tratta di un fronte sul quale si combatte “una battaglia decisiva per tornare a stimolare la crescita di tutto tessuto produttivo. Pur in un momento così difficile, saper scegliere e sostenere quelle progettualità forti, in grado di diffondere esternalità positive sulle rispettive filiere, consentirebbe di minimizzare i rischi sistemici che possono derivare da un ciclo economico troppo lungamente stagnante”. “A questo sforzo – conclude – tutti gli attori, pubblici e privati, sono chiamati a concorrere”.

Infine il capitolo occupazione: se nel 2009 gli addetti assunti all’interno delle medie imprese erano in media 132 e, nel 2011, 165 (compresi stagionali, co.co.pro. e somministrati), nel 2012 si stima una riduzione dell’1,2% (163 unità). Tuttavia circa un quarto del campione continua a creare occupazione e rileva un ampliamento della forza lavoro tra la fine del 2010 e la fine del 2012. Una media impresa su 10 possiede stabilimenti produttivi all’estero e pare che qui, nel 38% dei casi, l’occupazione aumenterà. Non subisce modifiche sostanziali il ricorso ad ammortizzatori sociali, che nel 2012 verranno utilizzati dal 35% delle imprese, contro il 37% nel 2011. Il 17% circa delle aziende adotterà strumenti alternativi per salvaguardare l’occupazione: contratti di solidarietà, modifiche all’orario di lavoro e riqualificazione del personale.

Il richiamo finale del presidente di Unioncamere è alla “coesione e comunione di intenti” di cui necessita il nostro Paese in questo preciso momento storico, oltre “al continuo rinnovarsi di quello spirito di iniziativa e di quel genio della creatività tutto italiano, che tanto è apprezzato nel mondo e che tanto ha contribuito al successo delle nostre medie imprese”.

Cresce la voglia di fare impresa

Aumenta il tessuto imprenditoriale di ben 50mila unità nel 2011, con un tasso di crescita dello 0,8%, leggermente inferiore all’anno precedente

Una crescita più lenta nel 2011 rispetto all’anno precedente, ma decisamente migliore nel confronto con il triennio 2007-2009. Un segno positivo che – visto il momento di generale sfiducia – viene comunque salutato come buona notizia. È quanto emerge, in estrema sintesi, da un’indagine Movimpresa di qualche settiman fa; l’analisi statistica trimestrale sulla natalità e mortalità delle imprese italiane, condotta da InfoCamere, per conto di Unioncamere, sugli archivi di tutte le Camere di Commercio italiane, e presentata dal Presidente di Unioncamere Ferruccio Dardanello lo scorso 25 gennaio a Reggio Emilia, nel corso delle celebrazioni per i centocinquant’anni della legge istitutiva delle Camere di commercio.

“L’impresa – ha sottolineato Dardanello in quell’occasione – resta un’àncora fondamentale per la tenuta del tessuto sociale, oltre che economico, del Paese. Soprattutto in momenti di crisi come quello che stiamo attraversando”.

Entriamo, allora, nello specifico dei dati rilevati: tra gennaio e dicembre 2011 sembrano essere nate ben 391.310 nuove imprese (contro le oltre 410mila nate nel 2010), mentre 341.081 sono state costrette a chiudere la propria attività (contro le 338mila che hanno chiuso i battenti nel 2010). La differenza tra i due dati porta alla conclusione che a fine anno il saldo imprese si sia attestato sulle 50.229 unità in più rispetto alla fine del 2010, facendo raggiungere la quota complessiva di 6.110.074 imprese iscritte ai Registri delle Camere di commercio (pari a circa un’impresa ogni dieci abitanti).

In termini percentuali, nell’ultimo anno il tasso di crescita è stato pari allo 0,82%, percentuale in leggera contrazione rispetto al +1,19% rilevato nel 2010 (corrispondente a 72mila unità in più), ma – l’abbiamo detto – superiore alla dinamica rilevata nel triennio 2007-2009 (quando era pari a +0,5%, con un minimo storico registrato nel 2009, quando si era arrivati appena ad un + 0,28%).
La diminuzione del tasso di incremento pare essere dovuta soprattutto alla riduzione delle nuove aperture (sono nate circa 20mila unità in meno rispetto al 2010) piuttosto che all’aumento delle chiusure (solo 3mila imprese in più hanno cessato l’attività rispetto al 2010).


Tale andamento si inverte, però, nel Mezzogiorno, dove vi sono state 3.500 imprese nuove in meno e ben 7.400 chiusure d’attività in più rispetto al 2010; il saldo annuale rimane, comunque, positivo per il Sud, con 13.986 imprese in più (saldo tra le 129.181 iscrizioni e le 115.195 cessazioni) nel 2011, pari ad un tasso di crescita dello 0,7%. Dal punto di vista territoriale, è, tuttavia, il Centro ad esprimere un maggior desiderio di fare impresa, con ben 16.633 imprese in più (saldo tra le 85.719 iscrizioni e le 69.086 cessazioni), corrispondenti ad un +1,29%. Segue il Nord-Ovest, con 13.501 imprese in più (saldo tra le 103.610 iscrizioni e le 90.109 cessazioni) e un incremento dello 0,84%. La minor vitalità è stata, infine, rilevata nel Nord-Est, dove il saldo tra le nuove imprese (72.800) e le imprese che hanno cessato la propria attività (66.691) è stato pari a 6.109 unità, con un tasso di crescita dello stock di imprese dello 0,51%.


A livello regionale, sono Lazio, Lombardia, Campania, Toscana e Sicilia ad aver registrato degli incrementi nel numero di imprese superiori alla media nazionale, rispettivamente con un +1,94% (e un saldo di 11.672 imprese, tra 39.955 iscrizioni e 28.283 cessazioni), un +1,21% (saldo di 11.530 imprese, tra 61.393 nuove iscrizioni e 49.863 cessazioni), un +1,06% (saldo di 5.862 imprese, tra 36.696 iscrizioni e 30.834 chiusure), un +1,05% (saldo di 4.375 imprese, tra 28.865 aperture e 24.490 chiusure) e un +0,96% (saldo di 4.482 imprese, tra 29.953 iscrizioni e 25.471 cessazioni).

In alcune regioni si è giunti, invece, al segno negativo, come in Basilicata, con un -0,43% (pari a -270 imprese, saldo tra 3.106 nuove attività e 3.376 chiusure), in Valle d’Aosta, con un -0,32% (pari a -45 unità, saldo tra 799 aperture e 844 chiusure) e in Friuli Venezia Giulia, con un -0,16% (pari a -174 unità, saldo tra 6.410 iscrizioni e 6.584 cessazioni).
Con riferimento alla forma giuridica, sono le società di capitali ad aver contribuito maggiormente (per circa l’85%) all’incremento del tessuto imprenditoriale italiano, con un ritmo di crescita nel 2011 del 3,15%, pari a 42.592 unità in più rispetto al 2010, saldo tra 80.744 iscrizioni e 38.152 cessazioni.

Segno negativo invece per le società di persone, che, con un tasso del -0,03% e un saldo di -388 imprese (tra 45.187 nuove attività e 45.575 chiusure), sembrano rallentare la crescita del sistema imprenditoriale. Discreto l’apporto (9%) delle imprese con forma di cooperativa o consorzio, le quali sono aumentate di 4.644 unità (pari ad un tasso di crescita del 2,35%), saldo tra 11.857 nuove aperture e 7.213 chiusure; più in particolare, le sole cooperative hanno incrementato il proprio numero per 2.881 unità, corrispondente ad un tasso di crescita dell’1,97%, e le regioni che hanno rappresentato un terreno particolarmente fertile sono state il Lazio (un tasso di crescita del 3,20% e un saldo di 597 unità), la Lombardia (tasso del 3,11% e saldo di 586 imprese), la Sardegna (tasso del 2,78% e saldo di 127 attività), la Toscana (tasso del 2,43% e saldo di 161 unità) e il Veneto (tasso del 2,40% e saldo di 137 attività).

Le imprese individuali, infine, hanno contribuito per il solo 6% al saldo complessivo, pari a 3.381 nuove unità (253.522 nuove iscrizioni e 250.141 cessazioni) e ad un tasso di crescita dello 0,39%; tra queste, una buona parte – 8.227 unità, frutto dello scarto tra 31.657 iscrizioni e 23.430 cessazioni – ha visto come titolare una persona immigrata. L’apporto dell’imprenditoria immigrata pare, quindi, particolarmente importante per garantire la tenuta della forma aziendale individuale, in un percorso di sempre più ampia integrazione nel tessuto economico e sociale italiano.


A livello settoriale si conferma il trend di declino per le imprese che si occupano di agricoltura, silvicoltura e pesca (che rappresentano il 13,7% dell’intero tessuto aziendale italiano), con un saldo in negativo di 18.922 unità e un tasso di decrescita del 2,20%.

In calo anche i dati riferiti alle imprese attive nell’estrazione di minerali da cave e miniere (-0,89% e un saldo di -45 unità), nella manifattura (-0,50% e un saldo di -3.137 unità), nel trasporto e magazzinaggio (-0,21% e -375 unità) e nell’amministrazione pubblica e difesa.

Cresce, per contro, in maniera significativa il numero di imprese che operano in altri settori, come la fornitura di energia elettrica, gas, vapore e aria condizionata (+36,28% e saldo di 1.797 unità), l’istruzione (+6,61% e saldo di 1.640 unità), la sanità e l’assistenza sociale (+5,28% e saldo di 1.715 unità), le attività artistiche, sportive e di intrattenimento (+3,72% e saldo di 2.409 unità), il noleggio, le agenzie di viaggio e i servizi di supporto alle imprese (+3,64% e saldo di 5.545 unità), le attività professionali, scientifiche e tecniche (+3,13% e saldo di 5.929 unità) e i servizi di alloggio e ristorazione (+3,01% e saldo di 11.537 unità).

L’indagine concentra, infine, la propria attenzione sulle imprese artigiane, per le quali sembra delinearsi un momento non particolarmente favorevole: a fine 2011 ne risultano attive 1.461.183, ben 6.317 in meno rispetto al 2010 (saldo tra 104.438 nuove iscrizioni e 110.755 cessazioni), pari ad un tasso di decrescita di 0,43 punti percentuali. Si tratta di una tendenza negativa avviata nel 2009, quando la riduzione della base imprenditoriale artigiana è stata addirittura dell’1,06%.


Dal punto di vista territoriale, è soprattutto nel Mezzogiorno che si registrano degli esiti fallimentari, con un saldo in negativo per oltre 3mila unità: in Sardegna, ad esempio, è stato rilevato un tasso di decrescita del 2,07%, in Calabria dell’1,24%, in Basilicata dello 0,99%, in Molise dello 0,78% e in Sicilia un saldo negativo per 1.222 unità.

A livello settoriale, invece, le imprese artigiane risentono della crisi nel manifatturiero (registrando un saldo di -4.224 unità nell’ambito e un tasso di crescita del -1,20%), nel trasporto e magazzinaggio (-2.684 e calo di 2,59 punti percentuali) e nell’estrazione di minerali da cave e miniere (-29 imprese per una riduzione del 3,20%). Molte le cessazioni d’attività anche nel commercio all’ingrosso e al dettaglio (dove si arriva ad un saldo di -1.176 unità e ad una riduzione del tessuto imprenditoriale artigiano di 1,29 punti percentuali) e nel settore delle Costruzioni (saldo di -1.695 unità e tasso del -0,29%), che occupa, in ogni caso, la quota più ampia  (40%) sul totale imprese artigiane. Variazione in forte ribasso anche per il settore immobiliare, con un -7,62%, pari a -17 imprese artigiane.

Vanno relativamente bene, di contro, le attività artigiane che riguardano noleggio, agenzie di viaggio e servizi di supporto alle aziende (saldo di +1.950 imprese e tasso di crescita del 4,93%) e quelle che riguardano servizi alloggio e ristorazione (1.101 unità e crescita del 2,31%).

Al di là, comunque, dei dati meno incoraggianti, “siamo un Paese – ha concluso Dardanello – che ha tutte le carte in regola per mantenere alto il proprio prestigio nel mondo a partire dalle proprie produzioni di qualità, dalla creatività diffusa, dalla capacità di innovare. Tutte doti che si ritrovano nelle nostre imprese, anche le più piccole, a cui bisogna dare fiducia e strumenti per crescere e competere”. E ancora: “a chi fa impresa nel rispetto delle regole e con l’obiettivo di costruire qualcosa di duraturo, deve andare il rispetto e l’incoraggiamento di tutti, a partire dalle istituzioni”.

“Il sistema camerale – ha assicurato il Presidente di Unioncamere – ha elaborato e sta mettendo in pratica un arco di proposte e iniziative a sostegno del fare impresa che può dare un contributo concreto a riprendere il percorso della crescita”. Infine un invito, rivolto al governo, ad “intensificare gli sforzi per non far mancare il credito a chi investe, produce e crea occupazione” e ad “attuare con scrupolo, in tutti i prossimi passaggi normativi, i principi contenuti nello Small Business Act puntando a sostenere la piccola impresa, senza la quale non c’è made in Italy, non c’è occupazione, non c’è sviluppo”.

Pubblicato su: PMI-dome

Il successo degli imprenditori in gonnella

Le imprese in rosa aumentano di quasi 9mila unità nel settembre 2011

Mi permetto […] di fare presente che […] sono affidati a personalità femminili ministeri di grande rilievo: il ministero dell’Interno, il ministero della Giustizia e il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari opportunità”.

Sono le parole pronunciate dal neopresidente del Consiglio, Mario Monti, nel presentare – dopo aver accettato l’incarico del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – la lista dei ministri eletti; sono parole rimbalzate dai principali siti di informazione online alle prime pagine dei quotidiani cartacei; parole che, a ben vedere, dovrebbero servire ad interrogarsi sul perché, alle porte del 2012, si sia ancora costretti a precisare, e quasi giustificare, la presenza di donne ai vertici direttivi statali.

La parabola del bunga bunga e la tendenza tipicamente italiana alla mercificazione del corpo femminile per scopi commerciali non hanno di certo contribuito a dare reale corso agli ideali di pari opportunità professati dalle menti più illuminate. Tuttavia alcuni dati diffusi recentemente dall’Osservatorio dell’imprenditoria femminile di Unioncamere sembrano comprovare un riscatto effettivo del ruolo delle donne nell’economia e nella società italiane, evidenziando, in particolare, la forza effettiva del loro voler fare impresa. Lo stesso Monti, del resto, ha fatto più volte riferimento, nei suoi discorsi di insediamento, alle donne, viste come reale motore del Paese. Vediamo di seguito qualche cifra significativa.

1.435.716: questa, secondo Unioncamere, la “quota rosa” complessiva dell’imprenditoria italiana nel terzo trimestre 2011, pari al 23,4% del totale aziende (6.134.117) e contro una quota di imprese a conduzione maschile di 4.698.401 unità. Le concentrazioni maggiori, in termini assoluti, si registrano in Lombardia (193.903 imprese, pari al 13,5% del totale imprese rosa), in Campania (149.471, cioè il 10,4%), in Lazio (143.012, 10,0%), Sicilia (115.404, 8,0%), Piemonte (112.555, 7,8%), Veneto (110.447, pari al 7,7%) ,Toscana (100.351, 7,0%) ed Emilia Romagna (98.551, cioè 6,9%).

Consideriamo ora la questione in termini di variazioni temporali dei dati.
Alla fine di settembre 2011 le imprese femminili sarebbero aumentate di quasi 9 mila (precisamente 8.814) unità rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, segnando un incremento di 0,6 punti percentuali; per comprendere l’ampiezza del dato è sufficiente confrontarlo con quello riferito alle nuove imprese maschili sorte, pari a 9.980 unità, in aumento di 0,2 punti percentuali nel periodo considerato. Su un saldo totale di nuove imprese registrate alle Camere di commercio tra settembre 2010 e settembre 2011 pari a 18.794 (+0,3% rispetto al 2010), le nuove realtà femminili rappresentano, allora, una fetta piuttosto consistente, il 47%.
Si sottolinea, poi, la maggiore dinamicità della componente imprenditoriale femminile, con quindici regioni che registrano variazioni positive, delle quali nove superiori alla media: solo Basilicata (-1,4% e -245 imprese feminili), Molise (-1,1% e -117 imprese), Valle D’Aosta (-1,1%, con -39 realtà), Sicilia (-0,4% e -479 aziende) e Liguria (-0,1%, con -51 imprese) sembrano aver risentito della crisi, presentando percentuali di decremento rispetto al 2010.
Le risalite maggiori per l’imprenditoria rosa dell’ultimo anno si sono manifestate soprattutto in Lazio, con un +1,4% di nuove realtà, pari, in termini assoluti, a 1.934 unità; seguono Umbria (+1,3%, con 311 nuove imprese), Calabria (+1,2% e 542 aziende) e Veneto (+1,2%, 1.280 nuove entità), con dei segni più che, a differenza del Lazio, sono stati di portata maggiore rispetto all’imprenditoria maschile.
Considerando, invece, le nuove imprese in termini assoluti, sono le regioni a più diffusa presenza di imprese a collocarsi in cima alla classifica; seguono, allora, il Lazio: la Lombardia (+1.411 pari al +0,7%), il Veneto, la Toscana (+1.080, pari a +1,1%) e l’Emilia Romagna (+1.054, +1,1%).

Restringendo la prospettiva alla dimensione provinciale, le variazioni positive più rilevanti stimate nel terzo trimestre 2011 rispetto al 2010 si sono avute a Prato (8.401 imprese nel 2011, contro le 8.163 nel 2010, con un +2,9%), Monza e Brianza (14.350 contro 13.950, pari a +2,9%), Fermo (5.364 contro 5.223, +2,7%), Messina (13.874 contro 13.512, +2,7%) e Arezzo (9.230 contro 9.041, +2,1%). 29, invece, di cui 13 collocate nel Mezzogiorno, le province in cui si registra una riduzione delle imprese a conduzione rosa: le contrazioni maggiori in termini percentuali si hanno a Caltanissetta (-5,7%), seguita da Avellino (-3,2%), Trapani (-2,8%), Vibo Valentia (-2,8%) e Lodi e Palermo (entrambe -2,4%).
Tuttavia “il Mezzogiorno – ci dice Unioncamere – si conferma comunque il territorio con i valori più elevati di femminilizzazione del tessuto imprenditoriale”, intendendo con il termine “femminilizzazione”, “il peso relativo delle imprese femminili sul totale” del tessuto economico. Il tasso maggiore si registra in Molise (30,1%), seguito da Basilicata (27,8%), Abruzzo (27,7%) e Campania (26,9%). Al di fuori del Sud, la regione più femminile è l’Umbria (26%), mentre il primato tra le regioni settentrionali è detenuto dalla Liguria (24,6%).

Unioncamere ha inteso evidenziare anche le variazioni riportate, nell’intervallo temporale che va da settembre 2010 a settembre 2011, in termini di struttura delle imprese a conduzione femminile: ciò che salta all’occhio è il forte trend di aumento delle società di capitali (registrano un +4,1%, contro un +3,0% rilevato per le imprese maschili), mentre salgono di soli 0,2 punti percentuali le impresa individuale (a fronte di un – 0,3% per le imprese maschili), che rimangono comunque la forma giuridica più utilizzata in termini assoluti dalle imprenditrici italiane (60,4% di tutte le iniziative guidate da donne). Calano, invece, le società di persone (-0,7%, contro -2,2% per imprese maschili).

Infine l’analisi si è dedicata ai settori economici interessati dalle quote rosa. Si sottolineano, in questo senso, due tendenze dal segno opposto: da una parte il rafforzamento di compartimenti tradizionalmente appannaggio del mondo femminile, come quello dell’Istruzione (+462 imprese tra 2010 e 2011, pari ad un +6%), quello della Sanità e Assistenza sociale (+571, +4,3%), quello delle Attività artistiche e di intrattenimento (+554, +3,3%), infine quello delle Attività professionali, scientifiche e tecniche (+1.320 unità, cioè +3.2%). Il commercio, di solida padronanza femminile, registra, invece, solo un leggero +0,1%, con 313 nuove aziende, anche se – bisogna sottolinearlo – il dato riflette l’attuale difficile congiuntura economica; allo stesso modo perde punti anche un altro settore tipicamente rosa, l’agricoltura (-6.441 unità, pari a -2,5%), che, tuttavia, mostra da tempo, complesso considerato, un andamento in negativo.
La seconda tendenza rilevata è la lenta ma costante diffusione della componente rosa in settori a tradizionale vocazione maschile: nelle Costruzioni (1.722 nuove imprese, cioè +2,7%) e nel trasporto e magazzinaggio (+358 realtà, +1,8%).
I dati evidenziati sono stati presentati in occasione dell’avvio del “Giro d’Italia delle donne che fanno impresa”, un’iniziativa promossa da Unioncamere assieme alle Camere di commercio e ai Comitati per l’imprenditoria femminile, con l’intento di creare uno spazio di riflessione, nuove opportunità e progetti di sviluppo economico e sociale: la prima delle sette tappe lungo le quali si svolgerà il “Giro” è stata Macerata, il 14 novembre scorso (Arezzo, Vicenza, Ferrara, Avellino, Reggio Calabria e Aosta sono le altre sedi).
Oggi più che mai – ha dichiarato il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanelloa queste imprenditrici occorre guardare con grande attenzione, sostenendole nel loro percorso di rafforzamento. Il loro impegno è una grande risorsa sulla quale il Paese può scommettere per riprendere, dopo la bufera di questi mesi, la via dello sviluppo”.
A ben vedere, questi stessi dati diffusi da Unioncamere si collocano in controtendenza rispetto agli alti livelli di disoccupazione femminile evidenziati, all’incirca un mese fa, dall’Osservatorio sull’imprenditoria femminile curato dall’Ufficio studi di Confartigianato. In quell’occasioni le stime sono state, infatti, tutt’altro che incoraggianti, con un tasso di inattività delle donne italiane pari al 48,9%, contro una media europea del 35,5%: “in pratica – rileva Confartigianato – siamo in ritardo di 23 anni rispetto all’Europa”, visto che “il nostro attuale tasso di inattività delle donne è uguale a quello registrato nel 1987 dai Paesi dell’allora Comunità europea”.
La disoccupazione femminile sembra essere maggiore nel Mezzogiorno: a livello regionale, si evidenzia un record di inattività per la Campania, la quale, con il 68,9%, fa registrare il più alto tasso tra le 271 regioni europee. Sul lato opposto si colloca, invece, la Provincia autonoma di Bolzano, con un tasso del 34,9%.
A livello provinciale è Napoli a segnare un primato in negativo, con un 72,4%, mentre a Ravenna si registra la percentuale più bassa (30,7%).

La causa principale della complessa situazione italiana viene identificate nel “basso investimento in quei servizi di welfare che dovrebbero favorire la conciliazione tra attività professionali e cura della famiglia”; siamo, infatti, al 23° posto per interventi statali rivolti a famiglia e maternità, con il solo 1,3% del PIL destinato a tale scopo, pari a 320 euro ad abitante, cioè 203 euro in meno rispetto alla media europea; si pensi, ad esempio, che in Germania gli investimenti per famiglia e maternità corrispondono al 2,8% del PIL, in Francia al 2,5% e lo scarto si rafforza nel confronto con i Paesi del Nord Europa: in Danimarca la percentuale sul PIL è del 3,8%, in Irlanda del 3,1%, in Finlandia e Svezia è del 3%.
Altre motivazioni all’esclusione delle donne italiane dal mercato del lavoro vengono identificare nella “carenza di servizi pubblici per l’infanzia (asili nido, micronidi o servizi integrativi)”, utilizzati dal solo 12,5% della popolazione, e nella insufficienza di “servizi di cura e assistenza agli anziani” (appena il 4,3% del totale degli individui con almeno 65 anni è trattato in assistenza domiciliare integrata, ADI).
Sono queste, allora, alcune delle più importanti sfide con le quali la nuova formazione “tecnica” di governo dovrà confrontarsi nei prossimi mesi, con la speranza che sappia cogliere realmente l’importanza fondamentale di questa forza colorata (non solo di rosa, ci terrei a sottolineare) in costante ascesa. Misure concrete, dunque, per una voglia di impresa che si è dimostrata altrettanto concreta e potenzialmente fruttuosa per il benessere economico complessivo del Paese.

Pubblicato su: PMI-dome

Le Costruzioni del Nord Africa

Gli aspetti principali di un mercato in crescita dopo la Primavera araba. Ma quali opportunità ci sono per le imprese italiane?

Le molte sommosse e rivoluzioni che nei mesi scorsi hanno coinvolto i paesi protagonisti della cosiddetta “Primavera araba” non sono servite ad eliminare le prospettive dal segno positivo per il futuro economico di alcuni tra quei paesi; rivela un’indagine condotta da Unioncamere e Cresme Ricerche come, con riferimento al mercato delle costruzioni, l’area del Nord Africa sia destinata a conoscere, nel corso del prossimo anno, una crescita straordinaria del 5%, esercitando, di conseguenza, un influsso positivo nei confronti di tutte quelle imprese italiane che guardino a queste zone motivate da interessi e aspirazioni di natura commerciale.

Appena qualche settimana fa, nel corso del Made expo 2011, Federcostruzioni presentava il suo secondo Rapporto sul Sistema italiano delle costruzioni, sottolineando il permanere, nel 2010 e con riferimento al nostro mercato interno, di “una situazione di forte crisi che, secondo le valutazioni dell’Ance proseguirà anche nel 2011 e nel 2012”; tra le cause rilevate: il basso livello della domanda privata, la progressiva riduzione delle risorse pubbliche per nuovi investimenti, la stretta creditizia operata dagli istituti bancari e i forti ritardi nei pagamenti alle imprese, da parte delle amministrazioni pubbliche, per lavori eseguiti.

A sorreggere il mercato, tuttavia, sembrano essere intervenute le esportazioni, alle quali è stato destinato mediamente il 35% del valore della produzione nei settori collegati alle costruzioni: “se si esclude il settore delle costruzioni in senso stretto, che per definizione produce esclusivamente per il territorio nazionale, gli altri settori del sistema italiano delle costruzioni mostrano una forte propensione all’export”. A spingere verso tale tendenza è stato innanzitutto il settore delle piastrelle e ceramica sanitaria, con una percentuale di destinazione esterna pari al 72% dell’intera produzione; a seguire, la produzione di macchine per il movimento terra, con una propensione del 61% nel 2010, in rialzo rispetto al 58% individuato nel 2009; poi il comparto delle tecnologie meccaniche per le costruzioni (dal 49% al 51%), l’elettronica per l’edilizia (dal 37% al 38%), il settore del legno e dell’arredamento (dal 35% al 36%), la siderurgia (33%), i servizi di ingegneria, architettura, analisi e consulenza tecnica (28%), il settore della chimica per l’edilizia (22%), i prodotti vetrari (15%), il settore stradale e del bitume (13%), la filiera del cemento e del calcestruzzo (3%), i laterizi (1%) e, infine, il commercio macchine per il movimento terra, da cantiere e per l’edilizia (0%).

Ecco, allora, che la prospettiva delineata da Unioncamere e Cresme sembra quasi proseguire idealmente il filone dell’indagine di Federcostruzioni e offrire un’alternativa commerciale alle imprese italiane che operino nel settore delle costruzioni.

I tempi di crisi, si sa, impongono la ricerca di nuove opportunità legate alle trasformazioni in corso e sono proprio le imprese che si dimostrano capaci di cogliere tali opportunità – penetrando in mercati e settori dalle forti potenzialità ancora parzialmente o quasi totalmente inespresse – che usciranno meno indebolite dalla difficile situazione attuale.

Una piccola premessa: come evidenzia uno studio realizzato dall’Area Research della Banca Monte dei Paschi di Siena – attraverso il quale si è cercato di analizzare “l’impatto che le turbolenze politiche hanno avuto sui sistemi bancari locali e come stia proseguendo il processo di bancarizzazione” – dopo una crescita del 3,8% del PIL nordafricano nel 2010, le previsioni per il PIL 2011 sono di una modesta crescita per Tunisia (+0% rispetto al +3,1% del 2010) ed Egitto (+1,2% rispetto al +5,1% del 2010) e di un calo a doppia cifra per la Libia. Algeria e Marocco, scosse in misura inferiore dal movimento rivoluzionario, dovrebbero attestarsi su una crescita di circa i4 punti percentuali, in linea con il 2010.

Veniamo ai dati dell’indagine Unioncamere-Cresme: complessivamente considerate, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco ed Egitto hanno conosciuto un incremento annuo medio (a valori costanti) degli investimenti in edilizia pari al 5,6%, nell’intervallo temporale compreso tra il 2000 e il 2009; il valore totale di questo mercato è giunto nel 2010 quota 57 miliardi di euro, dei quali ben 48 miliardi (la quasi totalità) sono riferiti a nuove costruzioni e il cui valore è pari quasi quanto l’intero mercato del nuovo in Italia (intorno ai 63 miliardi).

A causa della crisi, nel 2009, si è registrata in Occidente una contrazione, talvolta fino al 15-20%, degli investimenti e, allo stesso modo, anche il Nord Africa (a esclusione della Libia) ha conosciuto, a partire dall’inizio del 2010, una forte riduzione del proprio mercato (-0,9% negli investimenti complessivi in costruzioni: -1,3% in Algeria, -5,0% in Egitto, +5,5% in Marocco, -1,2% in Tunisia).

L’incertezza politica lamentata con particolare forza nell’anno in corso avrà, poi, conseguenze negative sul comparto costruzioni ancor più marcate, con la previsioni di una riduzione dell’1,4% dell’ammontare complessivo di investimenti nel 2011.

Grazie, tuttavia, al graduale stabilizzarsi della situazione economica, il 2012 pare sarà caratterizzato da una ripresa della crescita a ritmi simili a quelli registrati nel periodo precedente alla crisi: le stime parlano di un aumento complessivo annuale degli investimenti in costruzioni pari al 4,9% nel 2012 (così suddiviso: +7,1% in Algeria, +2,5% in Egitto, +4,7% in Marocco e +3,2% in Tunisia), al 4,7% nel 2013 (+ 4,2% in Algeria, +4,8% in Egitto, +5,7% in Marocco e +4,1% in Tunisia), al 5,1% nel 2014 (+3,8% in Algeria, +6,7% in Egitto, +5,8% in Marocco, +4,3% in Tunisia).

Nel 2007 gli investimenti pro-capite sono stati superiori ai 600 euro, quota che sale ai 680 euro nel 2009, per poi riscendere ai 650 euro nel 2010 (comunque 158 euro a persona in più rispetto al 2000): lo scarto evidente con gli standard occidentali (dove le stime parlano di circa 2.000 euro pro-capite) lascia intendere quanto elevati siano i potenziali margini di crescita per il settore.

Nel Nord Africa si sono concentrati anche molti investimenti esteri diretti, registrando il passaggio dai 3 miliardi del 2000 ai 13 miliardi di euro nel 2009.

Nonostante la crisi, risultano pressoché raddoppiate le importazioni tra il 2000 (quando raggiungevano i 75 miliardi di euro) e il 2009 (arrivavano a 152 miliardi di euro), e, nello stesso intervallo temporale, sono risultate in crescita anche le esportazioni (passate da 81 a 125 miliardi di euro).

Nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010, l’economia nordafricana è salita di quasi 55 punti percentuali in termini di Pil reale e di 30 punti percentuali in termini di ricchezza pro-capite.

La popolazione attuale, ancora molto “giovane”, è di oltre 163 milioni di persone e gli analisti evidenziano il trend di un vero e proprio boom anagrafico, trend che potrebbe condurre tra quattro anni al superamento dei 177 milioni di persone.

Il peso del turismo è oggi maggiore del 4% del Pil (pari a 17 miliardi di euro nel 2008), con un percentuale che supera – giusto per rendere l’idea – quella riferita al contesto italiano, a quello spagnolo e a quello francese. La crescita stimata è del 9% tra il 2005 e il 2008 e le prospettive sembrano essere notevolmente positive, grazie al probabile incremento dei flussi turistici ad opera dei Paesi emergenti quali Cina, India e Russia. Non bisogna dimenticare, tuttavia, come gli effetti della “Primavera araba” siano stati avvertiti anche in questo settore così strategico: se per Egitto e Tunisia rappresenta addirittura il 10% del PIL, dall’inizio del 2011 esso ha visto crollare gli arrivi del 40% per l’Egitto ed in misura più significativa per la Tunisia, come evidenzia lo studio della Banca Monte dei Paschi di Siena.

Unioncamere e Cresme hanno, poi, concentrato la propria attenzione sulle prospettive del mercato delle costruzioni in Libia, teatro delle più recenti sommosse: dopo il brusco arretramento registrato negli ultimi due anni, pare che, a partire dal 2012, il settore conoscerà un intenso rilancio, con investimenti vicini ai 4 miliardi di euro, dovuto primariamente alla progressiva stabilizzazione e democratizzazione del Paese. Il governo, scosso dalle distruzioni portate dalle lotte armate, dovrà, procedere alla ricostruzione di vaste aree e si presume continuerà nell’operazione d’infrastrutturazione avviata dal precedente apparato dirigente.

Veniamo ai numeri: prima dello scoppio della guerra, il reparto costruzioni complessivamente considerato valeva, in termini di investimenti, più di 5 miliardi di euro (più precisamente: 5,1 miliardi nel 2007, 5,6 miliardi nel 2008, 6,7 miliardi nel 2009 e 5,3 miliardi nel 2010). Scomponendo gli investimenti in maniera più dettagliata, le stime parlano di: un settore residenziale valutato 1,2 miliardi di euro nel 2007, nel 2008 e nel 2010 e 1,6 miliardi nel 2009 (anno d’oro per il mercato delle costruzioni in Libia); un settore delle infrastrutture che coinvolge quasi la metà dell’intero mercato costruzioni, con investimenti che da 1,9 miliardi nel 2007 sono passati a 3,0 miliardi nel 2008, addirittura 3,2 miliardi nel 2009 e 2,3 miliardi nel 2010; infine il settore del non residenziale che valeva 2,1 miliardi nel 2007, 1,3 miliardi nel 2008, 1,9 nel 2009 e 1,7 nel 2010.

In dieci anni (tra 2000 e 2010) gli investimenti in opere pubbliche sono stati di entità pari a circa 26 miliardi di euro, corrispondenti a più di 5.500 Euro pro-capite (a parità di potere d’acquisto), dunque – ci dicono Unioncamere e Cresme –  quasi il doppio rispetto alla media mondiale.

La difficile situazione dell’anno in corso ha più che dimezzato il valore del mercato costruzioni, tuttavia le previsioni vedono un ritorno, entro due o tre anni, ai livelli precedenti la crisi: gli investimenti coinvolgeranno primariamente le attività di nuova costruzione, nel settore residenziale e dell’ingegneria civile. Stando alle stime, si passerà dai 3,8 miliardi di Euro impiegati nel 2012 (così suddivisi: 0,9 miliardi nel settore residenziale, con un incremento dell’82,7% rispetto all’anno precedente; 1,9 miliardi nelle infrastrutture, con un +77,8% annuale; 1 miliardo nel non residenziale, pari ad un +81,6%) ai 3,9 miliardi investiti nel 2013 (0,9 miliardi nel residenziale, 1,9 miliardi nelle infrastrutture e 1,1 miliardi nel non residenziale), ai 4,1 miliardi nel 2014 (1 miliardo nel residenziale, 2 miliardi nelle infrastrutture e 1,1 miliardo nel non residenziale) e alla stessa cifra spesa anche nel 2015 (suddivisione per settori uguale all’anno precedente).

I segnali per uno sviluppo, quindi, l’abbiam visto, ci sono: si tratta di uno sviluppo non solo economico, ma anche sociale, per un contesto in cui anche le imprese italiane hanno giocato e potrebbero giocare una parte tutt’altro che marginale.

Oggi l’Africa non rappresenta più un grande bacino di risorse naturali al quale attingere per sostenere il proprio sviluppo economico, ma un potenziale mercato di sbocco per le esportazioni italiane, soprattutto per quelle riferite ai settori tipici del made in Italy.

Pubblicazione: PMI-dome

Le professioni e i titoli di studio più richiesti dalle imprese

Il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro ha indagato sui profili professionali considerati “introvabili” dalle aziende italiane e sul grado di formazione maggiormente richiesto

Cosa vuoi fare da grande? Quando porrete questa domanda ai vostri figli, auguratevi che la risposta sia idraulico, farmacista, sviluppatore software, progettista meccanico, operatore di mensa, tornitore.

Sono queste, infatti, alcune delle professioni che, stando al Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, risulterebbero “introvabili” nel contesto economico italiano: su un totale di 595 mila assunzioni non stagionali previste dalle imprese entro la fine del 2011, sono quasi 117 mila (il 19,7%) quelle considerate di difficile reperimento dal totale delle imprese dell’industria e dei servizi e, tra queste, sono 28.540 quelle richieste dalle sole aziende artigiane.

“La delicatezza del contesto economico – sottolinea il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello – mette ulteriormente in luce il difficile incontro tra domanda e offerta di lavoro: il lavoro viene offerto dalle imprese ma queste ultime hanno talvolta, e soprattutto per alcune professioni, grandissima difficoltà a trovare il candidato con i requisiti giusti”.

Tuttavia quel 19,7% riferito alle professioni considerate “introvabili” non sembra costituire di per sé una grande novità nel contesto italiano, poiché fa, al contrario, riferimento ad una tendenza in sensibile decrescita rispetto al 2010, quando la percentuale era del 26,7%.

Come considerazione generale, si può dire che le maggiori difficoltà si incontrano, da un lato, per le professioni high skill intellettuali, scientifiche e tecniche, dall’altro, quelle operaie, specializzate e non, e quelle qualificate nelle attività commerciali e nei servizi.

Una simile tendenza viene spiegata da Unioncamere come la conseguenza, nel primo caso, della “richiesta di competenze specifiche legate all’esperienza on the job” o, talvolta, come effetto di una “oggettiva carenza di offerta”; nel secondo caso, la carenza dell’offerta viene spiegata “dal fatto che si tratta di profili professionali ritenuti meno gratificanti, o che vengono intrapresi con una buona dose di improvvisazione che non è certamente garanzia di  qualità nell’offerta del servizio o del prodotto”.

Le professioni prese in considerazione dall’indagine sono quelle che hanno conosciuto nel 2011 almeno mille assunzioni e difficoltà di reperimento superiori alla media. I profili che rispondono a tali requisiti risultano essere 59, distinti tra high skill, medium skill e low skill.

Per quanto riguarda la prima categoria, le professioni più ricercate sono: farmacisti (circa 600 gli introvabili, pari al 36,5% sul totale di 1640 assunzioni previste soprattutto in Lombarida), gli sviluppatori di software (1.000 introvabili, pari al 33,6% delle 2.900 assunzioni, previste prevalentemente nel Lazio), i progettisti meccanici (570, pari al 31,6% delle 1.820 assunzioni totali da registrare soprattutto in Emilia Romagna) e metalmeccanici (510 su 1.410 assunzioni totali, cioè il 35,9%), gli infermieri (1.620 su 4.710, pari al 34,4%) e gli addetti alla consulenza fiscale (370 su 1.080, dunque il 34,2%).
Con riferimento, invece, al livello medio di qualificazione richiesta, le figure professionali considerate più introvabili sono: addetti alla reception (4 su 10 sono difficili da reperire, pari 610 su 1.620 assunzioni, il 38%, previste soprattutto in Lombardia), operatori di mensa (3.070, pari al 50,1% delle 6.130 assunzioni totali), addetti alle vendite specializzate (1.070 su 2.180 assunzioni, pari al 49%); si sente, inoltre, la carenza, secondo le imprese, di molte figure operaie qualificate, come l’installatore di impianti termici (760 su 1.130, pari al 67,5%, percentuale che raggiunge il culmine del 100% in Veneto), installatore di impianti idraulici (650 su 1.130, cioè il 57,5%), il termoidraulico (il 50,6%, quindi 980 su 1.940) e il montatore di macchinari industriali (470 su 1.160, cioè il 40%), il carpentiere in metallo (difficili da reperire sono 1.270 su 3.280, il 38,7%).

Per i profili professionali a più bassa qualifica, le imprese lamentano le difficoltà a raggiungere tornitori (1.210 su 2.660, pari al 45,7%), autisti di pullman (470 su 1.360, cioè il 34,4%) e cucitori di macchine per abbigliamento (420 su 1.240 ricercati).

Infine, sui profili low skill, le imprese lamentano l’irreperibilità di tornitori (circa 1.200 su 2.700 sono difficili da trovare), autisti di pullman (470 su 1.360) e cucitori di macchine per abbigliamento (34%, cioè 420 su 1.240 ricercati).
Ristringiamo l’analisi e cerchiamo, ora, di capire quali siano le figure ricercate con maggiori difficoltà dalle sole imprese artigiane: copritetti (95,8% le unità introvabili, cioè 590 su 610, a causa esclusivamente dell’inadeguatezza professionale dei candidati e non della mancanza di offerta), pavimentatori (440 su 600 gli introvabili, pari al 73,6%, per il 54,3% dei casi la motivazione è l’inadeguatezza dei candidati, per il 19,3% alla mancanza di candidati), valigiai e borsettieri (340 su 610, il 56,2%), fabbri e lingottai (440 su 970, 45,6%).

In termini assoluti, comunque, sono soprattutto parrucchieri ed estetisti, idraulici e posatori di tubazioni idrauliche e del gas le figure maggiormente difficili da recuperare: nel primo caso sono 2.190 le assunzioni difficili su un totale di 5.940 previste, con una ricerca stimata di quasi sei mesi; nel secondo caso sono 2.170 su 5.340, con addirittura 12 mesi di ricerca.

Con riferimento al titolo richiesto, quelle 595 mila assunzioni non stagionali previste entro la fine del 2011 – dicono altre stime del Sistema informativo Excelsior – verranno così ripartite: oltre 74 mila laureati, 244 mila diplomati e 80 mila persone con la qualifica professionale, 196 mila candidati con la sola scuola dell’obbligo.

Dai dati raccolti può essere in parte delineata la dinamica del mercato lavorativo italiano, che vede un aumento (stimato in 16 mila unità) della domanda di qualifiche professionali e un incremento in termini assoluti della richiesta di diplomati e, ancor più, di laureati. Nonostante quest’ultimo, tuttavia, la percentuale di richiesta rimane identica a quella dell’anno scorso (12,5% del totale di assunzioni non stagionali), con riferimento ai “dottori”, e un tantino inferiore (41%, contro 44% nel 2010), con riferimento ai diplomati.

Più in particolare, poi, la domanda di lavoro per chi ha conseguito una laurea aumenta di oltre 5.300 unità (su una domanda complessiva che ha visto un aumento di 43 mila assunzioni non stagionali) rispetto al 2010 e la laurea più apprezzata si conferma, ormai da due anni, quella in Economia (30%, con 22 mila assunzioni previste, delle quali il 48% circa sono riservate a giovani in uscita dal sistema formativo), seguita da quella in ingegneria elettronica e dell’informazione (oltre 9 mila assunzioni non stagionali in programma) e, infine, da quelle riferite al settore sanitario e paramedico, che, con quasi 7 mila unità da integrare entro l’anno, si presenta sempre molto ricercato.

Ad ogni modo è il profilo del diplomato a confermarsi il più richiesto dalle imprese italiane, con un aumento di 1.500 unità rispetto allo scorso anno; l’indirizzo prediletto è quello amministrativo e commerciale (oltre 68 mila, pari al 28% delle 244 mila assunzioni di diplomati previste), seguito da quello meccanico (25 mila) e quello turistico alberghiero (oltre 11 mila). In media le imprese hanno intenzione di destinare quasi il 46% dei posti di lavoro disponibili a neo-diplomati, quota che raggiunge il 55% con riferimento al settore turistico-alberghiero.

Le richieste di qualifiche professionali sono quasi 16 mila in più rispetto al 2010, con un incremento di due punti percentuali (13,5% nel 2011, contro l’11,7% nel 2010) dell’incidenza sul totale delle assunzioni non stagionali previste; gli indirizzi più richiesti sono quello meccanico, quello socio-sanitario e quello edile. Ridotte le possibilità, in questo senso, per chi ha qualifica professionale ma non ha esperienza di lavoro, assumibile per il solo 38,3% dei casi.
Nonostante la lamentata crisi economica, nonostante le conseguenti difficoltà a trovar lavoro da parte di molti giovani e meno giovani, sono, inoltre, considerati introvabili dalle imprese quasi 20 mila laureati, oltre 45 mila diplomati, 17 mila qualifiche professionali e 34.500 persone prive di formazione specifica. Questo perché – sottolinea Unioncamere – “i candidati al posto di lavoro sono pochi o inadeguati per la loro preparazione scolastica o, più in generale, per le competenze possedute”.

La maggior difficoltà di reperimento, sempre con riferimento al grado di istruzione, viene lamentata dalle imprese per la figura del laureato, considerato introvabile per il 26,1% (quota che sale al 27,3% per il titolo specialistico) e per quella del diplomato che abbia conseguito una specializzazione (sempre 26,1%).

Un’esperienza pregressa, già acquisita dal candidato, è richiesta dal 56,5% delle assunzioni programmate nel 2011, percentuale che arriva al 64% per i laureati e al 66,3% per le qualifiche professionali.

Si assottiglia, dunque, la disponibilità delle imprese ad assumere quanti si affaccino per la prima volta sul mercato del lavoro, poiché “rispetto agli ultimi due anni, le imprese prevedono oggi di assumere in numero maggiore soprattutto figure operaie e impiegatizie a più elevata specializzazione, nella cui individuazione per le aziende è fondamentale l’esperienza acquisita in precedenti esperienze lavorative”.

L’analisi di Unioncamere, dimostra, dunque, come un’istruzione plasmata sulle specifiche esigenze delle imprese sia la via migliore che i giovani possono percorrere per trovare lavoro. Certo nella scelta della destinazione formativa devono rientrare considerazioni che vanno oltre la mera aderenza a criteri utilitaristici, considerazioni che riguardino, ad esempio, la motivazione e l’inclinazione personale dello studente; tuttavia non si può chiudere gli occhi di fronte a simili stime, specialmente se si considera il periodo particolarmente buio dal punto di vista occupazionale, e certo genitori ed educatori dovrebbero saper orientare i propri figli o studenti in tal senso, rispettandone comunque le volontà e le predisposizioni. A questo si dovrebbe accompagnare un percorso duplice di arricchimento formativo, non solo teorico, quindi, ma anche pratico, che permetta al giovane di attualizzare le proprie conoscenze in un contesto reale e non solo fittizio: “sempre più preziosa, quindi, diventa – evidenzia ancora Dardanello – la possibilità di integrare meglio il momento della formazione scolastica e universitaria con quello della formazione sul lavoro, valorizzando quindi tutte quelle modalità che consentano di avvicinare i giovani alla realtà delle imprese, attraverso, ad esempio, percorsi di alternanza scuola-lavoro, stage e tirocini formativi”.

Pubblicato su: PMI-dome