Venture capital in Italia: un mercato dinamico e in crescita

Ecco il profilo degli investimenti early stage realizzati nel 2011: 43 nuove operazioni (+ 40% sul 2010), soprattutto in Lombardia e nel settore dell’ICT

Il processo di sviluppo economico di un Paese passa anche attraverso politiche e iniziative capaci di creare un mercato del credito sano e vivace, dove sia reso agevole il momento di incontro tra domanda e offerta. Permettere alle imprese, soprattutto a quelle piccole e medie, un adeguato accesso al credito rappresenta la base fondamentale per favorire processi di innovazione, crescita e incremento occupazionale all’interno dell’iniziativa aziendale.
Il ricorso a soggetti terzi in grado di offrire il necessario sostegno finanziario rappresenta, allora, per le imprese, un metodo efficace e a volte imprescindibile per gestire alcuni passaggi critici del proprio ciclo di vita. Il sistema bancario fatica, infatti, a finanziare, in questo preciso momento storico, attività ad alto contenuto immateriale, per questo sempre più importante diventa l’attività degli operatori di venture capital, capaci di costruire una nuova via per la ricerca di nuove opportunità di business e per la creazione di valore all’interno dell’impresa.
Recentemente il comparto del venture capital ha manifestato la propria vitalità e dinamicità, pur essendo ancora lontano da certi modelli europei, sintomo di una logica economica lontana da movimenti esclusivamente speculativi e votata piuttosto alla crescita attraverso la sperimentazione.
A confermare questa tendenza è la quarta edizione del rapporto di ricerca stilato dall’osservatorio Venture Capital Monitor (VeM) attivo presso la LIUC – Università Cattaneo di Castellanza, presentato lo scorso 16 luglio a Milano. Lo studio – realizzato in collaborazione con AIFI, Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital, con lo studio legale Bird & Bird e grazie al contributo di SICI – Sviluppo Imprese Centro Italia SGR e di Dedalus SpA – vuole rappresentare un utile strumento per l’analisi approfondita delle dinamiche che hanno interessato il mercato del venture capital nel corso del 2011.
Coloro che scelgono di compiere degli investimenti in capitale di rischio, possono farlo nella fase iniziale di creazione dell’azienda (early stage) oppure in un secondo momento (later stage), quando l’azienda è già attiva ma necessita di risorse per espandersi, o quando l’azienda si trova in fase di ristrutturazione aziendale, o è pronta a fare delle acquisizioni. Alla fase di avvio viene ricondotta l’attività propriamente detta di venture capital, mentre quelle di sviluppo e cambiamento aziendale rientrano nel segmento del private equity.
Nel report appena diffuso sono stati in particolare presi in considerazione i soli investimenti “initial” realizzati da investitori istituzionali nel capitale di rischio di matrice privata, classificabili come operazioni di early stage (seed capital e start-up). Esclusi, dunque, dalla rilevazione gli investimenti rientranti nel segmento del later stage (expansion, buy out, replacement e turnaround), oggetto di monitoraggio continuo da parte dell’Osservatorio Private Equity Monitor (PEM).
Il peso che il venture capital ha avuto sull’intero comparto del capitale di rischio italiano risulta, con riferimento al 2011, in crescita: il rapporto ci dice che sono state 43 le nuove operazioni di investimento realizzate nel segmento dell’early stage, contro le 85 operazioni evidenziate dall’osservatorio PEM nel later stage, il che significa che il segmento del venture ha rappresentato, per la prima volta dopo molti anni, oltre un terzo dell’intero mercato (43 su 128 deals totali).
Le 43 operazioni concluse nel 2011 segnano un incremento in termini assoluti di 40 punti percentuali sul 2010 (quando le operazioni realizzate erano state 31) e di oltre 100 punti percentuali sul 2009 (20 deals).
Rispetto alle 43 società target, gli investitori attivi in Italia nel 2011 sono stati complessivamente 23, per un totale di 55 investimenti: in media ciascun operatore ha quindi posto in essere 2,4 investimenti, in forte incremento rispetto agli scorsi anni.
Si è determinato di conseguenza un maggior grado di concentrazione degli investimenti, dato che il 53% degli stessi sono riconducibili ai primi 6 operatori, contro i 9 del 2010 e in linea con i 5 del 2009. Circa un quinto delle operazioni realizzate nel 2011 vede, inoltre, la contemporanea partecipazione di due o più investitori nella medesima società target.
Estrema concentrazione delle operazioni anche a livello geografico: Lombardia e Toscana hanno insieme rappresentato quasi il 50% dell’intero mercato (28% la prima e 21% la seconda). Crescono gli investimenti nel Sud Italia, che arrivano ora a rappresentare il 30% del mercato, contro il 16% del 2010 e il 15% el 2009.
Si conferma la propensione dei venture capitalists ad acquisire partecipazioni significative, ma comunque di minoranza (in media la quota è del 40%). Per l’acquisto di tale partecipazione tuttavia ciascun operatore ha impiegato in media 1 milione di Euro, importo più che dimezzando l’importo del 2010 (2,7 milioni di Euro). Si fa ricondurre tale fenomeno all’aumento, rispetto al passato, degli investimenti in seed capital (quelli cioè funzionali allo sviluppo dell’idea stessa di business, prima ancora che l’azienda nasca): questi hanno riguardato 19 delle operazioni rilevate (pari al 44%), contro le 24 riconducibili alla categoria start-up (56%).
Con riferimento alla deal origination, il 2011 segna un incremento delle iniziative a carattere privato, le quali tornano – dopo un 2010 in decrescita – a rappresentare la quasi totalità del mercato (80%). Seguono gli spin-off universitari (15%) e gli spin-off di matrice corporate (5%), il cui peso è, in entrambi i casi, in calo sul 2010 (quando costituivano rispettivamente il 25% e il 10%).
Per quanto riguarda i settori d’intervento, i 2011 ha visto un nuovo rilancio per l’ICT (40%), in particolare per le iniziative legate alle web e mobile applications (soprattutto quelle riguardanti selezione e segnalazione di offerte su beni di consumo), dopo un 2010 in cui l’ICT sembrava aver perso appeal. Per contro si ridimensionano proprio quei settori predominanti del 2010, cleantech, biofarma e sanità. Il comparto dei beni industriali conquista poi il 15% del mercato, dunque il venture capital comincia a vedere nell’eccellenza manifatturiera nazionale nuove opportunità d’investimento. Seguono cleantech, bio farmaceutico e sanità (tutti con il 9%) e il terziario (7%).
Con riferimento alle dimensioni delle società target, l’ammontare di ricavi (in base all’ultimo bilancio disponibile) risulta pari a circa 1,5 milioni di euro, inferiori rispetto ai 2 milioni di euro del 2010. Il numero di dipendenti delle aziende target è in media pari a 11. Le società target hanno in media all’attivo 2 anni di operatività prima che l’investitore decida di compiere il suo ingresso nella compagine azionaria (il doppio rispetto al passato).
Il report passa infine ad esaminare le caratteristiche legali delle operazioni di investimento realizzate nel 2011.
Con riferimento alla forma giuridica delle società target, prevalgono le srl (56%), seguite dalle spa (42%). Gli investitori hanno sottoscritto in prevalenza partecipazioni dotate di particolari diritti statutari: le azioni di categoria speciale (in caso di investimenti in società per azioni) o le quote dotate di particolari diritti (in caso di investimenti in società a responsabilità limitata) sono state lo strumento finanziario maggiormente utilizzato (72%). Limitato, invece, il ricorso a strumenti finanziari diversi dalle azioni o dalle quote, quali le obbligazioni convertibili o i finanziamenti convertibili in capitale (7%).
Quasi tutti gli statuti esaminati prevedono alcune protezioni a favore dell’investitore in merito alla governance delle società target: diritto di veto su alcune delibere di carattere straordinario da parte dei soci (quali, modifiche statutarie, operazioni sul capitale, distribuzione di dividendi, nomina degli organi sociali) o del consiglio di amministrazione (approvazione di budget e business plan, attribuzione di deleghe agli amministratori, assunzione e remunerazione di dirigenti, acquisto o cessione di asset aziendali, assunzione di finanziamenti); diritto di nominare uno o più componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale; diritto di ricevere un’informativa periodica sulla situazione patrimoniale, finanziaria e di business della target; infine protezione dagli effetti diluitivi sulla propria partecipazione, in caso di successivi aumenti di capitale effettuati ad un valore inferiore a quello sottoscritto dall’investitore (c.d. antidilution).
Oltre la metà degli statuti prevede il diritto di prelazione per limitare il trasferimento delle partecipazioni detenute dai soci diversi dall’investitore. Frequente è anche l’imposizione di un divieto assoluto al trasferimento per un determinato periodo di tempo (di solito, 2 anni per le quote di società a responsabilità limitata e 5 anni nel caso di società per azioni) e del divieto a costituire vincoli sulle partecipazioni (esempio pegni). In alcuni casi il trasferimento delle partecipazioni deve superare il preventivo gradimento dei soci o degli organi sociali.
Le eventuali controversie vengono disciplinate dagli statuti attraverso il ricorso alla clausola compromissoria che delega la competenza delle stesse a un collegio arbitrale o ad un arbitro unico (nel 71% dei casi) piuttosto che al Tribunale del luogo in cui la società ha sede (29%).
Con riferimento infine alla disciplina dell’exit, due sono le clausole maggiormente presenti negli statuti delle società target. In primis si prevede la co-vendita cioè il diritto per l’investitore di partecipare alla vendita nel caso in cui gli altri soci decidano cedere la propria partecipazione (c.d. tag-along) oppure il diritto di obbligare gli altri soci a vendere la loro partecipazione ad un terzo individuato dall’investitore (c.d. drag along). Molto usata anche la liquidation preference, cioè il diritto riservato all’investitore di ricevere, in forma prioritaria rispetto agli altri soci, un importo pari almeno a quanto investito, in caso di liquidazione o cessione a terzi della target.
Il settore del venture capital rappresenta, in conclusione, una risorsa fondamentale per intraprendere la via della crescita. L’attività del venture capitalist non si esaurisce nel semplice apporto di risorse finanziarie, ma egli mette a disposizione dell’azione aziendale anche il proprio know how manageriale, i propri contatti, le proprie collaborazioni e il proprio prestigio, con ricadute positive anche in termini di immagine per l’azienda target. Il mercato italiano di riferimento presenta ancora grandi potenzialità, “il cui pieno sfruttamento” – sottolinea Innocenzo Cipolletta Presidente di AIFI – “dipenderà, da una parte, dalle capacità degli stessi soggetti che ne compongono l’offerta e la domanda e, dall’altra, dal quadro istituzionale e giuridico che il nostro ordinamento riuscirà a predisporre”.
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Il Brasile: la meta ideale per il Made in Italy

KPMG ha monitorato la presenza imprenditoriale italiana in territorio brasiliano, attualmente in fase di forte sviluppo e rafforzamento economico

“Si è soliti affermare che il Brasile sia il Paese del futuro, e sempre lo sarà. Tuttavia sembra che ora il futuro del Paese sia arrivato. Recentemente definito la ‘prossima superpotenza economica mondiale’, non c’è nulla, neppure una crisi economica mondiale, che possa porre fine alla crescita del Paese”.

Sono le parole con cui KPMG ha presentato un approfondimento tematico – dal titolo “What does it take to win in Brazil?” – sulle possibili strategie e i modelli innovativi per entrare nel mercato brasiliano.

Data la forte stabilità della crescita in Brasile, supportata da uno sviluppo demografico intenso, dall’ascesa della classe media, dalla stabilità finanziaria e dagli acuti investimenti nelle infrastrutture, non stupisce il fatto che molte imprese stiano prendendo in considerazione la possibilità di espandere il proprio business in questa terra e, certo, le ultime stime sembrano dar ragione a simili intuizioni imprenditoriali: si parla, per i prossimi anni, di un aumento annuale del PIL superiore ai 4,6 punti percentuali, inoltre il Brasile rappresenta la settima economia mondiale, le fluttuazioni del tasso di cambio del real e l’inflazione sono sotto controllo da oltre dieci anni.

Negli ultimi tre anni, 45 milioni di brasiliani si sono spostati nella classe media e, con questa loro ascesa ad un nuovo status sociale, si sono venute a creare delle rinnovate opportunità di consumo: gli appartenenti alla nuova classe – sottolinea KPMG – “stanno comprando di tutto, dai telefoni cellulari ai frigoriferi, stanno usando internet con una frequenza maggiore rispetto alla precedente classe media e stanno comprando case per la prima volta nella loro vita”; essi rappresentano la forza trainante per la crescita del mercato consumer. Il piccolo consumo privato dovrebbe raggiungere la media annua del 7,8%, superando l’inflazione, stimata per il 2014 al 4,5%.

Il Brasile dovrebbe, inoltre, trarre beneficio da ciò che è stato chiamato “bonus demografico”, che starebbe ad indicare l’aumento, nei prossimi 20 anni, dell’attuale popolazione giovanile in età da lavoro, capace di produrre ricchezza e potenziare, di conseguenza, la crescita economica. L’età media di 29 anni dovrebbe arrivare a 34 nel 2020 e a 38 nel 2030, una trasformazione simile a quella avvenuta in precedenza negli Stati Uniti. Tale bonus sarà il risultato di una riduzione dei tassi di natalità: la quota di abitanti fino a 14 anni si ridurrà, mentre la parte produttiva di popolazione (dai 15 ai 64 anni) sarà in continua espansione.

Secondo gli economisti Cassio Turra e Bernardo Queiroz dell’Università federale di Minas Gerais (UFMG), il potenziale di crescita del Brasile, esclusivamente a seguito di tale bonus demografico, sarebbe di 2,5 punti percentuali all’anno.

Il reddito personale disponibile è destinato a crescere a un tasso dell’1,5%, mentre la disoccupazione pare diminuirà ad un tasso del 3,0%.

La forza di questa nuova economia del consumo dovrà essere sostenuta da politiche economiche capaci di offrire innanzitutto stabilità. Dal 2008 a oggi, nel pieno della crisi internazionale, il Brasile ha viaggiato in controtendenza, arrivando ad inserirsi in quella rosa di dodici Paesi (Bolivia, Filippine, Ecuador, Uruguay, Colombia, Giamaica, Indonesia, Hong Kong, Libano, Israele e Angola sono gli altri undici) che hanno ottenuto dei giudizi migliorativi dalle tre principali agenzie di rating (Moody’s, Standard and Poor’s e Fitch).

Ad aprile 2011 la Fitch ratings ha promosso il Brasile da BBB- a BBB, parlando di un percorso di crescita nel medio termine che resterà “relativamente robusto” e riconoscendo i meriti del ministro della Finanza brasiliana Guido Mantega, secondo il quale il rating positivo rifletterebbe, appunto, la solidità che l’economia brasiliana ha saputo dimostrare negli ultimi anni. Per confermare e rilanciare questo trend di crescita, il settore pubblico e quello privato sono ben consapevoli della necessità di realizzare massicci investimenti nelle infrastrutture: dal 2007 è in corso, ad esempio, la costruzione a São João da Barra del Superporto do Açu, un progetto il cui budget è stimato attorno ai 3 miliardi di reais e che è stato sviluppato dalla società di logistica LLX, alla quale si sono poi aggiunti altri investitori brasiliani e stranieri. L’impianto verrà presumibilmente completato entro il 2012, sviluppandosi su un’area complessiva di 90 chilometri quadrati, e la sua funzione sarà di stimolo agli scambi commerciali, dunque di sviluppo del business locale: alcune stime parlano di oltre 50.000 posti di lavoro generati, aumento del PIL dell’area di 500 punti percentuali, incremento stesso della popolazione che raggiungerà i 250.000 abitanti entro il 2025, rendendo necessaria la costruzione di 84.000 nuove case.

Complessivamente gli investimenti realizzati in infrastrutture ammontano a 1.100 miliardi di reais, pari, peraltro, solo a un terzo dell’importo complessivo necessario da qui al 2022; per i Mondiali di calcio 2014 e per le Olimpiadi 2016 si stima che il Brasilia arriverà a spendere circa 28 miliardi di euro.

Gli investimenti esteri diretti al Brasile, poi, sono notevolmente aumentati negli ultimi anni, sintomo di un crescente interesse economico mondiale nei confronti di questa terra.

L’invito rivolto alle imprese italiane da parte di KPMG – il “network globale di società di servizi professionali, attivo in 150 paesi nel mondo con 138 mila persone” – è, allora, a puntare sul Brasile per l’internazionalizzazione della propria attività professionale nei prossimi quattro, cinque anni. Esso è, infatti, tra quelli emergenti, il Paese che maggiormente dimostra di apprezzare i marchi italiani: “è la spendibilità del Made in Italy – sottolinea Roberto Giovannini, partner KPMG – dal design al cibo, passando per la moda. In nessun altra parte del mondo è così apprezzato come in Brasile. La somiglianza di gusti è notevole, i supermercati brasiliani sono pieni di prodotti italiani a prezzi folli, e non c’è nessun bisogno di riposizionare l’offerta. In Cina, per intenderci, la pizza per antonomasia è quella americana di Pizza Hut, e gli spaghetti sono quelli di riso. In Brasile non c’è possibilità di malinteso”.

Allo scopo di sviluppare le relazioni bilaterali tra Italia e Brasile dal punto di vista economico, scientifico e culturale e con la volontà di consolidare la già favorevole presenza del made in Italy in Brasile, i due capi di Stato, il Presidente Lula e il Presidente Belusconi, hanno ufficializzato, attraverso la Dichiarazione Congiunta del 29 giugno 2010 a San Paolo, il cosiddetto “Momento Italia-Brasile”, un ricco programma di eventi, inaugurato il 15 ottobre a Rio de Janeiro; esso prevede circa 474 manifestazioni che si svolgeranno in 18 stati della Federazione brasiliana e che si concluderanno a giugno del prossimo anno. Ad ottobre avranno invece luogo a Roma la quinta edizione della Conferenza Italia-America Latina e il sedicesimo meeting internazionale dal tema “Rapporti economici e integrazione di Brasile e Italia”, organizzato dalla Lide (l’associazione imprenditoriale che riunisce le più grandi aziende che operano in Brasile, presieduta dall’uomo d’affari brasiliano Joao Doria Jr.) insieme a Confindustria (dal 5 all’11 ottobre) e al quale parteciperanno 160 Ceo di imprese brasiliane.

KPMG ha, allora, monitorato, per conto della Farnesina, la presenza economica dell’Italia in Brasile, tenendo conto anche dei cosiddetti “assenti ingiustificati” (cioè aziende che, pur non essendoci, potrebbero trarre esclusivamente beneficio da una presenza massiccia nel territorio) e realizzando un e-book che verrà presentato nel corso dell’appuntamento romano. Qualche anticipazione: si contano attualmente quasi 600 aziende italiane in quel territorio, un terzo delle quali comprendono veri e propri impianti produttivi, mentre circa 220 sono le filiali commerciali. La maggior parte di queste aziende (più della metà) si situa nella zona di San Paolo ed è inserita nel settore della meccanica. Quelle di piccole e medie dimensioni sono 450. I settori nei quali si è consolidata la presenza italiana sono: alimentare (con una crescita annua del 3,7%), materiali da rivestimento (crescita annuale del 5,5%), infine tessile e nautico.

Tuttavia, sottolinea Giovannini, non tutte le aziende italiane potrebbero trarre vantaggio dall’inserimento in questo nuovo mercato, poiché se, da una parte, tale vantaggio viene assicurato alle imprese operanti nel made in Italy più tradizionale, dall’altra parte, le aziende che si muovono in altri settori non devono sottovalutare la presenza di competitors troppo forti o aggressivi: “chi fa elettrodomestici no, per esempio – spiega – perché un marchio italiano non ha nessun vantaggio competitivo su Bosch o su Whirpool, e in più non gode nemmeno di un forte supporto da parte del Sistema Paese”.

Altro fattore critico è rappresentato dalla complessità del sistema fiscale brasiliano (imposte federali, statali e municipali e regole che variano da un paese all’altro); la maggiore difficoltà di inserimento in questo mercato da parte degli imprenditori stranieri è rappresentata dalle tasse e dagli ingenti dazi imposti: “in Brasile la capacità di consumo aumenta spaventosamente di giorno in giorno – prosegue Giovannini – il Governo lo sa ed è per questo tenta di favorire la crescita delle imprese nazionali proteggendole dalla concorrenza estera. In media, i dazi fanno raddoppiare il prezzo di una merce così come arriva ai confini brasiliani”.

Due sono, allora, secondo KPMG le categorie di imprese che primariamente dovrebbero entrare nel mercato brasiliano: “quelle che possono permettersi, accanto al prodotto di punta di fascia alta, una seconda linea dal prezzo più contenuto ma pur sempre con l’appeal del marchio made in Italy; e, in secondo luogo, quelle che vanno a produrre direttamente in Brasile».

La scelta migliore sarebbe l’acquisizione di un’attività già avviata, o la partnership con una società locale; a quegli investitori che, tuttavia, preferiscano partire da zero con le sole proprie forze, si consiglia di andare oltre Rio e San Paolo: «lungo la costa – conclude Giovannini – ci sono molti stati che si stanno rendendo competitivi a colpi di incentivi finanziari e fiscali. Di solito, ogni stato li riserva solo ad alcuni settori: la Bahia, per esempio, offre condizioni vantaggiose per l’auto, per la trasformazione della plastica e per la metallurgia. Tra gli stati più aggressivi segnalerei Santa Catarina, Parà, Maranhão».

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«Senza gli investimenti non si cresce»

L’UPI conferma come il Documento di economia e finanza pubblica approvato dal Governo impedisca lo sviluppo economico e sostenibile

«Comprendiamo la necessità di assicurare la tenuta dei conti e la decisione del Governo di garantire la stabilità, ma senza gli investimenti non si cresce e si rischia di indebolire ancora di più il tessuto economico del Paese».

Con queste parole Giuseppe Castiglione, Presidente dell’UPI (Unione delle Province d’Italia), esprime le proprie perplessità circa il Documento di economia e finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri del 13 aprile e consegnato alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. In una nota diffusa nel sito dell’UPI vengono, infatti, riportati alcuni elementi di criticità rilevate sia sul Piano di stabilità, sia sul Programma di riforme: innanzitutto la “mancata consultazione e partecipazione di Regioni ed Enti locali alla definizione di obiettivi e finalità del DEF”, che – si afferma – “indica una grave sottovalutazione del ruolo e delle funzioni che i governi locali svolgono nel sistema della finanza pubblica e delle politiche di sviluppo del Paese”; le preoccupazioni maggiori sono espresse, tuttavia, con riferimento alla riduzione negli investimenti.

Trent’anni fa, nei ruggenti anni ‘80, gli investimenti fissi della pubblica amministrazione ammontavano, infatti, al 3,5% del Pil, trainando l’economia italiana, mentre, nel documento da poco varato, il governo prevede una percentuale del 2% per il 2011, destinata a scendere ulteriormente nel 2012 e nel biennio successivo, fino all’1,6%. L’ultimo numero di Finanza locale Monitor – realizzato dal servizio studi e ricerche di Intesa San Paolo e curato da Laura Campanini – sottolinea, allora, come “la dimensione della contrazione” sia “significativa” e sia sintomo di “come già l’aggiustamento fiscale dei primi anni Novanta avesse operato in maniera in parte asimmetrica, penalizzando in proporzione più la spesa per investimenti che quella corrente”. Nel rapporto ci si sofferma, in particolare, sugli effetti negativi di un simile “andamento stagnante della spesa pubblica in conto capitale” e dello “schiacciamento della spesa in conto capitale” rispetto alla spesa corrente; prima di tutto sugli effetti quantitativi sullo stock di capitale pubblico: “dati dell’Istat segnalano una leggera ripresa nei primi anni Duemila rispetto alla caduta degli anni Novanta, ma nel complesso si quantifica un dato prossimo al 50% del Pil”.

Del resto, anche secondo le stime UPI, si sarebbe consolidato, negli ultimi anni, un trend negativo nei bilanci delle Province, con un decremento del 25% nelle risorse destinate agli investimenti; questo a causa soprattutto dei “drastici tagli ai trasferimenti subiti con le manovre economiche e dei vincoli imposti dal Patto di stabilità interno”. Dopotutto “energia e ambiente, infrastrutture e sviluppo, sostegno alle imprese sono temi decisivi per la crescita del Paese”, “ma rischiano di rimanere temi sulla carta se agli Enti locali, che sono deputati alla loro realizzazione, si impedisce di svolgere la propria funzione”.
Ecco allora che gli effetti del calo negli investimenti, non coinvolgono solo una dimensione quantitativa, ma ad essere frenato sarebbe – sottolinea nel rapporto della Campanini – uno sviluppo economico inteso “in senso ampio, associando alla nozione di crescita misurata dal reddito, e quindi da indicatori aggregati come il Pil, quella di sviluppo sostenibile a livello sociale e ambientale”.

Lo stesso rapporto passa poi a considerare i molti aspetti che, sommandosi, vanno a costruire ritardo competitivo e sostenibile nei confronti degli altri Paesi europei. Dopo una forte diminuzione nei precedenti vent’anno, dal 1993 ha ricominciato a crescere il numero di pedoni morti o feriti sulle strade italiane, indice del fatto che le nostre città sono poco vivibili, e il numero di chilometri di metro e ferrovie suburbane rimane ben lontano dagli altri Paesi (Milano è undicesima e Roma diciassettesima per numero di chilometri di metro, mentre sono rispettivamente al dodicesimo e tredicesimo posto per le ferrovie di superficie; la Germania possiede complessivamente 32,3 chilometri di metro e ferrovie suburbane per milione di abitanti con 122 linee, l’Italia 12,5 con 43 linee).

A partire dal 2002, si è registrato, inoltre, una contrazione di un terzo nella spesa per investimenti pubblici nelle scuole, spesa che in media corrisponderebbe a 269 euro pro capite. Persistono, a tal proposito, numerose disparità territoriali: nel nord tale spesa è pari a 342 euro, nel centro a 252 euro e nel mezzogiorno a 195 euro.

Le disparità coinvolgono anche altri aspetti del mondo dell’istruzione, come gli edifici scolastici che necessitano di interventi urgenti di manutenzione: essi rappresentano il 45% degli edifici al sud, il 21 % al nord e il 26% al centro, malgrado il fatto che gli edifici nel mezzogiorno siano in media più recenti degli altri.

Al sud, infine, la percentuale di comuni coperti dal servizio di asilo nido è inferiore al 33% (4% in Molise, 10% in Calabria e 13% in Sardegna e Campania), contro l’82% della Val d’Aosta e il 66% della Toscana.

«È evidente – conclude Castiglione – che con queste scelte non solo non si permette la ripresa della crescita economica, ma si impedisce agli Enti locali di investire in opere che sono invece fondamentali per il Paese, impoverendo l’imprenditoria locale e deteriorando un sistema di infrastrutture che avrebbe invece davvero bisogno di interventi di modernizzazione, messa in sicurezza ed efficientazione».

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La strategia di rilancio economico per uscire dalla crisi

Una relazione della Commissione europea presenta lo scenario relativo agli ostacoli che impediscono un accesso libero ed equo al mercato globale

Il 3 marzo 2010 la Commissione europea presentava la propria strategia di rilancio economico per uscire dalla crisi, denominandola Europa 2020 e indicando tre linee prioritarie di crescita da seguire: crescita intelligente (“sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione”), crescita sostenibile (“promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva”) e crescita inclusiva (“promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale”).

Obiettivi condivisi e sensati che, tuttavia, non possono esaurirsi nella sola dimensione interna dell’UE, ma che, inevitabilmente, finiscono per coinvolgere l’intero sistema di scambi e investimenti rivolti ai Paesi terzi.

Affinché tali obiettivi si realizzino pienamente, l’Ue deve essere in grado di garantire l’ampia apertura ed equità nelle condizioni di accesso ai mercati globali e questo è tanto più vero se si considera il fatto che la stessa Unione rappresenta “la maggiore potenza commerciale al mondo e la più importante fonte e destinazione di investimenti esteri diretti”, così come si legge nella Relazione 2011 sugli ostacoli agli scambi e agli investimenti della Commissione al Consiglio Europeo (la prima su questa fondamentale tematica). A ciò si aggiunga che, stando alle ultime stime, entro il 2015 il 90% della crescita mondiale sarà generato al di fuori dell’Europa, stime che impongono all’Ue una rinnovata strategia commerciale, caratterizzata da un “approccio più assertivo” e capace di permettere alle imprese europee di accedere ai mercati e di far valere i propri legittimi diritti, partendo da condizioni equilibrate.

Priorità dell’Unione deve diventare, allora, aiutare le imprese ad accedere ai mercati dei Paesi terzi, eliminando gli ostacoli e realizzando un’agenda di negoziazione in un rinnovato spirito di collaborazione tra Stati e imprese, capace di offrire, oltre agli ovvi vantaggi economici, anche un importante contributo alla dimensione esterna degli obiettivi di “Europa 2020”.
“La Commissione – si assicura da Bruxelles – seguirà la realizzazione della suddetta agenda con decisione e fermezza. La Commissione è inoltre determinata a continuare la lotta contro il protezionismo. Proprio perché crede nei vantaggi di un mercato aperto in Europa e all’estero, l’UE deve poter coinvolgere i suoi partner nella realizzazione dei suoi obiettivi, in uno spirito di reciprocità e di mutuo vantaggio”.

Le esportazioni europee potenzialmente oggetto di restrizioni e ostacoli di varia natura ammontano a cifre comprese tra i 96 e 130 miliardi di euro (tra il 9 e il 12% delle esportazioni totali nel 2009), mentre le importazioni UE di materia prime potenzialmente colpite coinvolgono circa 6 miliardi di euro.

Ma quali sono questi ostacoli?
Leggendo la relazione ci si rende conto di come essi non siano, per la maggior parte, collegati ai costi diretti, e quindi alla necessaria riduzione dei dazi applicati alle merci. Certo, gli ostacoli tradizionali di tipo doganale continuano ad esistere, ma le sfide maggiori sono legate ad altre questioni.

Innanzitutto a quella normativa, con riferimento, cioè, ai regolamenti tecnici e alle norme tecniche spesso in contrasto tra Paesi diversi. Talvolta le difficoltà derivano semplicemente da differenze nell’approccio, differenze che riflettono l’evoluzione storica dei Paesi; tuttavia, in molti casi, tali difficoltà (ad esempio quelle legate alle eccessive formalità documentarie richieste) sono frutto di una prassi volta esclusivamente a favorire o proteggere la produzione nazionale: “mentre – sottolinea la Commissione – quest’ultimo problema va affrontato con energia, impegno e decisione, il primo richiede […] una strategia più sistematica, la cooperazione ed il dialogo a lungo termine, per migliorare in particolare la trasparenza e la prevedibilità dei sistemi normativi”.

Le imprese dell’UE partecipano sempre più alle catene di approvvigionamento globale e le differenze di questo tipo aumentano il costo da sostenere per tale partecipazione, riducendo, di conseguenza, la competitività delle imprese locali sull’economia globale.

Un secondo ostacolo riguarda il mercato degli appalti pubblici, mercato sottoposto ad un regime di forte asimmetria, nel quale cioè l’Ue si è dimostrata molto più aperta rispetto ai propri partner commerciali, i quali mantengono una forte chiusura alla partecipazione estera. Nella relazione si ricorda come solo 14 Paesi abbiano sottoscritto l’accordo sugli appalti pubblici (GPA) e come, dopotutto, questi stessi Paesi abbiano negoziato notevoli limitazioni dei loro impegni di apertura del mercato, stabilendo delle soglie minime o delle esclusioni di settori o di entità. Sarà necessario, ricorda a tal proposito la Commissione, esercitare “una forte pressione per ottenere un maggiore accesso agli appalti pubblici, in particolare per quanto riguarda i nostri partner strategici che non hanno assunto impegni reciproci a quelli dell’UE”. Sarà necessario, inoltre, “adoperarsi con maggiore decisione per ampliare gli impegni internazionali, sia nell’ambito delle attuali negoziazioni GPA e l’adesione di nuovi paesi, sia tramite gli accordi di libero scambio negoziati dall’UE o attraverso iniziative bilaterali mirate”.

Un terzo ordine di problemi è legato all’esigenza di tutelare e attuare i diritti di proprietà intellettuale (DPI). In un’economia globalizzata il vantaggio competitivo dell’economia UE è sempre più spesso costituito “dall’elevato valore aggiunto e dai beni e servizi cui si applica la tutela dei DPI” e, di conseguenza, la crescita, l’occupazione e l’innovazione nell’UE sono strettamente legati alla tutela dei DPI, contro la pirateria e la contraffazione delle idee, dei marchi e dei prodotti europei.

Un quarto ostacolo coinvolge l’approvvigionamento sostenibile di materie prime. Le importazioni di materie prime costituiscono circa un terzo delle importazioni dell’UE e, per la produzione e l’esportazione di molti prodotti ad alta tecnologia e più ecologici, l’industria dell’UE dipende in gran parte dalle importazioni di specifiche materie prime. Il ricorso a restrizioni negli scambi di tali merci può, quindi, compromettere la competitività nell’industria dell’UE: stando alle stime relative al 2009, tali restrizioni hanno colpito le importazioni di materie prime dell’UE per un valore di 6 miliardi di Euro. Cina, Russia, Argentina e Ucraina risultavano, in quell’anno, i Paesi ad imporre il più elevato numero di misure, mentre i settori maggiormente colpiti sembravano essere quelli dei prodotti agricoli, dei minerali, delle sostanze chimiche, delle pelli gregge, del legno e dei prodotti del legno nonché il settore dei metalli. Se la produzione di una determinata materia prima è concentrata, poi, in un numero limitato di Paesi, le restrizioni delle esportazioni hanno un notevole impatto sul mercato globale della materia prima in questione poiché spingono gli altri esportatori a proteggere nello stesso modo la propria industria nazionale, scatenando una reazione a catena che fa aumentare i prezzi.

Gli ultimi due settori su cui si concentrano le preoccupazioni della Commissione sono quello dei servizi e quello degli investimenti.

Con riferimento al primo, si ricorda come esso contribuisca per i tre quarti al PIL dell’UE, creando oltre il 70% dei posti di lavoro e realizzando circa il 30% delle esportazioni dell’UE. Si tratta di un settore “in rapida espansione e contribuisce più di ogni altro settore alla crescita economica e all’occupazione a livello mondiale”. In questo ambito l’UE assume il ruolo di leader mondiale, avendo realizzato nel 2009 il 27% delle esportazioni mondiali ed il 25% delle importazioni mondiali. Tuttavia su tale vantaggio competitivo gravano gli ostacoli agli scambi di servizi (che coinvolgono il solo 20% del commercio mondiale), sottoforma di “discriminazione diretta tra fornitori di servizi nazionali ed esteri o di barriere normative che si applicano a tutti i fornitori ma che creano, de facto, ulteriori ostacoli per i fornitori esteri”.

Con riferimento, invece, al settore degli investimenti, si sottolinea come esso costituisca “uno dei fattori principali di promozione della crescita economica, anche per i paesi in via di sviluppo” e come esso sia fondamentale nel garantire l’occupazione nell’UE. Nella fase di globalizzazione attuale è importante mantenere delle catene integrate di approvvigionamento globale, e a tale scopo sono fondamentali gli investimenti esteri diretti (IED). Gli ostacoli agli investimenti esteri sono stati classificati dall’OCSE in tre ampie categorie: “restrizioni alla proprietà estera di capitale azionario”; “procedure obbligatorie di controllo e approvazione che aumentano i costi d’ingresso”; “restrizioni operative quali limitazione del numero di cittadini stranieri che lavorano nelle filiali oppure requisiti relativi alla nazionalità e alla residenza per i membri del consiglio di direzione, restrizioni degli input e regolamenti governativi discriminanti, oppure restrizioni sulla rimpatrio dei profitti”.

La relazione della commissione concentra, inoltre, la propria attenzione sugli ostacoli presenti in sei particolari partner strategici, con delle considerazioni che di seguito cercheremo di riassumere.

Viene presa innanzitutto in considerazione la Cina, che rappresenta “il secondo maggiore partner commerciale dell’UE”, mentre l’UE rappresenta “il maggiore partner commerciale della Cina”. Fonte di beni di consumo a basso prezzo e di fattori di produzione per le nostre industrie manifatturiere, la Cina è diventata il mercato a più rapida crescita per le esportazioni di beni e servizi dell’UE: nonostante la crisi, nel 2009 il valore delle esportazioni era pari a 82 miliardi di euro, con un incremento di 4 punti percentuali rispetto al 2008, mentre alla fine di ottobre 2010 le nostre esportazioni erano salite del 38% su base annua; più in generale, tra il 2005 e il 2010, il livello di esportazione è più che raddoppiato (121%). Tuttavia sussistono numerosi ostacoli che impediscono agli esportatori ed investitori europei di partecipare integralmente alla fortissima crescita economica cinese: misure restrittive nel mercato delle materie prime (dazi all’esportazione e contingenti), che nel 2009 hanno colpito le importazioni UE per circa 1,2 miliardi di euro, pari al 6% delle importazioni totali di tali beni dell’UE; prescrizioni formali più severe per l’attuazione dei DPI delle imprese estere (ad esempio l’obbligo di registrare i propri DPI in Cina), soprattutto di quelle che operano in settori creativi ed innovativi; contesto degli appalti pubblici “incompleto e privo di trasparenza” (positivo, da questo punto di vista, il fatto che la Cina stia negoziando la propria adesione all’accordo GPA); una politica di “innovazione interna” volta a sostenere le imprese cinesi; richiesta di conformità a specifiche norme cinesi e a relative onerose procedure di prova e certificazione da parte di terzi, spesso in contrasto con norme e prassi internazionali; mancanza, infine, di trasparenza e prevedibilità nel settore degli investimenti (soprattutto per quanto riguarda l’ambito delle energie rinnovabili), con un vasto potenziale inutilizzato (gli oltre 5 miliardi di euro investiti in Cina dalle imprese europee nel 2009 rappresentano, in realtà, il solo 3% del flusso totale di investimenti in uscita).

Il secondo Paese indagato è l’India, “una delle economie mondiali a più rapida crescita” (tasso annuo tra +8 e +10%), con un reddito pro capite più che raddoppiato nel periodo compreso tra il 1990 e il 2005. Gli scambi tra UE e India sono aumentati del 31% tra il 2005 e il 2009 (fino a raggiungere gli oltre 53 miliardi di euro nel 2009) e gli investimenti UE in India sono più che quadruplicati dal 2003 (raggiungendo 3,1 miliardi di euro nel 2009). Il potenziale mercato rimane, tuttavia, ben al di sotto delle potenzialità a causa di: ostacoli tariffari e procedure doganali lunghe e complicate; la proposta di nuove disposizioni di sicurezza che impongono requisiti onerosi relativi alle licenze e che influiscono soprattutto nel settore delle telecomunicazioni (ad esempio l’obbligo di sostituire ingegneri stranieri con ingegneri indiani); le recenti misure sulla restrizione delle esportazioni di cotone, con notevoli ripercussioni sull’offerta mondiale del cotone e dunque sul rialzo dei prezzi, visto che l’India è il secondo produttore mondiale di cotone (nonché prima fonte d’importazione di prodotti di cotone per l’UE); politiche che disincentivano gli investimenti esteri, per garantire il massimo vantaggio alle imprese locali; prescrizioni sanitarie e fitosanitarie per le importazioni, che vanno oltre gli standard internazionali ma sono prive di giustificazione scientifica (soprattutto su pollame, carni suine, verdura, frutta e legno).

Con una quota del 4% circa nel 2009, il Giappone rappresenta, poi, il settimo mercato d’esportazione di beni e servizi per l’UE ma, nel periodo compreso tra il 2005 e il 2009, le esportazioni verso il Giappone sono diminuite del 6% – malgrado i dazi siano generalmente bassi – per il persistere di alcuni problemi all’accesso: barriere negli investimenti e negli appalti pubblici, nonostante il Paese abbia sottoscritto l’accordo GPA dell’OMC; difficoltà nell’introduzione di dispositivi medici sul mercato giapponese, per il mancato riconoscimento degli standard internazionali e per le lunghe procedure di omologazione; con riferimento ai servizi finanziari, infine, le preferenze accordate dai regolamenti ai player nipponici a discapito delle compagnie assicurative europee.

Nell’ambito del Mercosur, sono presi in considerazione dalla Commissione altri due soggetti strategici: Brasile e Argentina. Con riferimento al Brasile, si sottolinea come esso rappresenti il decimo partner commerciale dell’UE, con esportazioni di merci dall’UE per oltre 21 miliardi di euro; l’UE rappresenta, invece, il maggiore partner commerciale del Brasile, che effettua con l’Unione circa un quarto dei suoi scambi. Il Brasile è anche il principale esportatore di prodotti agricoli verso l’UE e l’UE è il più grande investitore estero in Brasile; ciononostante l’accesso equo è limitato da tariffe doganali elevare (in media almeno del 12%) e da una nuova legge che ha istituito un margine preferenziale del 25% per beni e servizi locali ed ha riservato ai fornitori nazionali gli appalti di beni e servizi ritenuti di interesse strategico nazionale.

Anche per l’Argentina l’Unione rappresenta il principale investitore estero in Argentina, tuttavia non mancano le restrizioni dovute ad una politica commerciale che ha reagito alla crisi economica incrementando le misure protezionistiche a partire dal 2008. Tale politica ha esteso il sistema di licenze non automatiche (prima riservato ai prodotti tessili, alle calzature e ai giocattoli) ad un’ampia gamma di prodotti, con perdite per gli esportatori europei quantificate in almeno 45 milioni di euro.

Sia in Brasile che in Argentina sono state applicate, poi, limitazioni del trasporto marittimo, che direttamente colpiscono le imprese europee, e misure di restrizione nell’esportazione di materie prime, soprattutto prodotti agricoli (ad esempio le tasse di esportazione per la soia raggiungono in Argentina il 35% e ad esse si aggiungono delle procedure onerose e le lungaggini di registro alla frontiera), pelli gregge e pelli “wet blue” (l’industria dei pellami dell’UE è fortemente dipendente dall’approvvigionamento dal Brasile).

I flussi di scambi bilaterali con la Russia sono cresciuti, ricorda ancora la Commissione, in modo sostenuto fino alla metà del 2008, quando la Russia ha adottato misure unilaterali di restrizione degli scambi in risposta alla crisi economica e finanziaria, allo scopo di proteggere le industrie nazionali. Alcuni dati aiutano a comprendere il danno conseguente nella relazione commerciale: dal 2007 al 2009 le esportazioni di merci dall’UE alla Russia sono passate dagli 89,1 miliardi di euro ai 65,6 miliardi di euro e le importazioni dalla Russia da 144,5 miliardi a 115 miliardi. In particolare gli ostacoli individuati riguardano: aumento dei dazi all’esportazione su molte materie prime, quali legname e cascami di metalli ferrosi e non ferrosi; procedure doganali onerose, comprendenti valutazioni arbitrarie e ricordo a prezzi minimi; pirateria e violazioni sistematiche di brevetti che impediscono l’attuazione dei DPI; politica di investimenti che intende tutelare le industrie nazionali; misure del settore sanitario e fitosanitario non conformi agli standard internazionali e prive di fondamento scientifico.

Gli Stati Uniti, infine, rappresentano il più grande partner dell’UE per il commercio e gli investimenti, con un alto grado di integrazione e reciprocità. Nel 2009 le esportazioni di merci e servizi commerciali dall’UE agli Stati Uniti ammontavano a 322 miliardi di euro (pari al 20,6% delle esportazioni totali UE), mentre le importazioni di beni e servizi dagli Stati Uniti ammontavano a 281,9 miliardi di euro (pari al 17,6% delle importazioni totali UE). I dazi sono piuttosto bassi (in media inferiori al 3%), tuttavia persistono alcuni problemi di tipo non tariffario, come ad esempio, il basso livello di apertura dei mercati degli appalti pubblici, dovuto, in parte, alla portata ridotta degli impegni assunti dagli USA nell’ambito del GPA (pari al 3,2% del mercato statunitense, contro il 15% dell’UE), in parte all’iniziativa Buy American e alle nuove disposizioni discriminanti ad essa legate, in parte, infine, al divieto di acquisti governativi presso le “inverted companies” (cioè imprese passate da una giurisdizione fiscale statunitense a quella di un altro Paese). Un altro problema è relativo alle prescrizioni cosiddette “100% scanning”, che andranno a regime entro il 1° luglio 2012 e che prevedono un controllo totale di tutti i container destinati agli USA, con l’intenzione di abbattere la minaccia terroristica nel traffico internazionale.

Conclude la Commissione la sua relazione augurandosi un impegno proattivo di tutte le parti in causa: “un’azione concertata ai massimi livelli politici può fare la differenza a vantaggio delle esportazioni e degli investimenti delle imprese europee e, in ultima analisi, della crescita e dell’occupazione in Europa”.

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Internazionalizzazione: sempre più indispensabile per le PMI

Dalle indiscrezioni sui risultati del primo studio “Focus PMI”, pare che vi sia una certa dipendenza dalla domanda estera per incrementare il volume d’affari aziendale

Sono state diffuse, in questi giorni, alcune significative anticipazioni riguardanti i risultati del primo studio avviato da Focus PMI, l’Osservatorio di analisi permanente sul sistema delle Piccole e Medie Imprese italiane, frutto della collaborazione tra LS Lexjus Sinacta (gruppo indipendente di oltre 150 avvocati e commercialisti associati) e Istituto Guglielmo Tagliacarne (Fondazione di Unioncamere che “promuove la cultura economica, realizza analisi e studi economico-statistici sulle piccole e medie imprese e sull’economia territoriale”).

Focus PMI si propone, in particolare, di analizzare i temi economici di più forte attualità, attraverso un’attività di ricerca i cui risultati verranno presentati ogni anno nel corso di una convention, alla quale parteciperanno noti esponenti del mondo politico-economico: la prima edizione dell’evento è in programma per venerdì 13 maggio a Bologna e riguarderà le reti per l’internazionalizzazione delle PMI. Lo scopo è quello di monitorare costantemente la situazione imprenditoriale italiana, potendo contare su dati sicuramente aggiornati e su analisi di approfondimento, con l’intenzione di stimolare il dibattito, il confronto attorno alle questioni di maggior rilevanza per le piccole e medie realtà aziendali.

Stando alle prime indiscrezioni su quanto emerso dall’indagine, pare che vi sia un’elevata dipendenza del volume d’affari aziendale complessivo dalla domanda estera e questo sarebbe vero tanto per le imprese coinvolte in processi di Investimenti Diretti Esteri (IDE) in entrata (per loro il 55,5% del fatturato totale deriva dall’estero), quanto per le aziende promotrici di Investimenti Diretti Esteri in uscita (la quota a loro riferita è di 46,2 punti percentuali). La metà delle imprese coinvolte in tali processi, inoltre, avrebbe dichiarato di aver accresciuto il proprio volume d’affari nel corso del 2010, puntando su miglioramenti nella produzione, in termini di qualità dell’offerta e di efficienza nei processi, e rendendo, di conseguenza, più competitivi i prezzi.

L’analisi ha coinvolto, poi, anche il profilo strutturale delle Reti Internazionali tra imprese, arrivando a sottolineare come i tre quarti delle imprese intervistate operino in una Rete di questo tipo da quasi dieci anni e come il 44,3% si relazioni con più di dieci imprese estere. Anche dal far parte di simili reti deriverebbe, allora, un certo vantaggio competitivo, capace di supplire alle ridotte capacità di tipo dimensionale. La creazione di queste reti sembra essere, quindi, necessaria per poter affrontare un processo di internazionalizzazione, processo visto sempre più come indispensabile per le piccole e medie realtà.

Le criticità legislative derivanti dai processi di internazionalizzazione, infine, sarebbero in parte superate grazie all’intervento di supporto ad opera di specifiche società di consulenza legale e fiscale: il 65% delle imprese si dichiara soddisfatto di aver affidato tali competenze in outsourcing.

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