Le medie imprese italiane resistono alla crisi

I risultati dell’edizione 2012 dell’indagine annuale sulle medie imprese italiane, condotta dal Centro Studi di Unioncamere e dall’Ufficio Studi di Mediobanca

“Proprio grazie alla loro peculiare struttura organizzativa e produttiva, le medie imprese si confermano la punta di diamante del made in Italy all’estero”.

Con queste parole il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ha presentato lo scorso 13 aprile a Milano i risultati relativi all’undicesima edizione dell’indagine annuale sulle medie imprese industriali italiane, condotta dal Centro Studi di Unioncamere e dall’Ufficio Studi di Mediobanca.

“Le Medie imprese – prosegue Dardanello – rappresentano, anche in questo momento critico, un anello forte della catena organizzativa e produttiva dell’industria italiana. E, pur all’interno di continui percorsi di trasformazione, un nucleo importante mantiene costantemente bilanci in utile e strutture finanziarie solide”. In base alle previsioni formulate, inoltre, la redditività “nel 2012 dovrebbe addirittura aumentare per oltre 1 media impresa su 4”.

Le medie imprese sembrano, infatti, meglio di altre, resistere alla crisi attuale, malgrado persista, nelle percezione di ben il 72% di loro, un problema fondamentale di accesso al credito.

Andiamo però con ordine: oggetto dell’indagine Unioncamere-Mediobanca sono state, appunto, le imprese manifatturiere italiane di medie dimensioni, quelle, cioè, con un numero di dipendenti compreso tra i 50 e i 499 e con un volume di fatturato non inferiore a 15 e non superiore a 330 milioni di euro. In base all’ultimo censimento, esse rappresentano 3220 unità, si concentrano soprattutto nel Nord-Est, nel Centro e il Lombardia e assicurano il 15% circa della produzione manifatturiera italiana a valore (percentuale che sale al 21% considerando anche l’indotto). Le statistiche economico-finanziarie riportate nel rapporto sono il frutto della rielaborazione di dati desunti dai bilanci del periodo 2000-2009.

In questo arco temporale, il bilancio aggregato delle 3220 società considerate si è sempre risolto in utile, nonostante il risultato del 2009 sia stato il più basso, 1,1 punti in meno rispetto al massimo toccato nel 2007. Le esportazioni (nel periodo 2000-2009, con l’aggiunta della stima relativa al 2010) hanno registrato un incremento pari al 55%: nonostante il biennio 2008-2009 abbia conosciuto una decrescita del 18,6%, nel 2010 c’è stato un parziale recupero (+9,9%). La struttura finanziaria delle medie imprese appare solida, il 58,4% di esse merita un rating di tipo “investment grade”, anche se il ricorso alla borsa e al private equity risulta trascurabile (solo lo 0,5% delle società è quotato).

Nel 2009 sono ben 628 le imprese tornate alle piccole dimensioni, mentre 32 sono quelle divenute di grandi dimensioni (contro le 39 che da grandi sono tornate medie). Nell’intero decennio considerato, sono 620 le imprese che hanno oltrepassato la media dimensione, con un aumento parallelo del rischio di fallimento (0,8% il tasso di fallimento per loro, a fronte dello 0,3% delle imprese medie).

Nel decennio analizzato, le medie imprese mantengono il primato di crescita, segnando un incremento del valore aggiunto pari al 20% (contro il -1,8% registrato dalle grandi imprese). Aumenta anche il loro peso nella manifattura nazionale: i dati Istat più recenti (riferiti al 2009) suggeriscono che le medie realtà rappresentano il 14,4% del totale investimenti fissi annui e il 16% delle esportazioni. Nel 2010 le stime relative alle prestazioni di fatturato e margine industriale rimagono comunque al di sotto dei livelli precedenti la crisi.

Nel 2009, per le medie imprese italiane, il Return on Investments (ROI), cioè l’indice di redditività del capitale investito, è stato del 6,1%, contro il 4,5% dei gruppi maggiori. Il turnover del capitale risulta per questi ultimi inferiore di circa 13,5 punti rispetto alle medie aziende. La tassazione continua ad essere punitiva (si stima che l’esclusione del costo del lavoro dall’imponibile Irap produca una riduzione del tax rate di circa 6 punti, da 38% a 32%). Il 29% delle imprese prevede, per il 2012, un aumento della redditività rispetto al 2011.

Due terzi delle medie imprese hanno sede in aree a natura distrettuale: queste sono caratterizzate da una maggiore propensione all’export (che rappresenta il 45,7% del fatturato per le imprese ubicate in distretti veri e propri e il 31,9% per quelle in altri sistemi produttivi locali, contro il 31,5% per quelle localizzate in altre aree) e da una maggiore solidità finanziaria (il 59,6% delle medie imprese con sede nelle province distrettuali raggiungono il livello di “investment grade”, contro il 53,9% delle altre).

Veniamo ora alla congiuntura più recente. Secondo un’indagine svolta a marzo 2012 su un campione rappresentativo delle 3256 medie imprese industriali singole attive al 2009, il 38% di esse prevede, per l’anno in corso, un aumento del fatturato (contro il 50,2% a consuntivo nel 2011) ed il 32,6% un incremento della produzione (contro il 39,7% registrato lo scorso anno).


Forte risulta la propensione all’export: le medie aziende esportatrici sono più del 90%, l’incidenza delle vendite all’estero è pari al 44% del totale e, per il 2012, gli ordinativi esteri sembra saranno in crescita per il 39,8% delle imprese.
“Il continuo impegno nel rafforzamento dell’immagine e del marchio delle produzioni che ci contraddistinguono nel mondo è nel 45% dei casi il sostegno più intenso all’aumento delle esportazioni”, sottolinea Dardanello. All’importanza delle risorse umane proprie delle medie imprese si affiancano, prosegue, “le competenze strategiche dei loro fornitori, che rappresentano una garanzia per la qualità (nel 77% dei casi) e per il contenuto innovativo delle produzioni (nel 37%)”. Anche attraverso l’ispessimento di questo “modello spontaneo di rete”, preannuncia il presidente di Unioncamere, “arriverà quel rafforzamento della presenza all’estero necessario per sostenere la ripresa dell’Italia”.

Le previsioni relative all’andamento del mercato interno sono invece più pessimiste, dato che solo il 15,9% del campione analizzato si aspetta un rialzo rispetto al 2011, contro il 32% di quelle che attendono una flessione. Nel 2011 gli investimenti delle medie imprese sono stati orientati prevalentemente ai macchinari (72,7%), alle apparecchiature informatiche (69,2%), ai software e servizi informatici (68,4%): le stesse direttive che, pare, continueranno ad orientare le linee di investimento del 2012.

Con riferimento alla domanda di credito, il 73% delle medie unità ha richiesto un finanziamento bancario negli ultimi 6 mesi, contro l’81% di un anno fa, ma il 67% di due anni fa. Il 51% di esse dichiara, poi, l’intenzione di richiedere crediti bancari nel primo semestre di quest’anno, per gestire le attività ordinarie (nel 43% circa dei casi), per realizzare nuovi investimenti (34,2%) o implementare quelli già avviati (11,2%), per far fronte ai ritardi nei pagamenti (12%).

Appare, tuttavia, in netta crescita la percezione di difficoltà circa la capacità effettiva di accedere al credito necessario: il 72% delle realtà che intendono farvi ricorso segnala questa problematica (contro il 45% di quelle che nell’ultimo semestre 2011 si sono rivolte alle banche).

“Un tema, quello del credito, da affrontare prioritariamente”, avverte Dardanello. Si tratta di un fronte sul quale si combatte “una battaglia decisiva per tornare a stimolare la crescita di tutto tessuto produttivo. Pur in un momento così difficile, saper scegliere e sostenere quelle progettualità forti, in grado di diffondere esternalità positive sulle rispettive filiere, consentirebbe di minimizzare i rischi sistemici che possono derivare da un ciclo economico troppo lungamente stagnante”. “A questo sforzo – conclude – tutti gli attori, pubblici e privati, sono chiamati a concorrere”.

Infine il capitolo occupazione: se nel 2009 gli addetti assunti all’interno delle medie imprese erano in media 132 e, nel 2011, 165 (compresi stagionali, co.co.pro. e somministrati), nel 2012 si stima una riduzione dell’1,2% (163 unità). Tuttavia circa un quarto del campione continua a creare occupazione e rileva un ampliamento della forza lavoro tra la fine del 2010 e la fine del 2012. Una media impresa su 10 possiede stabilimenti produttivi all’estero e pare che qui, nel 38% dei casi, l’occupazione aumenterà. Non subisce modifiche sostanziali il ricorso ad ammortizzatori sociali, che nel 2012 verranno utilizzati dal 35% delle imprese, contro il 37% nel 2011. Il 17% circa delle aziende adotterà strumenti alternativi per salvaguardare l’occupazione: contratti di solidarietà, modifiche all’orario di lavoro e riqualificazione del personale.

Il richiamo finale del presidente di Unioncamere è alla “coesione e comunione di intenti” di cui necessita il nostro Paese in questo preciso momento storico, oltre “al continuo rinnovarsi di quello spirito di iniziativa e di quel genio della creatività tutto italiano, che tanto è apprezzato nel mondo e che tanto ha contribuito al successo delle nostre medie imprese”.

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Il mercato italiano della sicurezza ICT

Hacktivism rivolto a siti governativi, questa la tendenza principale, in una situazione di generale impennata nel numero di attacchi alla sicurezza digitale

L’innovazione tecnologica, in sempre più rapida ascesa, ha portato allo sviluppo di modelli produttivi e di consumo completamente rinnovati, i quali hanno inevitabilmente e radicalmente modificato le nostre vite in qualità di impiegati, imprenditori, semplici cittadini. Nuove prassi, nuovi Know how, nuove tendenze e abitudini, per un processo di trasformazione che deve essere in primis compreso e, cosa ancor più importante, difeso in ogni suo aspetto.

Proprio allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica circa la necessità di “rendere l’ICT più sicura” e “combattere l’illegalita?”, il CLUSIT (Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) ha di recente pubblicato il Rapporto 2012 sullo stato della sicurezza delle informazioni e dei sistemi in Italia. Si tratta di un tema che, sostiene Danilo Bruschi, Presidente onorario CLUSIT, “sembra dimenticato dai media e, fatto molto più grave, dai decision maker”, nonostante il fenomeno stia “dilagando in termini di severità delle forme di attacco e di dimensioni”.

Ad essere stata delineata è, in particolare, “una realtà paese che nel panorama delle società occidentali risulta essere tra le più arretrate in termini di consapevolezza e pratiche di gestione del rischio informatico”, anche se questo sembra essere dovuto, in parte, al generale ritardo italiano in materia di innovazione e tecnologie ICT.

Eppure, sottolineano i promotori, non esiste, né a livello internazionale né locale, alcun settore strategico che possa dirsi esente da problematiche legate alla sicurezza dei dispositivi informatici. Nel corso dell’anno appena trascorso e dei primi due mesi del 2012, gravissime sono state la quantità e la gravità degli attacchi e degli incidenti informatici registrati. Le stime relative ai ricavi diretti del computer crime market parlano, a livello mondiale, di un valore che va dai 7 ai 10-12 miliardi di dollari all’anno.

Il Rapport CLUSIT ha inteso, allora, sottolinea Gigi Tagliapietra, Presidente CLUSIT, offrire “un importante contributo per assicurare che lo sviluppo della rete, a cui tutti guardano come condizione essenziale alla crescita, possa poggiare su basi sicure, che ne garantiscano la continuità operativa, la qualità e la effettiva fruizione da parte di istituzioni, imprese e cittadini”.

In un contesto di generale aumento degli attacchi informatici, è stato possibile delineare una sorta di quadro relativo alla distribuzione e tipologia degli stessi in Italia, nel periodo compreso tra febbraio 2011 e marzo 2012. A far la parte del protagonista è stato il cosiddetto “attivismo informatico” (hacktivism), alla base di ben 78 attacchi sugli 82 complessivamente rilevati; i restanti quattro sono riconducibili, invece, al Cyber Crime (3 casi) ed al Cyber Espionage.

Con riferimento alla vittima dell’attacco, si nota che nell’oltre 45% dei casi essa è coincisa con siti governativi o di associazioni a carattere politico, in linea, dunque, con la matrice prevalentemente hacktivista. A deludere particolarmente è, poi, il secondo posto tra gli obiettivi, occupato dai siti delle Università; in termini numerici, gli attacchi sono stati solo due, tuttavia è bene sottolineare come, nel solo caso rivendicato il 6 luglio, fossero ben 18 gli Atenei contemporaneamente colpiti. Indipendentemente dalla natura più o meno dimostrativa di tali attacchi e dalla scarsa rilevanza di alcune informazioni trafugate, tale dato esprime l’arretratezza italiana, poiché sono state colpite intimamente delle istituzioni di fondamentale importanza per il nostro paese, prime depositarie della conoscenza necessaria ad una gestione sicura del patrimonio informatico.

L’industria dell’intrattenimento segue, poi, a distanza, nella classifica delle vittime, anche se essa occupa la prima posizione rispetto a tutte le altre categorie; questo soprattutto a causa delle azioni commesse nel gennaio del 2012, sulla scia delle proteste relative al tentativo di far approvare le leggi SOPA/PIPA e alla chiusura di MegaUpload ad opera dell’FBI.

Analizzando il trend annuale degli attacchi, ci si accorge di come esso risenta dell’influenza di fattori esterni: la prima parte del 2011 è stata caratterizzata da azioni di hacktivism legate alla protesta per l’intervento italiano in Libia, contro grandi aziende strategiche e della difesa nazionale. Successivamente, nel periodo maggio-agosto 2011 è stato forte l’impatto emotivo del collettivo LulzSec, che anche qui in Italia ha raccolto proseliti e tentativi di imitazione. Nell’ultima parte del 2011 gli attacchi si sono notevolmente ridotti, per poi riprendere con nuovo vigore a inizio 2012, in corrispondenza alla protesta contro alcune proposte di legge considerate repressive della libertà di espressione in rete. Oltre alle sopracitate SOPA e PIPA, a creare malumori sono stati anche l’ACTA – l’accordo sottoscritto da 22 membri dell’Unione europea e volto a contrastare la contraffazione e la pirateria informatica – e la proposta di legge Fava (declinazione italiana dell’ACTA, poi bocciata alla Camera l’1 febbraio); obiettivi degli attacchi sono stati, in questo caso, quelle organizzazioni considerate depositarie di un ormai obsoleto modello di copyright (SIAE, copyright.it, ministero della Giustizia).

Tra le cause alla base dell’impennata di attacchi nell’ultimo anno, vi sono sicuramente la fruizione, sempre più massiccia, di servizi online tramite dispositivi mobile (un trend inarrestabile, dato che si stima che a fine 2012 il numero di tali dispositivi supererà quello degli abitati del pianeta) e il numero sempre maggiore di utenti connessi ai Social Network, Twitter in particolare (2 milioni i profili a fine 2011), poiché usato primariamente per dare comunicazione dell’esecuzione di un attacco e, nel caso dell’hacktivism, per lo stesso reclutamento di seguaci.

Nonostante tecnologia e normativa vigente spingano sempre più verso una piena convergenza tra identità reale e virtuale, pare che solo il 2% degli utenti web italiani abbia piena consapevolezza dei rischi che certe loro azioni sulla rete possono avere e possieda delle conoscenze adeguate ad attivare processi di protezione, questo stando ad una statistica rilasciata in occasione del Safer Internet Day, lo scorso 7 febbraio. Una simile mancanza di consapevolezza si paga, non solo in termini metaforici, ma anche reali: il cybercrime farebbe sparire dalle tasche degli italiani circa 6,7 miliardi di euro ogni anno (6,1 miliardi per il solo valore del tempo perso dalle vittime per rimediare all’accaduto, 600 milioni per i costi diretti).

Il rapporto CLUSIT ha scelto, poi, di analizzare il mercato italiano della sicurezza ICT, attraverso i risultati di una survey, basata su un campione di 142 aziende italiane di ogni dimensione, delle quali 77 offrono prodotti e servizi ICT (vendors) e 65 utilizzano, invece, tali prodotti e servizi (users).

Innanzitutto un dato incoraggiante emerge dalle dichiarazioni del campione analizzato: il mercato della ICT security sembra destinato a crescere, con un +5% sugli investimenti del 2012 rispetto a quelli del 2011. Se nel 2011 le aziende che hanno aumentato gli investimenti sono state il 19%, nel 2012 esse salgono di ben 5 punti percentuali, arrivando al 24%. Aumentano anche le previsioni di investimenti invariati (dal 68% del 2011 al 70% del 2012), mentre calano, di conseguenza, le ipotesi di riduzione degli investimenti (dal 13% al 6%).

Tra vendors e imprese utenti si riscontrano notevoli divergenze di vedute, dovute in parte al ruolo economico che essi ricoprono (offerta da un lato e domanda dall’altro), in parte ad una concreta diversità  nell’approccio strategico.
Con riferimento alle priorità emergenti nel mercato, secondo i vendors le principali sarebbero la security sui dispositivi personali (tablet, smartphone, pc desk e portatili) e la security nel cloud computing; essi focalizzano, cioè, la loro attenzione in primis sull’evoluzione tecnologica e sulla conseguente riorganizzazione dei processi aziendali.

Per gli Users, invece, l’area di maggiore interesse coincide con l’IT Service management security, vale a dire con i processi di gestione della sicurezza: in questo essi sembrano maggiormente orientati al presente, piuttosto che al futuro.
Se per i vendors la cloud security si piazza al secondo posto, per gli utenti essa occupa la penultima posizione, appena prima di standard e metodologie. La causa va, forse, individuata nel cambiamento organizzativo radicale che la nuova tecnologia impone e che molte aziende non sono, in questa fase economica delicata, disposte a fare.
Anche nei criteri di selezione dei vendors si esprime un punto di vista diverso tra domanda e offerta. Secondo le aziende utenti, la principale caratteristica che deve avere un fornitore per essere scelto è l’affidabilità: storie di successo alle spalle, durata di permanenza sul mercato, solidità finanziaria sono preferibili alla maggiore qualità di servizio e, ancor più, alla maggior convenienza (l’economicità della proposta è solo al terzo posto, al pari di competenza e certificazioni, date ormai per assodate e per questo non ritenute prioritarie).

Opposta la visione dei vendors stessi, i quali vedono proprio nell’economicità il principale criterio di scelta nella fornitura. La qualità per loro è solo al terzo posto, dopo l’affidabilità. Ultima posizione, anche in questo caso, per competenze e certificazioni. Sbagliano, dunque, quei vendors che puntano, nella propria campagna di promozione commerciale, sull’enfatizzazione dell’economicità della propria proposta.

“Riteniamo – dichiarano i promotori del rapporto – che non si sia ancora raggiunta quella consapevolezza che imporrebbe un forte cambiamento nelle scelte di investimento in sicurezza ICT”.

Questo è tanto più vero se si considera che vendors e users nel 2011 hanno mantenuto invariato (61%) o addirittura ridotto (23%) il numero del personale addetto alla security, mentre solo il 16% ha aumentato le risorse. Tale scenario pare, inoltre, destinato, nel corso del 2012, a rimanere abbastanza stabile: la percentuale di aziende che non intendono modificare il numero di addetti salirà al 79%, quelle che prevedono di assumere nuovo personale scendono di un punto (15%), tuttavia diminuiscono al 6% le aziende che ridurranno gli investimenti.

Quali sono, infine, le figure più ricercate nel mercato della sicurezza ICT e quali sono i requisiti professionali maggiormente richiesti?

Le aziende utenti cercano soprattutto figure consulenziali, security auditor, analisti, mentre per i vendors le figure più appetibili sono quelle con competenze tecniche (sviluppatori, amministratori, progettisti). Meno rilevante è, invece, la richiesta di figure di supporto alla gestione, di project e program manager, di advisor.

Tra i requisiti più richiesti dalle aziende al nuovo personale assunto, users e vendors sono concordi nel ritenere che le certificazioni rilasciate da organismi neutrali abbiano un valore più elevato rispetto a 5 anni di esperienza nel settore, caratteristica, quest’ultima, che comunque conquista il secondo posto. Tuttavia per le aziende utenti il possesso di una laurea rappresenta un requisito più importante rispetto alle certificazioni rilasciate da un vendor o ad una esperienza almeno decennale. Per i vendors, invece, è più apprezzabile avere una certificazione rilasciata da altri vendors, mentre si collocano sullo stesso piano laurea ed esperienza almeno decennale.

Immigrati imprenditori votati all’integrazione

Un’indagine del CNEL rivela il profilo socio-demografico degli imprenditori immigrati in Italia, valutando le implicazioni economiche e sociali della loro forte presenza

In barba a facili luoghi comuni e a fedi politiche tanto passionali quanto illogiche, pare che gli imprenditori immigrati siano piuttosto diffusi in tutto il territorio nazionale, non solo nelle aree dei distretti industriali del Nord, siano ben integrati con le piccole imprese italiane, assumano personale e collaboratori autoctoni, siano motivati, propensi al rischio e, soprattutto, alla crescita, vista come via preferenziale per il superamento della crisi.

A rivelarlo è stata l’indagine pluriennale titolata “Il profilo nazionale degli immigrati imprenditori”, condotta dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, CNEL – attraverso l’Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli stranieri e il Dipartimento di studi sociali e politici – e dalle Università di Milano, Pavia e Catania, grazie anche al coinvolgimento, a livello locale, delle principali associazioni di rappresentanza degli interessi degli artigiani e della piccola impresa (Confartigianato e CNA).

Presentata lo scorso 28 novembre presso la sede romana del CNEL, la ricerca ha intesto coniugare approccio quantitativo e qualitativo e ha concentrato, in particolare, la propria attenzione su sei aree locali dove la presenza di imprese di immigrati è più diffusa e caratterizzata settorialmente; in questa sede ci interessa, tuttavia, riportare alcune riflessioni di carattere generale circa le tendenze e le evidenze emerse.

L’Italia rappresenta il Paese con la maggior diffusione assoluta di piccola imprenditorialità in Europa: secondo dati Eurostat, su un totale di 20,9 milioni di Small and Medium Enterprises, SME (definite a livello europeo come le imprese indipendenti con meno di 250 addetti ovvero meno di Euro 50 milioni di fatturato e suddivise in medie imprese, dai 249 ai 50 dipendenti, piccole imprese, dai 49 ai 10 dipendenti, micro imprese, con meno di 10 dipendenti e imprese individuali con nessun dipendente), presenti in Europa (pari al 99,8% del totale imprese), l’Italia contribuisce con ben 3.947.000 unità, di cui il 94,5% sono micro-imprese; in altri termini, le imprese italiane rappresentano il 19% circa del totale imprese stimato nei 27 Pesi facenti parte dell’Unione Europea. La diffusione delle micro imprese rappresenta una peculiarità del contesto italiano, le cui cause sono state individuate nelle caratteristiche strutturali della nostra economia e nelle barriere istituzionali colpevoli di imporre costi crescenti al superamento di certe soglie dimensionali; tale peculiarità, in ogni caso, ha rappresentato nel tempo un terreno fertile per l’insediamento e lo sviluppo dell’imprenditorialità immigrata: è stata, infatti, dimostrata una forte correlazione tra diffusione di imprese autoctone e di imprese facenti capo ad immigrati, in un regime di complementarietà tra le due (che non esclude comunque alcuni casi di concorrenza diretta) e di parziale condivisione dei fattori che ne determinano la presenza e le difficoltà.

Il peso delle imprese immigrate nelle economie provinciali sembra essere maggiore nel Nord e nelle aree dei distretti industriali (con qualche eccezione in alcune provincie del Nord-Est) e i fattori che determinano questo peso sembrano essere principalmente tre: il livello di benessere economico provinciale, misurato attraverso il PIL locale pro capite; il grado di integrazione locale degli immigrati, stimato attraverso l’indice di integrazione sociale pubblicato annualmente dal CNEL; infine la dotazione locale di capitale sociale, misurata attraverso una serie di indicatori elaborati nel corso del Progetto ministeriale di rilevante interesse nazionale, PRIN. Tali indicatori di successo – riconducibili, come si nota, solo in parte alla sfera economica e facenti capo in gran parte alla dimensione sociale – sono, di fatto, gli stessi previsti per qualsiasi attività imprenditoriale autoctona.

L’indagine del CNEL è stata condotta nel corso del 2010 su un campione di 200 immigrati imprenditori, provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo, dai paesi dell’est europeo (anche paesi neo-comunitari come la Romania), dai paesi dell’Africa sub-sahariana e dai paesi asiatici (Cina e il sub-continente indiano), dunque da quei paesi che maggiormente hanno espresso capacità imprenditoriale; essa ha coinvolto, accanto ad imprenditori propriamente detti, anche un sottocampione di titolari di imprese individuali e i settori considerati sono stati quelli in cui maggiore è la presenza di immigrati (nell’ordine: edilizia, commercio, industria metalmeccanica, industria tessile e abbigliamento, servizi). Lo studio arriva, allora, a delineare il profilo socio-demografico dell’imprenditore immigrato: un uomo (solo nel 10% dei casi si ha avuto a che fare con imprenditrici, concentrate quasi esclusivamente tra gli immigrati cinesi) giovane, di circa 41 anni, inserito in nuclei di convivenza (risulta sposato l’85% degli intervistati, alcuni dei quali, soprattutto egiziani, con italiane) con più figli rispetto all’omologo italiano (l’80% ha figli) ed una formazione scolastica discreta, generalmente maturata nel paese d’origine, seguita da un iter lavorativo che vede delle prime esperienze in qualità di dipendente sempre nel paese d’origine, emigrazione in Italia attorno ai 24 anni, lavoro generico alle dipendenze in Italia e avvio dell’attività imprenditoriale attorno ai 33 anni.

Tra le motivazioni all’immigrazione troviamo innanzitutto il desiderio di promozione (41%), probabilmente grazie a delle condizioni economiche originali tendenzialmente favorevoli (il 37% degli intervistati proviene da famiglie di commercianti, dirigenti, piccoli imprenditori e professionisti, il 18% da famiglie di tecnici o impiegati, l’82% proviene da ambienti sociali urbani abbastanza privilegiati e il 91% dichiara di aver goduto di condizioni economiche originarie superiori o in linea con la media). Persistono, tuttavia, anche motivazioni economiche dettate da un peggioramento della propria situazione (43%); infine il 26% degli intervistati imputa la scelta di spostarsi alla personale propensione al rischio e all’avventura (26%).

La decisione di mettersi in proprio non rappresenta, poi, solitamente, una via d’uscita dalla disoccupazione (condizione che coinvolgeva solo il 12% del campione) o un’induzione da parte del precedente datore di lavoro, ma sembra essere stata libera, dettata dalla volontà di guadagnare di più, di essere autonomo e di valorizzare le proprie capacità e conoscenze nel settore; il 77% degli intervistati ha fondato l’azienda, il 21% l’ha rilevata e il 2% l’ha ereditata.

Fondamentale il ruolo della famiglia nella fondazione e gestione dell’attività (come per la piccola imprenditoria autoctona, del resto): il 58% degli intervistati dichiara di avere un parente a sua volta titolare dell’impresa, nel 19% dei casi i familiari hanno contribuito a fornire il capitale iniziale, un terzo degli imprenditori immigrati coinvolge i parenti nell’attività aziendale e il 30% dell’occupazione totale generata riguarda familiari.

Il 35,5% del campione ha assunto la forma di lavoratore autonomo, privo di dipendenti, il restante 64,5% possiede un’impresa che coinvolge un’occupazione media di 3,7 addetti, con un intervallo che va da 1 a 28 dipendenti (se si aggiungono le varie collaborazioni parasubordinate, stagionali e le varie consulenze, l’occupazione media sale di un punto, con un range da 1 a 36 addetti).

Dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, le imprese di immigrati non sembrano essere particolarmente all’avanguardia: solo nel 38% dei casi (39,5% tra gli imprenditori e 35,2% tra gli autonomi) si usa la posta elettronica e nel 15% (18,6% imprenditori contro 8,5% autonomi) si ha a disposizione un sito internet. Il 19% ricorre alla pubblicità (24,8% contro 8,5%) e il 16,5% (24,0% contro 2,8%) utilizzo un marchio che richiama la nazionalità del titolare.
Come avviene per gli imprenditori autoctoni, anche per gli imprenditori immigrati la buona riuscita dell’attività imprenditoriale dipende, in buona parte, dalla capacità di accedere alle tre principali forme di capitale: capitale economico (che consiste nella “disponibilità di risorse monetarie, che possono essere investite”), capitale culturale (che rappresenta l’insieme “delle conoscenze e delle esperienze che l’imprenditore ha acquisito mediante programmi di formazione formale o informale e mediante l’apprendimento delle pratiche decisionali e dei comportamenti appropriati per la soluzione di problemi riguardanti l’attività”) e capitale sociale (la “dotazione individuale di relazioni sociali relativamente stabili e basate sulla reputazione, un grado di essere mobilitate dal soggetto per raggiungere i propri scopi”).
Con riferimento, innanzitutto, al capitale economico, si nota un’elevata capacità di autofinanziamento tra gli immigrati che decidono di dare avvio ad un’impresa, possibile grazie ad un precedente periodo di “accumulazione” alle dipendenze di qualcuno: il 66,8% degli intervistati non ha avuto bisogno di capitali di terzi e il 10,6% coinvolge familiari e parenti nel rischio di impresa. Il sistema creditizio locale si dimostra, poi, particolarmente capace nel sostenere gli investimenti di avvio, per questo motivo gli imprenditori immigrati riescono ad ottenere prestiti dalle banche in misura maggiore rispetto ai prestiti da familiari e parenti (9,0% contro 8,5%). L’accesso al credito iniziale non sembra costituire un problema forse anche perché molte tra le attività avviate non richiedono un’elevata dotazione di capitale iniziale (considerazione vera per il piccolo commercio, ma non per l’attività industriale metalmeccanica o dell’abbigliamento).

Superata la fase iniziale, nel corso del suo sviluppo, le aziende sembrano tuttavia aumentare la propria domanda di capitale: il 69,5% degli intervistati ha richiesto prestiti e nel 30,5% dei casi si sono rivolti a banche o ad associazioni di categoria.

Per quanto riguarda il capitale culturale, emerge che la preparazione scolastica media dei soggetti è di 12,4 anni di studio, con un titolo conseguito per la maggior parte dei casi nel paese di origine. Il 16% degli intervistati risulta laureato. L’anzianità dell’attività imprenditoriale, indicativa della specifica esperienza maturata, è di oltre 7 anni e la conoscenza delle lingue – dell’italiano in particolare – risulta fondamentale, anche se esistono esempi (come la realtà imprenditoriale cinese di Prato) in cui si colma questa mancanza attraverso l’assunzione di personale autoctono.

Infine vediamo la dotazione di capitale sociale. Si evidenzia come l’ampiezza della rete di relazioni sia maggiore nelle aziende di più ampie dimensioni, tra gli imprenditori piuttosto che tra i lavoratori autonomi e tra le imprese che hanno meglio resistito alla crisi in termini di fatturato.

Appartengono a questo network di relazioni in primis italiani (39,6%), seguono familiari e parenti (37,4%), connazionali (18,9%) e stranieri non connazionali (solo 4,1%). Del resto i buoni rapporti con gli autoctoni sono dichiaratamente considerati fondamentali per avere successo negli affari, molto più importanti dei rapporti con connazionali e familiari. Le relazioni interpersonali sono, poi, considerate più rilevanti rispetto all’adesione formale a qualsiasi associazione di categoria (con riferimento a quest’ultima, si nota come gli imprenditori immigrati privilegino le associazioni italiane di categoria, piuttosto che quelle tra connazionali).

Il rapporto ha inteso valutare, inoltre, il grado di integrazione economica e sociale degli imprenditori immigrati.
Con riferimento al primo parametro, si evidenzia come il 66,5% dei clienti siano italiani e come nella metà dei casi si abbia a che fare con un numero di clienti non superiore ai 5. Il 77,3% degli intervistati si rivolge a fornitori italiani, mentre le reti co-etniche di subfornitura interessano soltanto l’11,1% dei casi e soprattutto le imprese con dipendenti (15,7%, contro un 2,8% riferito ai lavoratori autonomi). Le funzioni contabili, amministrative e di applicazione della normativa vengono implementate attraverso la strategia del make or buy: solo le competenze informatiche provengono dall’interno, le altre tendono ad essere esternalizzate, con il ricorso prevalentemente a consulenti italiani (fattore che incrementa il mercato delle consulenze aziendali), ma anche ad associazioni imprenditoriali locali.
Dunque l’integrazione economica passa attraverso il rapporto diretto con operatori italiani e si fa in parte subalterna per i lavoratori autonomi, che spesso “dipendono” da un solo cliente, ma cercano riscatto attraverso l’ala protettiva associazionista.

Con riferimento all’integrazione sociale, emerge che il 14% degli intervistati ha ottenuto la cittadinanza italiana, il 4,5% vive con un partner di nazionalità italiana e, tra coloro che hanno famiglia, l’83,9% ha figli; quasi la metà (47,7%) ha almeno tre figli (dato superiore alla media italiana). Da questi dati deriva, dunque, un buon livello di radicamento sociale. Il 6,6% degli imprenditori intervistati ha, inoltre, assunto dipendenti italiani (percentuale che sale al 22,2% se si considera l’intera vita aziendale) e il 5,1% si avvale di rapporti di collaborazione con italiani.
Al di là di alcune questioni tipicamente legate alla loro condizione – corsi di italiano e di formazione per la gestione, semplificazione amministrativa per il permesso di soggiorno, diritti politici e previdenziali (pensione fruibile anche nel Paese d’origine), discriminazione e diffidenza di istituzioni e singoli – gli immigrati condividono con gli autoctoni numerose problematiche legate all’attività imprenditoriale: richiesta di riduzione delle tasse e di agevolazioni finanziarie e creditizie, richiesta di maggiori controlli per evitare comportamenti sleali, richiesta di aiuto nel recupero dei crediti.
Al pari delle aziende autoctone, inoltre, quelle immigrate considerano la reputazione sul mercato il principale fattore di forza dell’attività, con la conseguente necessità di puntare più sulla qualità che sul prezzo; esse, poi, considerano la concorrenza con le altre imprese straniere e la dipendenza da pochi clienti le principali fonti di debolezza.
Il 16% degli intervistati, infine, mantiene rapporti d’affari con il Paese d’origine (soprattutto cinesi e senegalesi), acquistando beni e servizi o vendendo i propri prodotti o facendo investimenti.

I risultati della ricerca mostrano, allora, in conclusione, che “gran parte degli imprenditori intervistati ha conquistato la cittadinanza economica ed è stato incluso in modo irreversibile nel tessuto delle piccole imprese che operano in Italia, con l’auspicio che queste piccole imprese diventino progressivamente medie imprese”; “il percorso verso la cittadinanza sociale […] è più lungo e forse coinvolgerà la seconda generazione, quella dei figli nati in Italia”: “per essi indugiare ulteriormente nel riconoscimento dei diritti politici nuocerebbe anzitutto a noi italiani”.