Volunia: un progetto teso tra innovazione e criticità

La piattaforma tutta italiana, sviluppata da Massimo Marchiori e ora in fase di test, promette una “differente esperienza del web”, conciliando componente informativa e sociale della rete, ma non convince totalmente chi già l’ha provata

Non siamo di certo abituati a veder crescere in Rete, di giorno in giorno, le attese per la presentazione ufficiale di un progetto digitale che aspira ad essere potenzialmente rivoluzionario. Non se la paternità e il finanziamento dello stesso sono da attribuire interamente a menti e mani italiane. In questa capacità sta, forse, un primo merito di Massimo Marchiori, classe 1970, docente di Reti e Tecnologie Web dell’Università di Padova e noto nell’ambiente dei “cervelloni” (ma, da qualche giorno, non solo in quell’ambiente) soprattutto per aver ideato l’allora innovativo motore di ricerca Hyper Search – presentato nel 1997, a Santa Clara, nel corso della sesta conferenza internazionale del World Wide Web – e per aver contributo, con questi suoi studi, allo sviluppo dell’algoritmo alla base di Google.

È lui, infatti, il padre di Volunia, una sorta di nuovo motore di ricerca che promette una “differente esperienza del web”, frutto dell’omonima start up fondata nel 2008 assieme a Mariano Pireddu, l’imprenditore sardo dalla ventennale esperienza nel mercato delle telecomunicazioni e del web. Assieme a loro, protagonisti di questa avventura sono stati alcuni tra i migliori ex studenti dell’Università di Padova (e non solo), scelti dallo stesso Marchiori.

Massimo riserbo circa i dettagli della piattaforma, fino a lunedì 6 febbraio, quando è stata presentata in anteprima e in streaming mondiale, dalla sala dell’archivio antico di palazzo del Bo a Padova, e quando è stata data la possibilità ad una parte degli utenti registrati (i cosiddetti “Power User”) di accedere alla fase beta e lasciare il proprio feedback al team di Volunia.

Una presentazione – occorre sottolinearlo – certamente lontana da quelle di stampo Silicon Valley, fatta di ritardi, imprevisti, problemi tecnici, scuse e discorsi preliminari da parte delle autorità padovane. Un presentazione che, malgrado le aspirazioni internazionali (Volunia è disponibile in ben 12 lingue ed è già pronto per la fruizione mobile), è stata realizzata tutta in italiano, senza traduzione.

Il primo a prendere la parola è stato il Rettore, Giuseppe Zaccaria, il quale ha espresso l’orgoglio e “la soddisfazione grande dell’Ateneo per questa scadenza molto attesa” e per questo “momento di grande innovazione rispetto a dei processi che oggi formano la vita quotidiana delle persone in tutto il mondo“; un traguardo – sottolinea – frutto della “consapevolezza che vi sono delle potenzialità inespresse all’interno del web“; Zaccaria parla di “un segnale molto positivo” del fatto che anche qui in Italia vi è la possibilità “di fare bene“, “di cogliere le innovazioni e integrarle“, e del fatto che “i nostri ricercatori sono competitivi […] a livello europeo e internazionale, non abbiamo nulla da invidiare a nessuno” in quanto a cervelli: “se dobbiamo invidiare qualcosa sono i finanziamenti e le strutture“.

A seguire, il Sindaco di Padova, Flavio Zanonato, ha elogiato il professor Marchiori e, in particolare, il suo “stile sobrio, semplice, il fatto di parlare con chiarezza e schiettezza ai giovani, di non piangersi mai addosso, di dire che bisogna darsi da fare“, annoverandolo tra una delle “formidabili eccellenze di Padova“, che l’intera comunità cittadina deve cercare di tutelare e promuovere.

Il Prorettore alla Ricerca Silverio Bolognani si è congratulato, poi, con Marchiori perché “ha voluto fare questa attività a Padova” e si è augurato che la sua condotta rappresenti “un esempio per il nostro sistema produttivo ed economico, un esempio di come si possa investire a medio termine sulla ricerca, che è una risorsa ricca che abbiamo, abbondante e preziosa“.

Infine, il Vicesindaco Ivo Rossi ha posto l’attenzione su un aspetto fondamentale del momento: “questa è una delle occasioni in cui la ricerca prodotta dalla nostra Università diventa impresa. Noi per anni abbiamo teorizzato la necessità di legare questi due elementi, di far crescere, quindi, anche l’economia del territorio, e oggi siamo nella presentazione di questa condizione che si realizza, tra l’altro in un segmento alto della conoscenza” e con vocazione internazionale; “questo nuovo motore – conclude Rossi – non è soltanto un nuovo motore di ricerca, ma è anche un motore generatore di nuova economia per la nostra città, così ci auguriamo“.

Liquidato con una battuta l’imbarazzo iniziale dovuto agli imprevisti tecnici (“qualcuno diceva: ‘È una presentazione storica’…anche perché: trovate un altro lancio mondiale con un inizio così! Resterà nella storia anche per questi imprevisti, per la suspense” creata) Marchiori è entrato, allora, nel vivo della presentazione e lo ha fatto, come vedremo, con un linguaggio ricco di metafore e similitudine (a cominciare dal paragone tra i problemi tecnici incontrati e lo stato generale della ricerca in Italia: “l’italiano è abituato agli imprevisti, però dopo ne rinasce più temprato di prima”; “una dimostrazione fattuale che poi noi alla fine dobbiamo sempre pensare oltre, aggirare l’ostacolo e da lì ci vengono, poi, le idee buone”).

Quella che vediamo oggi – ha premesso – è solo una parte del progetto”, che si è scelto comunque di presentare, per evitare, pare di capire, che a qualcun altro venga in mente di proporre un’idea simile, vanificando gli sforzi di ben tre anni di lavoro.
Ha cercato, poi, di sfatare il mito secondo cui Volunia rappresenterebbe una sorta di anti-Google: “in realtà […] non è così, anche perché Google è una forza” enorme, per “numero di server, personale” e utenti che unisce: sarebbe “follia per qualsiasi startup mettersi in competizione diretta”. Questo anche in considerazione di “come è proseguita l’evoluzione del motore di ricerca”, un’evoluzione solo parziale, che non ha portato a dei cambiamenti sostanziali nel suo funzionamento: “scrivo quello che voglio sapere, clicco e ho i miei dieci risultati”; “fare un motore simile o uguale a Google, come hanno cercato di fare tanti altri, poi fallendo […], non era la cosa giusta da fare”. “Quello che occorreva fare era cercare un punto di vista diverso”.
Forse motivato dall’intenzione di stupire il suo copioso pubblico, Marchiori ha proposto una curiosa “similitudine tra utenti web e galline”, per spiegare lo spirito con cui è nato Volunia: “vi vorrei parlare […], nonostante la sede molto ambiziosa, di galline […] perché siamo nel 2012” e questo sarà “un anno rivoluzionario per il mondo delle nostre galline”, dato che “una direttiva della comunità europea ha deciso che dal 2012 le galline non possono più essere allevate in gabbia”; “dopo anni di battaglia tutte le nostre galline finalmente sono state liberate” e, “ironia della sorte, è una decisione che la comunità europea aveva preso nel 1999“, periodo in cui sono nati i motori di ricerca.

Questo, dunque, in estrema sintesi, il compito che Volunia si è posto: liberate le galline del web, che “non volano” e “sono chiuse dentro gabbie“.

Cerchiamo di seguire il ragionamento di Marchiori.
I motori di ricerca sono nati per dare un ordine alla “marea informativa“, “alla complessità mostruosa” che è il web, offrono un aiuto concreto, ci permettono di compiere “un piccolo volo” orientativo, salvo farci atterrare, poi, di nuovo, in un ambiente complesso e ricco di difficoltà. Attraverso Volunia si è inteso offrire “una prospettiva più ampia“, poiché “se riesco ad alzare la prospettiva, riesco a capire meglio l’ambiente che mi circonda“, riesco ad avere “una panoramica dell’informazione“.
In questo si realizza la prima parte dello slogan scelto per accompagnare il progetto Volunia, “seek and meet”, quella relativa alla fase di ricerca nella rete.

Una barra in alto accompagna in ogni momento l’utente nella fruizione web, con l’intento di favorirne costantemente l’orientamento. Il sistema è in grado, inoltre, di generare in automatico, per ogni sito, una mappa, consultabile anch’essa in qualsiasi punto della navigazione, mappa che si presume essere piuttosto familiare, poiché riproduce una città tridimensionale, con tanto di case e palazzi rappresentanti le varie pagine, in perfetto stile “Sim City”. Si è resa disponibile anche una seconda forma di visualizzazione, a cartelle e, alle possibili imprecisioni derivanti dall’automatismo di creazione delle mappe, si è cercato di dare soluzione richiedendo l’intervento attivo dei proprietari dei siti web: “permettiamo agli utenti di prendere il controllo della mappa“.

Un’apposita sezione “media” seleziona per noi tutti i contenuti visivi, audio, video e documentali presenti nel sito o parte di essi (in relazione alle indicazioni da noi fornite nella query): essa offre una panoramica ad alto livello, ordinata secondo un criterio di presunta rilevanza, di tutti i contenuti multimediali del sito, offre “un’altra prospettiva“, permettendo, poi, di atterrare sulla pagina corrispondente al determinato contenuto di nostro interesse.

Rispetto alle funzioni di ricerca garantite dai più comuni motori di ricerca, Volunia vorrebbe, insomma, dare la possibilità agli utenti “di essere assistiti e di poter spiccare il volo in ogni momento”.

Passiamo ora alla seconda parte dello slogan, quella relativa al “meet”, all’incontro, alla dimensione sociale, per comprendere la quale è necessario – ci dice Marchiori – analizzare le tendenze più recenti presenti nel web, il cosiddetto “web 2.0 o “web sociale”: “le persone sono entrate a far parte del web“, ma “questo web 2.0 si è messo in antagonismo con il cosiddetto web 1.0“, poiché “da un lato c’è l’informazione e ci sono i motori di ricerca“, “dall’altro nel web 2.0 ci sono le persone” e “questi due mondi sono abbastanza separati, non sono mai stati integrati“, tanto che per poter sperimentare un’”esperienza sociale ricca e appagante” ci andiamo – prosegue la metafora – “a chiudere dentro a delle gabbie, che sono i siti sociali“.

Quello che si è chiesto di fare a Volunia è, allora, di “rompere questa barriera che si è creata storicamente, finora, tra l’informazione e la socialità delle persone“, attraverso l’attivazione di una funzionalità aggiuntiva chiamata “barra sociale”, la quale “unisce il mondo dell’informazione, i siti web che visitiamo, con il mondo delle persone“, in modo da poter sfruttare le potenzialità umane nascoste dietro le pagine di un web in realtà molto più ricco di come siamo abituati ad immaginarcelo. Volunia vuole, quindi, conclude Marchiori, “aprire la gabbia“, permettendo, in ogni momento della navigazione, di vedere “chi c’è attualmente e chi c’è stato” – a condizione, ovviamente, che l’utente abbia concesso di essere visto – e di interagire con la componente sociale del web, attraverso l’attivazione di legami virtuali (richiesta d’amicizia e possibilità di raggiungere i miei amici, ovunque essi siano) e di discussioni corali. Ogni punto della rete diventa, così, un punto di potenziale aggregazione.

Fin qui ci siamo concentrati sull’aspetto – per così dire – “promozionale” di Volunia, sul modo con cui i promotori del progetto hanno scelto di comunicare lo stesso al proprio pubblico di riferimento. La forza virale del messaggio veicolato e le eccessive aspettative hanno, tuttavia, imposto anche l’emergere di numerosi dubbi e critiche, tra i Power User, sulla presunta innovazione alla base della piattaforma, malgrado una certa prudenza sia comunque mantenuta, considerando la fase ancora di test.

Vengono innanzitutto contestate le scelte grafiche, di gusto discutibile e un tantino datato e l’interfaccia di base, eccessivamente caotica.

Ad essere soprattutto oggetto di critica sono, però, le molte problematiche rilevate in fase di ricerca di particolari termini: come sottolineato da Marchiori in conferenza, il sito indicizza, per ora, solo una minima parte della rete, rendendo di fatto molto difficile la corrispondenza dei risultati con le intenzioni dell’utente e ponendosi di fatto ad un livello qualitativo notevolmente inferiore rispetto ai competitors. Volunia, poi, utilizza la tecnologia iframe, che impedisce la visualizzazione di alcuni tra i più popolari siti web (Google, Facebook, Twitter, Youtube…), i quali hanno scelto, appunto, di non supportare tale tecnologia.

L’impossibilità di importare amici da Facebook o Twitter riduce, inoltre, l’aspirazione sociale del progetto, poiché, al di là della possibilità offerta di ricercare i propri amici, l’attivazione di legami dettati da incroci semi-casuali non permette certo la creazione di una struttura sociale solida. Altri interrogativi sono sorti in materia di privacy, anche se – garantiscono i promotori – sarà l’utente a decidere se e cosa condividere e i dati non verranno tracciati.

In attesa di conoscere i perfezionamenti che la fase beta porterà con sé e incuriositi dal modo con cui gli utenti comuni potranno accogliere la nuova piattaforma, non ci resta che rimandare il nostro personale giudizio e sperare di essere presto inseriti nella cerchia dei Power Users.

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Decreto sviluppo: le novità

Edilizia, fisco, ricerca, mutui e appalti: innovazioni e perplessità di un provvedimento che intende rilanciare a costo zero la ripresa economica del Paese

Giovedì 5 maggio il consiglio dei ministri ha varato un decreto legge recante “Prime disposizioni urgenti per l’economia”, cosiddetto “Decreto sviluppo”. Novità in materia di edilizia, fisco, ricerca, mutui e appalti per «un corpo legislativo molto ampio», fatto di dieci articoli, come precisato da Tremonti nel corso della conferenza stampa svoltasi a Palazzo Chigi dopo il varo, conferenza alla quale hanno partecipato anche Berlusconi, il Ministro dello sviluppo economico Romani, della PA Brunetta, del lavoro Sacconi e dell’istruzione Gelmini. «È il primo decreto di una lunga serie che presenteremo per attuare il Piano nazionale delle riforme» ha ricordato il ministro dell’economia, precisando che i prossimi interventi saranno dedicati allo “sgonfiamento” dei processi civili, che per il 20% riguarderebbero le prestazioni dell’Inps, al finanziamento delle missioni militari all’estero e alla manutenzione dei conti.

Il nuovo provvedimento, nelle parole dei suoi promotori, non dovrebbe comportare particolari oneri a carico del bilancio dello Stato, e punta, in estrema sintesi, alla semplificazione delle regole e alla ripresa dell’iniziativa economica nel Paese, attraverso la riduzione dei costi e tempi di realizzazione delle opere pubbliche, il sostegno alle imprese che investono in ricerca, l’incremento delle assunzioni al Sud e il rinnovamento del turismo balneare. «Sono tutte riduzioni di oneri e creazioni di incentivi senza usare come motore il bilancio pubblico. Quel poco che costa è assolutamente coperto», ha evidenziato ancora Tremonti, con il pieno sostegno del Presidente del Consiglio, secondo il quale il merito del decreto sta proprio nell’aver proseguito la linea del rigore e assicurato all’Italia, per questa via, la riuscita della «mission impossibile di uscire dalla crisi con una tenuta rigorosa dei conti pubblici».

Rilancio dello sviluppo a costo zero, o quasi, per un’operazione di stimolo indiretto: questa sembra, quindi, essere la sfida che il Governo si è imposto, nonostante alcune voci si siano adoperate nel mettere in dubbio l’efficacia reale di certe misure previste; «le iniziative risultano spot e non ancora strutturali proprio per problemi di finanziamento», sostiene il vice direttore de Il Sole 24 ore Alberto Orioli, nell’editoriale di venerdì 6 maggio. «Alcuni segnali di sistema si vedono», ma persiste «il macigno del debito che non consente slanci nella spesa e impedisce il reale dispiegamento di robuste “politiche della domanda”». Politiche che «per ora restano affidate alle nuove iniziative per la valorizzazione delle coste e a quelle sul piano casa, la cui rinnovata edizione si spera non incappi più nei veti delle Regioni o nelle resistenze dei Comuni, finora vero impedimento nella realizzazione». Una «positiva fantasia creativa» ha permesso di confezionare un pacchetto che agirà «soprattutto sul lato dell’offerta»: «semplificazioni, accorpamenti dei controlli, crediti d’imposta, rivalutazioni dei terreni e procedure più rapide per la cessione dei beni obsoleti (ampliati)»; «ancora grandi assenti le liberalizzazioni, a cominciare dalle società municipalizzate, dove 4 su 5 sono in perdita, e spesso gemmano solo “poltronifici” ad uso micro-elettorale».

Dalle file del Pd si sentono, ancora, critiche che sfociano nell’aperta accusa di voler semplicemente e strategicamente fare propaganda elettorale, come si dedurrebbe – afferma Giovanni Legnini, senatore Pd – dalla «data in cui viene emanato il decreto: appena dieci giorni prima delle amministrative. E poi la mancanza di risorse aggiuntive, segno di un testo fatto in fretta ad uso di un appuntamento con le urne». Legnini divide in tre parti il proprio giudizio sul lavoro fatto: c’è una parte «buona», quella riferita al credito d’imposta per la ricerca e le assunzioni al Sud, alla stabilizzazione dei precari della scuola, alla rinegoziabilità dei mutui a tasso variabile, parte che sarebbe frutto «di un pentimento, di una riabilitazione tardiva della politica Prodi-Padoa Schioppa»: «il bonus sulla ricerca è stata una proposta del Governo di centro-sinistra ma mi chiedo: quante risorse ci sono? Lo stesso potrei dire con i precari della scuola: Prodi nel 2007 fece una misura per 120 mila poi la norma fu smantellata e oggi Tremonti ne stabilizza quasi la metà, 65 mila». C’è poi una parte «meno buona» che sarebbe il «tentativo di dare nuova linfa a misure già fallite come il piano casa o le varie semplificazioni». Infine, la parte «negativa e forse anche dannosa: è quella che prevede – tra l’altro – l’esenzione dalle gare per appalti di lavori fino a un milione. Una vera licenza per corruttori e corrotti». «Manca la strategia di rilancio su Pil e occupazione: sono norme messe insieme, non c’è un’idea forte».

Rimandando gli approfondimenti al seminario che si svolgerà mercoledì 11, Tremonti ha ripercorso il contenuto dei dieci articoli, sottolineando il fatto che, pur trattandosi di un testo «correggibile», passibile di ulteriori limature in sede di coordinamento, l’impostazione chiara («la legge si legge») e l’impianto del decreto rimarranno invariati. Cerchiamo, allora, di comprendere un po’ meglio quale sia la portata effettiva delle disposizioni abbracciate.

Il primo articolo riguarda la previsione di un credito d’imposta, pari al 90% dell’investimento, per le grandi, medie e piccole imprese che commissionano la ricerca scientifica alle università e agli altri Istituti pubblici che «saranno catalogati in seguito»; si tratta di una misura sperimentale, che riguarderà le attività avviate quest’anno e il prossimo, ma che potrebbe essere estesa ad un periodo più lungo. Il credito sarà erogato in tre rate annuali, a partire dall’avvio dei nuovi progetti, tuttavia non sarà generalizzato, al fine di favorire proprio l’aumento delle attività di ricerca: sarà rivolto esclusivamente ai soggetti che incrementano il loro sforzo negli investimenti rispetto al passato, attraverso il confronto con la media di investimenti realizzati dal 2008 al 2010. Le procedure per l’esame di tali investimenti e per l’accesso al bonus saranno definite con un provvedimento realizzato ad hoc dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Resta il punto di domanda circa le risorse necessarie per implementare la misura, non indicate espressamente dal D.L., tuttavia il fatto che venga abolito il bonus (mai attuato) introdotto dalla legge di stabilità, lascia dedurre che si potrà contare sui 100 milioni allora stanziati. Eventuali risorse aggiuntive potrebbero essere ottenute attraverso un taglio lineare delle spese rimodulabili (esclusi FFO e 5 per mille).

Anche il secondo articolo è dedicato ad un credito d’imposta, a vantaggio, questa volta, delle imprese che assumono a tempo indeterminato dei lavoratori “svantaggiati” nelle regioni del Sud. In particolare l’incentivo scatta per ogni nuovo lavoratore assunto in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sardegna e Sicilia, entro 12 mesi dall’entrata in vigore dello stesso decreto, a condizione che i lavoratori siano considerati, ai sensi del Regolamento 800/2008/CE, appartenenti alle categorie degli “svantaggiati” (vale a dire lavoratori privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, o privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, o che abbiano superato i 5o anni, o che vivano soli con una o più persone a carico, o occupati in professioni o settori con elevato tasso di disparità uomo-donna, o membri di una minoranza nazionale) o dei “molto svantaggiati” (cioè lavoratori privi di lavoro da almeno 24 mesi). Nel primo caso il credito d’imposta spetta nella misura del 50% dei costi salariali sostenuti nei 12 mesi successivi all’assunzione; nel secondo caso esso spetta nella misura del 50% dei costi salariali sostenuti nei 24 mesi successivi all’assunzione. Per il finanziamento dell’agevolazione verranno usati i fondi europei, ma solo dopo il via libera dell’UE: «la fiscalità di vantaggio è difficile ma efficace, l’unico metodo per usare davvero i fondi europei, utilizzati a un tasso scandalosamente basso», ha sottolineato Tremonti, riferendosi a quei a quei 5 miliardi di fondi Fas non spesi. La misura, che comunque impone un notevole incremento occupazionale, mira a sostenere l’occupazione di lavoratori che hanno una particolare difficoltà di inserimento o reinserimento, tuttavia richiede particolari requisiti soggettivi, che ne limitano la fruibilità e, secondo il mondo delle imprese, sarebbe stato preferibile puntare su una fiscalità più propriamente a beneficio di investimenti e produttività: «è vero – sottolinea Orioli – che il lavoro è la commodity più preziosa in questi anni del post-crisi della finanza globale, ma certo avrebbe avuto più efficacia, per un’azione forte di allargamento della base produttiva, un bonus legato agli investimenti e non solo a un parametro quantitativo di assorbimento di manodopera altamente svantaggiata».

Terzo articolo propone alcune novità dal punto di vista del turismo: l’aspetto più rilevante, e combattuto dalle associazioni ambientaliste, riguarda l’attribuzione ai privati del diritto di superficie sulle spiagge per un periodo pari a 90 anni: la norma si estende alle costruzioni già esistenti e, nel rispetto di particolari vincoli di urbanistica, di ambiente e di edilizia, chi otterrà tale diritto potrà anche edificare nuove strutture o abbattere e ricostruire quelle esistenti. Tremonti ha comunque sottolineato il fatto che, ad essere attribuito, sarà solo il diritto di superficie e non la proprietà («la spiaggia rimane pubblica, non c’è nessuna vendita di spiagge») e che, per poter accedere alle concessioni, è necessario «essere in regola con il fisco e la previdenza». Saranno le Regioni, su iniziativa dei Comuni e d’intesa con l’Agenzia del demanio, a delimitare le aree su cui costruire il diritto di superficie: troppi, forse, gli enti da mettere d’accordo, con probabili ripercussioni nell’applicazione concreta della misura. Prevista poi la possibilità di costruire distretti turistico-alberghieri sui quali si applicheranno tutte le agevolazioni fiscali e amministrative previste per le “zone a burocrazia zero”.

Altre novità riguardano le opere pubbliche e le regole sugli appalti: tempi di realizzazione più brevi e contenimento dei costi, queste le due linee direttive. Il pacchetto intende innanzitutto velocizzare l’affidamento delle opere pubbliche, semplificando le gare soprattutto per le piccole e medie imprese; raddoppia la soglia per la trattativa privata, che passa da 500 mila euro a 1 milione (1,5 per i beni culturali), mentre l’esclusione automatica delle offerte anomale sale dall’attuale limite di 1 milione alla soglia europea dei 4,8 milioni, permettendo alle Pmi una competizione non contaminata da maxiribassi insostenibili e, quindi, più veloce. La misura è piaciuta all’Ance che, in un comunicato ufficiale, ha dichiarato di apprezzare «la scelta di preferire all’utilizzo del cosiddetto massimo ribasso, che favorisce le infiltrazioni della criminalità organizzata, metodi di gara alternativi, come l’esclusione automatica delle offerte anomale». Riduzione dei costi attraverso l’istituzione di tetti massimi alle riserve, non più ammesse oltre il 20% dell’importo del contratto e vietate se il progetto è stato validato (misura, questa, che secondo il Presidente Anci, Paolo Buzzetti, «penalizza le imprese anche nel caso di evidenti carenze ed errori nelle fasi progettuali») e riduzione delle somme a disposizione per pagare le varianti in corso d’opera. L’impatto immediato dei tagli potrebbe aumentare le liti tra costruttori e PA, con l’effetto – opposto rispetto a quello sperato – di rallentare molte opere, da riprogettare.

Arriva poi un nuovo Piano Casa straordinario di edilizia privata, un po’ diverso rispetto al precedente, visto che, da un lato, riguarda solo le aree urbane degradate e, dall’altro, prevede nuovi premi volumetrici non solo per le abitazioni che saranno riqualificate con interventi di demolizione e ricostruzione (premio del 20%), ma anche gli edifici non residenziali, come negozi, magazzini, edifici industriali (premio del 10%). Il passaggio a quello che è stato definito il “Piano Città” avverrà, tuttavia, solo “decorso il termini di 120 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto” e “fino all’approvazione dei leggi regionali ad hoc”: le regioni avranno quattro mesi per bloccare le misure, nel caso in cui non volessero applicarle nel loro territorio, questo al fine di salvare la competenza regionale in materia, invasa dalla nuova norma. Per valutare l’efficacia della stessa, occorrerà, quindi, valutare la reazione delle regioni. In un ulteriore slancio verso semplificazione e liberalizzazione, scatta, inoltre, il silenzio-assenso sulla domanda di rilascio del permesso a costruire: nei comuni con meno di 100 mila abitanti il termine è di 90 giorni, nelle città più grandi è di 150 giorni.

Semplificazione anche nei controlli amministrativi sulle imprese da parte di qualsiasi autorità competente, controlli che dovranno essere unificati, operati al massimo con cadenza semestrale e non potranno durare più di quindici giorni. Le violazioni in tal senso costituiranno un illecito disciplinare. Una volta entrate in vigore (cioè quando saranno emanati i relativi regolamenti ministeriali), queste nuove norme comporteranno un notevole alleggerimento per le imprese, rispetto all’attuale situazione di eccesso nei controlli, tuttavia alcune criticità potrebbero verificarsi con riferimento all’effettiva durata delle soglie temporali massime imposte, visto che spesso i piccoli imprenditori e professionisti sono chiamati in ufficio dal fisco e non sono oggetto di accesso.

A partire dalla dichiarazione 2012, relativa ai redditi del 2011, cade, poi, l’obbligo di comunicare al sostituto d’imposta l’aggiornamento dei carichi di famiglia per i quali si ha diritto a detrazione, nel caso in cui non ci siano variazioni rispetto all’anno precedente: una norma veramente a costo zero che permetterà ai contribuenti di alleggerire le proprie comunicazioni periodiche.

Viene abolito, inoltre, l’obbligo di inviare la comunicazione telematica prevista per acquisti superiori ai tremila euro, in caso di pagamento con carte di credito, prepagate e bancomat: in sostanza artigiani e commercianti non dovranno più monitorare per conto del Fisco tutti i pagamenti già tecnicamente tracciati dall’amministrazione grazie ai dati in possesso di istituti bancari e finanziari. Il cosiddetto “spesometro”, che comincerà ad applicarsi a partire dal prossimo 1° luglio, non tiene, tuttavia, conto di altri pagamenti comunque già tracciati con l’utilizzo di assegni bancari e circolari.

Sul lato delle semplificazioni di natura amministrativa, si segnala innanzitutto la riduzione degli obblighi di privacy previsti per il trattamento dei dati personali tra determinate società, ma solo per finalità di natura amministrativo-contabile; sarà poi possibile pagare online il ticket delle prestazioni sanitarie e ottenere via web i referti medici da parte del servizio sanitario nazionale (misure lodevoli nell’intento, ma di dubbia realizzabilità nel meridione). Viene soppresso il limite d’età (15 anni) per ottenere la carta d’identità che ora diventa elettronica e racchiuderà nello stesso documento anche la tessera sanitaria. Avrà validità triennale per i minori di 3 anni, quinquennale per i minori dai 3 e i 18 anni e decennale per gli adulti.

Novità anche sul piano dell’istruzione: scatta il piano triennale per l’assunzione in pianta stabile dei 65 mila insegnanti precari della scuola (tale assorbimento non dovrebbe comportare costi aggiuntivi a carico dello Stato, che già attualmente remunera i docenti precari), e si prevede la nascita della Fondazione per il merito, che dovrebbe far partire quel fondo per il merito previsto dalla riforma Gelmini.

Viene istituita l’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche che avrà il compito di regolazione (anche tariffaria) e di difesa degli utenti. L’organismo sarà autonomo, di nomina parlamentare con maggioranza qualificata dei 2/3 e raccoglierà, ampliandola e perfezionandola, l’eredità della Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche (Conviri) che, ha sottolineato la Prestigiacomo, «finora ha ben operato presso il ministero dell’Ambiente». Lo scontro politico si concentrerà ora sulla capacità della norma di evitare i due referendum sull’acqua del 12 e 13 giugno, poiché in molti vedono in essa semplicemente un espediente escogitato per evitare i referendum stessi.

Novità, infine, dal mondo delle banche: viene offerta la possibilità alle famiglie con un reddito basso, certificato da un Isee non superiore ai 30 mila euro, di trasformare da variabili a fissi i mutui fino a 150 mila euro e fino al 31 dicembre 2012; resta da capire, tuttavia, l’effettiva portata della misura: le associazioni dei consumatori lamentano il fatto che il limite reddituale sia eccessivamente penalizzante, «significa aiutare un numero molto limitato di famiglie», osserva Pietro Giordano, segretario generale Adiconsum, evidenziando anche come, per ora, non sia chiaro «se la rinegoziazione comporterà costi per i mutuatari»; da valutare, inoltre, la reale convenienza ad effettuare il passaggio, visto che, se da una parte è previsto un rialzo nelle rate dei mutui a tasso variabile (gli Euribor seguiranno le mosse della Banca centrale europea), dall’altra chi chiede la rinegoziazione deve mettere in conto una rata più elevata per i prossimi due o tre anni. Viene offerta, infine, la possibilità alle banche di emettere titoli obbligazionari speciali – destinati a finanziare gli investimenti delle piccole e medie imprese e i progetti “etici” nel Sud – con una tassazione favorevole per i sottoscrittori, pari al 5% anziché al 12,5%; i cosiddetti “bond sud” potranno tuttavia essere emessi per un importo limitato, non superiore ai 3 miliardi l’anno.

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Furto d’identità in Rete: identikit all’italiana

Secondo una ricerca realizzata da Cpp Italia e Unicri, a subire maggiormente il furto d’identità in Italia sarebbero i giovani tra i 25 e i 30 anni e le aree più a rischio sarebbero quelle nord occidentali e centrali

È giovane, di età compresa tra i 25 e i 30 anni ed è residente nell’Italia nord occidentale e centrale: questo, incredibilmente, l’identikit dell’italiano maggiormente esposto al pericolo di subire un furto di identità in Rete.

A delineare tale profilo è stata una ricerca realizzata da Cpp Italia – divisione della compagnia inglese “leader a livello internazionale nella protezione e tutela di tutti quegli strumenti che sono diventati ormai necessari nella vita quotidiana come le carte di credito e di debito (Bancomat), i telefoni cellulari, le chiavi di casa e la difesa della propria identità” – in collaborazione con Unicri, l’Istituto Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia, fondato nel 1969.

Il dato contrasta certo con il senso comune che tende a considerare i giovani di quell’età come maggiormente capaci di padroneggiare il mezzo; al contrario l’etichetta di navigatori particolarmente attenti sembra andare ai cittadini rientranti nella fascia d’età che va dai 31 ai 40 anni, meno ingenui e più smaliziati rispetto ai possibili pericoli della rete. A rischio, invece, pure i 41-50enni, probabilmente a causa di un’alfabetizzazione informatica avvenuta in età piuttosto avanzata.

Dal punto di vista geografico, le aree più esposte sono il Nordovest e il Centro Italia, meno il Nordest e il Sud (con le Isole). La ricerca si è soffermata, inoltre, sui comportamenti adottati dagli utenti a difesa da questo pericolo: il 92% degli intervistati da Cpp Italia utilizza un antivirus, l’84% cancella le e-mail di sconosciuti, mentre solo il 57% utilizza password differenziate; una percentuale compresa tra il 50% e il 54% degli intervistati utilizza firewall e antispyware o cancella la cronologia del browser e i suoi cookies. A rischio è la sicurezza dei dati sensibili non solo di coloro che su Internet navigano regolarmente (circa 55%), ma anche di coloro che non ci vanno mai (34%). Per quanto riguarda, invece, lo stato psicologico di chi subisce la frode, stando al resoconto di Cpp, il sentimento più diffuso è, comprensibilmente, quello di rabbia, frustrazione e impotenza, con risvolti di depressione, specie nelle donne. Coloro che non sono stati vittime di furto d’identità hanno dichiarato, per la maggior parte, che sarebbero stati colti da panico, nell’ipotesi della scoperta di un simile furto, a causa delle numerose cose da fare contemporaneamente e a causa della mancanza di un’idea precisa circa tutti i passi da seguire per risolvere il problema. Gli intervistati sembrano, quindi, auspicare un livello di informazione maggiore da parte dei media, per capire a chi rivolgersi e come muoversi.

L’attenzione al fenomeno si è concentrata finora soprattutto nei Paesi anglosassoni, dove il furto d’identità è massicciamente presente (in particolare negli USA), ma certo anche in Italia tale reato – già punito dall’art. 494 c.p., rubricato “Sostituzione di persona” – sembra destinato ad espandersi. «La nostra ricerca – spiega Walter Bruschi, amministratore delegato di Cpp Italiaha rilevato una serie di comportamenti potenzialmente pericolosi, che tutti poniamo in essere ogni giorno. L’82,5%, degli intervistati, ad esempio, rilascia online il proprio nome e cognome. Il 59% mette anche la data di nascita, il 48% anche il proprio indirizzo e il 33% anche il proprio numero di cellulare. Anche se pochi rilasciano tranquillamente il numero della propria carta di credito o il Pin».

«Tutti questi comportamenti – continua Bruschi – non sono pericolosi in assoluto. A fare la differenza sono i siti Internet sui cui vengono rilasciati i dati […] .Il consiglio è quindi sempre quello di prestare attenzione all’attendibilità di chi ci richiede le informazioni e soprattutto di non accedere mai a un sito Internet cliccando su un link presente in una e-mail ricevuta, ma digitare sempre personalmente l’indirizzo: quel link, infatti, potrebbe riportare a un sito “falso” ma con tutte le caratteristiche grafiche di quello originale. Immettendoci i nostri dati, li consegneremmo nelle mani dei truffatori». Meglio, conclude Bruschi, «non inserire troppi dati personali quando ci si iscrive a un social network e soprattutto meglio utilizzare password differenti per i vari accessi a siti o servizi Internet».

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Attività di coaching in crescita nel contesto italiano

Una ricerca ICF-Pwc dimostra come tale professione sia cambiata nella forma, orientandosi più al business, e presenti un potenziale di espansione del 28%

Vengono salutati con particolare favore i risultati di una ricerca indetta dall’International Coach Federation (ICF) e diffusi proprio nel corso della Coaching Week (dal 7 al 13 febbraio), la settimana dedicata a far conoscere le potenzialità offerte in tutto il mondo da questa professione. Il programma in Italia comprende 80 eventi – tra seminari, workshop, conferenze, sessioni – realizzati in nove regioni tra cui Lazio, Puglia, Abruzzo, Sicilia, Sardegna, Lombardia e Campania, grazie anche alla collaborazione di 60 coach e di 35 partner (istituzioni, enti, associazioni, università).

ICF – che rappresenta “la più grande associazione professionale al mondo di coach, con 18.000 membri 104 nazioni” – opera con l’obiettivo primario di “sviluppare, sostenere e preservare l’integrità della professione nel mondo e di accrescere la fiducia del pubblico in questa professione”. Tale associazione, in collaborazione con Pricewaterhousecoopers – network internazionale operante in 151 Paesi con oltre 163.000 professionisti e “leader nel settore dei servizi professionali alle imprese con particolare riferimento alla revisione ed organizzazione contabile, ai servizi di consulenza direzionale e di supporto alle operazioni di finanza straordinaria, alla consulenza fiscale e legale – ha coinvolto 15 mila persone di 20 Paesi (tra Africa, Asia, Europa, Nord America e Sud America) in un’indagine approfondita sull’evoluzione mondiale del coaching.

Facciamo un piccolo passo indietro e cerchiamo di dare un confine semantico a tale attività professionale, grazie alla definizione che di essa è data da ICF: “un rapporto di partnership che si stabilisce tra coach e cliente con lo scopo di aiutare quest’ultimo ad ottenere risultati ottimali in ambito sia lavorativo che personale. Grazie all’attività svolta dal coach, i clienti sono in grado di apprendere ed elaborare le tecniche e le strategie di azione che permetteranno loro di migliorare sia le performance che la qualità della propria vita”. Stando ai risultati della ricerca, pare che oltre la metà dei partecipanti abbia conoscenza e sappia definire correttamente tale attività e in particolare l’Italia (dove l’indagine ha coinvolto 750 persone) sarebbe “uno dei paesi dove sono state registrate percentuali significative e dove viene attribuito un ruolo molto importante alle certificazioni e alle credenziali dei coach professionisti”, come spiega Giovanna D’Alessio, immediate past president dell’ICF. Il 34% degli italiani intervistati ha dichiarato di avere una conoscenza buona (8%) o discreta (26%) del business coaching. Il giro d’affari, che, a livello globale, “negli ultimi due anni aveva rallentato la sua crescita”, sembra quest’anno in aumento del 20% e nel contesto italiano pare attestarsi stabilmente intorno ai 15 milioni di Euro. Aumentano poi, sempre in Italia, i professionisti iscritti a ICF, i quali passano dai 250 del 2008 ai 400 di oggi, anche se a fare concretamente questo lavoro sarebbero almeno 800, con un livello di crescita costante: il 28% degli intervistati italiani ha dichiarato di voler fare coaching, seppur, a livello globale, la percentuale salga fino al 33%.

Esistono numerose scuole abilitate a fornire la formazione adatta a svolgere la professione; l’elenco completo delle stesse è disponibile sul sito di ICF (alla quale viene attribuito un ruolo fondamentale nel controllare l’accesso alla professione), tuttavia non bisogna dimenticare che a fare coaching godendo di reale credibilità sono prevalentemente top manager con alle spalle un’esperienza lunga e ad altissimo livello.

L’attività di ICF viene considerata fondamentale nello stabilire e mantenere standard professionali elevati (20%), nel fornire credenziali ai coasch professionisti (20%) e nello sviluppo di modelli guida per il coaching professionale. Ricorda Daniele Bevilacqua, Presidente di ICF Italia, come in Italia sia stato fatto “un percorso molto importante con l’elaborazione e il rispetto di un codice etico che garantisce gli alti standard dei professionisti e con una serie di credenziali di ICF che oggi sono diventate motivo di credibilità. Esite un training costruito ad hoc e fatto attraverso corsi in scuole che collaborano con diverse università, come per esempio quella di Castellanza o la Luiss, così come è necessario di aver fatto un numero di ore di coaching a clienti paganti prima di poter crescere nelle certificazioni.

L’83% dei coachee (colui che in un processo di coaching viene “allenato” al fine di migliorare le proprie performance) si dice contento del lavoro svolto, il 36% ne è rimasto molto soddisfatto e la percentuale sale velocissima al 92% quando il coach è certificato.

Sempre più usato e diffuso, quindi, il coaching pare aver cambiato pure la propria forma, orientandosi maggiormente verso il business: la ricerca di un miglioramento nelle strategie di business management rappresenterebbe, infatti, l’obiettivo considerato primario, nella cornice italiana (35%), per improntare un’attività di coaching. Allo stesso modo essa sarebbe importante per aumentare l’autostima e la fiducia in sé stessi (35%), per espandere le opportunità di carriera (34%) per gestire in modo equilibrato lavoro e vita privata (22%) e per ottimizzare le prestazioni individuali e di gruppo (17%).

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PMI bocciate sulla sicurezza informatica

Stando ad una ricerca condotta da Applied Research per contro della Symantec, le PMI non sembrano preparate a rispondere efficacemente ad eventuali cyber attacchi, interruzioni di corrente o disastri naturali

Non sono sicuramente incoraggianti i dati diffusi da Symantec risultanti dalla 2011 SMB Disaster Preparedness Survey e riferiti alle politiche di sicurezza informatica adottate dalle piccole e medie imprese: tali dati sembrano confermare l’amara impreparazione delle realtà aziendali di fronte all’eventuale rischio sicurezza. Un rischio che è certo più probabile di quanto si sia portati a credere e che implica, nel caso in cui diventi reale, dei notevoli costi, non solo in termini economici, ma anche in termini di perdita d’affidabilità agli occhi della clientela, con conseguenti diminuzioni nel volume d’affari.

Precisiamo, innanzitutto, che la ricerca è stata condotta tra ottobre e novembre 2010 dall’agenzia di ricerca Applied Research e ha inteso coinvolgere oltre 1.840 professionisti IT responsabili di computer, network e risorse tecnologiche delle piccole e medie imprese presenti in 23 paesi del Nord America, EMEA (Europa, Medio Oriente e Africa), Asia Pacifico e America Latina. Lo scopo è stato quello di misurare il livello di preparazione generale circa la disaster recovery, la consapevolezza e le abitudini ad essa legate.

A commissionare lo studio, è stata, appunto, la Symantec Corp., l’azienda con sede a Cupertino, leader nella creazione di soluzioni per la sicurezza, lo storage e la gestione di sistemi che aiutino aziende e consumatori a proteggere e gestire dati e informazioni. Bernard Laroche, senior director e responsabile SMB product marketing della Symantec ha sottolineato come, stando ai risultati della ricerca, le PMI non abbiano «ancora compreso il grave impatto che potrebbe avere una minaccia informatica sul loro business. Nonostante siano a conoscenza delle minacce possibili, molti pensano ancora che a loro non possa succedere». Lancia poi una sorta di monito: «i disastri capitano e le PMI non possono permettersi di perdere le proprie informazioni o – ancora più importante – le informazioni sensibili dei propri clienti. Una semplice pianificazione consente alle PMI di proteggere le informazioni in caso di attacco e a guadagnarsi la fiducia dei clienti».

Le imprese non sembrano, quindi, comprendere l’importanza di un’adeguata preparazione contro le minacce alla sicurezza, almeno fino a quando il problema non arriva a riguardarle direttamente, a causa di attacchi o perdite di informazioni.
Dati alla mano: la metà degli intervistati non ha ancora attuato un Disaster Recovery Plan (DRP, o piano di disaster recovery), il 41% ha dichiarato di non aver finora considerato necessario predisporne uno e il 40% non ritiene priorità l’essere preparati in caso di minacce alla sicurezza. Tutto questo malgrado il fatto che il 65% degli intervistati viva in zone soggette a disastri naturali e che negli ultimi 12 mesi si siano verificate, in media, sei interruzioni di servizio, causate soprattutto da cyber attacchi, interruzioni di corrente o disastri naturali. Non viene prestata la dovuta attenzione alla protezione dei dati archiviati, nonostante il 44% degli intervistati abbia sottolineato come un attacco porterebbe alla perdita di almeno il 40% di tali dati: meno della metà delle PMI esegue il backup una volta alla settimana (o comunque con elevata frequenza) e solo il 23% lo fa quotidianamente.

La metà delle aziende che hanno messo in atto un DRP lo ha fatto solo dopo aver avuto esperienza diretta di un’interruzione di servizio o di una perdita di dati, il 52% ha predisposto il piano negli ultimi sei mesi e solo il 28% lo ha realmente testato.
Eppure, sottolinea la Symantec, tali carenze possono rivelarsi estremamente negative per l’attività economica delle imprese, anche e soprattutto dal punto di vista finanziario: il costo medio di un downtime per le PMI è di circa 12.500 dollari al giorno, il 54% dei clienti delle PMI partecipanti all’indagine ha detto di aver cambiato fornitore a causa di un servizio di computing inaffidabile (con un tasso di crescita del 12% rispetto allo scorso anno), mentre il 44% di loro ha dichiarato che i propri fornitori hanno chiuso temporaneamente a causa di un attacco. I clienti hanno, inoltre, sottolineato le ripercussioni di tale problematiche nella propria attività, con un costo medio di circa 10.000 dollari al giorno e, oltre a tali costi finanziari diretti, il 29% pare aver perso “alcuni” o “molti” dati rilevanti a causa, appunto, di un disastro che ha colpito il proprio fornitore.

Conclude la Symantec con delle raccomandazioni, che intendono delineare la retta via da seguire per giungere ad una migliore gestione della sicurezza informatica all’interno dell’attività aziendale: “non aspettare fino a quando potrebbe essere troppo tardi”; “proteggere le informazioni in maniera completa”: pensare a delle soluzioni di sicurezza e backup appropriate a file critici, quali i dati dei clienti e le informazioni finanziarie, effettuando salvataggi non solo su dispositivi fisici esterni o sul network aziendale, ma anche in un luogo off-site sicuro; “coinvolgere i dipendenti”, in modo che tutte le risorse umane aziendali siano, in qualunque momento, in grado di recuperare i dati in caso di disastro; “testare frequentemente” i DRP predisposti, “controllare il piano” periodicamente.

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