Chiamate, SMS e Web: un quarto della giornata

Nel primo trimestre 2012, una nuova esplosione nell’utilizzo degli smartphone, i quali cessano di essere beni di consumo, per farsi materia culturale

Una moderna coperta di Linus. Essenziale, irrinunciabile e rassicurante. Forse chiamarla “dipendenza” pare un tantino forte, eppure proprio di questo si tratta.

A confermare e rilanciare, ancora una volta, il fortissimo legame che unisce gli italiani ai loro cellulari è uno studio di SuperMoney, il portale web nazionale formalmente accreditato dall’AGCOM (Autorità per le Garanzie nelle Comunicazioni) che si occupa di confrontare i servizi del settore commerciale e finanziario, allo scopo di mettere l’utente “nelle condizioni di effettuare acquisti” in linea con le sue “reali necessità e di farlo al prezzo migliore disponibile sul mercato”.

Alla base dell’indagine, diffusa pochi giorni fa, vi è un campione di 40.000 utenti del portale e la conclusione cui essa conduce è la crescita esponenziale nell’utilizzo del telefonino, da parte degli italiani, nel primo trimestre 2012, rispetto agli ultimi tre mesi del 2011.

“Possiamo rinunciare a tutto, tranne che al nostro cellulare”, sentenziano i promotori dello studio. Vero. “Nonostante il periodo di crisi – proseguono – si continua a spendere tempo e denaro per chiamate, sms e connessioni al web da smartphone”. Per comprendere realmente il fenomeno, ancor prima di citare cifre e stime, è necessario, tuttavia, fare un piccolo sforzo d’analisi: cosa spinge ad un uso (per certi versi potremo anche dire “abuso”) così massiccio dei dispositivi mobile? Sottolineare la contraddizione tra la diffusione degli stessi e il periodo di tasche vuote allontana un po’ dal vero nocciolo della questione. Non si tratta, infatti, di un impulso volto al possesso, non stiamo parlando di persone mosse dal desiderio di stringere tra le mani l’ultimo ritrovato della tecnica, al contrario ci stiamo sempre più distaccando dalla cosiddetta “società del consumo” per rifugiarci nella “società dell’uso”.

Il cellulare cessa di essere importante in quanto oggetto fisico e diventa fondamentale – anzi imprescindibile, stando ai dati diffusi – in quanto bene culturale, intendendo, con tale termine, non solo un ideale status symbol, ma in primis un mezzo per realizzare delle esperienze di vita. In questo si manifesta il superamento del concetto di “consumo” e di “distribuzione”, a favore della necessità di “comunicazione”.

In un periodo di continua rielaborazione delle risorse e dei codici culturali, il cellulare diventa quasi l’emblema di un incontro, quello tra determinate variabili sociali, economiche e ideali che, nel loro insieme, costituiscono la società in cui viviamo. A questo punto, il riferimento al pensiero di McLuhan è, seppur banale, inevitabile: cellulare come protesi, come estensione, cioè, tecnologica delle nostre facoltà sensoriali, capace di modificare non solo le percezioni e convinzioni individuali, ma lo stesso ambiente in cui ci muoviamo.

Desiderare uno smartphone, comprarlo, usarlo, non significa, allora, oggi, semplicemente essere vittime arrendevoli di buone campagne promozionali, vuol dire, piuttosto, semplicemente, essere membri della società, voler vivere pienamente la propria dimensione interpersonale. Questo malgrado la crisi, anzi, soprattutto con la crisi. Lo sanno bene le compagnie telefoniche che, proprio per questo, propongono piani di abbonamento che permettono l’acquisto a rate dei dispositivi, i quali diventano, quindi, sempre più alla portata di tutti.

Tecnologia e vita si muovono, dunque, in un rapporto dialettico, dove l’uno condiziona e determina reciprocamente l’altro. Nuove forme di gestione e distribuzione della conoscenza e delle informazioni, nuove pratiche fruitive e comunicative: questi dispositivi sono, infatti, destinati ad essere confinati nel limbo della “novità”. I cellulari che conosciamo adesso si distanziano notevolmente da quelli di pochi anni fa, sono stati capaci, nei mesi, di ridefinire la struttura spazio-temporale del processo comunicativo attraverso logiche sempre nuove, una microrivoluzione di carattere sia qualitativo (in termini di evoluzione culturale e sociale) sia quantitativo (ossia in termini di diffusione del mezzo).

Concentriamoci, allora, proprio su questa dimensione quantitativa analizzata da SuperMoney. Il tempo trascorso al cellulare nel primo trimestre 2012 è stato pari a 4 ore al giorno, dunque all’incirca il 25% del tempo che quotidianamente si ha a disposizione da svegli.

Si è assistito, poi, ad una vera e propria esplosione nelle connessioni internet tramite smartphone: le ore trascorse sul web si sono dilazionate del 36% rispetto al periodo ottobre-dicembre 2011, arrivando a circa 3 ore e 15 minuti ogni giorno.
Ciò non significa, tuttavia, che siano stati abbandonati gli usi più “tradizionali” del mezzo, che, al contrario, hanno subito a loro volta un buon rafforzamento. Tra gennaio e marzo 2012 sono aumentate del 13,19% le chiamate effettuate ogni giorno (da una media di 4,8 chiamate dell’ultimo trimestre 2011 a una di quasi 6 nel 2012), allo stesso modo le chiamate ricevute sono incrementate del 3,81%.

Si telefona più spesso, dunque, ma non solo: il report sottolinea come sia aumentata anche la durata delle telefonate. Quelle in uscita hanno registrato un +3,41% (con una durata media di 4,37 minuti), quelle in entrata un +2,34% (4,18 minuti in media).
Tempi d’oro pure per gli sms, che nel 2012 sono aumentati dell’11,63%, passando da una media di 6,5 a una di 7,3 messaggi inviati al giorno.

Considerando complessivamente chiamate, messaggi e navigazione in rete, il tempo che ogni italiano trascorre quotidianamente in simbiosi con il proprio cellulare è, l’abbiamo detto, più o meno, di 4 ore: 37 minuti speso parlando (24 minuti per le chiamate in uscita, 13 minuti per quelle in entrata), un quarto d’ora inviando sms (ipotizzando di dedicare in media due minuti a ogni messaggio) e più di 3 ore sulla rete.

Focalizzando poi l’attenzione sul mondo virtuale, SuperMoney arriva a definire le attività cui gli italiani si dedicano principalmente con i loro smartphone. Troviamo innanzitutto l’invio di e-mail, poi l’utilizzo di servizi di messaggistica istantanea e dei social network (Facebook in testa ovviamente). Si trascorre, però, molto tempo anche in attività di ricerca, per trovare, ad esempio, offerte di lavoro, viaggi, hotel, ristoranti, o nella consultazione di annunci immobiliari.
L’ultimo capito dell’analisi ha inteso stimare quanto gli italiani siano disposti a spendere per un abbonamento di telefonia mobile che comprenda internet, chiamate e sms: il 35% del campione cerca tariffe con un costo massimo di 20 euro al mese, il 32% valuta offerte fino a 40 euro al mese, il 16% tra i 40 e i 60 euro, mentre il 17% degli utenti è orientato su tariffe che superano addirittura i 60 euro al mese.

“In un periodo di gravi difficoltà economiche come quello che l’Italia sta attraversando, stupisce rilevare come gli italiani siano disposti a spendere così tanto tempo e denaro in un’attività apparentemente non indispensabile, come l’uso del cellulare”, ha commentato Andrea Manfredi, amministratore delegato di SuperMoney. “In realtà – prosegue – è evidente che per la maggior parte dei consumatori, il telefonino e internet sono ormai diventati beni di prima necessità, non soltanto per svagarsi e comunicare, ma anche per affrontare le molteplici attività della vita quotidiana, come la ricerca di un lavoro o di una casa”.

Viste tutte le considerazioni fatte, non possiamo che trovarci d’accordo con Manfredi, il quale conclude la sua valutazione sui risultati dell’indagine affermando che “Puntare sul settore ‘mobile’, offrendo prodotti e servizi di qualità agli utenti, può rivelarsi una scelta vincente”.

Pubblicato su: PMI-dome

Annunci

Imprenditori: 36 suicidi da inizio anno… 12 solo nel Veneto

Hanno creato una certa risonanza i dati diffusi dalla Cgia di Mestre, con un invito, rivolto alle istituzioni nazionali, ad intervenire. Una questione così drammatica non può, tuttavia, ridursi ad un semplice rapporto di causa-effetto

Un tema certo difficilissimo da trattare, di recente salito alla ribalta dei mezzi di informazione grazie alla forza dirompente dell’accusa. Una questione spesso liquidata in un rapporto di causa-effetto che, oltre a nascondere una scarsa capacità di analisi, banalizza, a mio avviso, delle dinamiche in realtà molto complesse e a volte impenetrabili.

Le cronache dei molti suicidi in queste ultime settimane ci stanno forse aiutando a salutare definitivamente anche l’ultimo tabù rimasto nella nostra società, quello della morte. L’idea perversa di autoinfliggersi una pena così estrema non può sicuramente essere compresa in pieno e tantomeno spiegata, la stessa Chiesa si è dimostrata inadeguata nel darne una connotazione morale, la stessa legislazione (o almeno quella italiana) ha rinunciato a punire chi, alla fine dei conti, tenta di attivare un processo socialmente scorretto, il cui scopo è togliere la vita ad un cittadino; per contro punisce, giustamente, chi istiga o agevola il suicidio di qualcun altro. I titoli dei principali quotidiani italiani sembrano, allora, voler scatenare un vero e proprio processo mediatico contro chi ha istigato, appunto, questi aspiranti (e non solo) suicidi. Imputato: la crisi economica.

La Cgia (l’Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre ha tentato – strategicamente sostiene qualcuno – di tradurre la questione in numeri, quasi a voler offrire una dimostrazione empirica degli effetti distruttivi procurati dall’attuale congiuntura economica negativa. Il quadro delineato appare inevitabilmente allarmante. Stando ai dati diffusi lunedì 7 maggio dalla Cgia, infatti, sarebbe salito a 34 il numero di suicidi tra gli imprenditori italiani avvenuti in questa prima parte del 2012.

Il numero sale addirittura a 36, se si contano anche i due casi avvenuti in seguito al conteggio fatto dall’associazione: il commerciante 48enne di Bologna impiccatosi lunedì nel retrobottega del negozio di articoli casalinghi del quale era co-titolare, probabilmente a causa – si è detto dalla questura e hanno ripetuto i giornali – delle pendenze fiscali con Equitalia; poi l’imprenditore 60enne titolare a Cesate, al confine tra le province di Milano e Varese, di un’azienda a conduzione familiare in crisi (organizzava corsi di formazione professionale per società di telecomunicazioni), trovato martedì senza vita da alcuni passanti nel parco delle Groane, con un biglietto in cui motivava il gesto con le difficoltà a pagare i debiti.
Tra questi 36 casi, ben 12 (pari a circa il 33,3% del totale)  hanno riguardato i titolari d’azienda del Veneto. Da gennaio 2009, dunque dall’inizio di questa ondata di crisi, sono stati ben 37, stima ancora la Cgia, i suicidi per motivi economici registrati nel solo Veneto tra i piccoli imprenditori.

Difficile comprendere pienamente le cause di queste tragedie, tuttavia esse, prosegue l’associazione mestrina, rivelano tutte un comune denominatore, il grande senso di ingiustizia, cioè, che questi imprenditori stanno subendo, “vuoi per il mancato pagamento da parte dei committenti, siano essi amministrazioni pubbliche o imprese private, vuoi per la mancanza di liquidità, visto che molti istituti di credito, anche se l’azienda risulta essere sana e solvente, si vedono chiudere inaspettatamente i rubinetti del credito”, come sottolinea il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi.

Da qui la richiesta di porre rimedio, a livello nazionale, a “questa escalation” che “sembra non aver fine”, attraverso un fondo di solidarietà per l’erogazione di mutui in favore di piccoli e medi imprenditori “in chiara situazione di difficoltà economica e finanziaria e privi di accesso al credito bancario o ai quali siano stati revocati affidamenti da parte di banche o intermediari creditizi”.

“Chiediamo – esorta Bortolussi – al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di intervenire facendo capire che le istituzioni sono vicine a chi quotidianamente è chiamato, tra mille difficoltà, a fare impresa”.

La stessa sollecitazione, mossa un paio di mesi fa alla Regione Veneto, aveva condotto la giunta ad approvare, lo scorso 17 aprile, l’istituzione di un fondo soprannominato “fondo anti-suicidi”, su proposta dell’assessore allo Sviluppo economico Isi Coppola (Pdl). Con tale piano sono state, di fatto, estese le finalità del fondo di rotazione istituito presso Veneto Sviluppo S.p.A. (destinato in origine alle sole aziende interessate ad investire) anche a quelle imprese che possono dimostrare di avanzare crediti dalla pubblica amministrazione o da altre aziende private. Esso prevede finanziamenti agevolati da 25 a 500 mila euro (300 mila euro per le imprese artigiane non manifatturiere): con questi fondi regionali si interviene fornendo il 50% del finanziamento (l’altro 50% dalla banca) e riducendo della metà gli interessi passivi.

Molte stime ufficiali – l’abbiamo visto – hanno dimostrato come sia particolarmente difficile l’attuale situazione dell’imprenditoria italiana, in particolare per quelle realtà di dimensione più piccola e appartenenti al settore artigianale; al di là dei numeri, chiunque se ne sarà concretamente reso conto nell’ambito delle relazioni professionali che quotidianamente allaccia. Posta questa oggettiva considerazione, trovo che la trattazione della tematica “suicidio” non possa ridursi, come molti hanno cercato di fare, ad una semplice questione di azione-reazione. Ognuno di quei 36 imprenditori e delle molte altre persone giunte alla medesima disperata conclusione merita di riappropriarsi della propria dignità di singolo, dietro vi sono delle individualità che per giorni, mesi, anni hanno respirato la tensione e la preoccupazione di una vita percepita come sgretolata. Difficile mantenere il sorriso quando le cose vanno storte, impensabile controllare le emozioni quando i problemi si fanno insormontabili, impossibile ammettere di essere fragili come e più degli altri. Non so se sia la paura o al contrario il coraggio a spingere verso una decisione così insopportabilmente estrema, non è questa la sede migliore per stabilirlo, ma certamente ciò che va detto è che “la crisi” non può essere additata come unica e incontrastata causa del fenomeno. Almeno non con le stime attualmente a disposizione, eccessivamente semplicistiche.

Gli ultimi dati statistici diffusi un paio di mesi fa dall’Istat, riferiti ai suicidi e ai tentativi di suicidio denunciati alle forze dell’ordine italiane, relativamente all’anno 2010, distinguono, tra gli altri, anche i cosiddetti “suicidi per motivi economici”. Tali dati non permettono di riconoscere la professione svolta da queste persone, dunque di capire quando si tratta di imprenditori, tuttavia offrono una testimonianza importante del fenomeno considerato e valgono, per questo, la pena di essere riportati. Secondo l’Istat, allora, i gesti estremi per motivi economici nel 2010 (ultimo anno disponibile) sono stati 187 (182 uomini e 5 donne), mentre i tentativi di suicidio 245 (191 uomini e 54 donne).

La Cgia sottolinea, a questo punto, l’aumento dei numeri rispetto al 2008, quando i suicidi di questo tipo sono stati 150 (141 uomini e 9 donne, il che significa un aumento di 24,6 punti percentuali nel 2010) e i tentativi di suicidio 204 (154 uomini e 50 donne, con un +20% nel 2010). Tuttavia l’associazione dimentica si riportare i dati riferiti al 2009: 198 suicidi per motivi economici (188 uomini e 10 donne) e 245 tentativi (198 uomini e 47 donne). Se si analizza, dunque, la tendenza in corso, in base agli ultimi (pur non aggiornatissimi) dati disponibili, i suicidi per motivi economici sembrano, seppur lievemente, essere in diminuzione.

Nel criticare l’attuale morboso attaccamento mediatico alla tematica del suicidio, molti si concentrano sul cosiddetto “effetto Werther”, il fenomeno di emulazione per il quale la notizia di un suicidio pubblicata nei media provocherebbe una catena di altri suicidi. Non sono molto d’accordo, il compito dei mezzi di informazione dovrebbe essere, appunto, quello di informare, non trovo ci sia nulla di sbagliato nel registrare dei fenomeni che si considerano di rilevanza sociale. Credo però sia necessario prestare una particolare attenzione quando si decide di affrontare un tema così delicato che mette in gioco non una ma moltissime variabili, attenzione che spesso la retorica giornalistica sembra aver dimenticato.

Pubblicato su: PMI-dome

PMI: le difficoltà nell’ottenere credito

Triplicate le perdite rispetto al 2011. L’Osservatorio sul credito per le imprese del terziario evidenzia l’effettiva incapacità nel far fronte al fabbisogno finanziario

A confermare i timori e gli umori neri circa l’attuale congiuntura economica arrivano, ancora una volta, delle stime ufficiali, all’interno delle quali sembra sempre più difficile riuscire a cogliere dei segnali di ripresa, degli spiragli di ottimismo.

Ad essere stato oggetto d’analisi è il primo trimestre 2012. In questo intervallo temporale è cresciuto – stando a Movimprese, l’analisi statistica trimestrale sulla natalità e mortalità delle imprese italiane condotta da InfoCamere per conto di UnionCamere – il divario tra chi ha scelto di entrare nel mercato con una nuova attività imprenditoriale (120.278 tra gennaio e marzo) e chi, invece, ne è uscito (146.368). Rispetto allo stesso periodo del 2011, le iscrizioni sono diminuite di 5mila unità, mentre le cessazioni sono aumentate di 12mila unità, con un saldo pari a -26.090 imprese, -0,43% in termini percentuali (quasi il triplo del primo trimestre 2011, quando il saldo era di -9.638, cioè -0,16%).

A pagare il prezzo più caro della difficile situazione sono state le imprese più piccole, soprattutto quelle artigiane (al 31 marzo 2012 si registrano 15.226 unità in meno rispetto alla fine di dicembre) e quelle situate nel Mezzogiorno (diminuite di 10.491 unità, pari a -0,52%).

I saldi negativi nel periodo considerato sono abbastanza fisiologici, poiché registrano le chiusure che massicciamente si concentrano a fine anno. Tuttavia, con i risultati emersi nell’ultima rilevazione, si interrompe il percorsi di rientro delle perdite che si stava delineando dopo le pessime performance del 2009 (quando si registrò un saldo negativo di -30.706 unità e un tasso di decrescita dello 0,5%, ovvio risultato della fortissima crisi economico-finanziaria esplosa l’anno precedente).

Un’attenzione particolare merita la situazione delle imprese artigiane: le 32.965 iscrizioni di questo primo trimestre rappresentano il terzo miglior risultato dal 2001 a oggi, tuttavia le 48.191 cessazioni registrate costituiscono un record assoluto, superiore persino all’anno “nero” 2009. Si delinea, dunque, un settore in cui è molto forte la voglia di fare impresa e di mettersi in gioco, ma che al contempo incontra grandissime difficoltà nel mantenere in vita le iniziative già avviate.
Con riferimento alle forme giuridiche, sono le imprese individuali a subire le maggiori perdite, con -30.520 unità (-0,91%, contro il -0,57% del 2011). Minori le riduzioni tra le società di persone (-3.797 unità e -0,33%), mentre crescono le società di capitali (6.911 unità, pari a +0,5%) e le “altre forme” (1.316 in più, di cui 1.005 cooperative, cioè +0,63%).

Per quanto riguarda, poi, i settori considerati, i saldi più negativi si rilevano nell’agricoltura (-13.335 unità), nel commercio (-8.671), nelle costruzioni (-8.328) e nelle attività manifatturiere (-4.929).

Segno positivo, invece, per le attività immobiliari, quelle professionali e i servizi alle imprese (complessivamente +1.655 unità), e, ancora, per i servizi di alloggio e ristorazione (423 imprese in più), sanità e assistenza sociale (+250), informazione e comunicazione (+125). Ottime performance, infine, per il settore dell’energia (+511 unità, pari ad un tasso di crescita del +7,6%), grazie, forse, agli incentivi offerti per la produzione da risorse alternative.

Dal punto di vista territoriale, le perdite maggiori si hanno al Sud e nelle Isole (-10.491 imprese, pari a -0,52%), seguiti da Nord-Est (-8.176 unità, pari a -0,68%). Più contenuti, invece, i cali nel Nord-Ovest (5.661 imprese in meno, -0,35%) e nel Centro (-1.762 unità, -0,14%), grazie soprattutto al Lazio, unica regione a chiudere il trimestre con un saldo imprese positivo.
Lo scenario evidenziato è il risultato più evidente della fase di recessione avviatasi nella seconda metà dello scorso anno e dell’accresciuta e generalizzata difficoltà ad entrare nel mercato.

A ribadire l’esistenza effettiva di tale difficoltà, sono intervenuti anche i dati raccolti dall’Osservatorio sul credito per le imprese del commercio, del turismo e dei servizi, frutto della collaborazione tra Confcommercio-Imprese per l’Italia e Format Ricerche.

Secondo l’Osservatorio, far fronte al proprio fabbisogno finanziario sembra diventare, per le imprese del terziario, sempre più difficile. Diminuisce, infatti, la percentuale delle realtà che si sono dichiarate in grado di farlo senza alcuna difficolta? (36,1%, contro il 41,8% nel trimestre precedente), mentre aumentano la percentuale riferita alle imprese che sostengono di esserci riuscite ma con qualche difficolta? (dal 47,0% al 48,6%) e quella relativa alle imprese che non ce l’hanno proprio fatta (15,3% contro l’11,2%).

Le imprese del Nord-Ovest Italia, più delle altre, sono riuscite a soddisfare il proprio fabbisogno finanziario, ma si dichiarano poco fiduciose di riuscire a fare altrettanto nel secondo trimestre. Nel Nord- Est e del Centro Italia si evidenziano, invece, forti peggioramenti nella capacità di far fronte alla domanda di credito, rispetto al trimestre precedente, e la situazione si conferma negativa anche nel Mezzogiorno.
Le difficoltà maggiori nel recupero di liquidità si sono avute, comunque, tra le piccole e le microimprese, nonché tra le imprese che operano nel settore turismo.
La percentuale di aziende del terziario che, nel primo trimestre del 2012, si sono rivolte alle banche per chiedere un fido, un finanziamento (o la rinegoziazione di un fido, o di finanziamento, esistente) è rimasta pressoché stabile, attestandosi al 18,7%. Tra esse, il 34,2% lo ha ottenuto con un ammontare pari o superiore rispetto a quello richiesto, il 21,4% lo ha ottenuto, ma con un ammontare inferiore rispetto a quello richiesto e il 15,5% ha visto rifiutarsi la propria domanda di credito. Molto alta (19,3%), poi, la percentuale di imprese ancora in attesa di conoscere l’esito della propria domanda, segno della grande cautela con cui le banche si stanno muovendo nei loro confronti. Il 9,6%, infine, ha dichiarato di essere intenzionata a fare domanda di credito nel prossimo trimestre.
Diminuisce la cosiddetta “area di stabilità”, data dalla percentuale di imprese che hanno ottenuto il credito con un ammontare pari o superiore rispetto alla richiesta: 34,2%, come abbiamo visto, per il primo trimestre 2012, contro il 35,8% del trimestre precedente, il 49,8% del terzo trimestre del 2011 e il 55,8% del secondo trimestre 2011.
Aumenta per contro la cosiddetta “area di irrigidimento”, data dalla somma tra la percentuale delle imprese che si sono viste accordare un credito inferiore rispetto a quello richiesto e dalla percentuale delle imprese che non se lo sono viste accordare affatto. Nei primi tre mesi del 2012 è stato colpito da quest’area di irrigidimento il 36,9% delle imprese del terziario, dunque sono state più numerose le imprese che non hanno ottenuto il credito o ne hanno ottenuto meno di quello richiesto, rispetto a quelle che, invece, si sono viste accordare il finanziamento. Non succedeva dal 2008.

Il processo di irrigidimento del credito è stato avvertito in tutta Italia, soprattutto nel Nord-Ovest (dove la quota di imprese che hanno ricevuto il credito con un ammontare pari o superiore rispetto alla richiesta è passata dal 52,6% del trimestre precedente al 32,6%), nel Centro Italia (dal 33,5% al 21,8%) e del Mezzogiorno (dal 32,3% al 19,0%).
L’Osservatorio ha poi rilevato anche un peggioramento nel giudizio che le imprese danno sui principali indicatori che compongono l’offerta di credito (tasso di interesse, costo dell’istruttoria e delle cosiddette “altre condizioni”, durata dei finanziamenti concessi e garanzie richieste dalle banche a fronte del finanziamento).

Le imprese sembrano poi aver avvertito anche un sensibile inasprimento nel costo dei servizi bancari: lo segnala il 42,8% del campione nel primo trimestre 2012 (soprattutto nel Nord-Ovest, del Nord-Est e tra le microimprese), contro il 30,4% del trimestre precedente.

Pubblicato su: PMI-dome

Turismo: meglio puntare sull’innovazione!

L’industria italiana del turismo sembra essersi mantenuta stabile nel 2011: otto su dieci sono presenti sul Web, circa il 48% offre sistemi di booking online e il 33,3% è presente sui social network

Lo sviluppo passa per l’innovazione. In un periodo di temuti cali di consenso e fatturato, delle politiche aziendali capaci di moltiplicare le possibilità per gli utenti – d’incrementare l’offerta piuttosto che ridurla nel nome di più alti ideali di risparmio – potrebbero fungere da àncora di salvezza per molte realtà imprenditoriali. Tale considerazione sembra valere, in particolare, per il settore del turismo, stando a quanto emerge dalla la VII edizione di “Impresa Turismo”, l’indagine di Isnart (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche), curata da Flavia Maria Coccia e Giovanni Antonio Cocco e presentata lo scorso 28 marzo presso la sede di Unioncamere a Roma.


“Il turismo è un settore economico nel quale l’innovazione non è solo un valore aggiunto ma una precondizione, ancor più che in altri comparti produttivi”, commenta Maurizio Maddaloni, presidente Isnart, nella premessa al rapporto. Questo innanzitutto per “la trasversalità del settore”, che vede convivere “imprese anche molto diverse tra loro” e che obbliga, di conseguenza, a rapportarsi con esigenze sempre nuove da parte dei clienti. Necessario, dunque, il costante ripensamento degli strumenti di comunicazione e dei canali di promozione, per un utenza in fermento. Si tratta di un settore, sottolinea ancora Maddaloni, che deve “interagire con le altre filiere produttive del territorio (da quella dell’agroalimentare e dei prodotti tipici, all’artigianato fino al commercio) creando di continuo nuovi servizi e proposte”. Le imprese turistiche, allora, più delle altre, devono far fronte alla tutela e preservazione del territorio in cui operano, inseguendo gli ideali di sviluppo sostenibile e, più in generale, di Corporate Social Responsability. Ideali, cioè, che solo nell’innovazione possono trovare una piena soddisfazione.

Le imprese turistiche, evidenzia poi nella prefazione al rapporto Ferruccio Dardanello, presidente Unioncamere, “hanno dovuto ricercare soluzioni nuove per gestire questo passaggio difficile, spesso ricorrendo a politiche di pricing o di commercializzazione (tradizionale o on-line) che in molte occasioni hanno permesso loro di riconquistare i mercati stranieri o, comunque, di tenere le posizioni almeno quanto basta per sopperire al calo dei consumi interni”.

I risultati dell’indagine mostrano un’industria che, nel suo complesso, sembra aver retto, tutto sommato, i colpi della crisi, mantenendosi nel 2011 abbastanza stabile sull’anno precedente: -0,2% di camere vendute e un tasso medio di occupazione camere pari al 43,8%. Il comparto alberghiero registra delle condizioni più favorevoli, con un incremento del bilancio annuale di camere vendute del +1,5% e un tasso medio di occupazione del 48,4%. Nell’extralberghiero, invece, la situazione è più complessa, con un bilancio di -2,3% rispetto al 2010 e con un 37,6% di occupazione camere.

Per quanto riguarda le aree prodotto, stabili risultano le vendite in tutte le destinazioni, con un vantaggio, sulla media, delle strutture ricettive presenti nelle città di interesse storico artistico (51,1% di vendita delle camere) e nei laghi (45,9%).
Si rinnovano le politiche di promo commercializzazione. Con riferimento al comparto dell’intermediazione delle vacanze, delle agenzie di viaggio e dei tour operator, oltre il 75% degli operatori utilizza il web per veicolare le proprie proposte (più del 37% delle vendite complessive di pacchetti vacanza passa per questo canale). Oltre il 93% dei tour operator a livello mondiale ha un proprio sito web e circa il 30% è presente anche sui grandi portali di promo commercializzazione. Per vendere pacchetti verso l’Italia, oltre il 28% degli operatori utilizza i propri siti web (soprattutto in Europa, 32,2%, e nei mercati asiatici), mentre si sfruttano anche i grandi portali web soprattutto in Russia (20,5%) e in Cina (23,3%). Resta più tradizionale la commercializzazione dell’Italia sui mercati lontani, come il Brasile (82%), l’India (74,2%) e gli Stati Uniti (71%).
Complessivamente, comunque, il 14,8% delle vendite di pacchetti turistici verso l’Italia sono realizzate on-line, con quote massime in Olanda (25,4%), Giappone (25,5%), Russia (21,9%) e Canada (20,6%).

Per attirare flussi ci si affida anche a nuove politiche di pricing, considerando che, in seguito alla notevole riduzione delle tariffe, si è assistito, lo scorso anno, ad un generale riallineamento. In media, le tariffe applicate per una camera doppia in hotel variano dai 74 euro del primo trimestre 2011 ai 76 euro dell’autunno. Sempre nel settore alberghiero, rispetto al 2010, aumentano gradualmente i prezzi nel primo semestre, per raggiungere il picco del +12% nell’estate 2011 (87 euro in media). Nell’extralberghiero, invece, si registra una riduzione complessiva del prezzo medio applicato pari all’11%, forse per rilanciare le basse performance di vendita. Le tariffe medie variano dai 59 euro del primo trimestre ai 52 euro del quarto.
Veniamo ai dati più interessanti: otto imprese ricettive su dieci sono ormai presenti sul web e circa il 48% permette la prenotazione attraverso i sistemi di booking online. Ben il 33,3% è presente sui social network, quota in forte aumento rispetto all’anno precedente (19,8%), e che sale al 37,3% con riferimento alle strutture alberghiere.

Per contro il 20% delle imprese turistiche non è ancora presente online e più della metà degli operatori utilizza la rete semplicemente come un mezzo per ottenere visibilità, non sfruttandone pienamente le possibilità di acquisto e prenotazione.
Eppure, per gli utenti finali, internet rappresenta un mezzo fondamentale per viaggiare. Il 41% dei clienti presenti nelle strutture ricettive nel 2011 ha sfruttato il web per organizzare il proprio soggiorno, in aumento rispetto al 2010 (35,2%). Tra questi, il 21,4% usa ancora strumenti tradizionali, come la mail per prenotare, l’11,2% utilizza i sistemi di booking online e l’8,4% i grandi portali, soprattutto per gli hotel (9,6%).

Le imprese ricettive che consentono il booking online (47,9%), inoltre, ottengono una media di occupazione camere superiore rispetto alle altre.


Complessivamente, comunque, nel 2011 gli operatori registrano in media 10 punti percentuali in più nelle vendite, soprattutto nei mesi di maggio, giugno, settembre e ottobre.
Se nel 2008 la quota di strutture che si affidavano al circuito dell’intermediazione organizzata era del 35,1%, nel 2009 del 32,9%, nel 2010 del 30,4%, nel 2011 si rileva un recupero della stessa, che arriva al 34,1%.

Aumentano in parallelo anche i turisti che si affidano agli operatori dei viaggi organizzati: 11,4% nel 2011, contro il 9,8% del 2010, il 9,4% del 2009 e il 9,3% del 2008.
Sia nel 2010 sia nel 2011, inoltre, le imprese ricettive che hanno stretto accordi con gli intermediari di viaggio hanno registrato un’occupazione delle proprie camere superiore a quelle che non vi hanno fatto ricorso e questo è stato vero soprattutto nei mesi di bassa stagione.
Veniamo, infine, al capitolo relativo ai consumi turistici. Si stima che nel 2011 essi siano stati, nelle destinazioni italiane, pari ad un totale di 69,3 miliardi di euro, 42,7 miliardi dei quali spesi dai turisti delle strutture ricettive (61,7%), 26,5 miliardi da quelli che hanno soggiornato in abitazioni private (38,3%). Circa 36,3 miliardi di euro sono state le spese turistiche degli italiani (52,4%), quasi 33 miliardi di euro quelle degli stranieri (47,6%).
Diminuisce del 5,7% la spesa dei turisti che alloggiano nelle strutture ricettive, a causa principalmente del netto calo nei consumi turistici degli italiani (-22,2%), nonostante la crescita della spesa dei turisti stranieri (+15,6%). Cala anche la spesa dei turisti che alloggiano nelle abitazioni private: 16,5 miliardi di euro provengono dal turismo italiano (-2,6% rispetto al 2010) e 10,1 miliardi da quello internazionale (-1,3%).
Nel 2011 si delinea, dunque, una diminuzione complessiva nei consumi dei turisti italiani rispetto al 2010, pari al -14,4%, a fronte di una crescita nei consumi stranieri del +9,9%. Il dato generale parla, allora, di un -4,3% su tutte le spese dei turisti in Italia.
Per quanto riguarda la distribuzione di tali consumi, si nota che solo il 52,7% è stato indirizzato alle imprese direttamente turistiche (33% nelle strutture ricettive, 14,7% nella ristorazione e 5,1% in bar, caffè e pasticcerie). I turisti hanno destinato il 13,7% delle proprie spese alle attività ricreative, culturali e di intrattenimento, il 10,5% al settore agroalimentare, il 10% a quello dell’abbigliamento e delle calzature, l’8,9% alle altre industrie manifatturiere, il 2,1% ai trasporti, infine il 2,1% all’editoria.


Nel 2011 salgono, tuttavia, rispetto al 2010, i consumi nelle imprese ricettive e ristorative (dal 44,6% al 52,7%), grazie principalmente alle maggiori spese direttamente turistiche di coloro che hanno alloggiato in strutture alberghiere (nel 2010 erano pari al 56,1%, nel 2011 addirittura al 68,1%); per questi turisti aumentano anche le spese nell’agroalimentare (dal 5,3% al 5,7%), mentre cala, di conseguenza, la spesa nelle attività ricreative, culturali e di intrattenimento (dal 13,5% al 9,7%) e nell’abbigliamento e calzature (dal 12,2% al 6,4%).
Aumenta parallelamente, anche per coloro che hanno alloggiato in residenze private, l’incidenza dei consumi nella ristorazione (dal 25,2% al 27,9%) e nell’agroalimentare (da 15,3% a 18,1%), a scapito di quelli nelle attività ricreative, culturali e di intrattenimento (dal 24,3% al 20,1%).
Con riferimento, infine, alle aree prodotto, emerge dal report come le città siano destinatarie di ben il 26,8% dei consumi nelle strutture ricettive (a fronte di una percentuale pari al 18,8% dei posti letti disponibili a livello nazionale) e le località termali del 4,1% (con il 3,1% dei posti letto). Minore rendita, invece, rilevata per il comparto balneare che, pur disponendo nel 34% dei posti letto, raccoglie solo il 31,8% delle spese complessive. Negativo il saldo pure per il turismo diretto alla natura (2,7% i consumi, 4,1% i posti letto), alla montagna (12,9% le spese, 13,5% i posti letto), al lago (5,9% i consumi, 6,6% i posti letto) e alle altre località (15,8% le spese, 19,9% i posti letto).

“Per sfruttare appieno le potenzialità del territorio, attraverso un turismo moderno e sostenibile, dobbiamo avere il coraggio di  ragionare sui nostri punti deboli”, ha sottolineato Dardanello a margine dell’incontro di presentazione. “Tra questi, le infrastrutture, il sostegno al ricorso alle nuove tecnologie, la riduzione del carico fiscale e della burocrazia. Sul fronte del credito, dobbiamo impegnarci a incentivare strumenti finanziari come il credito turistico e promuovere la creazione di fondi di rotazione per le azioni di riqualificazione delle imprese. Senza dimenticare di perseguire una seria politica della formazione, il cui primo obiettivo dovrebbe essere quello di ottenere la scuola di formazione permanente sul turismo, in linea con quanto esiste negli altri Paesi europei. Per far questo, è evidente che dobbiamo accettare la sfida di elaborare una visione strategica del futuro del Paese. E’ – ha concluso – una sfida che possiamo e dobbiamo vincere”.