Business analytics: IBM presenta un nuovo software ad hoc per le PMI

Uno strumento utile nell’interazione tra utenti aziendali e loro team, partner, manager e clienti, che integra il social networking e supporta i dispositivi mobile

In un contesto caratterizzato dal forte controllo nei costi e dalla ricerca orientata all’ottimizzazione delle prestazioni, la competizione aziendale potrebbe giocarsi esclusivamente sulla capacità di adattare la propria offerta alle specifiche esigenze dei clienti. Ecco, allora, la necessità, da parte di alcune realtà aziendali, di adottare soluzioni analitiche capaci di guidare persone, processi e obiettivi in modo consapevole, sistematico e coerente, e in grado di cogliere i segnali del cambiamento, anticipando, quindi, le nuove opportunità di mercato.

Oggi lo scenario appare, infatti, particolarmente complesso, le aziende sembrano lottare per la sopravvivenza, le tecniche più “tradizionali” di analisi non bastano, le vecchie strategie decisionali e gestionali risultano obsolete. Esperienza e competenza individuale non sono più requisiti sufficienti, serve rinnovare il proprio modus operandi, utilizzando informazioni e strumenti di analisi in modo del tutto nuovo. È con tale consapevolezza che IBM ha presentato un nuovo software, capace di combinare le più sofisticate funzionalità di business analytics e ottimizzazione per la forza lavoro.

Il nuovo software si presenta con un’interfaccia più simile a quella che un lavatore ritrova ogni giorno sul proprio desktop, pensata con un design più interattivo, fatto anche di immagini e video di guida, e allontanando, quindi, la business analytics dalla tradizionale formula basata su report e grafici. I fruitori potranno avere accesso ai diversi elementi di conoscenza in maniera immediata, in un formato facile da usare, in qualunque momento e in qualunque luogo, poiché il nuovo software – oltre ad integrare il social networking – supporta i dispositivi mobili.
Un servizio che, quindi, almeno nelle intenzioni, dovrebbe rappresentare un alleato prezioso per le aziende nel nuovo scenario economico, aiutando, grazie ad una tipologia di analisi dei dati completamente nuova, a trasformare le previsioni in realtà operative, e riducendo il gap tra strategia ed esecuzione.

Sarà presumibilmente forte l’impatto che queste nuove funzionalità avranno sulle modalità di interazione tra utenti aziendali e team, partner, manager e clienti in tutto il mondo.

La particolare attenzione al mobile si basa su alcune stime relative ai prossimi anni, che vedono la categoria socio-economica dei lavoratori mobile raggiungere la quota di 1,19 miliardi entro il 2013, e che parlano di un incremento di 40 volte, entro il 2015, delle transazioni mobili. Da qui, ci ricorda Pino Fondati, la “necessità di disporre di sistemi capaci di governare dati non strutturati, il real time, l’ambiente cloud, la velocità di azione-reazione, e così via”; di sistemi che gestiscano “in tempo reale eventi complessi”, evidenziando “in modo netto e immediato opportunità di business e criticità”, e fornendo “ogni elemento per prendere decisioni ponderate e mirate”.

Nuove possibilità, allora, per interagire al meglio con i clienti, che permettano, in conclusione, “di entrare finalmente nell’era customer-centric”.

 

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Accesso al credito: le PMI dichiarano un miglioramento delle condizioni

Stando all’ultima indagine condotta dalla Banca Centrale Europea sarebbero in aumento le piccole e medie imprese che, aventi sede nel territorio di circolazione dell’euro, dichiarano un miglioramento sulle condizioni di accesso al credito.

Tutto ciò sarebbe possibile grazie agli sforzi congiunti di banche e istituzioni.

Immerse in un contesto di crisi economica generale, le imprese sembrano volerne uscire tramite il ricorso ad investimenti e, quindi, a finanziamenti, che permettano di consolidare il proprio patrimonio aziendale o di rilanciare e riposizionare la propria realtà aziendale.

L’analisi si è basata su 5.3123 piccole e medie imprese, ha preso a riferimento il periodo compreso tra il 27 agosto e il 22 settembre 2010, e ha inteso registrare le variazioni rispetto alla precedente analisi che copriva l’intervallo temporale che va da ottobre 2009 a marzo 2010.

Ciò che è emerso, in particolare, è un incremento di due punti percentuali (da 10 a 12%) nel numero di piccole e medie imprese che segnalano dei miglioramenti nell’accesso al credito bancario. Contemporaneamente, correlato a tale consapevolezza, si evidenzia un dimezzamento nella percentuale di imprese che parlano di peggioramento nelle condizioni di accesso (dal 42% sono passate al 24%).

Confermando un dato emerso nella precedente analisi, le aziende dell’UE si dichiarano dipendenti da finanziamenti e agevolazioni per l’accesso al credito: la domanda di credito rimane, infatti, “sostanzialmente invariata”, spiega la Bce, e la percentuale di Pmi che chiedono un aumento nell’ammontare dei prestiti sale del 3% rispetto al 16% del periodo precedente.
A titolo di confronto, sono stati analizzati anche i dati riferiti alle realtà imprenditoriali di grandi dimensioni, nelle quali il numero di richieste di credito andate a buon fine è rimasto sostanzialmente identico e ad alti livelli, sottolineando una situazione finanziaria complessiva che sembra voler mostrare chiari margini di miglioramento.

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Due milioni i domini .it: raddoppiati in cinque anni

I dati diffusi dall’Istituto di informatica e telematica del Cnr di Pisa affermano, per il contesto italiano, la quinta posizione in Europa e la nona nel mondo, per numero di domini

Una buona notizia per nazionalisti e patriottici del web; un traguardo che assume quasi i toni del paradosso, nel proprio intento di dare una definizione territoriale a qualcosa che è, per sua stessa natura, immateriale; un semplice numero: due milioni.

Esso fa riferimento ai domini “.it”, registrati, cioè, in Italia, e fa balzare il nostro Paese al quinto posto nella classifica europea per numero di domini nazionali – che vede in testa la Germania (.de), seguita da Inghilterra (.uk), Olanda (.nl); Unione europea (.eu) – e al nono in quella mondiale, preceduto, oltre che dai domini appena citati, dal .cn cinese, secondo in classifica, dal .ru russo, dal .ar argentino e dal .br brasiliano, rispettivamente sesto e settimo.

Questi dati sono stati resi noti dall’Istituto di informatica e telematica del Consiglio nazionale delle ricerche di Pisa (Iit-Cnr), che gestisce il Registro.it, incaricato di assegnare i domini italiani. Il primo di tali domini ad aver solcato la rete è stato proprio quello del Cnr, cnr.it, il 23 dicembre 1987. Il duemilionesimo indirizzo web a “targa italiana”, arrivato dal Registro, è invece “light-stone.it”, richiesto da una società in nome collettivo di Acqualugna, nella provincia di Pesaro-Urbino e registrato con il sistema sincrono, in tempo reale; nel 2005 il milionesimo sito l’aveva ragiunto un privato cittadino di Caltanissetta, Luca Vullo, studente del Dams di Bologna che richiese il dominio “lucavullo.it”. Il direttore dell’Iit-Cnr, Domenico Laforenza ci tiene a sottolineare, a tal proposito, come “il trend di questi ultimi anni conferma che il mercato dei nomi internet non conosce crisi e che essere presenti in rete connota una forte identità culturale e nazionale”.

A permettere un tale sviluppo nel mercato dei domini italiani, è stata sicuramente l’introduzione del sistema sincrono, il 28 settembre 2009. È da poco più di un anno, quindi, che nel nostro Paese ci si è adeguati alle procedure di registrazione proprie degli Sati più evoluti in termini di burocrazia telematica: registrare o trasferire un dominio .it in precedenza implicava l’utilizzo di anacronistici fax o, peggio ancora, l’invio della cosiddetta LAR (lettera assunzione responsabilità) via posta ordinaria. Con il sistema sincrono si offre, invece, la possibilità di fare tutto in tempo reale, e soprattutto, direttamente online, con notevoli risparmi di tempo, e facendo salire la media mensile di registrazioni a 32mila, delle quali oltre 27mila in tempo reale (solo il 18 per cento dei richiedenti utilizza ancora il vecchio metodo); un tale andamento ha permesso di raggiungere, già il 30 settembre 2010, con 324mila nuove registrazioni, il totale dell’intero 2009, pari a 339mila.

Le procedure più snelle e la tempistica decisamente più efficiente, garantite dal sistema sincrono”, insiste Laforenza, “hanno indotto la stragrande maggioranza degli utenti a privilegiare fin da subito questo canale di registrazione, riducendo fortemente l’impatto del vecchio sistema asincrono sul totale delle nuove registrazioni. L’attivazione del dominio in poche ore, senza inutili attese, l’eliminazione della carta e del fax, hanno determinato il successo della scelta del Registro di introdurre le registrazioni automatiche”.

Anche secondo Maurizio Martinelli, responsabile dell’Unità Sistemi e Sviluppo del Registro.it, “il sistema sincrono è stato sicuramente una tappa fondamentale del processo di innovazione del Registro”. Egli sottolinea, inoltre, come, la via dell’innovazione sia ormai incalzante ed inarrestabile, anticipando alcune prossime iniziative: “a breve saranno introdotte altre novità tecnologiche importanti tra le quali l’Idn (Internationalized domain name), che permetterà di registrare i propri domini mantenendo il nome esattamente uguale alla reale denominazione di persona, società o marchio (ad esempio registrare nomi con lettere accentate)”.

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Sono 11 milioni gli utenti italiani del Web mobile

Un fenomeno in costante crescita, destinato a sorpassare la classica navigazione da PC, ma con modalità molto differenti: nuove opportunità per il mondo delle imprese

Cresce il numero di italiani che navigano quotidianamente in rete tramite gli smartphone, i cosiddetti cellulari intelligenti: stando ai dati che emergono da una ricerca dell’Osservatorio Smau-School of Management del Politecnico di Milano, presentati nel corso del primo giorno di Smau (l’evento fieristico milanese dedicato all’informatica e alle nuove tecnologie), essi sarebbero arrivati a quota 11 milioni, con riferimento allo scorso luglio. Le previsioni sono, poi, di un forte e correlato incremento anche nei dati di natura economica, poiché si stima che, a fine 2010, il settore del mobile Internet raggiungerà quota 550 milioni di Euro, quindi il 40% in più rispetto al 2009.

Tutto ciò fa pensare ad una sorta di rivoluzione nella fruizione della rete (che non rimarrebbe evidentemente correlata al solo contesto italiano), dato che in pochi anni i dispositivi mobile potrebbero diventarne lo strumento principale, con effetti rilevanti anche sulle politiche di comunicazione ed investimento adottate dalle aziende. Filippo Renga, responsabile della ricerca degli osservatori sui mobile consumer del Politecnico di Milano, sottolinea, infatti, come la navigazione in assoluta mobilità, come quella mediante  smartphone, sia «profondamente differente dalla navigazione da pc, in termini di tempo speso, tipologie di siti visitati, momenti della giornata e della settimana in cui si accede»: l’accesso, ad esempio, avviene prevalentemente durante gli orari tipici degli spostamenti casa-lavoro o nel fine settimana e lo scopo è primariamente quello di recuperare informazioni e contenuti di utilizzo immediato. Spesso si predilige la navigazione mobile anche per mantenere i contatti con la propria rete sociale, attraverso l’utilizzo di social network quali Facebook, Twitter, MySpace. Restano da considerare, tuttavia, pure le implicazioni relative al mezzo utilizzato, che richiede una navigazione ottimizzata per le sue caratteristiche intrinseche.

Con riferimento a tali considerazioni, l’Osservatorio è riuscito a delineare anche un profilo sociologico dell’utente web-mobile tipo: prevalentemente maschio (62%), non supera i 44 anni (l’80%), ha un elevato grado di istruzione, è in possesso di terminali di fascia alta e non accede ad internet dal cellulare solo in mobilità (il 31% degli utenti dichiara, anzi, di accedere principalmente da casa). La crescita nella navigazione mobile sembra, inoltre, essere costante, tanto che gli heavy users, cioè quelli che accedono quasi tutti i giorni, sono già oltre il 50% dei mobile surfer. Qualche altro dato: il 49% degli utenti dichiara di essere entrato in un social network almeno una volta negli ultimi tre mesi, il 40% di cercare informazioni come prezzi, orari, indirizzi. Ancora, il 40% scarica applicazioni, che spesso non sono usate per più di due volte: nate con l’introduzione di iPhone e di relativo Appstore, la loro realizzazione ha registrato un vero e proprio boom in quest’ultimo periodo, ed esse oggi risultano disponibili per tutte le diverse piattaforme; la maggior parte sono gratis, ma non mancano quelle a pagamento, quelle “brandizzate” (cioè correlate a uno specifico marchio commerciale) e quelle che includono pubblicità.

Anche le imprese italiane, quindi, si dimostrano più mature nell’utilizzo di soluzioni IT: secondo un indice elaborato dall’Osservatorio, che tiene conto dei software e degli hardware utilizzati, le piccole e medie imprese che, negli ultimi due anni, hanno impiegato in modo “evoluto” la tecnologia sono passate dal 12% al 17%, mentre è scesa dal 42% al 34% la percentuale di imprese “immature”. La Lombardia, in particolare, sembra essere la regione più virtuosa. Per le imprese l’Internet in mobilità rappresenterebbe, allora, un terreno fertile per nuove opportunità, oltre che per sviluppare relazioni e interazioni più strette con i clienti. Ci si riferisce soprattutto alla realizzazione di versioni rinnovate di siti aziendali, ottimizzate per il mobile; allo sviluppo di applicazioni specifiche correlate al marchio; all’utilizzo, infine, di nuove forme di advertising, sia su siti sia su applicazioni mobile.

Al di là delle ottime prospettive, si tratta, è bene ricordarlo, di un cambiamento di natura epocale, all’interno del quale vi sono non pochi elementi di cautela da tenere in considerazione. Non bisogna dimenticare, ad esempio, come ci dicono i promotori della ricerca in analisi, che «Il telefono cellulare è […] uno strumento estremamente personale. È importante gestire attentamente questo canale, soprattutto se utilizzato con obiettivi di marketing, dal momento che esiste il rischio che il consumatore percepisca la presenza dell’azienda come “un’invasione” nella propria privacy, soprattutto se viene utilizzata la localizzazione dell’utente».

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L’anno di Eni

La nota società conquista il primo posto nella classifica CSR – Corporate Social Responsibility Online Award Global Leaders

Quello che Eni sta vivendo sembra essere un periodo di conferme in positivo. Dopo essere stata inclusa, per il quarto anno consecutivo, nel Dow Jones Sustainability Index, è riuscita a conquistare, per il secondo anno, il primo posto nella classifica CSRCorporate Social Responsibility Online Award “Global Leaders”.

Andiamo con ordine: come ricorda una nota nel sito di Eni, il Dow Jones Sustainability Index – nato nel 1999 con lo scopo di “tracciare la performance finanziaria di titoli che si distinguono per risultati eccellenti sotto un profilo economico, sociale e ambientale” – rappresenta oggi il “primo e più prestigioso indice borsistico internazionale di valutazione della sostenibilità delle imprese, cui accedono le società eccellenti nella gestione del business secondo criteri di sostenibilità”.

La revisione annuale quest’anno ha coinvolto oltre 2.600 società, tra le quali sono state scelte le 318 realtà leader nella sostenibilità (delle quali, a livello mondiale, solo 12, sulle 112 eleggibili, sono compagnie del settore Oil & Gas, cui appartiene Eni), raggruppate in 19 settori industriali e di servizi. L’inclusione rappresenta, certo, “un elemento distintivo a livello mondiale”, ed esso sembrerebbe dimostrare “la natura integrata del business di Eni e il suo impegno trasversale per uno sviluppo sostenibile”. Non a caso Eni si presenta ufficialmente come impresa votata a “valorizzare le persone, contribuire allo sviluppo e al benessere delle comunità nelle quali opera, rispettare l’ambiente, investire nell’innovazione tecnica, perseguire l’efficienza energetica e mitigare i rischi del cambiamento climatico”.

Legato a tale indice, troviamo un altro riconoscimento, che assume i confini del primato, di cui si parla proprio in questi giorni: la società di comunicazione internazionale Lundquist ha attribuito ad Eni, anche quest’anno, la qualifica di migliore azienda, nel contesto mondiale, per la comunicazione web delle proprie iniziative e attività in materia di responsabilità sociale di impresa. Ad essere stati esaminati sono stati proprio 91 membri del Dow Jones Sustainability Index, mentre 77 sono stati i criteri di valutazione utilizzati. Lo studio ha rivelato come molte aziende manchino nel tenere gli stakeholder aggiornati in un modo “attraete, dinamico e crescente”, dimostrandosi più deboli nel dialogo, nell’interattività e sulle informazioni di governance, etica ed investimenti socialmente responsabili. La società petrolifera italiana ha ottenuto un punteggio di 75,5 su 100, contro una media delle altre aziende di 47,6 (di qualche punto inferiore rispetto alla media dello scorso anno, corrispondente al 49,4). Eni, si legge nella motivazione, “ha mantenuto la propria posizione grazie alla grande e dettagliata sezione dedicata alla sostenibilità. La società offre molta attenzione alla responsabilità sociale di impresa e sostiene tale impegno con informazioni su performance e obiettivi, notizie e video”. Al secondo posto troviamo la statunitense Hewlett-Packard e al terzo la svizzera Nestlè, entrambe con un punteggio pari a 72,5; soltanto un’altra azienda italiana compare nella classifica, Enel, che ottiene il settimo posto, con 66,5.

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Accordo CreditAgri Coldiretti e Intesa San Paolo

Il gruppo bancario metterà a disposizione un plafond di 1,5 miliardi di euro per sostenere le imprese agricole associare al sistema

Nato nel dicembre 2006, il Coordinamento Nazionale per il Credito e i Confidi Territoriali del Sistema Coldiretti, in breve CreditAgri Coldiretti è, come leggiamo nel sito di riferimento, “una Associazione che raggruppa i Confidi e le società di mediazione creditizia operanti a livello regionale e interregionale nell’ambito del Sistema Coldiretti”; si tratta di società che, diffuse capillarmente su tutto il territorio nazionale, offrono assistenza e consulenza, in materia di credito e finanza aziendale, a tutte le imprese operanti nel settore agricolo; i Confidi, in particolare, “attraverso il rilascio di garanzie in favore del sistema bancario, sostengono e facilitano l’accesso al credito per le imprese associate”.

È di questi giorni la notizia di un accordo tra CreditAgri Coldiretti, rappresentata dal Presidente Sergio Marini e Intesa San Paolo, personificata da Corrado Passera, consigliere delegato e CEO: il gruppo bancario metterà a disposizione un plafond complessivo di 1,5 miliardi di euro destinato a sostenere le imprese associate al sistema (oltre 1,5 milioni), “garantendo continuità del credito, liquidità per la gestione ordinaria, soluzioni di investimento a favore dello sviluppo produttivo, finanziamenti per la ricapitalizzazione e opzioni di flessibilità per le scadenze dei crediti”.

Un importante passo in avanti – sottolinea Marini – nel «nostro progetto per una Filiera Agricola tutta Italiana», capace di «dare futuro all’agricoltura italiana, valorizzandone le distintività ed il legame con il territorio, con l’offerta di prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori tramite la più estesa rete commerciale nazionale che coinvolge i mercati di campagna amica, i punti di vendita delle cooperative, i consorzi agrari, agriturismi e aziende agricole, ma coinvolgerà anche la rete della ristorazione a chilometri zero e la distribuzione che intenderà partecipare».

A spingere verso una tale unione di intenti e interventi, ci sarebbe – stando alle parole di Passera – la volontà di «agevolare le imprese sul fronte dei finanziamenti e della patrimonializzazione», per «incoraggiare ciascuna delle nostre imprese a recuperare terreno, a innovare, a internazionalizzarsi». L’intento sarebbe quello di «studiare tutte le soluzioni utili per uscire dalla crisi, rafforzando la competitività di questo settore strategico per la nostra economia e favorendo così il rilancio della crescita economica del nostro Paese».

Entrando un po’ più nel dettaglio, possiamo cogliere, in una nota diffusa da Coldiretti, quattro specifiche aree d’azione previste dall’accordo: la prima riguarda il finanziamento per interventi di sviluppo produttivo, quindi per investimenti a medio-lungo termine utili “per l’acquisto e la realizzazione di macchinari e attrezzature agricole, impianti fotovoltaici, ammodernamenti, manutenzione e ristrutturazione, riordino fondiario”.

In secondo luogo troviamo i finanziamenti, della durata massima di cinque anni (con estensione fino a 10 in presenza di garanzie reali), destinati ad un rafforzamento della struttura patrimoniale delle imprese, entro periodi predefiniti.
Finanziamenti, poi, “di credito agrario (durata massima 18 mesi) e prestiti agrari di gestione che consentono alle imprese agricole di fare fronte alle esigenze di liquidità per anticipo di contributi […], spese di gestione, per servizi, distribuzione e promozione commerciale, ed esigenze creditizie connesse al riequilibrio finanziario”.

Infine l’accordo interviene in merito alla flessibilità dei finanziamenti, stabilendo la possibilità – per le PMI che “presentino una situazione economica, finanziaria, patrimoniale e organizzativa che possa garantire la continuità aziendale” – di richiedere un rinvio fino a 12 mesi nel pagamento delle quote capitale delle rate di mutui o leasing.

Interventi finanziari ben mirati, dunque, e volti ad affiancare le aziende agricole ed agroindustriali “in un percorso di recupero di solidità e liquidità”, capace di dare piena dignità ad un settore, quello dell’agricoltura italiana, che, in quanto a “qualità, tipicità e salubrità” nella produzione, non ha rivali in Europa e nel mondo: “la ricchezza netta prodotta per unità di superficie dall’agricoltura italiana […] è oltre il triplo di quella USA, doppia di quella inglese, e superiore del 70 per cento di quelle di Francia e Spagna”.

Tuttavia, per porre rimedio al ridotto potere contrattuale delle imprese agricole nella filiera agroalimentare, Coldiretti già era intervenuta con un progetto volto a creare una “Filiera agricola tutta italiana”, capace di sostenere il reddito degli agricoltori “eliminando le distorsioni e tagliando le intermediazioni con l’offerta attraverso la rete di consorzi agrari, cooperative, farmers market, agriturismi e imprese agricole di prodotti alimentari al cento per cento italiani firmati dagli agricoltori al giusto prezzo”.

L’intesa stabilita in questi giorni non rappresenta, allora, altro che un ulteriore avanzamento nel processo di valorizzazione di alcune strutture d’eccellenza italiane e c’è da augurarsi che, grazie alla presenza strategica sia delle strutture territoriali di Coldiretti (19 federazioni regionali, 97 federazioni provinciali e interprovinciali, oltre 724 uffici di zona), sia delle 21 banche della Banca dei Territori di Intesa Sanpaolo (presenti nel Paese con 5.700 filiali), alle lodevoli intenzioni facciano seguito dei risultati concreti.

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Accordo tra MSE e IPZS sulla lotta alla contraffazione

Puntare su sistemi tecnologicamente avanzati sembra essere la soluzione individuata da tale accordo, al fine di ridurre un fenomeno ormai dilagante

È stata presentata al pubblico come la sfida dell’innovazione tecnologica contro i prodotti falsi. Alla base vi è la ferma volontà di tutelare la proprietà industriale e di promuovere delle soluzioni originali (tecnologicamente parlando) per combattere un problema che sembra essere dilagante nel territorio italiano, sia per estensione fisica, sia per trasversalità degli ambiti industriali coinvolti.

Stiamo parlando dell’accordo stipulato tra la Direzione generale per la Lotta alla contraffazione – UIBM del Ministero dello Sviluppo Economico, personificato dall’avv. Loredana Gulino, e l’Istituto Poligrafico Zecca dello Stato, rappresentato dal suo Presidente, il dott. Roberto Mazzei.

La firma, in particolare, è stata apposta per un protocollo della durata biennale, grazie al quale – sottolinea il Ministero in un comunicato stampa – “viene riconosciuto il rilevante contributo che l’Istituto Poligrafico può dare per il potenziamento di specifici strumenti innovativi allo scopo di arginare il fenomeno della contraffazione”, considerando poi gli interventi passati, realizzati dallo stesso Istituto, nell’ambito della produzione di contrassegni anticontraffazione per prodotti sottoposti a controllo, e della realizzazione di sistemi di tracciatura e sicurezza per i prodotti farmaceutici. Ricorda, a tal proposito, Mazzei che «il Poligrafico, grazie alle esperienze e competenze acquisite nel corso degli anni nel settore delle soluzioni/prodotti di sicurezza e nei sistemi di tracciatura, è oggi in grado di rispondere anche alle esigenze delle PMI»; egli estende poi la riflessione, considerando l’intesa come un ulteriore passo in avanti a tutela dell’intera società, «delle imprese, dei cittadini e dello Stato».

Un delitto, quello che si cerca di arginare, previsto nello stesso Codice penale, che, all’articolo 473, cerca di delineare le diverse linee operative nel caso di “contraffazione, alterazione o uso di segni distintivi di opere dell’ingegno o di prodotti industriali”.

Ciò che è davvero originale nel patto è, però, la presa di coscienza in merito all’importanza di uno sfruttamento, funzionale alla legge, di strumenti tecnicamente avanzati, in una materia che, spesso e volentieri, ha visto, proprio in tali strumenti, un nemico dichiarato.

Lo stesso avvocato Gulino punta l’accento sull’importanza di sistemi dall’elevato valore tecnologico, al fine di giungere alla tracciabilità e rintracciabilità dei prodotti, e rendere, quindi, possibile «verificare con certezza e sistematicità l’originalità del prodotto, fornendo un’adeguata tutela all’impresa riguardo eventuali forme di responsabilità relative al rispetto delle norme di protezione della proprietà industriale».

Nei prossimi mesi sono previste una serie di misure ed iniziative in attuazione degli obiettivi dichiarati in fase di accordo: si tratterà di interventi di semplice natura informativa, accompagnati da interventi di natura operativa, legati in primo luogo all’individuazione delle soluzioni tecnologicamente più avanzate.

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ClicLavoro: il lavoro è a portata di clic

In una situazione di crisi occupazionale generalizzata, la Regione autonoma del Friuli Venezia Giulia sceglie di aderire al progetto di realizzazione di un portale che favorisca l’incontro tra domanda e offerta di lavoro

Le ultime stime diffuse dall’istituto nazionale di statistica, con riferimento ad agosto 2010, parlano di una contrazione dello 0,6% nel numero di occupati in Italia, rispetto all’agosto 2009, con un tasso di occupazione pari al 56,9%, invariato, certo, rispetto a luglio 2010, ma in discesa di 0,5 punti percentuali rispetto al 2009.

In un contesto così poco incoraggiante, viene salutata con particolare favore qualsiasi iniziativa che, in qualche modo, cerchi di risollevare le speranze di quanti siano alla ricerca di un proprio spazio nel mondo del lavoro, facilitando l’incontro tra domanda e offerta. È proprio su questa linea che si colloca la sperimentazione, promossa dal Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, per la realizzazione di un nuovo portale del lavoro, alla quale ha aderito la Regione autonoma Friuli Venezia Giulia, su indicazione dell’assessore al Lavoro Angela Brandi.

La denominazione scelta per tale portale è ClicLavoro, piuttosto evocativa della sua funzione: favorire le unioni tra domande ed offerte di lavoro, dando informazioni al cittadino circa la disponibilità occupazionale e dando modo alle imprese o agli operatori pubblici e privati di valutare le autocandidature dei singoli; il tutto in un sistema completamente integrato e a portata di pochi semplici “clic”, appunto.

Una piazza virtuale, quindi, in cui ricercare o promuovere personalità, professionalità e perizie, nella precisa convinzione che sia ancora possibile dare una mano concreta alla ricostruzione della trama occupazionale italiana. Una formula che potremmo definire “ad incastro”, in perfetto stile tetris e che – sottolinea una nota della Giunta – sostituisce Borsa Lavoro, l’esperienza, sviluppata negli ultimi tre anni, che ha consentito la semplificazione dei processi d’incontro tra domanda e offerta lavorativa.

Entriamo un po’ più nel dettaglio e cerchiamo di capire come si articolerà “Clic Lavoro”: ci sarà, innanzitutto, un’area dedicata agli operatori pubblici e privati, nella quale reperire tutte le informazioni relative all’offerta di servizi, ai concorsi pubblici e ai curriculum vitae dei laureati. L’accesso a tutte queste informazioni sarà libero, mentre verrà chiesta una registrazione per inserire il proprio curriculum vitae o una proposta di lavoro, per candidarsi o per accedere ad alcuni servizi specialistici. Il contatto tra professionalità da una parte e posti di lavoro dall’altra avverrà in forma diretta, senza bisogno di intermediari. A quelli già presenti, potranno essere aggiunti i dati relativi alla banca dei percettori e verrà data la possibilità di utilizzare un motore di ricerca capace di indicizzare i siti autorizzati a rendere disponibili curriculum vitae e vacancy.

Sono state le parole dello stesso assessore Brandi a porre l’attenzione sulla necessità di «affinare quanto più possibile la comunicazione. Mettere in rete le varie sinergie che operano nel mondo del lavoro, ovvero mettere in comunicazione domanda e offerta, sono elementi essenziali per dare concretezza a tutte le iniziative di politica attiva per il superamento della situazione attuale di crisi, la quale, è bene ribadirlo, è in fase di recupero, ma che per essere trasformata in riacquisto di occupazione dovrà avere ancora un fattivo sostegno».

Si attende, quindi, con forte fiducia l’implementazione di uno strumento concepito come in continua evoluzione – capace, cioè, di adeguarsi alle specifiche esigenze del momento – nella speranza che, alle lodevoli dichiarazioni d’intento, facciano seguito delle reali politiche di gestione efficaci. La speranza è poi, inevitabilmente, quella del classico effetto “a macchia d’olio”, che sensibilizzi ed incoraggi le restanti regioni italiane, nella promozione di iniziative simili.

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Disponibile in rete il portale di R.ETE. Imprese Italia

L’associazione nata con lo scopo di dare voce a tutte le realtà imprenditoriali italiane è finalmente sbarcata sulla rete, permettendo la conoscenza delle sue diverse iniziative a carattere informativo e formativo e facendosi punto di riferimento fondamentale per le imprese votate alla modernizzazione.

Sono passati poco meno di quattro anni da quel 30 ottobre 2006, quando cinque Organizzazioni imprenditorialiCasartigiani, CNA, Confartigianato, Confcommercio, Confesercenti – formarono il cosiddetto “Patto del Capranica”, come forma di dichiarato dissenso alla Legge finanziaria dell’allora governo Prodi e come espressione della volontà di rilanciare “il ruolo delle Pmi e dell’impresa diffusa, dell’artigianato, del commercio, dei servizi e del turismo” quale “asse portante del sistema produttivo del Paese”.

L’evoluzione naturale di quel patto in un’identità associativa strutturata ha portato alla nascita di R.ETE. Imprese Italia che, presentato ufficialmente al pubblico il 10 maggio 2010 presso l’Auditorium Parco della musica di Roma, rappresenta un “soggetto unico di rappresentanza del mondo dell’imprenditoria diffusa”, “in grado di incidere sulle scelte dei policy makers sulla base di una forte opzione di autonomia, di visibilità e riconoscibilità”. Tale soggetto rappresenta più di due milioni e mezzo di imprese iscritte alle cinque organizzazioni fondatrici e concentra i propri sforzi nel favorire la promozione e il consolidamento delle imprese, la cui attività è considerata fondamentale nel sistema economico e nella società civile.

Un ulteriore ed importante passo nella storia dell’associazione è stato compiuto proprio ieri mattina, quando è stato reso disponibile in rete, all’indirizzo www.reteimpreseitalia.it, il sito internet, concepito, come si legge in una nota, “per offrire ai visitatori una vasta gamma di informazioni circa le attività e le iniziative che coinvolgono R.ETE. Imprese Italia e le 5 Organizzazioni fondatrici […], e per divulgare e rendere accessibile la produzione intellettuale a cura della Associazione e della Fondazione R.ETE. Imprese Italia”.

Agenda della R.ETE., profilo storico, contatti, approfondimenti, presentazione di storie imprenditoriali emblematiche, elenco degli incontri e seminari, sala stampa: tutto ciò rappresenta un punto di potenziale riferimento per tutte quelle imprese che, come si legge nel Manifesto virtuale, intendono “dare all’Italia vitalità collettiva, innovazione continuata, efficienza ed internazionalizzazione”, nella precisa consapevolezza che il futuro del Paese sia “inscindibilmente legato alle piccole e medie imprese ed all’impresa diffusa, chiave di volta della sua competitività, struttura portante dell’economia reale e dei processi di sviluppo territoriale, luogo di integrazione e costruzione delle appartenenze”.

Superando, o forse dimenticando, le originarie motivazioni, il Presidente Carlo Sangalli sottolinea – in un video archiviato nella sezione “Il Commento” – come R.ETE. Imprese Italia non sia “un’associazione che nasce contro”, ma al contrario rappresenti “un modello programmaticamente aperto”, plurale. “La nostra ambizione […] non è quella di creare una associazione interconfederale che segna la sommatoria aritmetica delle tante imprese che noi abbiamo”, ma “di modernizzare la rappresentanza, per modernizzare l’economia del nostro paese e quindi la società italiana”. “Un’associazione che vuole […] dare finalmente voce a quelli che sono stati chiamati gli invisibili; finalmente gli invisibili prendono la parola, parlano, raccontano la loro storia”. La realtà rappresentata dalle pmi dovrebbe allora ritrovare “uno spazio nella cosiddetta concertazione, abbattendo quella che per tanto tempo era stata […] una concertazione strabica, cioè giocata sempre sui soliti nomi e sulle solite sigle”.

Mai più caricabatterie: arriva Nokia E-Cu!

Un nuovo prototipo di cellulare capace di sfruttare il calore come fonte di energia, con notevoli risparmi economici e di inquinamento

Si chiama Nokia E-Cu, dove E sta per environment (ambiente) e Cu per il simbolo del rame, ottimo conduttore di calore. All’apparenza potrebbe sembrare un’opera di Burri, data la trama del rivestimento esterno, che riproduce, in prefetto stile informale, l’idea di una materia secca, di una terra arsa, di un ambiente arido. In realtà si tratta di un nuovo ed innovativo prototipo di cellulare, capace di trasformare qualunque fonte di calore in energia, ricaricandosi anche solo rimanendo comodamente in tasca e sfruttando il tepore del corpo umano.

A idearlo, per la casa produttrice finlandese, è stato il designer londinese Patrick Hyland, che con tale concept ha inteso lanciare un chiaro monito ai consumatori – soprattutto a quelli che della tecnologia fanno un uso sconsiderato ed improprio – sui rischi che corre il pianeta a causa dell’innalzamento delle temperature (global warming) e del conseguente fenomeno di desertificazione.

L’introduzione di un simile dispositivo avrebbe, tuttavia, degli effetti che andrebbero al di là della semplice sensibilizzazione e che coinvolgerebbero, in maniera vantaggiosa, sia l’ambiente in generale, sia il consumatore finale. Si è stimato, infatti, che il risparmio, in termini di generazione di rifiuti elettrici, sarebbe enorme: le stime parlano di circa 51 mila tonnellate di CO2 e rifiuti in meno, in conseguenza ad una diffusione su scala mondiale del cellulare. Tale calcolo è emerso valutando l’enorme quantità di rifiuti da apparecchiature elettriche, principalmente caricabatterie, che ogni anno vengono abbandonati in discarica, creando enormi danni ambientali e difficoltà nella gestione e nel corretto smaltimento.

I vantaggi, poi, per i potenziali acquirenti (specialmente per quelli che viaggiano molto per motivi di lavoro o che si trova in luoghi dove c’è carenza di energia) sarebbero piuttosto evidenti: affrancarsi dall’obbligo di avere caricabatteria e presa di corrente a portata di mano, vantare la possibilità di caricare sempre e comunque in completa autonomia il proprio dispositivo mobile e ridurre notevolmente il conto della propria bolletta.

Entrando un po’ più nel dettaglio tecnico, il Nokia E-Cu sarebbe dotato di un termogeneratore integrato, in grado di trasformare qualsiasi fonte di energia termica in elettricità, anche se tale fonte fosse di natura artificiale, come un calorifero; questo grazie al calore assorbito dalla scocca del telefono, realizzata completamente in rame.

Certo per il momento si tratta solo di un concept, ma, visti i numerosi vantaggi e le prospettive ottimistiche, suggeriamo comunque di riformulare il proprio repertorio a tutti quei mariti fedifraghi che, con elevata frequenza, ricorrano alla scusa del cellulare scarico per troncare conversazioni potenzialmente imbarazzanti!

Pubblicato su: pmi-dome