Mutui: come chiedere lo stop delle rate – Parte seconda

Torna operativo il Fondo di solidarietà che rimborserà gli interessi maturati sul debito residuo nel periodo di sospensione. Può accedervi chi ha perso il lavoro o si trova in condizioni di grave handicap

ARTICOLO REALIZZATO PER IL MENSILE OFFICE MAGAZINE DI LUGLIO 2013Sospensione Mutui FIGURA 2

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Il mutuo non può superare i 250.000 euro, per un immobile che non deve avere le caratteristiche di lusso (non deve rientrare nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9).

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L’accesso al Fondo è garantito solo a chi negli ultimi 3 anni ha perso il lavoro (a tempo determinato, indeterminato o parasubordinato), oppure in caso di morte o handicap grave.

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In caso di mutuo cointestato, la sospensione è concessa se sussistono le condizioni anche per uno solo dei mutuatari, ma gli altri devono fornire il proprio assenso sottoscrivendo il riquadro 3.

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Mutui: come chiedere lo stop delle rate

Torna operativo il Fondo di solidarietà che rimborserà gli interessi maturati sul debito residuo nel periodo di sospensione. Può accedervi chi ha perso il lavoro o si trova in condizioni di grave handicap

ARTICOLO REALIZZATO PER IL MENSILE OFFICE MAGAZINE DI LUGLIO 2013

Sospensione mutuo prima casaPossono finalmente tirare un sospiro di sollievo le molte famiglie italiane che, alle prese con le rate di un mutuo, si sono temporaneamente trovate in situazioni di difficoltà tale da impedire loro di far fronte al pagamento. Dopo un paio d’anni di sosta forzata – dovuta all’esaurimento della dotazione iniziale e alla necessità di ricalibrare i criteri di accesso – è tornato, infatti, ad essere operativo, a partire dal 27 aprile 2013, il Fondo di solidarietà per i mutui destinati all’acquisto della prima casa, che consente la sospensione del pagamento delle rate per un periodo massimo di 18 mesi.

In questa data è entrato in vigore il D.M. 22 febbraio 2013, n. 37 (pubblicato nella G.U. 12 aprile 2013, n. 86), con il quale il Ministero dell’Economia e delle Finanze ha emanato un nuovo Regolamento, che introduce una serie di modifiche al D.M. 21 giugno 2010, n. 132, recante, a sua volta, le norme di attuazione del Fondo di solidarietà, previsto originariamente dalla L. 24 dicembre 2007, n. 244 (art. 2, comma 475 e ss). La rivisitazione della disciplina si è resa necessaria in seguito all’introduzione della L. 28 giugno 2012, n. 92 (art. 3, commi 48 e 49), la cosiddetta Riforma del lavoro Fornero, che ha sensibilmente modificato i presupposti per l’accesso al beneficio della sospensione.

Tale sospensione può avvenire, in particolare, al verificarsi – nei tre anni precedenti la richiesta di ammissione al Fondo e successivamente alla stipula del contratto di mutuo – di almeno uno dei seguenti eventi, riferiti al mutuatario (o, in caso di cointestazione, ad uno dei mutuatari):

cessazione del rapporto di lavoro subordinato, sia a tempo determinato che a tempo indeterminato, escluse le ipotesi di risoluzione consensuale, di risoluzione per limiti di età con diritto a pensione di vecchiaia o di anzianità, di licenziamento per giusta causa o giustificato motivo soggettivo, di dimissioni del lavoratore non per giusta causa;

cessazione del rapporto di lavoro parasubordinato o di rappresentanza commerciale o di agenzia (di cui all’articolo 409, numero 3 del codice di procedura civile), escluse le ipotesi di risoluzione consensuale, di recesso datoriale per giusta causa e di recesso del lavoratore non per giusta causa;

morte o riconoscimento di grave handicap (ai sensi dell’art. 3 comma 3 della L. 5 febbraio 1992, n. 104) o di invalidità civile non inferiore all’80%.

Le rate sospese vengono accodate alla fine del piano di ammortamento o possono essere estinte in un’unica soluzione e il Fondo – rifinanziato con 20 milioni di euro dal D.L. 6 dicembre 2011, n. 201, noto come decreto “Salva Italia” – interviene rimborsando alle banche la quota parte di interessi maturati sul debito residuo durante il periodo del congelamento, corrispondente al solo parametro di riferimento applicato (es. Eurirs/Euribor), al netto della componente di maggiorazione (Spread).

Il beneficio non comporta l’applicazione di alcuna commissione o spesa di istruttoria, non richiede garanzie aggiuntive e può essere concesso anche con riferimento a mutui che già hanno fruito di altre misure di sospensione (purché la sospensione complessiva non abbia superato i 18 mesi).

Può presentare domanda il titolare di un mutuo, per l’acquisto di un immobile, non superiore a 250.000 euro (in ammortamento da almeno 1 anno) e in possesso di indicatore della situazione economica equivalente (ISEE) non superiore a 30 mila euro. L’unità immobiliare deve essere adibita ad abitazione principale del mutuatario e non deve avere le caratteristiche di lusso (non deve cioè rientrare nelle categorie catastali A/1, A/8 e A/9).

La richiesta di sospensione non verrà accolta nel caso in cui vi sia un ritardo nel pagamento delle rate del mutuo superiore a 90 giorni consecutivi, oppure nel caso in cui siano intervenute la decadenza dal beneficio del termine o la risoluzione del contratto stesso (anche tramite notifica dell’atto di precetto) o – ancora – nel caso in cui sia stata avviata una procedura esecutiva sull’immobile ipotecato. Allo stesso modo il beneficio non verrà concesso se già si usufruisce di agevolazioni pubbliche o di un’assicurazione a copertura del rischio che si verifichino gli eventi sopracitati, purché tale assicurazione garantisca il rimborso almeno degli importi relativi alle rate oggetto della sospensione e sia efficace nel periodo di sospensione.

Se si soddisfano tutte le condizioni viste, è possibile avanzare la richiesta di accesso alla sospensione, compilando l’apposito modello di Dichiarazione sostitutiva di certificazione e di atto di notorietà, disponibile sul sito del Dipartimento del Tesoro e su quello della Consap (la società del MEF incaricata della gestione operativa del Fondo), e presentandolo direttamente alla banca o all’intermediario finanziario che ha erogato il mutuo. La richiesta deve essere corredata dalla fotocopia del documento di identità di tutti gli intestatari del mutuo, dall’attestazione ISEE rilasciata da un soggetto abilitato e dalla documentazione relativa allo specifico evento che ha spinto a richiedere la sospensione (si veda box di approfondimento).

La banca, verificate completezza e regolarità formale dei documenti ricevuti, inoltra l’istanza alla Consap, che a sua volta si impegna a dare esito dell’istruttoria entro 15 giorni lavorativi, rilasciando il nulla osta alla sospensione del pagamento o motivando l’eventuale rigetto. Ricevuto l’esito, la banca lo comunica all’interessato entro 5 giorni.

QUALI DOCUMENTI?

La documentazione da presentare a corredo della richiesta varia a seconda dell’evento che ha determinato la volontà di sospensione: lettera di licenziamento, in caso di cessazione del rapporto di lavoro subordinato a tempo indeterminato; copia del contratto ed eventuali comunicazioni interruttive del rapporto, in caso di interruzione di un rapporto subordinato a tempo determinato o di un rapporto di cui all’art. 409 n. 3) del C.p.c.; nell’ipotesi di dimissioni per giusta causa, dovranno essere inviati la sentenza o l’atto transattivo bilaterale, da cui si evinca l’accertamento della sussistenza della giusta causa, e la lettera di dimissioni con il riconoscimento espresso da parte del datore di lavoro della giusta causa (o la lettera di dimissioni unitamente all’atto introduttivo del giudizio per il riconoscimento della giusta causa). Infine, se sono insorte condizioni di handicap grave o invalidità civile superiore all’80%, andrà allegato il certificato rilasciato dall’apposita commissione istituita presso l’ASL competente per territorio.

Decreto sviluppo: le novità

Edilizia, fisco, ricerca, mutui e appalti: innovazioni e perplessità di un provvedimento che intende rilanciare a costo zero la ripresa economica del Paese

Giovedì 5 maggio il consiglio dei ministri ha varato un decreto legge recante “Prime disposizioni urgenti per l’economia”, cosiddetto “Decreto sviluppo”. Novità in materia di edilizia, fisco, ricerca, mutui e appalti per «un corpo legislativo molto ampio», fatto di dieci articoli, come precisato da Tremonti nel corso della conferenza stampa svoltasi a Palazzo Chigi dopo il varo, conferenza alla quale hanno partecipato anche Berlusconi, il Ministro dello sviluppo economico Romani, della PA Brunetta, del lavoro Sacconi e dell’istruzione Gelmini. «È il primo decreto di una lunga serie che presenteremo per attuare il Piano nazionale delle riforme» ha ricordato il ministro dell’economia, precisando che i prossimi interventi saranno dedicati allo “sgonfiamento” dei processi civili, che per il 20% riguarderebbero le prestazioni dell’Inps, al finanziamento delle missioni militari all’estero e alla manutenzione dei conti.

Il nuovo provvedimento, nelle parole dei suoi promotori, non dovrebbe comportare particolari oneri a carico del bilancio dello Stato, e punta, in estrema sintesi, alla semplificazione delle regole e alla ripresa dell’iniziativa economica nel Paese, attraverso la riduzione dei costi e tempi di realizzazione delle opere pubbliche, il sostegno alle imprese che investono in ricerca, l’incremento delle assunzioni al Sud e il rinnovamento del turismo balneare. «Sono tutte riduzioni di oneri e creazioni di incentivi senza usare come motore il bilancio pubblico. Quel poco che costa è assolutamente coperto», ha evidenziato ancora Tremonti, con il pieno sostegno del Presidente del Consiglio, secondo il quale il merito del decreto sta proprio nell’aver proseguito la linea del rigore e assicurato all’Italia, per questa via, la riuscita della «mission impossibile di uscire dalla crisi con una tenuta rigorosa dei conti pubblici».

Rilancio dello sviluppo a costo zero, o quasi, per un’operazione di stimolo indiretto: questa sembra, quindi, essere la sfida che il Governo si è imposto, nonostante alcune voci si siano adoperate nel mettere in dubbio l’efficacia reale di certe misure previste; «le iniziative risultano spot e non ancora strutturali proprio per problemi di finanziamento», sostiene il vice direttore de Il Sole 24 ore Alberto Orioli, nell’editoriale di venerdì 6 maggio. «Alcuni segnali di sistema si vedono», ma persiste «il macigno del debito che non consente slanci nella spesa e impedisce il reale dispiegamento di robuste “politiche della domanda”». Politiche che «per ora restano affidate alle nuove iniziative per la valorizzazione delle coste e a quelle sul piano casa, la cui rinnovata edizione si spera non incappi più nei veti delle Regioni o nelle resistenze dei Comuni, finora vero impedimento nella realizzazione». Una «positiva fantasia creativa» ha permesso di confezionare un pacchetto che agirà «soprattutto sul lato dell’offerta»: «semplificazioni, accorpamenti dei controlli, crediti d’imposta, rivalutazioni dei terreni e procedure più rapide per la cessione dei beni obsoleti (ampliati)»; «ancora grandi assenti le liberalizzazioni, a cominciare dalle società municipalizzate, dove 4 su 5 sono in perdita, e spesso gemmano solo “poltronifici” ad uso micro-elettorale».

Dalle file del Pd si sentono, ancora, critiche che sfociano nell’aperta accusa di voler semplicemente e strategicamente fare propaganda elettorale, come si dedurrebbe – afferma Giovanni Legnini, senatore Pd – dalla «data in cui viene emanato il decreto: appena dieci giorni prima delle amministrative. E poi la mancanza di risorse aggiuntive, segno di un testo fatto in fretta ad uso di un appuntamento con le urne». Legnini divide in tre parti il proprio giudizio sul lavoro fatto: c’è una parte «buona», quella riferita al credito d’imposta per la ricerca e le assunzioni al Sud, alla stabilizzazione dei precari della scuola, alla rinegoziabilità dei mutui a tasso variabile, parte che sarebbe frutto «di un pentimento, di una riabilitazione tardiva della politica Prodi-Padoa Schioppa»: «il bonus sulla ricerca è stata una proposta del Governo di centro-sinistra ma mi chiedo: quante risorse ci sono? Lo stesso potrei dire con i precari della scuola: Prodi nel 2007 fece una misura per 120 mila poi la norma fu smantellata e oggi Tremonti ne stabilizza quasi la metà, 65 mila». C’è poi una parte «meno buona» che sarebbe il «tentativo di dare nuova linfa a misure già fallite come il piano casa o le varie semplificazioni». Infine, la parte «negativa e forse anche dannosa: è quella che prevede – tra l’altro – l’esenzione dalle gare per appalti di lavori fino a un milione. Una vera licenza per corruttori e corrotti». «Manca la strategia di rilancio su Pil e occupazione: sono norme messe insieme, non c’è un’idea forte».

Rimandando gli approfondimenti al seminario che si svolgerà mercoledì 11, Tremonti ha ripercorso il contenuto dei dieci articoli, sottolineando il fatto che, pur trattandosi di un testo «correggibile», passibile di ulteriori limature in sede di coordinamento, l’impostazione chiara («la legge si legge») e l’impianto del decreto rimarranno invariati. Cerchiamo, allora, di comprendere un po’ meglio quale sia la portata effettiva delle disposizioni abbracciate.

Il primo articolo riguarda la previsione di un credito d’imposta, pari al 90% dell’investimento, per le grandi, medie e piccole imprese che commissionano la ricerca scientifica alle università e agli altri Istituti pubblici che «saranno catalogati in seguito»; si tratta di una misura sperimentale, che riguarderà le attività avviate quest’anno e il prossimo, ma che potrebbe essere estesa ad un periodo più lungo. Il credito sarà erogato in tre rate annuali, a partire dall’avvio dei nuovi progetti, tuttavia non sarà generalizzato, al fine di favorire proprio l’aumento delle attività di ricerca: sarà rivolto esclusivamente ai soggetti che incrementano il loro sforzo negli investimenti rispetto al passato, attraverso il confronto con la media di investimenti realizzati dal 2008 al 2010. Le procedure per l’esame di tali investimenti e per l’accesso al bonus saranno definite con un provvedimento realizzato ad hoc dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Resta il punto di domanda circa le risorse necessarie per implementare la misura, non indicate espressamente dal D.L., tuttavia il fatto che venga abolito il bonus (mai attuato) introdotto dalla legge di stabilità, lascia dedurre che si potrà contare sui 100 milioni allora stanziati. Eventuali risorse aggiuntive potrebbero essere ottenute attraverso un taglio lineare delle spese rimodulabili (esclusi FFO e 5 per mille).

Anche il secondo articolo è dedicato ad un credito d’imposta, a vantaggio, questa volta, delle imprese che assumono a tempo indeterminato dei lavoratori “svantaggiati” nelle regioni del Sud. In particolare l’incentivo scatta per ogni nuovo lavoratore assunto in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sardegna e Sicilia, entro 12 mesi dall’entrata in vigore dello stesso decreto, a condizione che i lavoratori siano considerati, ai sensi del Regolamento 800/2008/CE, appartenenti alle categorie degli “svantaggiati” (vale a dire lavoratori privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, o privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, o che abbiano superato i 5o anni, o che vivano soli con una o più persone a carico, o occupati in professioni o settori con elevato tasso di disparità uomo-donna, o membri di una minoranza nazionale) o dei “molto svantaggiati” (cioè lavoratori privi di lavoro da almeno 24 mesi). Nel primo caso il credito d’imposta spetta nella misura del 50% dei costi salariali sostenuti nei 12 mesi successivi all’assunzione; nel secondo caso esso spetta nella misura del 50% dei costi salariali sostenuti nei 24 mesi successivi all’assunzione. Per il finanziamento dell’agevolazione verranno usati i fondi europei, ma solo dopo il via libera dell’UE: «la fiscalità di vantaggio è difficile ma efficace, l’unico metodo per usare davvero i fondi europei, utilizzati a un tasso scandalosamente basso», ha sottolineato Tremonti, riferendosi a quei a quei 5 miliardi di fondi Fas non spesi. La misura, che comunque impone un notevole incremento occupazionale, mira a sostenere l’occupazione di lavoratori che hanno una particolare difficoltà di inserimento o reinserimento, tuttavia richiede particolari requisiti soggettivi, che ne limitano la fruibilità e, secondo il mondo delle imprese, sarebbe stato preferibile puntare su una fiscalità più propriamente a beneficio di investimenti e produttività: «è vero – sottolinea Orioli – che il lavoro è la commodity più preziosa in questi anni del post-crisi della finanza globale, ma certo avrebbe avuto più efficacia, per un’azione forte di allargamento della base produttiva, un bonus legato agli investimenti e non solo a un parametro quantitativo di assorbimento di manodopera altamente svantaggiata».

Terzo articolo propone alcune novità dal punto di vista del turismo: l’aspetto più rilevante, e combattuto dalle associazioni ambientaliste, riguarda l’attribuzione ai privati del diritto di superficie sulle spiagge per un periodo pari a 90 anni: la norma si estende alle costruzioni già esistenti e, nel rispetto di particolari vincoli di urbanistica, di ambiente e di edilizia, chi otterrà tale diritto potrà anche edificare nuove strutture o abbattere e ricostruire quelle esistenti. Tremonti ha comunque sottolineato il fatto che, ad essere attribuito, sarà solo il diritto di superficie e non la proprietà («la spiaggia rimane pubblica, non c’è nessuna vendita di spiagge») e che, per poter accedere alle concessioni, è necessario «essere in regola con il fisco e la previdenza». Saranno le Regioni, su iniziativa dei Comuni e d’intesa con l’Agenzia del demanio, a delimitare le aree su cui costruire il diritto di superficie: troppi, forse, gli enti da mettere d’accordo, con probabili ripercussioni nell’applicazione concreta della misura. Prevista poi la possibilità di costruire distretti turistico-alberghieri sui quali si applicheranno tutte le agevolazioni fiscali e amministrative previste per le “zone a burocrazia zero”.

Altre novità riguardano le opere pubbliche e le regole sugli appalti: tempi di realizzazione più brevi e contenimento dei costi, queste le due linee direttive. Il pacchetto intende innanzitutto velocizzare l’affidamento delle opere pubbliche, semplificando le gare soprattutto per le piccole e medie imprese; raddoppia la soglia per la trattativa privata, che passa da 500 mila euro a 1 milione (1,5 per i beni culturali), mentre l’esclusione automatica delle offerte anomale sale dall’attuale limite di 1 milione alla soglia europea dei 4,8 milioni, permettendo alle Pmi una competizione non contaminata da maxiribassi insostenibili e, quindi, più veloce. La misura è piaciuta all’Ance che, in un comunicato ufficiale, ha dichiarato di apprezzare «la scelta di preferire all’utilizzo del cosiddetto massimo ribasso, che favorisce le infiltrazioni della criminalità organizzata, metodi di gara alternativi, come l’esclusione automatica delle offerte anomale». Riduzione dei costi attraverso l’istituzione di tetti massimi alle riserve, non più ammesse oltre il 20% dell’importo del contratto e vietate se il progetto è stato validato (misura, questa, che secondo il Presidente Anci, Paolo Buzzetti, «penalizza le imprese anche nel caso di evidenti carenze ed errori nelle fasi progettuali») e riduzione delle somme a disposizione per pagare le varianti in corso d’opera. L’impatto immediato dei tagli potrebbe aumentare le liti tra costruttori e PA, con l’effetto – opposto rispetto a quello sperato – di rallentare molte opere, da riprogettare.

Arriva poi un nuovo Piano Casa straordinario di edilizia privata, un po’ diverso rispetto al precedente, visto che, da un lato, riguarda solo le aree urbane degradate e, dall’altro, prevede nuovi premi volumetrici non solo per le abitazioni che saranno riqualificate con interventi di demolizione e ricostruzione (premio del 20%), ma anche gli edifici non residenziali, come negozi, magazzini, edifici industriali (premio del 10%). Il passaggio a quello che è stato definito il “Piano Città” avverrà, tuttavia, solo “decorso il termini di 120 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto” e “fino all’approvazione dei leggi regionali ad hoc”: le regioni avranno quattro mesi per bloccare le misure, nel caso in cui non volessero applicarle nel loro territorio, questo al fine di salvare la competenza regionale in materia, invasa dalla nuova norma. Per valutare l’efficacia della stessa, occorrerà, quindi, valutare la reazione delle regioni. In un ulteriore slancio verso semplificazione e liberalizzazione, scatta, inoltre, il silenzio-assenso sulla domanda di rilascio del permesso a costruire: nei comuni con meno di 100 mila abitanti il termine è di 90 giorni, nelle città più grandi è di 150 giorni.

Semplificazione anche nei controlli amministrativi sulle imprese da parte di qualsiasi autorità competente, controlli che dovranno essere unificati, operati al massimo con cadenza semestrale e non potranno durare più di quindici giorni. Le violazioni in tal senso costituiranno un illecito disciplinare. Una volta entrate in vigore (cioè quando saranno emanati i relativi regolamenti ministeriali), queste nuove norme comporteranno un notevole alleggerimento per le imprese, rispetto all’attuale situazione di eccesso nei controlli, tuttavia alcune criticità potrebbero verificarsi con riferimento all’effettiva durata delle soglie temporali massime imposte, visto che spesso i piccoli imprenditori e professionisti sono chiamati in ufficio dal fisco e non sono oggetto di accesso.

A partire dalla dichiarazione 2012, relativa ai redditi del 2011, cade, poi, l’obbligo di comunicare al sostituto d’imposta l’aggiornamento dei carichi di famiglia per i quali si ha diritto a detrazione, nel caso in cui non ci siano variazioni rispetto all’anno precedente: una norma veramente a costo zero che permetterà ai contribuenti di alleggerire le proprie comunicazioni periodiche.

Viene abolito, inoltre, l’obbligo di inviare la comunicazione telematica prevista per acquisti superiori ai tremila euro, in caso di pagamento con carte di credito, prepagate e bancomat: in sostanza artigiani e commercianti non dovranno più monitorare per conto del Fisco tutti i pagamenti già tecnicamente tracciati dall’amministrazione grazie ai dati in possesso di istituti bancari e finanziari. Il cosiddetto “spesometro”, che comincerà ad applicarsi a partire dal prossimo 1° luglio, non tiene, tuttavia, conto di altri pagamenti comunque già tracciati con l’utilizzo di assegni bancari e circolari.

Sul lato delle semplificazioni di natura amministrativa, si segnala innanzitutto la riduzione degli obblighi di privacy previsti per il trattamento dei dati personali tra determinate società, ma solo per finalità di natura amministrativo-contabile; sarà poi possibile pagare online il ticket delle prestazioni sanitarie e ottenere via web i referti medici da parte del servizio sanitario nazionale (misure lodevoli nell’intento, ma di dubbia realizzabilità nel meridione). Viene soppresso il limite d’età (15 anni) per ottenere la carta d’identità che ora diventa elettronica e racchiuderà nello stesso documento anche la tessera sanitaria. Avrà validità triennale per i minori di 3 anni, quinquennale per i minori dai 3 e i 18 anni e decennale per gli adulti.

Novità anche sul piano dell’istruzione: scatta il piano triennale per l’assunzione in pianta stabile dei 65 mila insegnanti precari della scuola (tale assorbimento non dovrebbe comportare costi aggiuntivi a carico dello Stato, che già attualmente remunera i docenti precari), e si prevede la nascita della Fondazione per il merito, che dovrebbe far partire quel fondo per il merito previsto dalla riforma Gelmini.

Viene istituita l’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche che avrà il compito di regolazione (anche tariffaria) e di difesa degli utenti. L’organismo sarà autonomo, di nomina parlamentare con maggioranza qualificata dei 2/3 e raccoglierà, ampliandola e perfezionandola, l’eredità della Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche (Conviri) che, ha sottolineato la Prestigiacomo, «finora ha ben operato presso il ministero dell’Ambiente». Lo scontro politico si concentrerà ora sulla capacità della norma di evitare i due referendum sull’acqua del 12 e 13 giugno, poiché in molti vedono in essa semplicemente un espediente escogitato per evitare i referendum stessi.

Novità, infine, dal mondo delle banche: viene offerta la possibilità alle famiglie con un reddito basso, certificato da un Isee non superiore ai 30 mila euro, di trasformare da variabili a fissi i mutui fino a 150 mila euro e fino al 31 dicembre 2012; resta da capire, tuttavia, l’effettiva portata della misura: le associazioni dei consumatori lamentano il fatto che il limite reddituale sia eccessivamente penalizzante, «significa aiutare un numero molto limitato di famiglie», osserva Pietro Giordano, segretario generale Adiconsum, evidenziando anche come, per ora, non sia chiaro «se la rinegoziazione comporterà costi per i mutuatari»; da valutare, inoltre, la reale convenienza ad effettuare il passaggio, visto che, se da una parte è previsto un rialzo nelle rate dei mutui a tasso variabile (gli Euribor seguiranno le mosse della Banca centrale europea), dall’altra chi chiede la rinegoziazione deve mettere in conto una rata più elevata per i prossimi due o tre anni. Viene offerta, infine, la possibilità alle banche di emettere titoli obbligazionari speciali – destinati a finanziare gli investimenti delle piccole e medie imprese e i progetti “etici” nel Sud – con una tassazione favorevole per i sottoscrittori, pari al 5% anziché al 12,5%; i cosiddetti “bond sud” potranno tuttavia essere emessi per un importo limitato, non superiore ai 3 miliardi l’anno.

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