Le professioni e i titoli di studio più richiesti dalle imprese

Il Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro ha indagato sui profili professionali considerati “introvabili” dalle aziende italiane e sul grado di formazione maggiormente richiesto

Cosa vuoi fare da grande? Quando porrete questa domanda ai vostri figli, auguratevi che la risposta sia idraulico, farmacista, sviluppatore software, progettista meccanico, operatore di mensa, tornitore.

Sono queste, infatti, alcune delle professioni che, stando al Sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro, risulterebbero “introvabili” nel contesto economico italiano: su un totale di 595 mila assunzioni non stagionali previste dalle imprese entro la fine del 2011, sono quasi 117 mila (il 19,7%) quelle considerate di difficile reperimento dal totale delle imprese dell’industria e dei servizi e, tra queste, sono 28.540 quelle richieste dalle sole aziende artigiane.

“La delicatezza del contesto economico – sottolinea il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello – mette ulteriormente in luce il difficile incontro tra domanda e offerta di lavoro: il lavoro viene offerto dalle imprese ma queste ultime hanno talvolta, e soprattutto per alcune professioni, grandissima difficoltà a trovare il candidato con i requisiti giusti”.

Tuttavia quel 19,7% riferito alle professioni considerate “introvabili” non sembra costituire di per sé una grande novità nel contesto italiano, poiché fa, al contrario, riferimento ad una tendenza in sensibile decrescita rispetto al 2010, quando la percentuale era del 26,7%.

Come considerazione generale, si può dire che le maggiori difficoltà si incontrano, da un lato, per le professioni high skill intellettuali, scientifiche e tecniche, dall’altro, quelle operaie, specializzate e non, e quelle qualificate nelle attività commerciali e nei servizi.

Una simile tendenza viene spiegata da Unioncamere come la conseguenza, nel primo caso, della “richiesta di competenze specifiche legate all’esperienza on the job” o, talvolta, come effetto di una “oggettiva carenza di offerta”; nel secondo caso, la carenza dell’offerta viene spiegata “dal fatto che si tratta di profili professionali ritenuti meno gratificanti, o che vengono intrapresi con una buona dose di improvvisazione che non è certamente garanzia di  qualità nell’offerta del servizio o del prodotto”.

Le professioni prese in considerazione dall’indagine sono quelle che hanno conosciuto nel 2011 almeno mille assunzioni e difficoltà di reperimento superiori alla media. I profili che rispondono a tali requisiti risultano essere 59, distinti tra high skill, medium skill e low skill.

Per quanto riguarda la prima categoria, le professioni più ricercate sono: farmacisti (circa 600 gli introvabili, pari al 36,5% sul totale di 1640 assunzioni previste soprattutto in Lombarida), gli sviluppatori di software (1.000 introvabili, pari al 33,6% delle 2.900 assunzioni, previste prevalentemente nel Lazio), i progettisti meccanici (570, pari al 31,6% delle 1.820 assunzioni totali da registrare soprattutto in Emilia Romagna) e metalmeccanici (510 su 1.410 assunzioni totali, cioè il 35,9%), gli infermieri (1.620 su 4.710, pari al 34,4%) e gli addetti alla consulenza fiscale (370 su 1.080, dunque il 34,2%).
Con riferimento, invece, al livello medio di qualificazione richiesta, le figure professionali considerate più introvabili sono: addetti alla reception (4 su 10 sono difficili da reperire, pari 610 su 1.620 assunzioni, il 38%, previste soprattutto in Lombardia), operatori di mensa (3.070, pari al 50,1% delle 6.130 assunzioni totali), addetti alle vendite specializzate (1.070 su 2.180 assunzioni, pari al 49%); si sente, inoltre, la carenza, secondo le imprese, di molte figure operaie qualificate, come l’installatore di impianti termici (760 su 1.130, pari al 67,5%, percentuale che raggiunge il culmine del 100% in Veneto), installatore di impianti idraulici (650 su 1.130, cioè il 57,5%), il termoidraulico (il 50,6%, quindi 980 su 1.940) e il montatore di macchinari industriali (470 su 1.160, cioè il 40%), il carpentiere in metallo (difficili da reperire sono 1.270 su 3.280, il 38,7%).

Per i profili professionali a più bassa qualifica, le imprese lamentano le difficoltà a raggiungere tornitori (1.210 su 2.660, pari al 45,7%), autisti di pullman (470 su 1.360, cioè il 34,4%) e cucitori di macchine per abbigliamento (420 su 1.240 ricercati).

Infine, sui profili low skill, le imprese lamentano l’irreperibilità di tornitori (circa 1.200 su 2.700 sono difficili da trovare), autisti di pullman (470 su 1.360) e cucitori di macchine per abbigliamento (34%, cioè 420 su 1.240 ricercati).
Ristringiamo l’analisi e cerchiamo, ora, di capire quali siano le figure ricercate con maggiori difficoltà dalle sole imprese artigiane: copritetti (95,8% le unità introvabili, cioè 590 su 610, a causa esclusivamente dell’inadeguatezza professionale dei candidati e non della mancanza di offerta), pavimentatori (440 su 600 gli introvabili, pari al 73,6%, per il 54,3% dei casi la motivazione è l’inadeguatezza dei candidati, per il 19,3% alla mancanza di candidati), valigiai e borsettieri (340 su 610, il 56,2%), fabbri e lingottai (440 su 970, 45,6%).

In termini assoluti, comunque, sono soprattutto parrucchieri ed estetisti, idraulici e posatori di tubazioni idrauliche e del gas le figure maggiormente difficili da recuperare: nel primo caso sono 2.190 le assunzioni difficili su un totale di 5.940 previste, con una ricerca stimata di quasi sei mesi; nel secondo caso sono 2.170 su 5.340, con addirittura 12 mesi di ricerca.

Con riferimento al titolo richiesto, quelle 595 mila assunzioni non stagionali previste entro la fine del 2011 – dicono altre stime del Sistema informativo Excelsior – verranno così ripartite: oltre 74 mila laureati, 244 mila diplomati e 80 mila persone con la qualifica professionale, 196 mila candidati con la sola scuola dell’obbligo.

Dai dati raccolti può essere in parte delineata la dinamica del mercato lavorativo italiano, che vede un aumento (stimato in 16 mila unità) della domanda di qualifiche professionali e un incremento in termini assoluti della richiesta di diplomati e, ancor più, di laureati. Nonostante quest’ultimo, tuttavia, la percentuale di richiesta rimane identica a quella dell’anno scorso (12,5% del totale di assunzioni non stagionali), con riferimento ai “dottori”, e un tantino inferiore (41%, contro 44% nel 2010), con riferimento ai diplomati.

Più in particolare, poi, la domanda di lavoro per chi ha conseguito una laurea aumenta di oltre 5.300 unità (su una domanda complessiva che ha visto un aumento di 43 mila assunzioni non stagionali) rispetto al 2010 e la laurea più apprezzata si conferma, ormai da due anni, quella in Economia (30%, con 22 mila assunzioni previste, delle quali il 48% circa sono riservate a giovani in uscita dal sistema formativo), seguita da quella in ingegneria elettronica e dell’informazione (oltre 9 mila assunzioni non stagionali in programma) e, infine, da quelle riferite al settore sanitario e paramedico, che, con quasi 7 mila unità da integrare entro l’anno, si presenta sempre molto ricercato.

Ad ogni modo è il profilo del diplomato a confermarsi il più richiesto dalle imprese italiane, con un aumento di 1.500 unità rispetto allo scorso anno; l’indirizzo prediletto è quello amministrativo e commerciale (oltre 68 mila, pari al 28% delle 244 mila assunzioni di diplomati previste), seguito da quello meccanico (25 mila) e quello turistico alberghiero (oltre 11 mila). In media le imprese hanno intenzione di destinare quasi il 46% dei posti di lavoro disponibili a neo-diplomati, quota che raggiunge il 55% con riferimento al settore turistico-alberghiero.

Le richieste di qualifiche professionali sono quasi 16 mila in più rispetto al 2010, con un incremento di due punti percentuali (13,5% nel 2011, contro l’11,7% nel 2010) dell’incidenza sul totale delle assunzioni non stagionali previste; gli indirizzi più richiesti sono quello meccanico, quello socio-sanitario e quello edile. Ridotte le possibilità, in questo senso, per chi ha qualifica professionale ma non ha esperienza di lavoro, assumibile per il solo 38,3% dei casi.
Nonostante la lamentata crisi economica, nonostante le conseguenti difficoltà a trovar lavoro da parte di molti giovani e meno giovani, sono, inoltre, considerati introvabili dalle imprese quasi 20 mila laureati, oltre 45 mila diplomati, 17 mila qualifiche professionali e 34.500 persone prive di formazione specifica. Questo perché – sottolinea Unioncamere – “i candidati al posto di lavoro sono pochi o inadeguati per la loro preparazione scolastica o, più in generale, per le competenze possedute”.

La maggior difficoltà di reperimento, sempre con riferimento al grado di istruzione, viene lamentata dalle imprese per la figura del laureato, considerato introvabile per il 26,1% (quota che sale al 27,3% per il titolo specialistico) e per quella del diplomato che abbia conseguito una specializzazione (sempre 26,1%).

Un’esperienza pregressa, già acquisita dal candidato, è richiesta dal 56,5% delle assunzioni programmate nel 2011, percentuale che arriva al 64% per i laureati e al 66,3% per le qualifiche professionali.

Si assottiglia, dunque, la disponibilità delle imprese ad assumere quanti si affaccino per la prima volta sul mercato del lavoro, poiché “rispetto agli ultimi due anni, le imprese prevedono oggi di assumere in numero maggiore soprattutto figure operaie e impiegatizie a più elevata specializzazione, nella cui individuazione per le aziende è fondamentale l’esperienza acquisita in precedenti esperienze lavorative”.

L’analisi di Unioncamere, dimostra, dunque, come un’istruzione plasmata sulle specifiche esigenze delle imprese sia la via migliore che i giovani possono percorrere per trovare lavoro. Certo nella scelta della destinazione formativa devono rientrare considerazioni che vanno oltre la mera aderenza a criteri utilitaristici, considerazioni che riguardino, ad esempio, la motivazione e l’inclinazione personale dello studente; tuttavia non si può chiudere gli occhi di fronte a simili stime, specialmente se si considera il periodo particolarmente buio dal punto di vista occupazionale, e certo genitori ed educatori dovrebbero saper orientare i propri figli o studenti in tal senso, rispettandone comunque le volontà e le predisposizioni. A questo si dovrebbe accompagnare un percorso duplice di arricchimento formativo, non solo teorico, quindi, ma anche pratico, che permetta al giovane di attualizzare le proprie conoscenze in un contesto reale e non solo fittizio: “sempre più preziosa, quindi, diventa – evidenzia ancora Dardanello – la possibilità di integrare meglio il momento della formazione scolastica e universitaria con quello della formazione sul lavoro, valorizzando quindi tutte quelle modalità che consentano di avvicinare i giovani alla realtà delle imprese, attraverso, ad esempio, percorsi di alternanza scuola-lavoro, stage e tirocini formativi”.

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Facebook apre alle PMI

Sheryl Sandberg, COO del famoso social network, promette una serie di strumenti per incrementare la presenza attiva delle più piccole realtà imprenditoriali

Prima di iniziare la lettura di questo articolo, consigliamo, a quanti di voi si considerino degli audaci utenti del più noto tra i social network, di scorrere rapidamente l’elenco delle pagine su cui avete cliccato “mi piace”: tra un “Io amo viaggiare” e un “Odore della benzina” ritroverete sicuramente anche alcuni marchi noti, delle impronte digitali lasciata da attività imprenditoriali che, in qualche modo, veicolano dei valori ai quali ritenete di appartenere o con i quali vi piacerebbe identificarvi; del resto, il fatto che Facebook venga utilizzato con successo dalle principali aziende italiane ed estere non rappresenta certo una novità.

Affinate poi la selezione cercando di capire quante, tra le pagine che arricchiscono il vostro profilo, siano da ricondursi a delle attività imprenditoriali di piccole dimensioni, includendovi pure quelle facenti capo ad amici e parenti del vostro quartiere, quelle, cioè, per le quali non nutrite particolare interesse, ma che avete incluso per una semplice questione di etichetta sociale. Siamo certi che, a questo punto, la proporzione relativa alla presenza sociale di grandi e piccole realtà si rivelerà a netto vantaggio delle prime.

Eppure ovunque si sottolinea come il tessuto imprenditoriale italiano si fondi sulle piccole e medie imprese; eppure moltissimi sono gli esempi di come la promozione di iniziative e prodotti aziendali su questi canali possa rivelarsi estremamente vantaggiosa; eppure, ancora, la sfida e l’innovazione dovrebbero essere le principali leve su cui puntare, in un periodo storico caratterizzato dall’immaterialità, da un consumo che non implica il possesso di un bene, da una costante volontà di condivisione e coinvolgimento diretto.

Mentre alcuni piccoli imprenditori si interrogano su come poter sfruttare al meglio i media sociali in una gestione rinnovata del rapporto con la propria clientela, la maggior parte è alla ricerca della soluzione più idonea ad impedirvi l’accesso da parte dei propri dipendenti: preoccupati all’idea che si possa perdere del tempo preziosissimo, questi ultimi non si accorgono di come ciò che rischiano di perdere sia, al contrario, un’occasione reale e potenzialmente fruttuosa.
Se è vero, tuttavia, senza voler essere dissacranti, che, quando Maometto non va alla montagna, è la montagna a raggiungere Maometto, è altrettanto vero che il team di Palo Alto ha ben compreso la portata del vantaggio che potrebbe derivare dal cercare di colmare questa lacuna e ha promesso importanti novità per il mondo della piccola e media imprenditoria. Proprio nei giorni in cui la sfida con Google plus – e con la sua apertura grande pubblico – sembra raggiungere il culmine, attraverso l’implementazione di nuove funzionalità pensate per il lato consumer (come le liste intelligenti, le nuove modalità di condivisione e la possibilità di ricevere gli aggiornamenti di persone che non sono nostre amiche, se queste hanno abilitato tale funzione); proprio nei giorni in cui si paventa la realizzazione del progetto “Facebook Music”, una piattaforma per fruire contenuti multimediali; proprio nei giorni in cui – focalizzando l’attenzione sul contesto italiano – la survey “Customer Experience & Social Network”, condotta dall’Osservatorio Business Intelligence di SDA Bocconi School of Managment su commissione di Alcatel-Lucent Enterprise, rivela come il ruolo dei media sociali sia, potenzialmente, di fondamentale importanza nelle strategie aziendali italiane, ma, per molti versi, ancora da esplorare (ben il 20% del campione si è dichiarato convinto, ad esempio, che strumenti come Facebook, Twitter e LinkedIn non aiutino a fare business e solo un 7% utilizza tali strumenti per dialogare con i propri clienti finali); proprio nei giorni, infine, in cui la discussione pubblica italiana ruota attorno alle riflessioni e agli stimoli della Social Media Week milanese; proprio in questi intensissimi giorni, Facebook annuncia un imminente ed organico piano di sviluppo di nuove potenzialità rivolte al mondo delle piccole imprese. Sheryl Sandberg, collocatasi alla quinta posizione nella classifica delle cento donne più potenti secondo Fortune, è dal 2008 chief operating officer di Facebook, giunta con lo scopo di monetizzare le prestazioni del colosso digitale, dopo aver ricoperto la carica di vice president of global online sales and operations a Google. Intervistata da USA Today, la Sandberg ha proposto alcune anticipazioni circa le nuove possibilità di fare business con i social network; si è parlato innanzitutto di 50$ offerti a 200.000 piccole imprese in forma di crediti pubblicitari, un’elargizione che coinvolgerebbe per ora il solo territorio americano ma che, certo, lascia presagire importanti attività di sostegno internazionale in tal senso. “Il mio sogno è molto semplice”: “ogni piccola impresa dovrebbe usare Facebook per il suo business. Non ci fermeremo fino a quando questo non accadrà”. “Crediti di questo tipo possono permettere degli ottimi sviluppi”, poiché “con 50$ le aziende più piccole possono raggiungere ogni singola persona che intendano raggiungere almeno una volta, per poi far crescere il proprio business a partire da questo”.

Il punto di forza su cui puntare sembra essere la semplicità veicolata dal social network, che permette ad un’azienda di farsi conoscere e di promuovere la propria attività con costi e tempi notevolmente inferiori rispetto a quelli propri di strategie più tradizionali; esso, inoltre, assicura alle aziende una certa visibilità, potendo contare su un parco utenza potenziale già presente all’interno del network, e garantisce, di conseguenza, un notevole traffico rivolto al proprio sito, agevolando le complesse strategie di Search Engine Optimization pensate per far salire di posizione il proprio sito web nelle serp dei motori di ricerca.

Stando a quanto riportato dalla Sandberg, 9 milioni di piccole imprese americane, su un totale di circa 30 milioni, utilizzano regolarmente Facebook per instaurare delle conversazioni e connessioni con la propria comunità di utenti o per tramutare i clienti da latenti ad effettivi.

Facebook mette a disposizione delle imprese molti strumenti e funzionalità gratuite, grazie alla presenza di pagine personalizzabili e integrabili a tutti gli altri canali promozionali, comunicativi e commerciali utilizzati; alcune di queste imprese hanno iniziato anche a realizzare delle campagne a pagamento di inserzioni su Facebook, per cercare di incrementare la propria attività, tuttavia le intenzioni delle menti economiche che governano l’infrastruttura digitale sembrano voler superare questi esili risultati.

Greg Sterling, un analista di Opus Research, sottolinea come siano proprio le imprese più piccole a presentare le maggiori remore nell’inserirsi in questo circuito a pagamento, probabilmente perché non hanno abbastanza tempo da dedicarvi, forse semplicemente perché preferiscono accontentarsi dei servizi gratuitamente offerti: “Facebook ha un enorme potenziale monetario a livello pubblicitario”, “ma in questo momento le piccole aziende non capiscono la necessità di spendere del denaro, hanno la loro pagina libera e sono soddisfatti di questa”. I crediti di 50$ potranno, allora, essere d’aiuto in tal senso, invitando le imprese “almeno a provare”, incentivandole nell’intraprendere questa strada per la prima volta, al fine di scoprirne le reali potenzialità: interazione diretta con i clienti, innovative campagne di marketing virale, aumento delle vendite e della credibilità.

Quella dei social non è certo una strada facile per le piccole realtà, poiché impone un esposizione diretta dell’impresa e dell’universo che la circonda, rendendola spesso, per questo motivo, anche più vulnerabile, più facilmente oggetto di critiche e lamentele. Si rende necessaria la destinazione di importanti risorse interamente dedicate, capaci di dare una risposta immediata alle esigenze degli utenti e, ancor prima, di comprendere la reale portata di tali esigenze.
A tal proposito è interessante citare i risultati di una ricerca dal titolo “Cosa vogliono gli utenti dalle pagine aziendali di Facebook?”, realizzata da Lorenzo Amadei e Claudia Zarabara, referenti dell’area social media marketing della Fondazione vicentina CUOA, e svoltasi completamente online: studiando il mezzo dal punto di vista degli utenti e non delle aziende, i due hanno cercato di indagare quali siano i valori ricercati e richiesti in una pagina aziendale, valori che non possono non essere presi in considerazione da una qualsiasi attività di comunicazione social. “L’aspetto cruciale che emerge dalla nostra ricerca – hanno commentato Zarabara e Amadei – è rappresentato dalla necessità di una comunicazione corretta, che coinvolga l’utente/fan, che gli riconosca l’importanza di aver associato il proprio nome a quello della pagina, che gli riconosca correttamente ruolo e intelligenza. L’utente, infatti, non gradisce messaggi troppo o esclusivamente commerciali, mentre cerca/chiede un dialogo trasparente e diretto”.

Più di otto persone su dieci hanno affermato di essere fan di almeno una pagina aziendale, scelta spesso per effetto virale (il 75% lo diventa su suggerimento di amici); nel 72,8% dei casi a spingere a legarsi ad una pagina aziendale è l’interesse personale, nel 55,6% dei casi è la volontà di essere informati rapidamente, nel 48,4% è l’interesse professionale, nel 31% il senso di appartenenza. Tra i motivi che, al contrario, spingono un utente ad abbandonare la pagina aziendale, vi sono i troppi messaggi, al 64,7%, i messaggi troppo o solo pubblicitari (49,6%), i messaggi ripetuti troppe volte (41,5%), le notizie non interessanti o utili (40,1%) e i messaggi non tempestivi (28,2%); anche l’aspetto etico è sentito da alcuni, dato che il 25,8% del campione dichiara di essersi distaccato a causa di azioni dell’azienda che non si condividono.

Il canale sociale impone un cambiamento di approccio, veicola le azioni imprenditoriali ad un livello valoriale con il quale far identificare l’utente, impone un abbandono di logiche utilitaristiche e una chiara manifestazione della propria identità di impresa. La speranza è che i nuovi strumenti previsti da Palo Alto sappiano realmente aiutare le imprese nell’intraprendere questa nuova esperienza e non si risolvano in una semplice – quanto inutile per il nostro tessuto imprenditoriale – speculazione.

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Aziende impreparate alla sfida mobile

C’è una corrispondenza tra le aspettative dei navigatori e le reali prestazioni di siti e applicazioni mobile?

Per molti rappresenta un utile strumento di lavoro, per altri si traduce in uno status symbol; tutti ne vedono il ruolo da protagonista nel futuro digitale, nessuna prassi sociale prescinde attualmente da una certa familiarità con le forme comunicative da esso veicolate. Stiamo parlando del paradigma mobile, non più semplice valore aggiunto, ma irrinunciabile compagno per qualsiasi attività professionale.

Il possesso di un dispositivo mobile viene ormai raramente associato alla semplice telefonata, ma corrisponde ad una serie di esperienze percettive originali, che recuperano e reinventano stimoli in precedenza propri di altri mezzi; applicazioni, miniaturizzazione dell’informazione e geolocalizzazione non rappresentano, allora, per le imprese, altro che le ultime manifestazioni di un percorso nel quale il web si inserisce in modo trasversale ed essenziale.

Ad una capillare diffusione di telefonini, smartphone e tablet dotati di connettività e servizi di rete, pare, tuttavia, non accompagnarsi una piena soddisfazione delle aspettative dei loro utilizzatori: ad evidenziarlo è stato un recente studio condotto da Equation Research per conto di Compuware e intitolato What Users Want from Mobile, ovvero “Cosa vogliono gli utenti dalla mobilità”.

La multinazionale leader nel mercato software e servizi per la gestione delle applicazioni IT ha delineato, infatti, uno scenario a sorpresa, nel quale si presenta come significativo lo scarto tra un’utenza alla costante ricerca di performance affidabili, impeccabili e veloci e un’effettiva esperienza di navigazione che delude tale ricerca.

“Negli ultimi dodici mesi i clienti di tutto il mondo hanno ordinato prodotti su Amazon tramite dispositivo mobile per un valore superiore ai 10 milioni di dollari”, afferma Jeff Bezos (CEO di Amazon) e, stando a Forrester Research, Inc.  – ricorda lo studio di Compuware – il commercio mobile supererà i 6 miliardi di dollari entro la fine di quest’anno e raggiungerà i 31 miliardi nel 2016; inoltre, secondo ABI Research, questo commercio dovrebbe arrivare, su scala mondiale, a quota 119 miliardi di dollari nel 2015.

Nonostante simili autorevoli e ottimistiche dichiarazioni e previsioni, un gran numero di aziende si trova ancora, nei confronti del mobile, in una fase di semplice progettazione o di iniziale sviluppo strategico e ciò comporta un forte senso di delusione tra i fruitori.

In cambio della convenienza derivante dall’avere sempre e ovunque a disposizione un accesso alla rete, la maggior parte degli utenti mobili si dichiara disposta a sacrificare parzialmente l’approfondimento e la ricchezza dei contenuti e delle funzionalità veicolate dal mezzo, tuttavia gli utenti mobile non si dimostrano capaci a sacrificare la velocità dei servizi erogati.

Tale considerazione, del resto, non dovrebbe stupire, dato che spesso si ricorre al mobile quando si ha necessità di soddisfare un bisogno urgente, come controllare lo stato dei voli, confermare prenotazioni, confrontare opzioni di prezzo e fissare appuntamenti; è naturale, di conseguenza, che le richieste si concentrino sulla velocità e il buon esito di simili transazioni ed è altrettanto naturale che una qualsiasi azienda dotata di un canale m-commerce debba fare i conti con i probabili effetti economici negativi derivanti dall’incapacità di appagare queste richieste: maggiore risulterà il tempo di caricamento della pagina, più alto sarà il tasso di abbandono della stessa.

Ad essere state coinvolte nello studio in analisi sono 4.014 persone (che, oltre a possedere un telefono cellulare, devono averlo usato per navigare nei precedenti dodici mesi) e i risultati ottenuti sono frutto del confronto con un sondaggio simile realizzato nel 2009: “la ricerca del 2009 – ha dichiarato Matt Poepsel, Vice President Performance Strategies di Compuware – evidenziava performance scarse rispetto alle alte aspettative degli utenti. A distanza di quasi due anni, le aspettative verso il mobile continuano a crescere, ma le imprese non si stanno ancora adoperando per offrire ai mobile user esperienze veloci e affidabili. Oggi, ben il 77% delle aziende di diversi settori hanno tempi di download delle pagine web da mobile che vanno dai 5 secondi in su, mentre abbiamo potuto constatare come gli utenti siano disposti ad aspettare al massimo 5 secondi (o anche meno) per accedere alla pagina prima di abbandonare il sito. Molte aziende non sfruttano quindi adeguatamente le potenzialità e i vantaggi forniti dall’aumento dell’adozione del mobile web”.

Veniamo dunque ai dati raccolti, che, innanzitutto, fanno riferimento al confronto percepito tra due diverse esperienza di navigazione: il 71% degli intervistati si aspetta di accedere a siti e portali da dispositivi mobili con la stessa o maggiore velocità di quando accede da casa, attraverso computer (in particolare il 22% si augura di navigare con una velocità maggiore dal proprio cellulare, il 25% con velocità uguale e il 24% con una velocità quasi corrispondente; il 22% prevede un caricamento leggermente inferiore da mobile, il 7% un rallentamento sostanziale). Tale dato risulta particolarmente interessante se si considera che esso ha conosciuto un incremento superiore ai dieci punti percentuali rispetto all’indagine del 2009, quando l’aspettativa, seppur alta, si limitava ad un 58%; allo stesso tempo appare preoccupante se si confronta con la situazione reale, dove quasi metà degli intervistati, il 46%, dichiara di accedere molto più lentamente al web dai propri telefonini.

Il 59% dei rispondenti si aspetta, poi, di accedere ai siti di proprio interesse in tre secondi o meno e solo il 12% prevede più di cinque secondi.

Allo stesso modo, il 74% del campione è disposto ad attendere al massimo 5 secondi per l’apertura di una pagina web (e il 50% per l’apertura di un’applicazione), prima di abbandonare completamente il sito. Ciononostante, secondo i dati in possesso di Compuware, il 77% delle principali aziende operanti nei diversi mercati verticali possiede dei siti le cui pagine hanno tempi di caricamento che superano i 5 secondi. Cina e Germania sono, poi, i Paesi in cui gli utenti nutrono il più alto livello di aspettativa circa la velocità di caricamento dei contenuti: in particolare, il 75% degli utenti mobili cinesi si augura di attendere tre secondi o meno e due terzi degli stessi sono disposti, per vedere un sito, ad aspettare questo intervallo temporale; i quasi tre quarti accettano al massimo cinque secondi perché si carichi un’applicazione

Il 57% degli utenti ha sperimentato dei problemi ad entrare in un sito web da telefonino (dato più o meno simile a quello riferito al 2009: 60%), mentre il 47% ha avuto difficoltà ad accedere ad un’applicazione. Il problema più comunemente riscontrato è, appunto, il lento tempo di caricamento (problema principale per il 38% degli utenti con riferimento ai siti, per il 32% con riferimento alle applicazioni), seguito dalla ricezione di crash o segnali di errore (18% websites, 30% applicazioni).

La maggior parte degli utenti mobile è disposta a riaccedere al massimo due volte ad un sito (78%) o ad un’applicazione (80%) che non funzioni inizialmente, mentre si dichiara disposto a provare una sola volta o nemmeno una il 35%, per i siti, e il 43% per le applicazioni. Solo il 7% tenterebbe per quattro o più volte.

Per quasi la metà (46%) degli intervistati è improbabile tornare su un sito nel quale ha avuto un’esperienza negativa di navigazione e per il 57% risulta improbabile, invece, raccomandare tale sito a terzi. In particolare, ad essere meno propensi in tal senso, sono soprattutto gli utenti mobili cinesi e australiani.

La conclusione a cui i risultati dello studio conducono è la difficoltà, propria delle aziende, a cogliere l’importanza e la portata della rivoluzione mobile: qualsiasi stima e misurazione condurrebbe ad intravedere una prossima esplosione del fenomeno, sia in termini sociologici, sia, soprattutto, in termini economici, con un successo di pubblico che si dimostra in costante crescita. Provare a dare ascolto alle esigenze proprie dei fruitori di questi nuovi strumenti e a colmare le loro aspettative risulta, allora, di fondamentale importanza per un’impresa che voglia capitalizzare il cambiamento in atto, rendendosi realmente disponibile “sempre e ovunque” per i propri attuali e potenziali clienti.

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L’e-commerce in Italia

L’E-commerce Consumer Behaviour Report 2011 ha analizzato tutti gli aspetti relativi al comportamento d’acquisto in rete degli italiani

Qual è il peso dell’e-commerce nell’attuale contesto italiano e quali sono le principali tendenze che guidano le pratiche d’acquisto virtuali degli italiani?

Sono alcune delle domande alle quali ha cercato di dare risposta l’“E-commerce Consumer Behaviour Report 2011”, frutto della collaborazione tra ContactLab – “leader italiana nell’offerta di soluzioni e consulenza di e-mail, sms e digital direct marketing” – e Netcomm, il Consorzio del commercio elettronico italiano. Giunta alla seconda edizione, l’indagine ha coinvolto oltre 62.000 utenti, tra clienti, prospect, navigatori e acquirenti, presenti nei database di 32 tra i maggiori Merchant italiani inseriti in un canale e-commerce (per un totale di 20 categorie merceologiche indagate).

L’approccio è quindi, per certi punti di vista, piuttosto innovativo, poiché fa riferimento alla sola popolazione attiva della rete, all’interno della quale la quota di acquirenti effettivi risulta aumentata del 3%, rispetto al 2010: 90% nel 2011, contro l’87% attestato l’anno scorso (di conseguenza la categoria dei non-acquirenti è oggi pari al 10% di tutti gli utenti del web ed era del 13% nel 2010). Una modalità di cessione dei beni, allora, sempre più diffusa tra gli italiani, soprattutto in quella fascia d’età che va dai 30 ai 49 anni (57%, di cui 28% tra i 30 e i 39 anni, 29% tra i 40 e i 49 anni); non male, in realtà, anche la percentuale riferita agli acquirenti over 50, che rappresentano il 30%  di tutti i clienti e-commerce (18% tra i 50 e i 59 anni). I giovani compresi tra i 20 e i 29 anni guadagnano una percentuale del solo 12%, mentre i cosiddetti “nativi digitali” (10-19 anni) – comprensibilmente, avendo raramente proprie disponibilità in denaro – dell’1%.

Aumenta anche l’aspetto quantitativo degli acquisti effettuati: incremento del 10%, rispetto al 2010, per la quota di utenti che hanno acquistato più di venti prodotti (tra questi, il 23% ha effettuato il primo acquisto on-line meno di un anno fa) e del 5% per gli utenti che hanno acquistato da dieci a venti prodotti. In diminuzione del 9%, per contro, gli utenti che hanno acquistato solo uno o due prodotti e dell’8% quelli che hanno comprato da tre a cinque prodotti.

A questo punto la curiosità si sposta sull’oggetto dello scambio: quali sono i beni più acquistati dagli italiani  in rete? La fetta più grossa di risposta è occupata da soggiorni e viaggi, per i quali si spendono, in media, 831 euro all’anno; di seguito prodotti alimentari (643 euro), servizi assicurativi (663 euro), trasporti (573 euro, una spesa che assieme a quella rilevata per biglietti e prenotazioni, pari a 179 euro, è legata sicuramente anche alla diffusione di fenomeni quali Mobile Payment e ticketing), elettrodomestici e prodotti tecnologici (466 euro), servizi per la casa (456 euro). In modo prepotente ed inatteso entra nel  panorama e-commerce il settore del benessere, con una spesa media annuale pari a 172 euro: complici in questo caso – possiamo azzardare – i molti portali di offerte del giorno, che propongono spesso pacchetti promozionali di trattamenti estetici.

Luogo privilegiato per l’acquisto è la propria casa (87%), ma – a dimostrazione di quanto tale prassi sia ormai consolidata nelle abitudini degli italiani – un buon 26% realizza le transazioni  dal computer del proprio ufficio. Una percentuale del 3% è riservata all’utilizzo di smartphone e tablet.
Con riferimento al quando, gli intervistati hanno dichiarato, per la maggior parte, di realizzare i propri acquisti indifferentemente in vari momenti della giornata ( 41%), anche se, complessivamente considerati, acquisti serali e notturni (dunque dopo cena, dopo lavoro e di notte) raggiungono una preferenza del 48%.

Il metodo di pagamento più utilizzato (60%) è la carta di credito, sia tradizionale sia sotto forma di ricaricabile o prepagata, seguono paypal (21%), contrassegno (12%), bonifico bancario on-line (5%) e pagamento nel negozio fisico tramite prenotazione via web (1%).
L’indagine ha inteso esaminare pure i fattori che determinano il comportamento d’acquisto: ad attrarre gli utenti sarebbero soprattutto praticità e comodità offerte dal mezzo virtuale, disponibile in qualunque momento (elemento definito come “molto importante” dall’85% degli intervistati ), economicamente vantaggioso (83%) e che permette un risparmio in termini di tempo (80%).  Per il 69% del campione risulta fondamentale la possibilità, veicolata dalla rete, di fare le proprie scelte d’acquisizione in modo più consapevole e informato; dopo, infatti, una fase di screening iniziale in cui si ricercano notizie dettagliate circa i prodotti e i servizi di proprio interesse (prassi realizzata dal 74% degli utenti) e in cui si naviga alla ricerca di nuovi prodotti e servizi simili e non conosciuti (54%), l’utente utilizza la rete per comunicare con l’azienda (42%) ed, infine, condividere la propria esperienza sui molti canali offerti (blog e forum 26%; social network 14%). Una consapevolezza in termini di usabilità e ricchezza di informazioni fornite dal fornitore del bene o servizio guida anche la scelta del sito su cui realizzare il pagamento: per l’88% degli intervistati sono fondamentali, per procedere, la facilità di navigazione del sito e l’adeguatezza dei contenuti presenti nello stesso, mentre per il 66% è rilevante la sua notorietà; si riduce l’importanza della pubblicità, sia su canali tradizionali (25%), sia su web (23%).

La spesa totale in rete è aumentata per il 48% degli intervistati (mentre è diminuita per il 10%), con un incremento in termini assoluti, rispetto al 2010, di 11 punti percentuali; anche frequenza e varietà d’acquisto risultano aumentate, rispettivamente per il 47% (+ 17% assoluto) e il 45% (+ 7% assoluto) dei fruitori della rete.
Il giudizio complessivo degli acquirenti circa l’evoluzione dell’offerta e-commerce in rete, rispetto all’anno scorso, è decisamente positivo, prima di tutto per la maggiore semplicità nel reperire informazioni in vista dell’acquisizione (per il  70% del campione), poi per la proposta migliore (67%) e più ampia (68%) e per la maggiore semplicità e sicurezza nel processo (entrambe al 63%).

Per quanto riguarda il canale scelto per la ricerca di offerte e promozioni, vengono percepiti come strumenti maggiormente affidabili i motori di ricerca (71%), i siti comparatori di prezzo (55%) e l’e-mail marketing mirato (54%), a discapito di blog e forum (30%) e dei social network (15%).
Tra le leve che spingerebbero ad un aumento nella propensione all’acquisto, gli intervistati hanno  evidenziato il prezzo (se fosse più vantaggioso, il 92% comprerebbe di più), l’eventualità di restituire la merce se non si è soddisfatti (82%), la possibilità di stabilire con precisione data e ora della consegna (81%) e di effettuare o autorizzare il pagamento dopo aver ricevuto la merce (81%), per una maggiore garanzia.

Per i non acquirenti, invece, rimane fondamentale, per orientare l’acquisto, la possibilità di verificare in prima persona la qualità del prodotto (78%) e di avere un rapporto diretto con il venditore (69%); il 63% ritiene  poco sicuro l’invio delle informazioni, tuttavia, anche i non-acquirenti, trovano prodotti e servizi di proprio interesse in rete (solo il 23% si dichiara non soddisfatto dell’offerta). Il problema relativo alla sicurezza dei dati inviati è particolarmente sentito nelle fasce d’età più avanzate : il 71% dei giovanissimi (10-19 anni) e il 44% dei giovani tra i 20 e i 29 anni, pur non essendo acquirenti, considerano la rete un luogo sicuro.

Il 78% dei non acquirenti, infine, dimostrerebbe maggiore propensione alla rete se potessero autorizzare il pagamento dopo aver ricevuto la merce (78%), se venisse espressa in modo chiaro la possibilità di restituirla nel caso in cui non si sia soddisfatti (76%) e se vi fosse maggiore certezza circa la sicurezza nell’invio dei dati o un canale diretto di comunicazione con il venditore (entrambe le opzioni al 70%) .


L’indagine sembra, quindi, in conclusione, lanciare un suggerimento ai principali Merchant che intendano approfittare degli strumenti messi a disposizione dall’evoluzione digitale; un invito a rendere chiare agli acquirenti la sicurezza nell’operazione di transazione, la possibilità di restituzione se non soddisfatti e altre formule che, similmente, possano aiutare anche gli utenti meno inclini alla spesa digitale a familiarizzare e ad acquisire fiducia al mezzo.

Pubblicato su: PMI-dome

E-festival: le diverse anime della Rete

Sta per partire l’appuntamento milanese con la condivisione e la cultura digitale: una serie di iniziative votate al business ed all’innovazione

“Contribuire a colmare il digital divide del nostro Paese divulgando una cultura del mondo digitale costruttiva e positiva”. È l’obiettivo dichiarato dai promotori dell’e-festival, il festival interamente dedicato alla Rete che, dal 19 al 23 settembre 2011, animerà con incontri, discussioni e performance la normale routine milanese.

Si tratta della terza edizione – riformulata – di una manifestazione organizzata dai fondatori di Augmendy, Marco Antonio Masieri e Marco Montemagno, che aspira a porsi come punto di riferimento fondamentale per la materia e pretesto di incontro tra aziende e operatori del mercato social e digital. Essa si svolge due volte l’anno, a febbraio e a settembre, alternativamente a Roma e a Milano, e ha conosciuto, rispetto alla prima edizione, una fortissima crescita, non solo in termini di adesioni numeriche (dagli iniziali 25.000 ai 40.000 partecipanti dell’ultima edizione romana di febbraio), ma anche con riferimento alla qualità e all’ampiezza di proposta. Il programma ufficiale delle attività – completamente gratuite fino ad esaurimento dei posti disponibili – è consultabile sul sito dell’e-festival, dal quale è possibile procedere con la registrazione alle stesse.

Paola Pandolfi, spoke person di e-festival, ha sottolineato come il riscontro del pubblico sia anche per questa edizione “sicuramente positivo”: “abbiamo visto tutta la rete, la community in attesa, scalpitante per l’apertura delle registrazioni e per la pubblicazione del programma on line. Vediamo che c’è tanto entusiasmo, anche perché siamo riusciti sempre a garantire la trattazione delle tematiche più svariate. Anche i partner che ci seguono appartengono a categorie che non sono solo quelle tecnologiche, come, magari, una manifestazione di questo tipo potrebbe fare intendere; quindi anche per questa terza edizione ci sentiamo sicuramente ottimisti per avere una grandissima adesione. Infatti il nostro obiettivo è sicuramente quello di riconfermare l’altissima adesione avuta la scorsa edizione di febbraio a Roma che ha visto 40 mila persone coinvolte: cercheremo di replicare, quanto meno”.

Cinque giorni di eventi e iniziative rivolte a tutti gli utenti, reali e potenziali, della Rete, allo scopo di aiutare la comprensione circa la natura effettiva del “nuovo” mezzo, le dinamiche ad esso sottese, le funzionalità offerte e gli scenari possibili, nella piena consapevolezza che il Web non sia esclusivo appannaggio di una cerchia di esperti, che l’innovazione rappresenti più una necessità che non una banale alternativa per molte realtà aziendali e che dalla seppur fugace commistione di competenze e inclinazioni possa derivare un accrescimento personale, estendibile alla propria realtà professionale.

Se diretta con perizia e cognizione, infatti, un’azione corale di riflessione sulla Rete non può che condurre a creare nuovi stimoli e nuovi slanci propositivi e, con essi, nuove idee d’impresa: riscrivere i significanti per identificare nuovi significati, capaci di intraprendere strade finora inesplorate o addirittura impensabili, che facciano del coinvolgimento e della contaminazione il proprio punto di forza. Tramite il mezzo digitale, è, infatti, possibile dare forma ad una comunicazione veramente trasversale, che arrivi a coinvolgere tematiche, professionalità e competenze provenienti da settori diversissimi tra loro, nella precisa volontà di far nascere ipotesi, intuizioni e proposte concrete da tale comunicazione.

Condivisione, allora, come parola chiave per un periodo storico in cui, al concetto di pirateria, sembra di poter legare delle sfumature positive; un periodo storico in cui il contenuto sembra prescindere dalla forma o, talvolta, legarsi ad essa al solo scopo di reinventarla; un periodo storico, infine, in cui non si è più disposti a pagare per un bene di consumo, ma per il consumo stesso.

In Italia sembrano persistere alcuni ostacoli allo sviluppo di nuovi approcci imprenditoriali basati sulla rete, anche se non pochi sono i passi avanti fatti in questa direzione: “sicuramente le barriere infrastrutturali sono quello che complicano maggiormente le cose, piuttosto che quelle politiche”, afferma Pandolfi; “personalmente, però, direi che le barriere si sono attenuate negli ultimi anni: il fatto che molti strumenti pensati per gli imprenditori siano ormai presenti on-line in forma free permette, in realtà, che le aziende riescano a svilupparsi più facilmente, mentre, anche solo pochi anni fa, alcune difficoltà rappresentavano uno scoglio maggiore”. Alle problematiche sulle infrastrutture necessarie all’implementazione dei nuovi media digitali, si accompagnano, tuttavia, ancora delle remore di ordine culturale circa l’enorme portata dell’opportunità digitale ed è proprio attorno a tale opportunità che si svilupperanno dibattiti, azioni e dimostrazioni.

La Rete abbraccia trasversalmente un pubblico eterogeneo, sfugge le tradizionali classificazioni, anche territoriali, e si fa forza comune le cui premesse e i cui esiti possono essere tra i più disparati; uno dei suoi punti di forza è certamente la dimensione internazionale, che ben si esprime nella volontà di tenere la manifestazione anche in altre 20 città del mondo, in contemporanea all’appuntamento milanese. Da non sottovalutare, tale aspetto apre emblematicamente le porte dell’Italia all’estero, contribuendo, da un lato, ad aumentare la credibilità del nostro Paese e, dall’altro, a generare interesse per le nostre risorse umane e culturali anche al di fuori dei confini nazionali, nella speranza di future partnership e collaborazioni con investitori e stakeholder di ogni nazionalità.

L’ eterogeneità che contraddistingue la Rete ha, inoltre, imposto una ricerca del tutto originale nella formula di realizzazione del festival, che prevede il decentramento dell’apparato organizzativo in più unità indipendenti, dove chiunque può contribuire, proponendo idee, ospiti, location, partner e la propria candidatura ad entrare nel team promotore. Il contributo volontario di persone terze, estranee al team organizzativo “è stato assolutamente rilevante”, dichiara Pandolfi: “l’agenda è stato costruita con eventi in parte nostri, o comunque di partner, in parte riconducibili a tutta una serie di organizzatori indipendenti che ci hanno inviato, semplicemente compilando un form on-line, la propria proposta di evento. Posso assicurare – prosegue – che, anche in questo caso, l’entusiasmo è stato elevatissimo e sono numerosissime le proposte (che ormai non sono più semplici proposte, ma eventi reali) che ci sono arrivate”.

È ancora dall’estrema varietà propria del web che sembra derivare la suddivisione in più anime dell’evento stesso: il nuovo format di divulgazione digitale coinvolgerà, allora, nello stesso momento, sia il grande pubblico generico, sia le realtà imprenditoriali di qualunque dimensione, sia, infine, i giovani innovatori che aspirino a diventare gli imprenditori di domani.

Da una parte troviamo, infatti, il Festival della rete, una serie di iniziative definite “non convenzionali” dedicate ad un pubblico prevalentemente consumer: caccia al tesoro, cruciverba, flashmob, attività di  guerrilla, breakfast, aperitivi, cene, concerti, esibizioni, performance e un treno Frecciarossa sociale che il 14 settembre, in occasione della conferenza stampa di lancio dell’e-festival, percorrerà ad alta velocità la tratta Roma-Milano, segnando un passaggio simbolico di testimone dall’ultima edizione romana alla prossima milanese;  un “viaggio al centro dell’Innovazione”, un “laboratorio mobile” che permetterà ai partecipanti di incontrare – nella formula dello Speed Business (15 minuti a rotazione) – una trentina di esperti della StartUp School (http://startupschool.it/), imprenditori e investitori del mondo digitale.

Parallelamente al Festival della rete, si svolgerà la Social media week, rivolta al mondo business e inaugurata per la prima volta nel 2009 a New York (dove è giunta alla sua quinta edizione), prima di essere importata nel 2010 in Italia, da Augmendy appunto. All’interno della “settimana dei media sociali” verranno proposte, in una cornice più formale, numerose situazioni di incontro e approfondimento di tipo B2B: conference, convegni, workshop, presentazioni,aperitivi business, meeting, seminari, corsi e dibattiti, coerenti ad uno dei cinque percorsi tematici (definiti “le 5 C”) proposti dal team promotore del festival.

Un’occasione – ha ricordato la Pandolfi – per cogliere l’evoluzione che la comunicazione aziendale ha conosciuto negli ultimi anni, laddove “carta e telefono nella vecchia definizione sono un po’ scomparsi. La rivoluzione digitale nelle aziende è stata fatta soprattutto dalle tecnologie che ormai sono disponibili e da tutti quei servizi e funzioni che derivano dall’utilizzo di questi nuovi strumenti. Una delle riflessioni che maggiormente si fa in questo periodo riguarda la diffusione nell’utilizzo di smartphone e tablet e l’influenza che hanno, sia nell’uso comune e personale sia  a livello aziendale. Quindi gli interrogativi si concentrano su questi strumenti, che segnano, poi, di fatto, la scomparsa degli strumenti di uso più tradizionale. Nuove funzioni rendono la vita molto più semplice: pensiamo anche a fenomeni come il mobile ticketing e il mobile payment, che si stanno sviluppando in questo momento e che segnano un cambio di rotta non indifferente”.

La Social Media Week, fin dal nome, sembra lanciare un invito chiaro alle imprese, un invito ad agire, a reinventarsi nel nome della rete. Le piccole realtà si sentono ancora piuttosto intimorite dai nuovi canali social, che le obbligano ad esporsi e porsi al di fuori dei confini tradizionali; esse si interrogano se valga davvero la pena spingersi verso una strada che può facilmente rivelarsi un’arma a doppio taglio. Su questo punto, tuttavia, la Pandolfi sembra avere le idee chiarissime: “secondo i nostri osservatori, al giorno d’oggi, anche se in maniera ridotta, bisogna esserci. Questo perché, comunque, la ricerca ormai viene fatta prevalentemente on-line, quindi, per avere informazioni, le persone vanno on-line e non sfruttano solo la ricerca generica, ma soprattutto i social network; quindi è banale dire che, comunque, la pagina Facebook o il profilo su LinkedIn al giorno d’oggi sono fondamentali e, come il sito internet, per un’azienda non possono mancare. Questo serve sia per l’utente, sia per l’azienda stessa che, attraverso questi mezzi, ha la possibilità di interagire direttamente con i propri utenti e la clientela in generale; è quindi molto più semplice riuscire ad avere dei feedback, positivi o negativi che siano, in maniera diretta e molto spesso il cliente predilige proprio questo tipo di rapporto”.

Le tematiche trattate non si limiteranno, però, all’ambito dei social network, ma saranno “le più trasversali. Quest’anno il payoff della manifestazione è ‘democratizing technology’, un payoff che abbiamo abbracciato grazie alla partnership con Ford; tutto sarà molto centrato sul tema dell’accessibilità delle tecnologie, quindi tecnologie accessibili a tutti. Questo si declina in quelli che noi definiamo i quattro pillars fondamentali che sono: smart, safe, quality and green. Sicuramente questo è il fil rouge dell’intera manifestazione, poi, al lato Social Media Week, abbiamo comunque mantenuto quelle che noi chiamiamo ‘le cinque C’, i cinque percorsi tematici che abbiamo sviluppato grazie ai componenti del nostro Planning Commitee.

Certamente gli eventi più interessanti e di alto livello sono quelli realizzati in collaborazione con Ford e con RCS, nello specifico posso segnalare un evento che si chiama “Con la testa tra le nuvole”, in cui affronteremo le tematiche del  cloud computing, gamification e internet delle cose, al quale faremo partecipare anche uno dei nostri ospiti stranieri, Justin Kan , un giovane ragazzo che ha sostanzialmente sviluppato lo streaming on-line [fondatore di Justin.tv, un canale che fornisce agli utenti un servizio di live streaming, tramite registrazione gratuita]. Oltre a questo stiamo lavorando, appunto, con RCS su tre eventi che sono: il primo sull’informazione [“L’informazione prêt-à-porter” ], quindi come l’informazione sta cambiando nell’era dei social, al quale dovrebbe partecipare Ferruccio De Bortoli; un secondo evento sul tema della donna, nello specifico sul tema della conciliazione [“27esima Ora: le donne fanno Rete”], al quale parteciperanno altri due ospiti stranieri che portiamo in Italia grazie all’ambasciata americana, che sono Jamie Wong e Shelly Rocke, e un terzo evento è sul rapporto tra l’editoria e i nuovi  modelli di business [“Carta + web: un modello di business vincente per l’editoria del futuro”], quindi come il business model della carta stampata viene declinato nell’editoria on-line”.

Cerchiamo, di seguito, di capire quali siano i cinque percorsi tematici proposti all’interno della Social Media Week, precisando che, per ognuno di essi, è stato scelto un responsabile, idoneo al coordinamento delle diverse iniziative;  molti, allora, i nomi prestigiosi che compongono il Planning Comittee.

Un primo percorso è “conoscere la realtà” e cerca di cogliere le nuove forme di conoscenza e informazione veicolate dai canali e strumenti digitali.

Un secondo percorso è stato chiamato “crescere con la rete” e di esso si occuperà Giuseppe Lanzi, attivo nel settore della responsabilità d’impresa e della sostenibilità ambientale. Il Web rappresenta innanzitutto un modo per migliorare la nostra vita, agevolando alcune delle molte azioni che abitualmente poniamo in essere; esso si fa, allora, fautore di una crescita intesa come arricchimento personale, ma non solo: crescita anche come sinonimo di apprendimento e sviluppo di nuove competenze e nuovi schemi mentali (soprattutto nei più piccoli), crescita – ancora – come avanzamento economico a ridotto impatto ambientale. Si tratterà, infatti, il tema della sostenibilità, che – sottolinea Lanzi – “è una bella canzone, ma non ama i solisti…deve essere cantata in coro! Ed è un coro che ha sempre posti disponibili!”; egli, forzando una metafora spesso utilizzata, descrive la sostenibilità come un tavolo a quattro gambe, nel quale, a quella sociale, quella ambientale e quella economica tipiche, egli aggiunge la gamba “social”: “i social network sono la moderna Agorà! Dove se non in rete, si deve discutere e fare crescere il pensiero critico su questi temi? Senza andare tanto indietro nel tempo, quanto successo nei Paesi del Magreb ci dice che i social network hanno grande importanza per la Sostenibilità Sociale; noi proveremo ad approfondire un piccolo aspetto cercando di capire come questi strumenti possono accellerare o meno l’integrazione dei nuovi cittadini”.

Un terzo percorso, “collaborare senza confini”, è stato assegnato alla guida di Mauro Lupi, uno dei maggiori specialisti di comunicazione online in Italia: le nuove potenzialità digitali abbattono – l’abbiamo detto – i tradizionali limiti (territoriali, culturali, generazionali, mentali) e le canoniche impostazioni, permettendo una collaborazione davvero trasversale. Lupi intende indagare nello specifico due tematiche legate alla diffusione dei social media, le quali rivelano “lati inediti e anche critici portati dalla ‘collaborazione’”: “uno riguarda la gestione da parte delle aziende delle conversazioni ‘scomode’, l’altro mette in luce alcuni nuovi opinion leader emersi proprio per via dei nuovi ambienti sociali digitali”. Il punto di vista proposto per questo percorso è, dunque, totalmente inedito, capace di indagare sulle problematiche seguendo logiche attuali. Due gli eventi in cantiere, non ancora nel programma ufficiale: “Tutto quello che avreste voluto sapere sui social media e che prima o poi dovrete affrontare” – una “discussione disincantata sulle criticità legate ai social media da parte delle aziende” (come, ad esempio, prendere posizioni su temi scomodi, rispondere alle critiche, attribuire la responsabilità di rispondere a nome dell’azienda, ecc.) – e “Star della Rete”, “dedicato a quelle persone che proprio attraverso internet e i social media hanno raggiunto popolarità e autorevolezza superiori a molti magazine o programmi TV “.

Cambiare il mondo” è il titolo del quarto percorso, coordinato da Andrea Rangone, esperto di business strategy ed e-business. Le nuove tecnologie e le nuove forme del sapere hanno modificato profondamente l’approccio dell’uomo alla vita e ad ogni suo ambito disciplinare; in particolare, Rangone ha scelto di focalizzare la propria attenzione sulla Mobile Revolution: “sarà il mobile – afferma – a trasformare pesantemente il mondo digitale nei prossimi anni”, si tratta di una rivoluzione che “sta profondamente cambiando il comportamento del consumatore”, il quale “vede sempre di più nel telefono cellulare un canale che gli consente – sempre e ovunque – di accedere a qualsiasi contenuto e servizio digitale”; ovviamente questo “ha importanti implicazioni anche sul mondo delle imprese e delle pubbliche amministrazioni”, le quali possiedono ora “un nuovo potente canale di gestione della relazione con i propri clienti/utenti. Non c’è fase del ciclo di vita della relazione tra azienda e consumatore che non venga impattata dalla rivoluzione mobile”, “dalla pubblicità alla promozione, dai servizi pre-vendita a quelli post-vendita, dall’acquisto al pagamento”. Due gli incontri ideati in merito, non ancora ufficializzati: “Mobile Media, Content & Apps: la rivoluzione del cellulare come strumento per fruire di contenuti” e “Mobile Payment: pronto chi paga? mobile payment e ticketing, il cellulare diventa un portafoglio on line”.

Quinto e ultimo percorso è “Convivium”, affidato alla cura di Pietro Camonchia, esperto di entertainment e management musicale; si tratta di una serie di eventi speciali e “non convenzionali”, organizzati dopo le ore 18, allo scopo di creare contatti e occasioni di incontro in una cornice più informale e conviviale. Quasi a dire che per saper innovare bisogna anche sapersi divertire: “cerchiamo di stimolare le aziende – ha evidenziato Paola Pandolfi – a inventarsi sempre dei format innovativi che catturino l’attenzione, poi, del pubblico. Per questa ragione gli aspetti di intrattenimento e ludici si ritrovano sia nella parte della Social Media Week, sotto il tema del ‘Convivium’, sia nella parte del Festival della Rete: la differenza sta proprio nel target di riferimento, quindi tutti quegli eventi che, pur essendo  ludici (come aperitivi e cose di questo tipo), rientrano nella sfera del business vengono appunto identificati sotto il ‘Convivium’; tutti quelli che, invece, sono dedicati ad un pubblico più consumer rientrano nel Festival della Rete. Questo per dire che gli incontri sul tema business possono essere fatti in condizioni completamente diverse, condizioni che poi permettono, a nostro parere, di sviluppare anche a livello creativo progetti e idee che magari di fronte al classico panel difficilmente emergono”.

Accanto al lato consumer e a quello business, un interesse particolare è stato dedicato anche al “rinascimento digitale” decretato dal mondo delle startup, attraverso lo StartUp Festival, i cui eventi (pitchone to oneincontri, workshop) si svolgeranno tutti alla Mediateca di Santa Teresa, in Via della Moscova, 28 a Milano e che sarà coordinato da Alberto Onetti, docente di corporate strategy e innovation management.

Il mondo delle startup – continua la Pandolfi – e, quindi, dell’imprenditoria giovane italiana è un focus al quale siamo molti attenti, in qualità anche di fondatori della prima Startup School, pensata proprio per imprenditori; ed è per questo che abbiamo focalizzato pure dei percorsi specifici sul tema dell’imprenditoria e della manifestazione nella manifestazione che si chiama StartUp Festival, che si terrà alla Mediateca di Santa Teresa; abbiamo invitato tutte le startup emergenti, gli incubatori, gli acceleratori di imprese ad essere presenti durante tutta la settimana. Oltre a questo, mercoledì partirà il treno delle startup, il viaggio al centro dell’innovazione, un’ iniziativa che abbiamo già, in parte ridotta, sperimentato nella scorsa edizione di febbraio e che ha già registrato il tutto esaurito: rifaremo un viaggio, questa volta con un intero treno di 11 carrozze, da Roma a Milano, ci saranno oltre 30 esperti che, sul format del business speed dating, parleranno a tutti i partecipanti, i quali poi si eserciteranno in prima persona nella compilazione di un vero e proprio business model canvas; tutti i progetti che poi usciranno saranno letti e analizzati e premieremo i cinque migliori. Quindi, sicuramente, l’attenzione al mondo delle imprese è molto forte ed è concreta, perché vediamo che sia i giovani sia le imprese, diciamo, emergenti molto spesso non sanno a chi rivolgersi o non sanno quali siano le componenti fondamentali per mettere in piedi un progetto concreto; è per questo che cerchiamo di dare, anche a livello formativo, una completezza di contenuti, coprendo ad esempio l’area legale, l’area finanziaria, l’area marketing, in modo tale che tutti questi progetti possano diventare poi concreti”.

I partecipanti allo StartUp Festival avranno la possibilità di capire cosa significhi realizzare una startup, come si scriva un business plan e quali siano le difficoltà da affrontare (l’intento – precisa Onetti – è di “aprire una finestra su quel mondo che è sì affascinante ma che, parafrasando Tara Hunt, è ‘fucking hard’ e richiede ‘perseverance and balls of steel’”); i giovani talenti potranno presentare la propria startup ed entrare in contatto con i principali player (venture capitalist, business angels, partner, imprenditori) del settore, all’interno di una cornice interdisciplinare e con l’intendo di delineare un nuovo ciclo di innovazione e crescita nell’economia italiana, trainato proprio da una nuova generazione di imprese.

Fortunatamente anche in Italia oggi si inizia a parlare tantissimo di startup , sottolinea il Prof. Onetti:  l’Italia ha un grande bisogno di una nuova generazione di imprese capaci di innovare e progettate per crescere. Le startup sono un modello di impresa diverso da quelli tradizionali (in termini di profilo di rischio, prospettive di crescita, approccio all’innovazione e all’internazionalizzazione, …). Perciò è importante fare comunicazione e cercare di diffondere questa nuova e diversa cultura d’impresa”.

Conclude Onetti con un monito: “Ragazzi, non cercate un lavoro, inventatelo!”.

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I buoni pasto per garantire il welfare aziendale

La promozione del benessere dei propri dipendenti passa anche attraverso il mercato dei buoni pasto, con notevoli vantaggi in capo alle stesse aziende

C’è una risorsa alla quale, pare, nessuna attività imprenditoriale possa rinunciare. Si tratta di una risorsa che, se ben sfruttata, può fare la differenza tra un’operazione di successo e una mediocre. È una risorsa ben difficile da gestire, spesso sottovalutata, a volte troppo favorita. È la risorsa umana.

Promuovere il benessere e la gratificazione di tale risorsa umana può sembrare, ad uno sguardo superficiale, un semplice dettaglio, una banale sfumatura legata all’inclinazione personale del titolare aziendale. Così non è. Se posti nelle condizioni a loro ottimali, se motivati dall’idea di ottenere una soddisfazione personale, se visti – ancora – come reali alleati e non come spesa inevitabile, ecco che i dipendenti aziendali possono trasformarsi in un’arma vincente da lanciare ai propri competitors. Non a caso si è scelto di chiamarli “dipendenti”, poiché l’efficacia o meno di una simile arma dipende in primis dalla capacità del “capo” di saperne cogliere le inclinazioni e di motivarne le azioni e dalla sua abilità a non farsi offuscare dal proprio ego, a riconoscere i propri limiti e a delegare ai propri collaboratori responsabilità e – soprattutto – fiducia e rispetto. Non si tratta certo di un compito facile, ma, come insegna la saggia cultura popolare, chi vuole la bici deve imparare a pedalare.

Una recente indagine in proposito è stata realizzata da AstraRicerche per conto di Endered: essa si è rivolta ad un campione di lavoratori italiani operanti  in aziende, pubbliche e private, con almeno 16 dipendenti e appartenenti a settori economici ampiamente rappresentativi; ciò che si è cercato di indagare è il grado di soddisfazione percepito dai dipendenti  all’interno della propria realtà lavorativa. In particolare il 54% degli intervistati era di sesso maschile, il 46% femminile e si è scelto di includere single, coniugati, separati e divorziati, provenienti da classi sociali differenti. I dati emersi rivelano un bisogno di welfare che in azienda non viene sempre soddisfatto: nonostante il 59% degli intervistati abbia spostato la priorità del proprio interesse sulla domanda di servizi piuttosto che sugli aspetti economici del proprio rapporto lavorativo, ben il 48,7% dichiara di non vedere colmate in modo efficace le proprie necessità di benefit, quasi a dire, ritornando al linguaggio della metafora, che non molti titolari hanno saputo pedalare davvero bene.

I servizi per i quali i lavoratori si sono dichiarati maggiormente  interessati sono quelli legati alla persona e al suo nucleo familiare (88,5%), la possibilità di ricevere buoni pasto o di mangiare in una mensa aziendale (57%), il beneficio che deriva da degli orari flessibili e, infine, l’alternativa del telelavoro, per riuscire a conciliare gli orari di lavoro e la vita privata (worklife balance).

Subito dopo, le richieste dei dipendenti cadono sui servizi legati alla mobilità (tipo car sharing e car pooling), sull’assistenza medica, sui corsi e le attività culturali, sulla figura del cosiddetto “maggiordomo aziendale” (che dovrebbe svolgere alcune pratiche per conto dei dipendenti9, sull’asilo nido in azienda  e sull’assistenza a bambini e anziani.
Tra tutti questi servizi sentiti come necessari, quelli effettivamente più diffusi sono i buoni pasto, le mense aziendali, la polizza sanitaria e l’orario flessibile, mentre tutti gli altri raggiungono delle percentuali pressoché trascurabili. Più di un terzo del campione non beneficia di alcun aiuto e sostegno da parte dell’azienda, in particolare nelle piccole e medie imprese (51%, di cui 39% riferito alle aziende del settore pubblico) e, anche nei casi in cui i servizi vengano offerti, viene spesso lamentata la scarsa qualità degli stessi, notevolmente inferiore alle aspettative.

Eppure i dati dell’indagine rivelano le forti ricadute positive che l’azienda potrebbe avere dal puntare sul welfare, poiché i dipendenti appagati mostrano maggiore motivazione e partecipazione agli obiettivi aziendali: tra essi, il 38% si è dichiarato favorevole all’incremento della produttività e alla riduzione dell’assenteismo, il 33% percepisce un rafforzamento del senso di appartenenza ai valori dell’azienda e il 32% valuta l’implementazione di simili servizi come una forma positiva di valorizzazione del capitale umano, quindi come una misura concreta di attenzione dell’azienda verso i propri dipendenti. Cresce, di conseguenza, anche il prestigio e la credibilità verso l’esterno di un’azienda che punti alla soddisfazione interna, in un regime di completa lealtà morale e sociale.

Uno dei benefici che maggiormente viene auspicato e – l’abbiamo detto – anche erogato ai dipendenti è quello relativo alla possibilità di trascorrere la propria pausa pranzo in un luogo convenzionato con l’azienda, in altre parole la possibilità di godere dei cosiddetti buoni pasto. Cerchiamo, allora, di concentrare ora la nostra attenzione su questo mercato che, pare, sia quello in maggior espansione nel campo della ristorazione.

Alternativo alle mense aziendali, lo strumento dei buoni pasto cominciò ad apparire in territorio italiano nei primi anni Settanta (allargando la prospettiva, ricordiamo che comparì per la prima volta nel 1954, in Inghilterra), seppur inizialmente venisse erogato solo in particolari e ben specifichi casi. Lo sviluppo progressivo del settore ne ha reso il volume d’affari annuo pari a 2,4 miliardi di euro (dati anno 2008) e le motivazioni ad un simile sviluppo risiedono – si legge sul sito di A.N.S.E.B. (Associazione Nazionale delle Società Emettitrici di Buoni Pasto) – nella possibilità per l’azienda di “eliminare i costi derivanti dall’allestimento dei locali da attrezzare per l’erogazione del servizio di mensa” e di ottenere dei “benefici fiscali che garantiscono l’esenzione dall’imposta sul reddito e dagli oneri contributivi fino ad un ammontare giornaliero di 5,29 euro”. Come si legge nel relativo statuto costitutivo, l’A.N.S.E.B è “un’associazione apartitica, non ha fini di lucro”, ma “ha il fine di rappresentare e tutelare in Italia ed all’estero gli interessi morali, professionali ed economici delle Aziende Associate”. Stando alle più recenti statistiche, sarebbero più del 40% i lavoratori che, pranzando fuori casa per motivi di lavoro, usufruiscono dei buoni pasto, pari a circa 2,5 milioni di persone (1,6 milioni nel settore privato e 600 mila in quello pubblico). 80 mila sono le aziende e le pubbliche amministrazioni che usufruiscono del servizio, mentre circa 120 mila sono gli esercizi convenzionati.

La norma di riferimento, tesa a regolamentare in modo organico il settore dei buoni pasto, è il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 18 novembre 2005 (e successive modificazioni), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 17 gennaio 2006 e recante disposizioni in materia di “Affidamento e gestione dei servizi sostitutivi di mensa”.

Come funziona il meccanismo?
Gli attori in gioco sono sostanzialmente quattro: le società emettitrici, i datori di lavoro, gli esercizi erogatori dei servizi di ristorazione e i lavoratori. Le società emettitrici promuovono e vendono ai datori di lavoro i buoni pasto, che possono avere formato (cartaceo o digitale) e valore differente, a seconda delle esigenze del cliente; i datori distribuiscono poi i buoni pasto ai propri lavoratori dipendenti e fiscalmente assimilati, i quali, in seguito all’erogazione del servizio di ristorazione presso uno degli esercizi convenzionati (tale erogazione, fino ad un importo complessivo giornaliero di 5,29 euro, non costituisce reddito da lavoro dipendente ed è quindi esclusa da contributi previdenziali e assistenziali), cedono il proprio buono come forma di pagamento (pari al valore facciale del titolo) all’esercizio convenzionato; quest’ultimo dovrà successivamente presentare il buono alla società emettitrice, ricevendone, in cambio, il corrispondente in denaro e la regolare fattura.

Come si presenta il settore che stiamo indagando e qual è il mercato di riferimento?
Secondo particolari statistiche riportate da A.N.S.E.B. su elaborazioni C.S. Fipe, la maggior parte degli italiani lavoratori (13,058 milioni) pranza direttamente a casa, 2,768 milioni pranzano sul posto di lavoro, 2,459 milioni in una mensa, 1,525 in un ristorante o trattoria e 1,172 in un bar.


Sul totale di occupati a tempo pieno, gli italiani che ricevono il buono pasto sono il 16%: in particolare, nel Nord Ovest essi rappresentano il 24,3%, nel Centro il 20,8%, nel Sud e nelle Isole il 9,3% e nel Nord Est il 9%.


La maggior parte dei buoni pasto viene distribuita nel Nord Ovest (45,55% con un volume d’affari del 45,3%), seguito dal Centro (25,65% per un volume d’affari del 26,8%), dal Sud e dalle Isole (16,96% con un volume d’affari del 15,9%) e, infine, dal Nord Est (1,84% e volume d’affari pari al 12,1%).

La maggior parte, l’81%, del valore del mercato dei buoni pasto è riconducibile al settore privato, il 19% al settore pubblico: in particolare, nel Nord Ovest il 93,5% di tale valore fa riferimento al privato, mentre il 6,5% al pubblico; nel Nord Est la segmentazione è 86,9% per il privato e 13,1% per il pubblico; nel Centro 73,3% contro 26,7%; nel Sud e nelle Isole 70,4% contro 29,6%.

Una decina sono le società che si dividono un mercato altamente frazionato, in testa alle quali si colloca Edenred, con una quota pari al 52% e con 1,3 miliardi di euro; subito dopo vengono Qui Ticket con 22% di quota e 560 milioni di euro, Day con 500 milioni (20%), Sodexo con 245 milioni e Pellegrini con 150 milioni. Edenred, Sodexo e Day sono anche inseriti nei principali mercati internazionali.

La presenza di un mercato così competitivo è causa di un’intensa ricerca votata all’innovazione in capo alle aziende che compongono tale mercato. Si veda, ad esempio, Day, prima a lanciarsi nell’e-commerce per la vendita dei propri buoni pasto: essa ha creato “myDay”, piattaforma web per la gestione degli ordini, “Dayshop”, pensato per le aziende per l’acquisto dei buoni pasto in soli quattro click, “Cadhoc”, il buono regalo acquistabile via web e implementato grazie all’alleanza con il gruppo francese Chèque Déjeuner, “DayTronic”, un ticket in formato elettronico, infine una piattaforma per spendere i buoni direttamente online, in previsione per settembre; Day è inoltre presente nei principali circuiti sociali.
Quello dei buoni pasto, in conclusione, non rappresenta l’unico strumento capace di garantire il rispetto del welfare aziendale, ma, certamente, ne costituisce una componente fondamentale, capace di garantire al dipendente il rispetto delle proprie abitudini alimentari, l’esenzione da oneri fiscali e previdenziali e il rispetto completo della pausa pranzo, attraverso l’allontanamento dal luogo di lavoro e dalle problematiche della routine lavorativa. Allo stesso tempo si assicura alle imprese l’ottimizzazione rispetto ai costi di gestione delle mense, la deducibilità ai fini IRES di tali costi sostenuti (in quanto mezzo utile ad ottimizzare la produttività del lavoratore) ed, infine, la maggiore flessibilità nella gestione degli orari di pausa pranzo.

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Certificati medici via Web dal 13 settembre

Ecco gli oneri per le aziende, la normativa di riferimento e la procedura che deve seguire il lavoratore

Tra pochi giorni, a partire dal 13 settembre 2011, diventerà attivo il nuovo sistema di gestione online dei certificati medici di malattia: i datori di lavoro non avranno più il potere di chiedere ai loro dipendenti l’attestazione della malattia tramite certificato cartaceo, ma peserà sulle loro spalle l’onere di procedere alla consultazione del documento via Web, grazie agli strumenti informatici messi loro a disposizione dall’INPS.

Cerchiamo innanzitutto di definire il quadro generale della legislazione sulla materia.

La Legge 4 novembre 2010, n.183 – comunemente denominata “Collegato lavoro” e contenente “Deleghe al Governo in materia di lavori usuranti, di riorganizzazione di enti, di congedi, aspettative e permessi, di ammortizzatori sociali, di servizi per l’impiego, di incentivi all’occupazione, di apprendistato, di occupazione femminile, nonché misure contro il lavoro sommerso e disposizioni in tema di lavoro pubblico e di controversie di lavoro” – all’art. 25, “Certificati di malattia”, prevede che “al fine di assicurare un quadro completo delle assenze per malattia nei settori pubblico e privato, nonché un efficace sistema di controllo delle stesse, a decorrere dal 1° gennaio 2010, in tutti i casi di assenza per malattia dei dipendenti di datori di lavoro privati, per il rilascio e la trasmissione della attestazione di malattia si applicano le disposizioni di cui all’art. 55 septies del decreto legislativo 30 marzo 2001, n. 165”.

L’iter di approvazione della legge è stato piuttosto travagliato, poiché la legge è stata promulgata in seguito ad un rinvio al Parlamento da parte del Capo dello Stato ed è stata accompagnata dalle dure contestazioni delle parti sociali coinvolte; per questo motivo la norma porta una data di riferimento notevolmente anteriore all’entrata in vigore della stessa legge (il 24 novembre 2010, poiché pubblicata in G.U. n. 262 del 9 novembre 2010), cosa che comporterà – sostengono in molti – non pochi problemi in sede di interpretazione applicativa.

L’articolo 55 septies (“Controlli sulle assenze”) del d.lgs. 165/2001 (“Norme generali sull’ordinamento del lavoro alle dipendenze delle amministrazioni pubbliche”), cui fa riferimento la L. 183/10, è stato introdotto dall’art. 69 del decreto legislativo 27 ottobre 2009, n. 150 e prevede che il certificato medico, attestante l’assenza per malattia del dipendete pubblico, sia inviato per via telematica, direttamente all’INPS dal medico o dalla struttura sanitaria pubblica che lo rilascia, secondo le modalità stabilite dalla normativa vigente “per la trasmissione telematica dei certificati medici nel settore privato”. Una volta ricevuto il certificato, l’INPS lo invia all’amministrazione di appartenenza del lavoratore. Si precisa, inoltre, che l’inosservanza dell’obbligho di trasmissione telematica da parte del medico costituisce illecito disciplinare e, nel caso di reiterazione, comporta il licenziamento o, per i medici convenzionati, la decadenza della convenzione.

Sostanzialmente, quindi, con l’art. 25 della L. 183/2010, si è scelto di applicare il regime previsto per i lavoratori presso la P.A. nel rilascio e nella trasmissione degli attestati di malattia ai lavoratori del settore privato.

L’ultima pronuncia ufficiale sulla materia si è avuta con la circolare n. 4 del 18 marzo 2011, emanata congiuntamente dal dipartimento della Funzione Pubblica, dal dipartimento per la Digitalizzazione della PA e l’Innovazione tecnologica e dal ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali e pubblicata in Gazzetta Ufficiale n. 135 del 13 giugno 2011. Essa quale ha inteso “dare informazione ai lavoratori dipendenti (del settore pubblico e privato) circa gli oneri e i vantaggi della nuova procedura” e “descrivere gli adempimenti a carico dei datori di lavoro (del settore pubblico e privato) per la corretta ricezione delle attestazioni di malattia trasmesse per via telematica”. Per consentire i necessari adattamenti all’art. 25 della L. 183/2010, la circolare ha previsto un periodo transitorio della durata di tre mesi, a partire dalla sua data di pubblicazione in Gazzetta Ufficiale, avvenuta, appunto, lo scorso 13 giugno.

Cerchiamo ora di concentrare l’attenzione sui contenuti e il processo di trasmissione del certificato. Per prima cosa esso contiene i dati della diagnosi e/o il codice nosologico, poi il codice fiscale del lavoratore, la residenza o il domicilio abituale, l’eventuale domicilio di reperibilità durante la malattia, la data di inizio malattia, la data di rilascio del certificato, la data presunta di fine della malattia e la modalità ambulatoriale o domiciliare della visita eseguita.

La procedura su cui fondamentalmente si baserà il sistema prevede innanzitutto che il certificato venga inviato per via telematica, dal medico certificatore o dalla struttura sanitaria pubblica che l’abbia rilasciato, al SAC, Sistema di Accoglienza Centrale (curato dal Ministero dell’Economia e delle Finanze), e, tramite questo, all’INPS. In seguito il SAC restituisce al medico il numero di identificazione del certificato, il medico stampa certificato e attestato di malattia e li consegna al lavoratore. L’INPS, che ha ricevuto i dati del certificato dal SAC, individua il datore di lavoro riferito all’intestatario del certificato e mette a sua disposizione il certificato stesso.

Il lavoratore potrà, così, accedere al sito dell’INPS e consultare o stampare i propri certificati, attraverso l’inserimento del codice fiscale o del numero di certificato, o, se ne ha ottenuto accreditamento tramite PIN, entrando nell’apposita area dedicata.

Nonostante gli aspetti relativi alle procedure telematiche siano stati chiariti, mancano regole certe nella gestione del rapporto di lavoro tra dipendente e impresa in caso di assenza per malattia. In assenza di tali regole e in attesa dell’adeguamento dei diversi contratti collettivi con le nuove previsioni di legge, è stato sottoscritto, il 20 luglio, l’accordo interconfederale tra Confindustria e sindacati (Cgil, Cisl e Uil), grazie al quale si è cercato di chiarire quali siano i comportamenti da adottare e gli oneri richiesti ai dipendenti che realizzino delle assenze e ai loro datori di lavoro. Esso, pur limitato al comparto industriale, offre delle istruzioni utili anche agli altri settori (un accordo analogo è stato, inoltre, sottoscritto il 26 luglio 2011 da Confapi con i sindacati suindicati).

Secondo quanto si legge, restano invariate e sono pienamente efficaci le disposizioni contenute nei contratti collettivi che disciplinano il trattamento economico e quello normativo da applicare in caso di malattia del lavoratore, compresi gli obblighi, in capo al lavoratore stesso, di dare tempestiva comunicazione dell’assenza e di fornire indicazione circa qualsiasi variazione dell’indirizzo di reperibilità, dove potrà essere realizzata l’eventuale visita di controllo.

L’accordo introduce, poi, un ulteriore onere a carico del lavoratore, quello, cioè, di comunicare all’azienda, “nei tempi previsti per l’invio del certificato cartaceo dal contratto collettivo nazionale di lavoro che disciplina il suo rapporto”, il numero di protocollo identificativo del certificato inviato dal medico in forma telematica, onere che sembra sostituirsi alla previgente richiesta di consegna del certificato medico cartaceo.

Il datore di lavoro avrà, così, a disposizione diverse alternative per recuperare le informazioni circa gli attestati di malattia dei suoi dipendenti: la prima è, appunto, quella delineata nell’accordo del 20 luglio, cioè la comunicazione, secondo modalità predefinite, del numero identificativo, grazie al quale il datore potrà collegarsi al sito dell’INPS e proseguire con la consultazione.

Diversamente è possibile chiedere all’INPS il PIN per consultare gli attestati in un’area Web dedicata all’azienda, dove la ricerca può avvenire in base al codice fiscale o altri dati anagrafici relativi al dipendente coinvolto, o in riferimento ad un preciso intervallo temporale.

L’ultima opzione a disposizione è quella dettata dalla circolare INPS n. 119 del 7 settembre 2010, avente ad oggetto la “trasmissione telematica delle certificazioni di malattia all’Inps” e le “nuove modalità di invio degli attestati ai datori di lavoro pubblici e privati tramite PEC”. Stando a questa circolare, il datore può inviare, alle caselle PEC delle strutture territoriali dell’INPS competenti, la richiesta di vedersi recapitare nella propria PEC gli attestati di malattia.

Ad ogni modo, il datore di lavoro può fare riferimento alla disposizione contenuta nella circolare ministeriale 4/2011 che impone al dipendente di fornire il numero di protocollo, qualora ve ne sia stata esplicita richiesta da parte dell’azienda (tale richiesta dovrebbe essere opportunamente comunicata in forma scritta, magari aggiornando i regolamenti aziendali). Tale disposizione consente di superare le critiche che hanno visto nella nuova procedura un eccesso di oneri a carico dei datori di lavoro, i quali potrebbero non avere un direttore del personale che si occupi della faccenda o potrebbero non avere la giusta alfabetizzazione informatica.

Permane comunque, anche dopo il termine del 13 settembre, l’obbligo per il lavoratore di esibire la copia cartacea del certificato all’INPS e al datore di lavoro nei casi di ricovero ospedaliero, degenza in strutture di pronto soccorso e nel caso in cui il certificato sia stato emesso da una struttura privata non ancora abilitata alla procedura telematica, così come specificato nel messaggio dell’INPS n. 9197 del 20 aprile 2011 (“Certificazione di malattia in modalità cartacea”). Lo stesso obbligo persiste nel momento in cui il medico sia impossibilitato – ad esempio per malfunzionamenti nel sistema di trasmissione – a procedere all’invio digitale del certificato medico.

Il sistema telematico, per ora, sembra aver funzionato: come si legge in una notizia apparsa pochi giorni fa sul sito del ministero per la Pubblica Amministrazione e l’Innovazione e basata su dati forniti dall’INPS, nel mese di agosto sono stati trasmessi online all’Istituto 759.552 certificati di malattia (122.785 in Lombardia, 91.273 nel Lazio, 68.546 in Sicilia, 66.250 in Veneto, 63.980 in Emilia Romagna, 54.126 in Campania, 51.789 in Piemonte, 41.848 in Toscana, 40.501 in Puglia, 28.289 in Calabria, 22.792 in Liguria, 19.991 in Sardegna, 16.787 in Friuli Venezia Giulia, 16.676 nelle Marche, 15.739 in Abruzzo, 10.086 in Umbria, 9.587 in Provincia di Trento, 7.858 in Provincia di Bolzano, 5.888 in Basilicata, 2.769 in Molise e 1.992 in Valle d’Aosta).

Nel complesso il totale dei certificati trasmessi a partire dalla data di attivazione della nuova procedura è pari a 14.365.917 unità. Stando sempre ad alcune informazioni riportate sul sito del ministero ed elaborate dall’INPS, i mesi in cui si sono registrati più certificati di malattia sono stati febbraio (ca. 2 milioni 143 mila) e marzo (ca. 2 milioni 10 mila) 2011; seguono maggio (ca. 1 milione 739 mila) e aprile (ca. 1 milione 516 mila) 2011. La settimana in cui sono stati trasmessi più certificati è stata quella che andava da sabato 5 a venerdì 11 febbraio 2011, quando sono stati inviati all’Inps oltre 575 mila certificati; hanno superato il mezzo milione anche le altre settimane di febbraio e la prima di marzo. Martedì 8 febbraio, infine, i medici hanno inviato all’INPS più di 148 mila documenti, stabilendo una sorta di record numerico.

I numeri relativi al periodo di test del sistema sembrano essere positivi, resta perciò da augurarsi che, con lo scattare dell’obbligo, permanga una spinta propositiva, che si riesca a minimizzare le problematiche organizzativo-burocratiche e ad uniformare le procedure.

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Trovare lavoro? Meglio puntare sul curriculum!

Sarebbe in aumento il numero di assunzioni frutto di una conoscenza diretta del candidato. E sembrano calare le assunzioni frutto di segnalazioni terze e della mediazione privata e istituzionale

Dimenticate zii, cugini, amici di famiglia e amici di amici: avere le giuste conoscenze pare non essere più così importante per chi sia alla ricerca di un’occupazione. Non si allertino troppo i figli di papà, siamo certi che per loro un posticino si troverà sempre e comunque, ma certo le dichiarazioni rilasciate dalle imprese interpellate nell’ambito del sistema informativo Excelsior di Unioncamere e ministero del Lavoro rivelano come la promozione personale passi ormai prevalentemente attraverso l’azione diretta dei candidati, a discapito, dunque, di una qualunque operazione di intercettazione o pressione da parte di terze parti.

Alle lodevoli dichiarazioni di intenti sembrano essersi sostituiti i fatti: quasi un’azienda su due (percentuale corrispondente al 49,2%) nel 2010 ha assunto per conoscenza diretta, dato sensibilmente in crescita rispetto all’anno precedente, quando la percentuale riservata a questa modalità di assunzione era pari al 28,7%. Entrando maggiormente nel dettaglio della questione, questo canale è stato preferenziale per le imprese di minori dimensioni (1-9 dipendenti), che l’hanno utilizzato con una percentuale del 53%, ed è stato sfruttato soprattutto nel settore industriale (51,6%), meno nel settore dei servizi (47,9%). Con riferimento alla distribuzione geografica, quella diretta è stata la via principale per ottenere un’occupazione al Sud e nelle Isole (57,1%), mentre al Centro è stata scelta dal 50,2% delle imprese, percentuale che scende al 44,8% nel Nord-ovest e al 43,9% nel Nord-est.

“Il clima economico che stiamo vivendo – ha commentato il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello – impone alle imprese grande attenzione nella selezione del personale. In un contesto del genere, il ‘fiuto’ dell’imprenditore e il rapporto di fiducia che può essersi creato tra quest’ultimo e un giovane alla ricerca di lavoro magari in occasione di uno stage o tirocinio diventa premiante ai fini di una assunzione”.

Il secondo posto tra i metodi di selezione più utilizzati dalle imprese italiane nel 2010 è riservato alle banche dati interne aziendali, dove vengono conservati i curriculum dei candidati: ad esse ha fatto riferimento il 24,6% delle aziende, contro il 21,5% del 2009. Tale canale risulta essere privilegiato, in particolare, dalle imprese con più di 50 dipendenti (nel 46,3% dei casi vi ricorrono le imprese dai 50 ai 499 dipendenti, nel 48,9% dei casi le imprese con 500 o più dipendenti). Esso è utilizzato complessivamente in misura maggiore con riferimento al settore dei servizi (26,7%), rispetto a quello industriale (20,8%), più al Nord (26,1% nel Nord-ovest, 26,2% nel Nord-est), rispetto al Centro (23,7%) e al Mezzogiorno (22,6%).
Come conseguenza alla tendenza rilevata, si riduce considerevolmente l’importanza, per la scelta d’assunzione, delle segnalazioni ricevute da conoscenti e fornitori, alle quali ha fatto ricorso solo l’11,9% delle imprese, contro il 21% riferito al 2009. Ad aver utilizzato questa modalità sono state, rispetto alle altre, soprattutto le aziende con meno di 9 dipendenti (12,8%) e, tutto sommato, la percentuale di riferimento risulta omogenea nell’intero territorio nazionale (12,3% al Sud e nelle Isole, 12,6% al Centro, 11,5% al Nord-est e 11,3% al Nord-ovest), maggiore nel settore industriale (13,3%) rispetto a quello dei servizi (11,1%).

Ad essere in calo è pure il ricorso ad intermediari specializzati nel reclutamento di personale, sia per quanto riguarda gli intermediari privati, sia per quelli istituzionali. Con riferimento ai primi, emerge che il 2,7% delle imprese si è rivolto nel 2010 alle società di lavoro interinale (contro il 5,1% dell’anno precedente) e che il 2,9% ha fatto affidamento a società di selezione e associazioni di categoria, internet (contro il 5% del 2009). Questo canale di selezione rimane comunque abbastanza significativo per le imprese con più di 50 dipendenti e, mentre il ricorso ad agenzie interinali è maggiore nel settore dell’industria (4%) rispetto a quello dei servizi (2%), il ricorso a società di selezione e associazioni di categoria è maggiore nel settore dei servizi (3,4% contro 2,1%); in entrambi i casi di intermediazione privata, comunque, la percentuale è maggiore al Nord-ovest (rispettivamente 4,2% e 3,6%) e al Nord-est (3,7% e 3,5%), rispetto al Centro (2,2% e 2,6%) e al Mezzogiorno (0,8% e 2,1%).

Con riferimento, invece, agli intermediari istituzionali, si rileva il passaggio da una percentuale del 6,3% nel 2009 ad una del 2,9% nel 2010 per le imprese che sono ricorse all’utilizzo di centri per l’impiego. Usato più nel settore industriale (3,8%) che in quello dei servizi (2,3%), questo metodo è maggiormente diffuso nel Nord-ovest (3,9%) e nel Centro (3,8%), rispetto al Nord-est (2,6%) e al Sud (1,7%).
Sottolinea ancora Dardanello come, nonostante il mutamento delle condizioni economiche, “il sistema delle agenzie e dei servizi – pubblici e privati – per il lavoro vada sostenuto e supportato perché può allargare le opportunità di incontro domanda-offerta. In questa direzione si muove una parte delle norme contenute nella manovra finanziaria recentemente approvata, che introduce proprio in tale ambito una maggiore liberalizzazione, semplificando il regime e le procedure per un ingresso più agevole nel mercato dell’intermediazione di soggetti, tra cui le Camere di commercio, che sono espressione dei tessuti produttivi territoriali e sono dunque pienamente consapevoli delle necessità, spesso difficili da soddisfare, che essi manifestano”.

Quattro i punti percentuali persi, rispetto al 2009, anche da quel 2,3% relativo alle imprese che hanno fatto ricorso a quotidiani e a stampa specializzata per la selezione del proprio personale: l’uso maggiore si è attestato nel settore dei servizi (2,7% contro l’1,7% nell’industria) e al Nord (3% al Nord-est, 3,1% al Nord-ovest, contro 2,1% al centro e 1,2% al Sud nelle Isole).

Stando poi sempre ai numeri forniti dal sistema informativo Excelsior, una delle vie preferenziali per entrare nel mondo del lavoro sembra essere lo stage formativo: più di 38 mila sono i giovani che, dopo aver affrontato nel 2010 uno stage o un tirocinio, sono stati assunti dalle imprese ospitanti, dato in crescita rispetto al 2009, quando gli stagisti poi integrati furono quasi 37 mila.

La tendenza evidenziata risulta ancor più significativa se si considera che il numero di imprese coinvolte è in diminuzione: mentre nel 2009 esse rappresentavano il 14,8% del totale, nel 2010 esse hanno costituito il 13,3%; all’interno di quest’ultima percentuale, possiamo identificare un 32% di imprese che hanno ospitato giovani laureati o prossimi alla laurea. La disponibilità ad accogliere tirocinanti, in particolare giovani laureati e laureandi, sembra aumentare in modo proporzionale all’aumento delle dimensioni aziendali: le imprese con meno di 9 dipendenti ad ospitare tirocini sono state il 9,9% di tutte le imprese di tali dimensioni (percentuale scesa rispetto all’11,6% nel 2009), mentre quelle con oltre 500 dipendenti sono state il 73,9% (percentuale in aumento rispetto al 65,8% del 2009).
Anche il numero complessivo degli stage attivati lo scorso anno è in diminuzione: 310.820 nel 2010, contro i 321.850 del 2009. La contrazione ha riguardato soprattutto il settore dei servizi e, più in particolare, quello dei servizi di alloggio e ristorazione, tradizionalmente il più disponibile a questo tipo di esperienze: nel 2010 i giovani stagisti sono stati quasi 44 mila, 11 mila in meno rispetto al 2009.
Il 60% degli stage dura almeno due mesi e il 7,1% arriva anche a superare i 6 mesi, evidenziando quindi la tendenza a realizzare stage dal carattere davvero formativo, funzionali alla continuazione successiva del rapporto lavorativo.
Dal punto di vista settoriale, le imprese che maggiormente hanno assunto in seguito a stage sono, all’interno del manifatturiero, quelle chimiche, farmaceutiche e petrolifere (dove il numero di tirocinanti laureati o laureandi ha superato la metà del totale) e le aziende della meccanica. Nel settore dei servizi, si può puntare soprattutto sulle imprese del commercio al dettaglio, dei servizi di trasporto e logistica (la media è di quasi uno stagista assunto ogni quattro), dei servizi informatici e telecomunicazioni (uno su cinque).

Seguendo una distinzione geografica, invece, le assunzioni maggiori di stagisti si sono evidenziate al Centro (13,6%), quelle minori nel Nord-est (10,9%).

Cerchiamo ora di allargare un tantino la prospettiva. Tracciando un breve excursus sull’andamento congiunturale dell’economia italiana, ciò che si evidenzia nella prima edizione a carattere trimestrale dell’indagine Excelsior, relativa al trimestre luglio-settembre 2011, è una “marcia con freno a mano tirato”: la ripresa italiana prosegue senza interruzioni dall’inizio 2010, ma non riesce ad acquistare piena velocità, alternando, quindi, risultati incoraggianti a risultati poco brillanti. La causa viene identificata nella “scarsa dinamica o il basso livello assoluto della domanda interna, a partire dai consumi delle famiglie”; nonostante il recupero di un punto e mezzo del PIL nel primo trimestre del 2011 (rispetto all’ultimo di recessione, il quarto del 2009), i consumi finali interni sono, infatti, risaliti in misura inferiore al mezzo punto e gli investimenti di circa tre punti. Nello stesso periodo le esportazioni, invece, sono cresciute quasi del 10%. Trainano, quindi, la ripresa proprio gli investimenti e le esportazioni, essendo stati questi i settori che più subirono gli effetti delle recessione (nel biennio 2008-2009 gli investimenti erano diminuiti, rispetto ai livelli pre-crisi, cioè quelli medi del 2007, di quasi il 10%, le esportazioni di oltre il 12%, mentre PIL e consumi erano scesi del 3,6% e dell’1,3%).

Un simile scenario economico si riversa ovviamente nel mercato del lavoro, mercato che sta conoscendo segni di miglioramento, pur denotando nel complesso una situazione negativa. Il primo segno meno nel tasso occupazionale si è riscontrato a novembre 2008 ed esso ha toccato il punto più basso nell’agosto 2010, (- 1,8% rispetto ai valori medi del 2007); da allora la tendenza è ancora in negativo, ma si è attenuata, con un tasso medio annuo che a marzo e aprile 2011 era del -0,4% (a fine 2010 era ancora del -0,7%). In parallelo già alla fine del 2007 si è assistito ad un aumento della disoccupazione e ad aprile 2010 si è toccato il livello più elevato, superiore di oltre il 43% alla media del 2007, fino ad arrivare al +1,3% annuo di aprile 2011 (dato piuttosto incoraggiante visto che a dicembre 2010 il tasso di crescita annuale era ancora dell’8%).

I segnali di ripresa, dunque, seppur lievi, ci sono. A questo punto sembra essere necessario, per i giovani alla ricerca di un’occupazione, acquisire fiducia nelle proprie potenzialità e puntare sulla propria individuale capacità di promozione: si tratta certo di una strada non semplice e non per forza destinata al successo, ma, sicuramente, quella che potrebbe offrire le maggiori gratificazioni.

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