Mercato del benessere: quale crisi?

Oltre 70 mila impiegati nel settore e più di 35 mila imprese, soprattutto in Lombardia, per un giro d’affari annuo pari a 21 miliardi. A fronte dell’interesse crescente per wellness e forma fisica, persistono alcune prassi scorrette e un italiano su due risulta obeso o in sovrappeso. Il moltiplicarsi degli esercizi nasconde l’allarme abusivismo

Raccoglie un giro d’affari annuo di oltre 21 miliardi. Coinvolge più di 70 mila addetti e più di 35mila imprese tra centri benessere, trattamenti estetici e palestre. È la fotografia del mercato del wellness in Italia, basata su dati Aiceb Confesercenti, Censis e Coni e diffusa in occasione dell’ottava edizione di “RiminiWellness”, la manifestazione dedicata al fitness, al benessere e allo sport, svoltasi dal 9 al 12 maggio 2013 a Rimini Fiera, col patrocinio di Regione Emilia-Romagna, Provincia e Comune di Rimini. Sulla scia di un settore che sembra tenere piuttosto bene, malgrado la difficile congiuntura economica, la kermesse ha registrato un’ampia affluenza (244.532 visitatori), superiore di 7 punti percentuali rispetto al 2012, con una massiccia partecipazione di Russia, Est Europeo e Turchia.
Più in particolare, secondo le stime rese note, gli istituti di bellezza rappresentano la quota più ampia e redditizia del settore, con circa il 70% delle imprese totali, pari a ben 21 mila unità. Seguono gli hotel e gli agriturismi (sono 4.200), i centri idrotermali e gli stabilimenti per il benessere fisico (2.500). Le piscine e le palestre sono circa 7 mila e gli stabilimenti balneari attrezzati circa 500. Le performance del settore raggiungono livelli ancor più elevati, se si considerano anche i 3.773 esercizi ricettivi presenti nelle solo località termali, che hanno una disponibilità di 148.918 letti (pari al 3,2% del totale letti delle strutture ricettive in Italia) e permettono un giro di presenze turistiche attorno ai 15 milioni l’anno.
Assumendo una prospettiva globale, pare che il maggior numero di centri per il benessere e di utenti degli stessi si trovi negli Stati Uniti. A seguire incontriamo il Giappone, il Regno Unito e la Germania. Un’incoraggiante quinta posizione spetta all’Italia, seguita dalla Spagna.
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Tornando al focus nazionale, la medaglia d’oro per quantità di imprese dedicate alla cura del corpo, va alla regione Lombardia, che raggruppa il 36,1% delle attività complessive: detta in altri termini, quasi un centro benessere su cinque (18,3%) tra quelli attivi in Italia ha sede nella provincia di Milano.
Alcune stime elaborate e diffuse nei giorni scorsi dalla Camera di Commercio di Milano, sulla base di dati del registro delle imprese 2012 e 2011 ), confermano la posizione di leader nel settore benessere detenuta dalla Lombardia. Un settore che qui cresce, infatti, tra il 2011 e il 2012, dello 0,7%, passando da 24.813 a 24.982 imprese attive. Nella Regione il 72% delle ditte individuali operanti nel benessere ha, inoltre, per titolare una donna e un imprenditore su dieci ha meno di trent’anni. In Lombardia è attivo un sesto delle imprese italiane dell’estetica e del benessere, con 16.802 parrucchieri (+0,2%), 5.569 istituti di bellezza (nel 2011 erano 5.476, +1,7%) e 738 palestre (+0,8%). Milano, Brescia e Bergamo risultano le province con il maggior numero di imprese nel settore, rispettivamente con 7.580 (30,3% del totale regionale), 3.338 (13,4%) e 2.917 (11,7%) unità. I livelli di crescita maggiore si riscontrano invece a Monza e Brianza (+1,5% rispetto al 2011), Pavia (+1,4%) e Como (+1,3%).
Continuiamo a occuparci delle elaborazioni sul wellness diffuse a Rimini, concentrando ora l’attenzione sui consumatori di questo florido mercato. Sono circa 40 milioni gli italiani che praticano più o meno regolarmente l’attività sportiva e quasi 11 milioni quelli che spendono o si dichiarano pronti a spendere fino a 1.200 euro all’anno per prodotti e servizi per il proprio benessere fisico. Il 23% della popolazione frequenta abitualmente un centro fitness, l’8,7% delle strutture per la cura del corpo. La fascia di utenti fitness più ampia (il 32%) è quella dei 18-25enni, seguita dalla fascia 26-35 anni (27%), da quella 36-45 anni (21%), 46-55 anni (14%), infine 56-65 anni (6%). Il 41% dei frequentatori di palestre e centri benessere è single, il 54% è sposato o convive e il 5% è divorziato o separato.
A livello territoriale chi è solito frequentare palestre e centri fitness abita soprattutto al Nord (il 56%, contro il 25% di chi vive al Centro e il 19% di chi vive al Sud). Più nel dettaglio, le regioni con il tasso più elevato di utenti sono la Lombardia (19%), il Veneto (11%), l’Emilia Romagna, il Lazio (entrambi al 10%) e la Toscana (8%). Al Sud, buone le percentuali registrate da Campania (6%), Puglia e Sicilia (entrambi al 4%).
Alla base delle acque favorevoli su cui naviga il mercato del wellness vi è un’offerta che sembra diversificarsi con grande rapidità e che propone sempre più centri polifunzionali. Si assiste, inoltre, a una polarizzazione dei consumi, che si rivolgono sempre più verso palestre di fascia alta, capaci di offrire molteplici e differenziati servizi o, in alternativa, verso centri dal profilo low cost. Stando al clima respirato e ai dati diffusi in occasione del RiminiWellness, l’interesse degli italiani verso il benessere e la forma fisica sembra essere, quindi, in costante crescita.
Questo nonostante alcuni comportamenti rischiosi continuino a minacciare la salute nella popolazione: stando al quadro delineato recentemente dall’Istat, in collaborazione con il Cnel, attraverso il primo “Rapporto sul benessere degli italiani”, i problemi di sovrappeso e obesità stanno seguendo una linea crescente, colpendo circa il 45% della fascia maggiorenne. L’abitudine al fumo mostra una lieve flessione, che non riguarda tuttavia i più giovani: se nel 2001 i fumatori erano il 23,7% della popolazione di 14 anni e più, dieci anni dopo tale percentuale, stabile dal 2004, è scesa solo di un punto. Sembrano diffondersi pratiche di abuso nel consumo di bevande alcoliche da parte dei giovani e circa il 40% degli adulti non svolge alcuna attività fisica nel tempo libero, perseguendo uno stile di vita sedentario. Oltre l’80% della popolazione consuma, inoltre, meno frutta e verdura di quanto sia abitualmente raccomandato. Più penalizzate, in simili prassi scorrette, sono le persone di estrazione sociale più bassa e quelle abitanti nel Mezzogiorno. L’allarme lanciato da Istat e Cnel riflette la necessità di impedire che queste cattive abitudini si consolidino e finiscano per influenzare in termini negativi anche le generazioni future.
Le tendenze di recente rilevate sembrano, dunque, collidere tra loro, rilevando, da un lato, un italiano pigro e costretto a lottare continuamente con la bilancia, dall’altra un’attenzione crescente per la salute e la forma fisica. I risultati di un’ulteriore indagine possono forse aggiungere nuovi stimoli alla riflessione, delineando un Belpaese che, per soddisfare la propria ricerca di bellezza, ricorre sempre più alla soluzione più rapida e semplice di tutte, il classico “ritocchino”. La Società internazionale di chirurgia plastica estetica (ISAPS), nel suo “Global study of aesthetic cosmetic surgery procedures in 2011“, colloca l’Italia al sesto posto mondiale per numero di interventi di chirurgia plastica e per quantità di professionisti del settore. Si ricorre al bisturi soprattutto per aumentare il seno e si sta diffondendo il lipofilling, ossia il trapianto del proprio grasso.
Il moltiplicarsi di saloni di bellezza, centri estetici, parrucchieri, solarium e altri centri che si occupano di wellness nasconde, infine, un altro fenomeno sul quale si stanno concentrando le preoccupazioni di varie associazioni di categorie. Si tratta dell’abusivismo, che, oltre a mettere in difficoltà gli operatori del settore, rischia di trasformare quelli che in apparenza potrebbero sembrare degli ottimi affari in rischiosi interventi per i vanitosi utenti. A lanciare l’allarme è, tra le altre, anche l’Unione nazionale CNA Benessere e Sanità, che ha di recente diffuso alcuni dati dell’illegalità a Roma: dei 4 mila nuovi centri di estetisti e acconciatori che annualmente spuntano, ben 2 mila sono abusivi e il giro d’affari generato dal nero è di 15 milioni di euro di evasione fiscale e contributiva.
Pubblicato su: PMI-dome
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Resistere alla crisi e puntare sull’innovazione: l’editoria punta sui più piccoli

Leggono più della media italiana, soprattutto in età prescolare. Sono maggiormente alfabetizzati al mezzo digitale rispetto ai genitori, che invece continuano a preferire il libro di carta, per paura di perderne la magia, e lamentano la carenza di titoli in italiano tra gli e-book

L’ampia diffusione della Rete e dei diversi devices mobili ha imposto un processo di rinnovamento che ha coinvolto interi settori. Questa non è certo una novità. Il processo di digitalizzazione che ha riguardato, in particolare, l’editoria è stato oggetto di un vivace dibattito culturale che ancora oggi non può dirsi concluso e che ha schierato, da un lato, gli intramontabili avversari dell’e-book, convinti che nulla potrà mai scalfire il fascino sensibile della carta, e, dall’altro lato, i sostenitori dell’innovazione ad ogni costo, che fin da subito hanno profetizzato la fine di un’era, quella del libro tradizionale. Le stime più recenti vedono – almeno con riferimento al contesto italiano – un mercato degli e-book ancora piuttosto embrionale, ma con tassi di crescita costanti e margini di sviluppo sempre più elevati, per quanto riguarda il numero di titoli e di lettori e il volume di vendite e fatturato.
Siamo ancora ben lontani dal poter delineare con certezza il destino riservato alla miriade di storie e trattazioni racchiuse in versi, capoversi e capitoli. I due mezzi – cartaceo e digitale – non dovrebbero essere concepiti come opposti, ma piuttosto come manifestazioni alternative di una stessa florida (almeno teoricamente) cultura collettiva. Scrivere la parola carta sulla tomba dell’apprendimento e dell’intrattenimento sembra essere più un esercizio di provocazione che non una reale consapevolezza. Allo stesso modo fingere di non vedere le numerose funzionalità rese disponibili dalla virtualità e dall’innovazione significa non avere la benché minima coscienza dello stato attuale dei fatti.
Quando si tratta di discutere pro e contro dei due veicoli, non vi è comunque alcun dubbio circa la necessità di attuare una diversificazione per generi. Scritture tecniche, scientifiche e giuridiche si prestano forse maggiormente ad una consultazione digitale, permettendo di effettuare ricerche maggiormente mirate, di seguire link ad approfondimenti e chiarimenti, di costruire segnalibri, librerie personalizzate, preferiti e appunti. Non molti, per contro, sembrano ancora pronti ad abbandonare il piacere di sfogliare delle pagine stampate, mentre sono immersi in avventure mozzafiato o in racconti dal finale strappalacrime.
Particolarmente interessante è, a questo proposito, concentrare l’attenzione su un genere che – tra i più vitali – delinea, negli ultimi mesi, delle tendenze particolarmente degne di nota. Ci si riferisce al segmento bambini e ragazzi, il quale, rispetto agli altri, mostra segni di sofferenza decisamente meno marcati, resistendo ad una crisi che ha imposto forti contrazioni del settore nel suo complesso. Stando ai dati Nielsen realizzati per l’Associazione Italiana Editori (AIE), il 2012 è il primo anno in cui anche tale segmento (che rappresenta il 14,1% del mercato) registra un rallentamento (-6,2% sul 2011), seppur decisamente inferiore rispetto alla media del mercato trade del libro (-8% circa). “La crisi non risparmia nessuno, ma per il mercato ragazzi è prevedibile un più rapido attraversamento del tunnel”, ha commentato Antonio Monaco, responsabile del gruppo editori per ragazzi dell’AIE.
Il settore dei più piccoli è stimato allora, a fine 2012, in circa 155,5 milioni di euro a prezzo di copertina. Queste rilevazioni Nielsen si concentrano sul mercato trade, dunque sulle librerie di catena, su quelle indipendenti e sugli store online, mentre restano esclusi la grande distribuzione organizzata e tutti i vari canali alternativi (cartolerie, uffici postali, negozi specializzati in articoli per bambini, collezionabili per bambini venduti in edicola…). Aggiungendo anche l’apporto della GdO, il valore realizzato dal comparto si aggirerebbe attorno ai 200 milioni di euro (-6,8% sul 2011).
Secondo stime AIE su dati IE – Informazioni editoriali, nel 2012 in Italia sono stati pubblicati 5.164 titoli di libri per bambini e ragazzi (per oltre 33 milioni di copie stampate), pari al 7,8% dell’intera produzione editoriale delle case editrici italiane. Il segmento 0-13 anni si conferma al terzo posto tra i generi più venduti nelle librerie fisiche (dati forniti dal servizio Arianna+ di IE), preceduto dalla narrativa e dalle biografie (al primo posto) e dalle scienze sociali e umane (al secondo) e con un peso (10,8%) in linea con il 2011 (quando rappresentava il 10,7%). Osservando poi l’andamento mese per mese, emerge come i picchi nelle vendite di libri per ragazzi siano nel periodo natalizio e all’inizio delle vacanze estive (quando queste arrivano a superare le vendite del settore adulti), a sottolineare l’importanza che la lettura detiene sia come regalo sia come sostituto temporaneo delle lezioni, infine come mezzo di intrattenimento per bambini e ragazzi.
A registrare i volumi più elevati di vendite nel 2012, sono, più in dettaglio, i libri della fascia 3-4 anni (27,8%), probabilmente grazie al forte successo editoriale dei libri di Silvia D’Achille su Peppa Pig. Al secondo posto per vendite troviamo le pubblicazioni pensate per la fascia 7-8 anni (21,9%), con la forza dei long-seller Geronimo Stilton e Harry Potter, e al terzo la fascia 5-6 anni (18,51%). Salendo oltre gli 8 anni, i pesi percentuali diminuiscono drasticamente: 13,47% per i 9-10, fino ad arrivare a un 9,58% per gli 11-13 anni.
La spesa media annua per bambino (0-14 anni, solo canali trade) è stata, nel 2012, pari a 18,7 euro, un valore bassissimo e che quasi triplica (48,5 euro) se la spesa viene calcolata per bambino lettore (6-14, solo canali trade).
Stando agli ultimi dati stimati da Liber, nel 2011 gli editori italiani attivi nel settore ragazzi risultano essere 184 (erano 198 nel 2010), le novità pubblicate sono 2.267 (-4,6%) e i Paesi da cui si sono acquisiti i diritti per i titoli pubblicati sono stati (guardando solo alle novità) soprattutto il Regno Unito, gli Stati Uniti, la Francia, la Germania, Paesi Bassi e Spagna.
Se il settore non si flette completamente alla crisi, il merito è proprio dei più piccoli, che leggono più della media italiana: stando agli ultimi dati Istat, il 46% degli italiani con più di 6 anni legge almeno un libro in un anno (circa 26,2 milioni di persone), ma le percentuali salgono notevolmente se si considerano le sole fasce più giovani. La lettura coinvolge, infatti, il 54,3% dei bambini tra i 6 e i 10 anni (nel 2002 era il 45,2%), il 60,8% dei ragazzi tra gli 11 e 14 anni (percentuale praticamente identica a dieci anni fa) e il 59,8% dei 15-17enni (contro 53,7% del 2002). Percentuali di penetrazione ancora più elevate per la lettura prescolare: il 63,3% dei bambini di 2-5 anni legge, colora, sfoglia libri o albi illustrati tutti giorni al di fuori dell’orario scolastico. Sembra, dunque, che i bambini diminuiscano la propria attitudine alla lettura con l’inizio delle scuole elementari, a dimostrare come siano probabilmente più i genitori che gli insegnanti i veri promotori dell’importanza di questa esperienza percettiva e formativa.
La nostra forza sta nel fatto che i ragazzi leggono più degli adulti” – ha evidenziato ancora Monaco – “È in questa fase della vita che se si semina, si semina bene per sempre: la vera sfida che ci attende è dunque quella di accrescere ulteriormente lo sviluppo della lettura nei primi anni di vita e poi di saperlo conservare”.
Il motivo del forte attaccamento al libro dei bimbi più piccoli viene intravisto nel cambiamento d’approccio operato dai genitori italiani, i quali, essendo maggiormente scolarizzati, investono più delle generazioni precedenti nel futuro dei propri figli e nella loro formazione. A ciò si aggiungono la maggior diffusione di settori dedicati nelle librerie e le trasformazioni (nei materiali, formati, colori, storie…) che le case editrici hanno apportato ai propri prodotti pensati per la prima infanzia.
L’offerta editoriale rivolta ai più piccoli ha continuato, dunque, a crescere in maniera significativa negli ultimi anni, non solo in termini quantitativi, ma anche qualitativi, e questa crescita ha coinvolto in particolare il comparto digitale. Mentre nel 2011 i titoli e-book in commercio nelle librerie italiane online erano 1.182, nel 2012 si è giunti a quota 2.177 (+84%), sulla scia dell’elevata alfabetizzazione al mezzo da parte dei piccoli lettori digitali. Il 53,1% di coloro che hanno tra i 6 e i 10 anni utilizza, infatti, il pc (il 32,8% con cadenza settimanale) e il 76,3% nella stessa fascia d’età dichiara di accedere a Internet (dati Istat).
L’e-book rappresenta, inoltre, solo una delle molte declinazioni che l’editoria può raggiungere in tempi di multicanalità e villaggio globale. Contenuti multimediali, enhanced books, libri interattivi, applicazioni: forti sono anche in Italia le attenzioni per queste manifestazioni, come ha dimostrato il “Bologna Ragazzi Digital Award 2013”, il premio internazionale – giunto quest’anno alla seconda edizione – promosso da Bologna Fiere in collaborazione con la rivista statunitense Children’s Technology Reviewal, al fine di incoraggiare le produzioni eccellenti ed innovative nell’ambito delle app derivate da libri e indirizzate a bambini e ragazzi dai 2 ai 15 anni di età. Tra oltre un centinaio di candidature, il premio della categoria “fiction” è andato a “Four Little Corners” (Spagna), quello per la categoria “non fiction” a “War Horse” (Gran Bretagna); in mezzo alle 10 finaliste, è finita anche una app italiana, “IdentiKat”.
I vincitori sono stati proclamati durante il “TOC Bologna 2013” (Tools of Change for Publishing), la conferenza internazionale sulle ultime novità dell’editoria digitale, che, con oltre 300 operatori da 40 Paesi di tutto il mondo, si è svolta il 24 marzo scorso, alla vigilia della 50a edizione della Fiera del Libro per Ragazzi (25-28 marzo).
In tale occasione, sono stati diffusi anche alcuni dati che ben si inseriscono nel dibattito sul digitale riferito a questa precisa fetta del mercato editoriale: si tratta dei risultati di un sondaggio online lanciato, nel mese di gennaio, da Filastrocche.it, Happi ideas, Mamamò e Nati per Leggere, in collaborazione con AIB (Associazione Italiana Biblioteche), MLOL (MediaLibraryOnLine) e FattoreMamma. Hanno risposto in 1000 tra genitori (il 78,5% del campione), insegnanti o educatori (9%) e bibliotecari (7%), coinvolti principalmente con bambini dai 3 ai 10 anni. I rispondenti sono soprattutto donne (87,8%), hanno un’età media di 39 anni, un livello d’istruzione piuttosto alto (circa il 68% possiede una laurea o titolo post laurea) e una propensione tecnologica superiore alla media italiana (intuibile anche dalle modalità di raccolta dei dati): utilizza abitualmente il computer oltre l’85% del campione, lo smartphone il 53% e un tablet il 44% (anche se solo il 29,3% degli insegnanti e il 25,9% dei bibliotecari usano un tablet).
È emerso che – nonostante sia aumentata la qualità editoriale dei libri digitali per ragazzi – solo il 30,3% dei genitori italiani utilizza e-book con i propri bambini (nel caso di bibliotecari la percentuale scende al 25,7%), mentre quasi il 70% preferisce leggere loro libri cartacei.
La motivazione principale di chi dichiara di non aver mai usato e-book è la preferenza per i libri cartacei (62,7%); i timori più grandi sono di perdere la “magia del libro” (nel 78% dei casi), l’esperienza cioè sensoriale e tattile, e la possibilità che si disincentivino creatività, concentrazione e autonomia nella lettura. Tra le motivazioni che portano a preferire la carta, si evidenzia anche un buon 13,9% che ancora dichiara di non sapere dell’esistenza di libri digitali per bambini e un 23,7% che dice di non avere i supporti necessari alla lettura (percentuale che arriva al 33,3% tra gli insegnanti e al 44% tra i bibliotecari); da quest’ultimo dato si può rilevare una tendenza ad associare il libro digitale a devices mobili più che al computer.
Sulla scelta di fare uso di libri digitali per bambini, incide, infatti, soprattutto il possesso di un tablet, tanto che esso rappresenta il device più utilizzato per la lettura (68,6%) e tanto che il formato più sfruttato per fruire i libri virtuali risulta essere l’applicazione (oltre il 51%). Le caratteristiche maggiormente apprezzate nel libro digitale sono l’illustrazione e una bella veste grafica e, a seguire, l’interattività.
I libri digitali vengono usati soprattutto quando si è in viaggio, negli spostamenti in auto o quando occorre intrattenere i bambini (oltre 61%). I libri di carta rimangono i preferiti per le storie della buonanotte (oltre il 71% ne fa uso). Ciò è legato, in particolare, alle aspettative che si hanno quando si sceglie uno dei due mezzi: da un libro cartaceo ci si attende una buona storia, capace di stimolare la fantasia, mentre a un libro digitale si chiede il coinvolgimento, il divertimento, lo stimolo all’autonomia e una capacità educativa.
Nel 50,8% dei casi i bambini leggono libri digitali in compagnia di un adulto, contro il 31,4% che legge da solo ma in presenza di un adulto e un 17,8% che ha un approccio totalmente autonomo. Oltre il 72% di chi usa libri digitali per bambini considera la qualità dei contenuti abbastanza buona o buona. La problematica maggiore rilevata riguarda la carenza di titoli in italiano.
Per trovare buoni titoli digitali, le fonti maggiormente usate sono gli articoli e le recensioni online, seguiti dal passaparola e dai motori di ricerca. Genitori ed educatori sono disposti (oltre il 55% dei casi) a spendere almeno 4,99 Euro per un libro digitale di pregio (solo il 15,8% li scarica esclusivamente se offerti in forma gratuita). Qualità e disponibilità di contenuti in lingua italiana vengono indicati come i due elementi più influenti sulla propensione all’acquisto. Tuttavia ben l’88% di chi ha scaricato libri digitali si è rivolto a contenuti in lingua straniera.
Ci si imbatte, dunque, in conclusione, in un vero e proprio gap generazionale: da una parte abbiamo i piccoli nativi digitali che hanno buona familiarità con la tecnologia, di certo superiore a quella dei propri genitori; questi ultimi, dall’altra parte, riconoscono ancora il fortissimo valore pedagogico della carta. Resta da vedere, dunque, come si evolverà il rapporto tra queste due diverse anime dello stesso fenomeno.

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Cultura, la nuova via per lo sviluppo occupazionale

Analizzando i dati Istat e Unioncamere, è possibile individuare le più recenti tendenze relative all’andamento occupazionale italiano. Diminuiscono le previsioni di assunzione per gli stranieri, mentre crescono quelle provenienti dalle imprese della cultura

In questi mesi l’economia italiana è stata caratterizzata dal perdurare di alcune criticità e debolezze, che si sono inevitabilmente riversate sulle dinamiche del mercato del lavoro. È scattato l’allarme occupazionale tra i giovani, soprattutto tra quelli residenti nel Mezzogiorno, sono diminuite le previsioni di assunzione per i lavoratori stranieri, si è lamentato un forte immobilismo nelle scelte occupazionali delle imprese, frutto in primis dell’incertezza e della sfiducia per gli esiti delle decisioni del governo in materia di politica economica e sociale.
Eppure alcuni indizi permettono di delineare una nuova strada per lo sviluppo nazionale. Collocarsi strategicamente in questa nuova strada nel corso delle proprie scelte di formazione e di professione potrebbe rappresentare una sorta di salvezza, nella speranza che intervengano presto anche interventi consapevoli dall’alto.
Cerchiamo però di andare con ordine e di analizzare nel dettaglio, dati alla mano, tutte le più recenti tendenze individuate nell’andamento occupazionale italiano.
Occupati e tasso di occupazione
Gli ultimi dati certi resi disponibili dall’Istat riguardano il secondo trimestre 2012, quando il numero degli occupati in Italia ha registrato, rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, una diminuzione dello 0,2%, pari a -48.000 unità (passando da circa 23.094.000 a 23.046.000 occupati). Il dato è dovuto principalmente a un calo dell’occupazione maschile (-1,5%, cioè -199.000 unità), diffuso in tutto il territorio nazionale e compensato solo in parte dal protrarsi, soprattutto al Nord e nel Mezzogiorno, di un andamento positivo per l’occupazione femminile (+1,6%, pari a 151.000 unità).
Per la fascia compresa tra i 15 e i 64 anni, il tasso di occupazione (dato dal rapporto tra gli occupati e la popolazione di riferimento) si attesta, allora, nel secondo trimestre 2012, al 57,1%, calando di 0,1 punti percentuali rispetto al secondo trimestre 2011, con intensità leggermente più ampia nel Mezzogiorno (-0,2 punti percentuali, dove il tasso si posiziona al 44,2%) e con riferimento agli uomini (-1,1%, pari a un tasso del 66,8%); sale parallelamente al 47,5% il tasso di occupazione femminile (+0,8%).
Diminuisce l’occupazione giovanile, con un tasso che scende dal 45% del secondo trimestre 2011 al 43,9% del secondo trimestre 2012, per i 15-34enni, e dal 19% al 18,9% per i 15-24enni. Al calo dell’occupazione per i più giovani e per i 35-49enni, si contrappone l’aumento per gli over 50, soprattutto per quelli a tempo indeterminato.
Confrontando il secondo trimestre 2012 con quello 2011, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una significativa riduzione (dal 63,5% al 61,5%), a fronte di un intenso calo per gli uomini (dal 77,5% al 72,7%) e di un contenuto accrescimento per le donne (dal 50,9% al 51,5%).
Tuttavia, considerando le stime su base annuale, se da una parte prosegue la significativa riduzione dell’occupazione italiana, con -133.000 unità (anche in questo caso pesa in primis la componente maschile, con -196.000 unità), dall’altra cresce quella straniera (+85.000 unità).
Alla modesta crescita delle posizioni lavorative dipendenti si contrappone il persistente calo di quelle autonome. Con riferimento ai diversi settori, si nota come l’agricoltura abbia registrato una crescita del numero di occupati nelle posizioni lavorative dipendenti e autonome del Nord e nelle sole posizioni alle dipendenze del Mezzogiorno. L’industria ha conosciuto una nuova e più robusta riduzione (-2,2% nel secondo trimestre 2012, rispetto allo stesso periodo del 2011, pari a -104.000 unità) su tutto il territorio e coinvolgendo sia dipendenti che indipendenti, soprattutto nelle imprese di medio- grande dimensione; anche nelle costruzioni l’occupazione continua a diminuire (-5,1%, pari a -98.000 unità), soprattutto per i dipendenti residenti nel Centro e, ancor più, nel Mezzogiorno. Il terziario riporta, infine, un moderato aumento (+0,6%, pari a 101.000 unità), dovuto esclusivamente all’aumento dell’occupazione dipendente, in particolare della componente più adulta (55 anni e oltre) e di quella a tempo parziale.
Calano, nel secondo trimestre 2012, le figure lavorative a tempo pieno (-2,3%, pari a -439.000 unità rispetto al 2011), soprattutto tra i lavoratori autonomi (-3,8%, pari a -196.000 unità) e tra quelli dipendenti a tempo indeterminato (-1,9%, pari a -236.000 unità), a fronte della sostanziale stabilità tra quelli a tempo determinato.
Aumentano parallelamente gli occupati a tempo parziale (del 10,9% su base annua, segnando un +391.000 unità), anche se si tratta principalmente di part-time involontari, accettati, cioè, in mancanza di alternative full-time.
Continua poi a crescere il numero dei dipendenti a termine (+4,5% pari a 105.000 unità), ma esclusivamente nelle posizioni a tempo parziale, coinvolgendo per circa i due terzi lavoratori di età inferiore a 35 anni e soprattutto nell’agricoltura, negli alberghi e ristorazione, nella sanità.
Disoccupati e tasso di disoccupazione
Cresce in modo considerevole, nel secondo trimestre 2012, il numero di disoccupati in cerca di occupazione (+38,9% rispetto allo stesso periodo del 2011, pari a +758.000 unità), fenomeno che coinvolge sia uomini sia donne e l’intero territorio nazionale, con un picco, in termini assoluti, a Sud, dove sono stati individuati 339.000 disoccupati in più, contro i 288.000 in più al Nord e i 132.000 in più al Centro (in termini percentuali è invece il Nord ad aver visto l’aumento più alto della disoccupazione, pari a +43,8%, seguito rispettivamente da Centro e Sud). I disoccupati in Italia si attestano, così, a 2.705.000 (1.475.000 sono uomini e 1.231.000 sono donne).
Circa la metà di tale aumento della disoccupazione è da ricondursi a persone con almeno 35 anni, mentre sono 586.000 i disoccupati tra i 15 e i 24 anni (152.000 in più rispetto al secondo trimestre 2011), pari al 9,7% della popolazione totale appartenente a questa fascia di età
Si amplia anche la disoccupazione straniera, con +58.000 uomini e +34.000 donne alla ricerca di lavoro, su base annua.
L’incremento dei disoccupati riguarda soprattutto persone che hanno perso la precedente occupazione (+48,1% nel secondo trimestre 2012 in confronto all’anno prima, pari a 448.000 unità), le quali arrivano a rappresentare il 51% del totale dei disoccupati. Sembra, tuttavia, innalzarsi pure il numero degli inattivi che, in possesso di passate esperienze lavorative, sono ora nuovamente alla ricerca di una professione (+32,6%, pari a 150.000 unità) e il numero delle persone alla caccia del primo impiego (+28,8%, pari a 159.000 unità).
Aumenta anche la disoccupazione di lunga durata (dodici o più mesi), che sale dal 52,9% del secondo trimestre 2011 all’attuale 53,1%.
Il tasso di disoccupazione (dato dal rapporto tra le persone in cerca di un lavoro e la corrispondente popolazione di riferimento, esclusi gli inattivi) risulta allora in crescita di 2,7 punti percentuali rispetto allo scorso anno, assestandosi al 10,5% (dal 6,9% del 2011 all’attuale 9,8% per gli uomini e dal 9% all’11,4% per le donne).
Al Nord la crescita percentuale del tasso di disoccupazione (dal 5,2% al 7,3%) è dovuta principalmente alla componente maschile, al Centro (dal 6,6% all’8,9%) le differenze di genere non appaiono rilevanti, infine nel Mezzogiorno l’incremento coinvolge soprattutto gli uomini (dall’11,6% al 16%), ma in misura significativa anche le donne (dal 15,6% al 18,9%).
Cresce il tasso di disoccupazione per gli stranieri (del 10,9 del 2011 al 13,6% del 2012), sia uomini (dall’8,5% al 12,1%) che donne (dal 14,1% al 15,4%).
Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale dal 27,4% del secondo trimestre 2011 al 33,9% del 2012, con un picco del 48% per le giovani donne del Mezzogiorno.
Inattivi e tasso di inattività
Rispetto al 2011, si riduce del 4,9% il numero degli inattivi (cioè i non occupati che non sono alla ricerca di un lavoro) tra i 15 e 64 anni, pari a -729.000 unità, frutto di un forte decremento della componente italiana (-809.000 persone, la maggior parte delle quali, 501.000, donne), solo in parte compensato dall’incremento di quella straniera (+80.000 unità). In base agli ultimi dati certi disponibili, si attestano a quota 14.288.000 gli inattivi in Italia.
La riduzione dell’inattività riguarda in misura maggiore le donne e, in termini assoluti, coinvolge principalmente il Mezzogiorno (– 334.000 unità pari a -4,9%) e il Nord (- 268.000 unità, cioè -4,8%), meno il Centro (-127.000 unità, comunque pari a -4,9%).
Diminuiscono soprattutto quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare e, in quattro casi ogni dieci, si riducono gli inattivi della fascia tra i 55 e i 64 anni, rimasti presumibilmente nell’occupazione a causa dei vincoli sempre maggiori per l’accesso alla pensione.
Con riferimento alle motivazioni date per la mancata ricerca del lavoro, si rileva una crescita dello scoraggiamento (+15,3%, pari a 221.000 unità) e dei motivi non compresi tra quelli indicati (+6,5%, pari a 102.000 unità) e, per contro, una flessione dei motivi di studio (-2,6%), di quelli familiari (-8%, pari a -197.000 unità), di coloro che attendono l’esito di passate ricerche (-11,2%) e soprattutto delle persone non interessate a trovare un lavoro (-14,6%, pari a -675.000 unità).
Il tasso di inattività si attesta, allora, nel secondo trimestre 2012, tra i 15-64enni, al 36,1%, riducendosi di 1,8 punti percentuali sul 2011. Il calo coinvolge in misura maggiore le donne (dal 48,6% al 46,3%) rispetto agli uomini (dal 27% al 25,8%) e il Mezzogiorno (dal 48,8% al 46,6%). Il trend in discesa riguarda poi anche le donne straniere (dal 40,7% al 39,1%), mentre gli uomini stranieri conoscono un aumento del tasso di inattività (dal 15,3% al 17,2%).
Dati Unioncamere-Ministero del Lavoro: previsioni occupazionali
Se i dati pubblicati nei giorni scorsi dall’Istituto nazionale di statistica lasciano intravedere ben pochi spiragli di ripresa per l’occupazione nazionale, le stime riferite ai prossimi mesi e diffuse recentemente da Unioncamere e Ministero del Lavoro non fanno che confermare il difficile scenario, soprattutto per le più deboli economie meridionali.
Il clima di preoccupazione e instabilità che attualmente contraddistingue l’economia italiana – sostengono i promotori dell’indagine – spinge le imprese a improntare alla massima cautela i propri programmi di assunzione. In termini assoluti, sono, infatti, poco più di 631.000 le assunzioni di dipendenti che le imprese prevedono di effettuare nel 2012, cioè il 25% in meno rispetto al 2011. Allo stesso tempo si evidenzia una riduzione delle uscite attese (-18%), ferme a quota 762.000, denotando un contesto di crescente staticità occupazionale per le imprese, frutto probabilmente dell’incertezza per l’esito della riforma del mercato del lavoro. Il tasso di entrata (5,5%) risulta comunque inferiore rispetto a quello di uscita (6,7%), per questo il saldo occupati previsto per il 2012 risulta negativo per 130.510 unità. Si tratta – è bene sottolinearlo – di una contrazione occupazionale per i dipendenti relativamente più ridotta rispetto a quella registrata nel 2009-2010, quando si determinarono saldi negativi rispettivamente di 213.000 e 178.000 posti di lavoro. L’allarme occupazionale – ci dice ancora Unioncamere – sembra essere più forte al Sud, dato che sulle 70 province nelle quali il calo dell’occupazione dipendente andrà al di sotto della media nazionale (-1,1%), 35 sono del Meridione, partendo da Enna, Ragusa e Siracusa (che superano o si aggirano intorno al -3%) e finendo con Avellino (-1,3%). Unica eccezione sembra essere Napoli (-0,8%).
Prospettive d’assunzione per gli stranieri
Stime in negativo sono state poi registrate, sempre da Unioncamere e Ministero del Lavoro, anche con riferimento alle prospettive occupazionali degli immigrati nell’industria e nei servizi: nel 2012 le imprese prevedono infatti di assumere 22.420 stranieri in meno rispetto al 2011 (saldo tra i 60.570 posti messi a disposizione quest’anno e gli 82.990 dell’anno scorso, pari al -27%) e il calo si concentrerà maggiormente nelle imprese con meno di 50 dipendenti presenti al Nord. Ciononostante i dati confermano quanto quella immigrata sia ormai una componente fondamentale e strutturale della forza lavoro nazionale: nel 2012 dovrebbe, infatti, aumentare la quota dei lavoratori immigrati sul totale delle assunzioni (passando dal 16,3% dello scorso anno al 17,9% di quest’anno), poiché la domanda di lavoro rivolta al personale italiano dovrebbe calare in misura maggiore rispetto a quella rivolta al personale straniero.
Imprese della cultura dimostrano una tenuta occupazionale
Eppure, affianco a valutazioni e previsioni così poco incoraggianti, Unioncamere e Ministero del Lavoro intravedono anche qualche segnale di ripresa dal punto di vista occupazionale, identificando la strada della cultura come fondamentale per il rilancio. Le imprese che competono grazie alla qualità e alla cultura sembrano, infatti, dimostrare una particolare tenuta occupazionale: il numero di occupati del settore è cresciuto, dal 2007 al 2011, a un ritmo medio annuo dello 0,8% (circa 55.000 posti di lavoro in più complessivamente), a fronte di una flessione media annuale dello 0,4%; anche quest’anno, pur arretrando sotto i colpi della crisi, l’occupazione in queste imprese delinea una resistenza maggiore (-0,7%, pari a -4.900 dipendenti sul 2011) rispetto all’insieme delle altre imprese (-1,2%, pari a -125.600 unità). Le assunzioni stimate dalle imprese della cultura per il 2012 sono, in termini assoluti, 32.250 (di cui 22.880 non stagionali e 9.370 stagionali), pari al 5,6% del totale.
L’occupazione creata dalle imprese della cultura risulta orientata principalmente verso le professioni high-skill (costituiscono il 48,2% del totale assunzioni non stagionali previste, contro il 20% delle altre imprese). Forte attenzione viene posta, di conseguenza, al titolo di studio, ritenuto molto o abbastanza importante da parte di quasi due terzi delle imprese della cultura, a fronte di meno della metà nel caso delle altre aziende: la laurea è richiesta per il 28% delle assunzioni in programma (contro il 13,7% riferito alle altre imprese).
Gli indirizzi di studio più richiesti dalle imprese del sistema produttivo culturale sono quelli dall’elevato contenuto scientifico, tecnologico, e tecnico. Tra i primi cinque indirizzi di laurea richiesti, ad esempio, tre sono legati all’ingegneria (Ingegneria elettronica e dell’informazione è il più richiesto, pari al 36,7% del totale assunzioni di laureati previste), poi vi sono quello scientifico-matematico (6,5%) e quello economico (21,8%).
Le professioni culturali più ricercate sono gli “analisti e progettisti di software” (22%), seguiti dagli “operatori di apparati per la ripresa e la produzione audio-video” (8,8%) e dai “cuochi in alberghi e ristoranti” (6,6%). Elevata attenzione anche a figure in grado di studiare il mercato: previste oltre mille assunzioni non stagionali tra “tecnici della vendita e della distribuzione”, “tecnici del marketing” e “specialisti nei rapporti con il mercato”.
Ancor più importante viene considerata poi l’esperienza: la ritiene importante ai fini dell’assunzione il 63,6% delle imprese della cultura, contro 53,4% della media delle imprese.
Cercando personale altamente qualificato, competente e con esperienza, le imprese della cultura lamentano maggiori difficoltà nel reperire le figure di cui necessitano rispetto alle altre imprese, difficoltà legate principalmente alla carenze di preparazione nei candidati (o alla carenza dei candidati stessi, con riferimento ai profili low-skill richiesti, segno del declino di alcune professioni tra i più giovani).
Infine le imprese della cultura sembrano offrire una maggiore stabilità contrattuale rispetto alle altre imprese (le assunzioni a tempo indeterminato sono circa il 43%, contro il 41%).
Di fronte a simili considerazioni, ci si stupisce di come in Italia manchi “un quadro organico di politiche economiche basate sul potenziale produttivo del settore culturale”, come ha evidenziato Ferruccio Dardanello, presidente Unioncamere, in occasione della presentazione dei risultati. “È ancora diffusa l’idea” – ha proseguito – “che con la cultura non si mangi, ma i successi del Made in Italy, di cui tanta parte discende proprio dalla nostra cultura del fare e del vivere, vengono da questo patrimonio inesauribile”.
Utile sarebbe concentrare proprio sulle molte opportunità che si delineano nell’industria culturale gli sforzi di rinnovamento delle politiche sociali ed economiche del Belpaese. Le imprese italiane sembrano pronte a tendere le braccia a un nuovo paradigma di crescita, fondato sulla qualità, sulla creatività, sul giusto connubio tra innovazione e valorizzazione dei saperi locali. L’importanza strategica della cultura è stata spesso sottovalutata e sacrificata sull’altare dell’urgenza di sanare il debito pubblico. Delineare modelli di sviluppo capaci di comprendere pienamente la tendenza in corso sembra essere allora, in conclusione, la vera grande sfida da rivolgere al sistema politico italiano.
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Agroalimentare made in Italy: contrastando il falso, esportazioni triplicate

Record di esportazioni per il 2011, ma anche la persistenza di prassi illecite, colpevoli di bloccare la libera iniziativa economica

Pizza, mafia e mandolino. Ci siamo quasi: stereotipi che si confermano, primati che ci incoraggiano, stime che un po’ sorprendono e spiragli di ripresa. In questo sembra riassumersi l’attuale contesto dell’agroalimentare italiano.

Cominciamo con un dato positivo: stando ad un’analisi diffusa da Coldiretti e basata sugli andamenti registrati nel commercio estero agroalimentare dall’Istat, il valore delle esportazioni nel settore avrebbe raggiunto nei primi nove mesi del 2011 il suo massimo storico, arrivando a circa 30 miliardi, con una crescita di 9 punti percentuali. Destinatari di tali esportazioni sono stati principalmente i Paesi dell’Unione Europea, dove si sono concentrati i 2/3 del fatturato estero complessivo (con un rialzo dell’8%), gli Stati Uniti, dove l’esportazione del Made in Italy nelle tavole ha incrementato il proprio valore di dieci punti percentuali, e i mercati emergenti come quelli asiatici, dove l’aumento è stato addirittura del 18%, arrivando quasi a toccare la quota statunitense.

A rafforzare il proprio trend di crescita sono stati soprattutto i comparti più tradizionali dell’agroalimentare Made in Italy: il vino, ad esempio, ha aumentato il proprio valore d’esportazione di 25 punti percentuali; il formaggio – soprattutto grana e parmigiano reggiano, i più apprezzati – di ben 26 punti; l’olio di oliva ha registrato un +9%, la pasta un +7%, stabile, invece, l’ortofrutta.

Colpiscono, tuttavia, alcuni risultati, come quelli riferiti all’export della birra italiana in Gran Bretagna (grande produttrice della bevanda), in crescita record del 18%, o all’export dello spumante in Russia – con un +40% che rende quest’ultima al quarto posto tra i Paesi esteri di destinazione – o, ancora, quelli relativi all’esportazione di formaggi italiani in Francia (+22%), tradizionalmente molto nazionalista in questo ambito.

Le performance positive registrate sui mercati internazionali dal settore più rappresentativo dell’economia reale dimostra” – sottolinea Sergio Marini, Presidente di Coldiretti – “che il Paese può tornare a crescere solo se investe nelle proprie risorse che sono i territori, l’identità, la cultura e il cibo”. Recuperare, dunque, le proprie radici per ridare slancio e vitalità all’economia italiana, puntando sull’esternalizzazione, sulla diffusione all’esterno di modelli produttivi e di consumo: questa, in estrema sintesi, l’interpretazione offerta ai dati riportati. L’agroalimentare – conclude Marini – “è una leva competitiva formidabile per trainare il Made in Italy nel mondo”.

Il prodotto più importante dell’export agroalimentare nazionale si rivela essere il vino, con oltre la metà del fatturato realizzato dalle aziende italiane all’estero nei primi 9 mesi del 2011, stimato in quasi 4 miliardi di euro, con un aumento del 13,6% rispetto all’anno precedente. Cresce parallelamente il numero di ettolitri esportati, arrivando a quota 17 milioni e registrando, di conseguenza, un +13%.

Ad apprezzare il nostro vino sono, come già accennato, principalmente i Paesi dell’Unione europea, con aumenti in valore pari al 13% e con in testa la Germania. Gli Stati Uniti sono, invece, destinatari di poco meno di un quarto del fatturato estero, registrando nel 2011 un aumento record in valore pari al 17%. Sorprendenti gli incrementi registrati nei Paesi asiatici, in particolare in Cina, dove il valore delle esportazioni sembra essere praticamente raddoppiato (+87%).
Tale primato nelle esportazioni sembra stridere, in realtà, con i dati diffusi dall’Istat, ed elaborati da Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo-Alimentare) e Uiv (Unione Italiana Vini), relativamente alla produzione di vino in Italia, stabilizzatasi nel 2011 su livelli ai minimi storici; a fronte di una produzione stimata, a metà dicembre 2011, attorno ai 40 milioni di ettolitri (contro i 42 milioni indicati a settembre), è stata, infatti, registrata una caduta record del 14,2% sul 2010 (quando si erano contati 46,7 milioni di ettolitri).

Dal punto di vista qualitativo, oltre il 60% della produzione è stato destinato a uno dei 517 vini Docg, Doc e Igt riconosciuti in Italia. Questa tendenza negativa ha imposto una revisione della classifica mondiale dei Paesi produttori di vino, con la conseguente perdita, da parte dell’Italia, della propria supremazia produttiva, a favore della Francia, che, con i suoi 50,2 milioni di ettolitri (in aumento di 11 punti percentuali rispetto al 2010), raggiunge il primo posto. I 39,9 milioni di ettolitri prodotti in Spagna (con un leggero calo del 2%) rende anche questo Paese un potenziale pericolo per l’Italia, essendo lo scarto tra Roma e Madrid pari ad appena 218 mila ettolitri.

Al quarto posto della classifica mondiale dei produttori di vino, si attestano gli Stati Uniti, con 18,7 milioni di ettolitri, in calo di 6 punti percentuali sul 2010 (ha pesato, in particolare, il -10% registrato in California, primo polo produttivo della zona). In calo anche la vendemmia in Argentina, al quinto posto, con un -10% e 14,6 milioni di ettolitri prodotti. L’Australia, in sesta posizione, ha totalizzato all’incirca gli stessi quantitativi del 2010, mantenendosi sui 10 milioni e mezzo di ettolitri. Cresce, invece, a due cifre la produzione nel Cile – con un + 15,5% e oltre 10 milioni e mezzo di ettolitri realizzati – che arriva, così, a raggiungere la settima posizione. Superano i 10 milioni prodotti anche la Cina (in ottava posizione, con 10,4 milioni di ettolitri, in calo di 4 punti percentuali sul 2010) e il Sudafrica (con un +2% sul 2010).
Riprende, dopo un 2010 in forte decrescita – la produzione in Nord Europa e nei Peco (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale), tanto da rendere probabile – conclude l’analisi Ismea-Uiv – il fatto che “il 2012 vedrà smorzarsi le forti richieste di vino sfuso effettuate da questi Paesi sia in Italia che in Spagna”: crescono Germania (+28%) e Austria (+45%), ma anche Romania (+31%), Bulgaria (+55%), Ungheria (+27%), Repubblica Ceca e Slovacchia.

Tornando al contesto italiano, si rileva, poi, dal punto di vista dei prezzi di scambio, un aumento – nei primi cinque mesi della campagna di commercializzazione, da agosto a dicembre 2011 – dei valori medi dei vini comuni di oltre 28 punti percentuali, rispetto allo stesso periodo del 2010: per il comparto dei rossi è stato registrato un +28,8% (il prezzo di scambio è stato in media 3,65 euro per ettolitro/grado, franco cantina), mentre per quello dei bianchi un +27,6% (3,81 euro per ettolitro/grado).

I buoni risultati rilevati sul settore esportazioni non sembrano attualmente aver portato adeguati benefici alle imprese agricole, confermando – conclude Coldiretti – le “pesanti distorsioni che permangono nel passaggio degli alimenti lungo la filiera dal campo alla tavola”.

L’andamento positivo delle esportazioni potrebbe, inoltre, essere ulteriormente ottimizzato se si riuscisse a combattere efficacemente la cosiddetta “agropirateria” internazionale e, ancor più, “l’Italian sounding”, la tendenza, cioè, a sfruttare economicamente parole, immagini, denominazioni e ricette che evocano il contesto italiano, pur essendo legate a prodotti alimentari che nulla hanno a che vedere con le produzioni nostrane; a differenza dell’agropirateria, la contraffazione vera e propria perseguibile penalmente, l’Italian sounding si muove in una zona grigia che può essere eliminata solo attraverso regole e accordi internazionali che impongano l’assoluta trasparenza sulla qualità delle materie prime e sui processi produttivi utilizzati dagli operatori dell’intera filiera.

Se sul piano nazionale sono stati recentemente scoperti la falsa mozzarella di bufala dop, vino ed olio etichettati come doc e dop senza documenti di tracciabilità, a livello internazionale le più copiate al mondo – prosegue Coldiretti – sono le denominazioni Parmigiano Reggiano e Grana Padano (con “il Parmesan diffuso in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia fino al Giappone”, o il “Parmesao in Brasile, il Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesao in tutto il Sud America, ma anche Pamesello in Belgio o Parmezan in Romania”), ma anche il Romano, l’Asiago e il Gorgonzola, prodotti negli Stati Uniti; anche alcuni marchi storici trovano una loro imitazione estera, come la mortadella San Daniele e il prosciutto San Daniele prodotti in Canada; e ancora: vino “tarocco”, come il barbera bianco romeno o il Chianti californiano, l’olio Romulo venduto in Spagna con tanto di lupa capitolina, imitazioni di soppressata calabrese e pomodori San Marzano negli States, il provolone del Wisconsin, il pesto tailandese “Spicy thai” e una strana “mortadela” siciliana prodotta in Brasile. Gli esempi sono molti e capaci di strappare facilmente un sorriso, ma si tratta pur sempre di un riso piuttosto amaro: stando, infatti, alle stime riportate da Coldiretti (sulla base della prima relazione sulla contraffazione nel settore alimentare, elaborata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale e presentata nel corso di un incontro presso la sede romana di Coldiretti, lo scorso giovedì 19 gennaio 2012, al quale hanno partecipato, tra gli altri, il Ministro per le Politiche Agricole Mario Catania, il Procuratore Antimafia Pietro Grasso e il Presidente della Coldiretti Sergio Marini), il falso alimentare Made in Italy fatturerebbe ben 60 miliardi di euro, con tre prodotti alimentari italiani falsi su quattro. A spingere verso una simile prassi ingannevole è la volontà dei produttori esteri di assicurarsi un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, potendo contare sulla risonanza positiva che certi nomi detengono, sul sistema di valori riconosciuti e apprezzati a livello internazionale che essi veicolano. Si tratta di un vero e proprio danno – non solo economico, ma anche di immagine – inflitto alla nostra industria agroalimentare, banalizzata nella sua autentica tradizione ed eccellente qualità.

Con una radicale azione di contrasto al falso Made in Italy, che porti ad un recupero delle quote di mercato estero per un controvalore economico pari al 6,5% dell’attuale volume d’affari delll’“Italian sounding”, le esportazioni agroalimentari potrebbero addirittura triplicare, pareggiando la bilancia commerciale del settore. Si stima, inoltre, che dalla lotta alla contraffazione potrebbero derivare fino a trecentomila nuovi posti di lavoro.

Secondo i dati Coldiretti/Eurispes contenuti nella relazione sulla contraffazione, il volume d’affari delle agromafie ammonterebbe oggi a ben 12,5 miliardi di euro, pari al 5,6% dell’intero business criminale.

Le imprese agricole e i consumatori – precisa la Coldiretti – subiscono l’impatto devastante delle strozzature di filiera su cui si insinua un sistema di distribuzione e trasporto gonfiato e alterato troppo spesso da insopportabili fenomeni di criminalità che danneggiano tutti gli operatori. L’effetto è un crollo dei prezzi pagati agli imprenditori agricoli, che in molti casi non arrivano a coprire i costi di produzione, e un ricarico anomalo dei prezzi al consumo che raggiungono livelli tali da determinare un contenimento degli acquisti”.

Dal campo alla tavola, il prezzo dei prodotti viene triplicato, anche a causa dell’illecito intervento della malavita organizzata: le agromafie reinvestono i loro proventi soprattutto in attività agricole, “nel settore della trasformazione alimentare, commerciale e nella grande distribuzione”, condizionando la libera iniziativa economica e incrementando la concorrenza sleale. Oltre ad un aumento dei prezzi, le conseguenze negative per i consumatori riguardano anche la qualità dei beni acquistati, spesso spacciati come Made in Italy, ma ottenuti in realtà con materie prime importate e di bassa qualità.

La Commissione parlamentare d’inchiesta ha verificato, in particolare, come le nostre tasse finanzino addirittura la realizzazione di prodotti italiani solo nel nome, attraverso la “Società italiana per le imprese all’Estero Simest s.p.a.”, controllata dal ministero dello Sviluppo economico, senza alcun beneficio per il nostro Paese, ma incrementando, anzi, i comportamenti di concorrenza sleale prima descritti. Tali attività di delocalizzazione sottraggono opportunità di lavoro e occupazione al sistema Italia: è il caso dell’azienda casearia Lactitalia (partecipata da Simest al 29,5%), che produce in Romania formaggi con nomi italiani Caciotta e Pecorino, e della vendita all’estero del salame calabrese prodotto negli Stati Uniti e venduto a New York dalla salumeria Rosi del Gruppo Parmacotto.

Non è politicamente, economicamente e moralmente accettabile” – conclude il Presidente Sergio Marini – “che lo Stato, che rappresenta tutti i cittadini italiani, finanzi direttamente o indirettamente la produzione o la distribuzione di prodotti alimentari che contaminano il valore del territori facendo concorrenza sleale a tutte le produzioni tipiche vere espressioni di quei territori”; è per questo motivo che “la lotta alla contraffazione e alla pirateria” devono rappresentare per le istituzioni “un’area di intervento prioritaria per recuperare risorse economiche utili al Paese” e a “generare occupazione”.

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L’impatto delle nuove tecnologie

Tra conferme e disattese, ecco l’impatto delle nuove tecnologie nel contesto italiano

A fine anno l’Istituto nazionale di statistica (Istat) ha pubblicato un report dal titolo Cittadini e nuove Tecologie, che – con riferimento all’anno 2011 e basato su un campione di quasi 20 mila famiglie, per un totale di circa 48 mila individui – ha inteso indagare la portata dell’impatto relativo alle nuove tecnologie nel contesto italiano; quello che di seguito cercheremo di fare è riportare le principali conclusioni e tendenze evidenziate dall’Istat.

Ci si è innanzitutto concentrati sulla dotazione di beni e servizi tecnologici nelle famiglie italiane, che appare in crescita rispetto all’anno precedente: al di là del televisore, presente nel 96,3% delle famiglie (contro una percentuale di diffusione pari al 95,6% rilevata nel 2010), è il cellulare ad essere, tra gli oggetti appartenenti alle nuove tecnologie per l’informazione e la comunicazione, quello più diffuso, detenuto dal 91,6% delle famiglie (89,5% nel 2010); segue il decoder digitale terrestre, presente nel 67,1% dei casi, con un incremento, cioè, notevole rispetto al 2010 (quando la percentuale di riferimento era del 51,9%), grazie soprattutto al processo di progressivo abbandono del segnale analogico televisivo, a favore di una digitalizzazione dello stesso. Ampia diffusione anche per lettore DVD (63,2%) e videoregistratore (48,7%), seppur entrambi risultino in leggera flessione rispetto al 2010 (quando erano presenti rispettivamente nel 63,8% e nel 53,2% delle famiglie). Aumenta il numero di personal computer (dal 57,6% rilevato nel 2010 al 58,8% del 2011) e di famiglie che dispongono di un accesso a Internet, passate dal 52,4% del 2010 al 54,5% del 2011, anche se solo il 45,8% possiede una connessione a banda larga (dato comunque in crescita rispetto al 43,4% evidenziato l’anno precedente). Meno diffusi sono antenna parabolica (36,4%, in aumento, tuttavia, sul 2010, quando la percentuale era del 34,8%), cellulare abilitato alla trasmissione di immagini e dati (33,1%), videocamera (28,3%, contro 28,4% nel 2010) e consolle per videogiochi (6,5%, contro 6,1% nel 2010).

Adottando criteri di ordine generazionale, si nota un forte divario, rimasto pressoché invariato rispetto al 2010, tra famiglie costituite da almeno un minorenne – quelle, cioè, tecnologicamente più avanzate – e famiglie composte da persone di 65 e più anni. In queste ultime, solo il televisore (97,6%) è diffuso in misura maggiore rispetto alla media nazionale (e anche rispetto alle famiglie con almeno un under 18), mentre le altre nuove tecnologie sono presenti con una quota notevolmente inferiore: tra esse, il cellulare sembra essere la più diffusa, con una percentuale del solo 68,2%.
Nelle famiglie con minorenni, invece, la percentuale di diffusione del personal computer raggiunge l’84,4% (contro l’11,3% delle famiglie di soli anziani), quella dell’accesso a Internet il 78,9% (contro il 9,4% dei capelli bianchi), quella della connessione a banda larga il 68% (contro il 7,6%); il cellulare è addirittura presente in misura maggiore (99,7%) rispetto al televisore (97%) e superano la media nazionale pure i livelli di penetrazione di lettori DVD (86,4%, contro 22,9% delle famiglie over 65), decoder digitali (72,9%, contro 58,3%), videoregistratorI (61,3%, contro 26,1%), videocamere (52,1%, contro 5,5%), consolle per videogiochi (48%, contro 0,4%) e antenna parabolica (46,7%, contro 19,6%).
Prendendo ora in considerazione dei fattori di tipo sociale, si evidenziano delle forti differenze tra i nuclei in cui il capofamiglia è un dirigente, un imprenditore, un libero professionista o un direttivo, un quadro, un impiegato e quelli in cui il capofamiglia è un operaio o non è occupato. Confrontando, ad esempio, la disponibilità di un pc (90,4% per famiglie di dirigenti, imprenditori o liberi professionisti, contro un 66,6% per le famiglie di operai), di un accesso a Internet (85,7% contro 61,4%) e di una connessione alla banda larga (76,2% contro 52,5%), lo scarto esistente raggiunge all’incirca i 24 punti percentuali.
Tale scarto tende, poi, a ridursi se si fa riferimento a beni tecnologici più accessibili, come la videocamera (scarto di 19,2 punti percentuali), l’antenna parabolica (13,1 punti percentuali) e il lettore DVD (11,1 punti percentuali); si annullano del tutto le differenze nella diffusione di cellulari e televisore: il primo è adottato in misura maggiore rispetto al secondo per quasi tutte le famiglie, ad eccezione di quelle in cui il capofamiglia è non occupato.
Dal punto di vista geografico, le famiglie del centro e del nord Italia risultano quelle con una maggior dotazione di beni e servizi ICT: in questa zona possiede un pc, ad esempio, il 61% circa delle famiglie (61% nord-ovest, 61,1% nord-est e 61,9% al  centro), contro il 53% delle famiglie residenti al sud e il 54,2% di quelle residenti nelle isole; ancora: nel centro-nord dispone di una connessione a banda larga il 49% circa delle famiglie (48,7% nord-ovest, 49,3% nord-est e 49,4% centro), contro il 37,5% del Sud e il 40,8% delle isole.
L’indagine ha poi indagato anche i motivi per i quali alcune famiglie italiane non hanno accesso a Internet: il principale risulta essere l’incapacità stessa di utilizzare il mezzo (41,7%: 18,2% nelle famiglie con almeno un minorenne, 55,7% nelle famiglie con soli anziani, 33,6% nelle restanti famiglie). Al secondo posto si colloca, con una percentuale incredibilmente significative (26,7%), la mancanza di interesse verso lo strumento o di utilità individuata nell’utilizzo dello stesso. Il 12,7%, poi, non possiede un accesso alla rete perché si connette abitualmente da altro luogo, il 9,2% perché ritiene eccessivamente costoso il servizio di collegamento e l’8,5% perché considera troppo costosi gli strumenti necessari alla connessione. Poco significativo è, invece, il numero di famiglie che non possiedono Internet a casa a causa di una disabilità fisica (3,1%) o per preoccupazioni relative alla tutela della propria privacy e alla sicurezza dei contenuti veicolati (2,1%). Delle differenze nelle motivazioni si riscontrano, tuttavia, in relazione ai fattori generazionali: nelle famiglie con almeno un minorenne non si accede da casa principalmente per l’alto costo dei servizi di collegamento (24,5%) e degli strumenti necessari alla connessione (22%) o perché vi accede da altro luogo (22,8%); nelle famiglie di soli anziani le motivazioni principali sono, invece, proprio l’incapacità (55,7%), il disinteresse (31,5%) e la disabilità fisica (5,6%).
Confrontando il quadro appena delineato, relativo all’alfabetizzazione tecnologica delle famiglie italiane, con le stime realizzate dagli istituti di statistica degli altri paesi membri dell’UE, si nota come il digital devide sia piuttosto significativo: la media europea riferita alla percentuale di famiglie con almeno un componente di età compresa tra i 16 e i 74 anni che a casa possiedono un accesso alla rete è del 73% e, se in Paesi come Olanda, Lussemburgo, Svezia e Danimarca tale percentuale è prossima al 100%, l’Italia si colloca solo al ventiduesimo posto. Le famiglie di questo stesso tipo che possiedono anche un accesso a banda larga, poi, rappresentano, nella media europea, il 68% del totale, percentuale che sale all’86% in Svezia, all’84% in Danimarca, all’83% in Olanda e all’81% in Finlandia, ma che scende al 52% nel nostro contesto nazionale, facendo collocare l’Italia in fondo alla graduatoria nazionale, vicino a Slovacchia (55%) e Cipro (56%). In una prospettiva temporale, inoltre, l’Italia presenta tassi di sviluppo in tal senso inferiori rispetto agli altri Paesi con percentuali simili.

Il report dell’Istat passa poi ad indagare le tendenze nell’utilizzo delle tecnologie da parte dei cittadini italiani.
Confermando un trend di crescita iniziato nel 2008, nel 2011 il 52,2% (1,2 punti percentuali in più sul 2010) delle persone di almeno 3 anni risulta utilizzare il pc (il 31,3% lo fa tutti i giorni, contro il 30,7% del 2010) e il 51,5% (+2,6 punti percentuali sul 2010) delle persone di almeno 6 anni naviga nella rete (il 28,3% lo fa quotidianamente, contro il 26,4% del 2010).
Ad utilizzare maggiormente il pc e la rete sono i giovani tra gli 11 e i 24 anni (con un picco dell’88,9% nell’uso del pc e dell’89,1% nell’uso della rete tra i 15 e i 17 anni), mentre tra le persone più anziane la diffusione dell’utilizzo è inversamente proporzionale all’aumentare dell’età (la quota scende sotto la soglia del 50% già dopo i 54 anni).
Le differenze di genere nell’utilizzo sembrano attenuarsi: nel 2005, ad esempio, le donne internaute rappresentavano appena un quarto del totale (26,9%, contro il 37,1% dell’universo maschile), mentre nel 2011 esse sono quasi la metà (46,7%, contro il 56,6% degli uomini). Nel confronto col 2010, sono le donne a registrare gli incrementi maggiori sia nell’uso del pc sia della rete. Fino ai 34 anni – va anche sottolineato – le differenze sono comunque molto ridotte e tra i giovani di 11 e 19 anni si registra addirittura un “sorpasso” da parte del mondo femminile. Lo scarto di genere, a favore dell’universo maschile, aumenta, invece, a partire dai 35 anni, raggiungendo il picco tra gli adulti di 55 e 59 anni (circa 17 punti percentuali di differenza nell’utilizzo di pc e rete).
Dal punto di vista territoriale, rimangono stabili rispetto al 2010 le differenze nell’utilizzo del personal computer tra nord e sud del Paese, mentre queste stesse divergenze aumentano nell’uso della rete. Nel 2011 a utilizzare il computer sono soprattutto i cittadini del nord-est (57%), seguiti da quelli del nord-ovest (56,9%) e del centro (54,4%), contro una quota del 45,3% nelle isole e del 44,4% al sud. Si utilizza, poi, maggiormente il web nel nord-ovest (56,5%), seguito da nord-est (55,9%) e da centro (54,2%), mentre nel sud si arriva appena al 43,6% e nelle isole al 44%.
Differenze sono state rilevate anche in relazione all’ampiezza del comune di residenza (maggiore ampiezza è sinonimo di maggiore alfabetizzazione).
Veniamo ora alle differenze di natura sociale. Tra i cittadini di almeno 15 anni, dichiarano di usare il pc e la rete la quasi totalità degli studenti (rispettivamente 92,1% e 92,3%) e il 70% circa degli occupati (rispettivamente 72,3% e 71,7%), mentre i meno attivi in tal senso risultano le casalinghe (20,6% e 19,5%) e i ritirati dal lavoro (15,6% e 14,7%). Tra gli occupati, usano il pc e la rete in misura maggiore i direttivi, i quadri, gli impiegati, i dirigenti, gli imprenditori e i liberi professionisti, rispetto a lavoratori in proprio, coadiuvanti, operai e apprendisti, tuttavia gli operai hanno registrato incrementi percentuali leggermente superiori a quelli riscontrati tra dirigenti, imprenditori, liberi professionisti, direttivi e quadri.

La propria abitazione risulta il luogo privilegiato per l’utilizzo del computer (89,9% della popolazione al di sopra dei 3 anni) e per l’accesso alla rete (88,2% delle persone di 6 e più anni). Seguono: il posto di lavoro (36,4% per l’uso del pc e 35% per la navigazione), la casa di altri (23,8% per l’uso del pc e 25,2% per quello della rete), il luogo di studio (16,5% per l’uso del pc e 14,2% per web) e altri luoghi non meglio specificati (rispettivamente 17,7% e 19,3%).
Il 20,6% dei bambini e ragazzi minorenni utilizza il pc esclusivamente a casa e solo l’1,3% lo utilizza esclusivamente a scuola. Il loro rapporto con le tecnologie è, poi, fortemente influenzato dal livello di istruzione dei genitori (nei tre mesi precedenti l’intervista ha usato il pc il 64% dei ragazzi con almeno un genitore laureato, contro il 41,2% di quelli i cui genitori hanno al massimo la licenza elementare), facendo intuire l’incapacità del sistema scolastico italiano nel colmare le lacune tecnologiche familiari.
Per il collegamento alla rete si prediligono soluzioni tradizionali, basate su connessioni cablate: il 34,4% utilizza un computer portatile con chiavetta USB o card attraverso reti di telefonia mobile 3G UMTS; il 28,2% utilizza un computer portatile tramite rete pubblica WIFI o WIMAX, il 13,2% un cellulare via GPRS, l’11% un cellulare via UMTS, 3G, 3G+ e il 9% un cellulare o smartphone via rete pubblica WIFI o WIMAX. Ad adottare le soluzioni wireless più avanzate sono soprattutto uomini tra i 18 e i 44 anni.
Il 35% della popolazione con 3 e più anni ha seguito almeno un corso per imparare ad utilizzare il pc, soprattutto donne (37,8%, contro 32,5% degli uomini), tra i 55 e i 59 anni (44,5%) e tra chi abita nel nord (36,3% nel nord-ovest e 38,7% nel nord-est, contro il 31,7% nel sud). Il 64,7%, invece, non ha mai preso parte ad alcuna attività formativa, principalmente perché ritiene di avere già delle conoscenze sufficienti (49,3%, che si eleva al 51,6% per gli uomini ); seguono, tra le motivazioni, l’uso solo occasionale del computer (17,8%), la mancanza di tempo (16,1%), la volontà di apprendere autonomamente o tramite l’assistenza di conoscenti (12,2%), il costo eccessivo dei corsi (10,8%) e l’insoddisfazione per l’offerta formativa (1,9%).

L’ultimo capitolo del report Istat si concentra sulle attività svolte dai cittadini italiani attraverso la rete.
Tra esse la principale sembra essere lo scambio di posta elettronica (80,7%), seguita dalla ricerca di informazioni su beni e servizi di tipo commerciale (68,2%) e su tematiche di attualità, attraverso la lettura o il download di giornali, news e riviste (51%). Rilevante è anche la percentuale di persone che si connettono per usare servizi relativi a viaggi e soggiorni (49,3%), ottenere informazioni sanitarie (45,1%), cercare informazioni su attività di istruzione o su corsi (36,2%) e usare i servizi bancari online (32,2%). Il 27,7% utilizza il web per scaricare software (27,7%, giochi esclusi), 25,7% per effettuare videochiamate e il 23,3% per semplici telefonate virtuali. Più ridotto è il numero di persone hanno cercato lavoro online (19,4%), che hanno venduto merci o servizi (12,4%), che hanno seguito corsi a distanza (6,5%) e che hanno sottoscritto abbonamenti per ricevere news periodiche (4,6%).
Aumentano, rispetto all’anno precedente, tutte le attività svolte in rete, ad eccezione della sottoscrizione di abbonamenti a news (-1,5%) e della ricerca di informazioni in materia di istruzione (-0,3%)
Sono state, inoltre, individuate alcune differenze di genere ed età per le attività svolte nel web.
Con riferimento al primo parametro, gli uomini risultano, ad esempio, più propensi delle donne a scaricare software (35,4%, contro 18,9% per le donne), a usare servizi bancari (36,5%, contro 27,2%), a ricercare informazioni su merci e servizi (71,5% rispetto a 64,4%), a cercare di vendere merci o servizi (16,7% contro 7,4%), a leggere o scaricare giornali, news, riviste (53,7% contro 47,9%). Per contro le donne utilizzano maggiormente il mezzo per reperire informazioni sanitarie (52% contro il 39%) e informazioni su attività di istruzione o corsi (38% contro 34,5%). Tali differenze si riducono, tuttavia, con riferimento alle attività di natura comunicativa.
Per quanto riguarda il secondo parametro individuato, l’Istat ci dice, ad esempio, che la ricerca di informazioni su attività formative e corsi prevale nei giovani tra i 18 ed i 24 anni (oltre la metà), che la ricerca di opportunità lavorative è maggiore tra i 20-24enni (37,4%), che la fascia di popolazione tra i 35 ed i 44 anni ricorre più frequentemente rispetto alla media nazionale ai servizi di home-banking (44,4%) e alla ricerca di informazioni su merci e servizi (79,5%). Le informazioni sanitarie vengono, poi, ricercate maggiormente dagli anziani di fascia compresa tra i 65 e i 74 anni (56,3%), mentre i servizi relativi ai viaggi (61,7%) e la vendita di merci o servizi (18%) sono di interesse prevalente per la fascia 25-34 anni. Le news online coinvolgono più della media nazionale e in maniera estesa la fascia 20-74 anni.
L’evoluzione della rete ha portato, poi, alla diffusione di nuove prassi fruitive dal carattere maggiormente partecipativo (vero soprattutto per la fascia 15-24 anni): il 53,8% degli internauti consulta un wiki per ottenere informazioni (quota che sale al 58% nel nord-est e scende al 46,4% nel sud) e il 48,1% interagisce sui social network come Facebook, e Twitter (quota che sale al 53% nel sud e che scende al 43% nel nord-est); il 22,8% utilizza questi network e i vari blog non solo per mantenere i propri rapporti interpersonali, ma anche per leggere e postare opinioni su problematiche di ordine politico e sociale. Più ridotta è, invece, la percentuale di coloro che partecipano a consultazioni o votazioni su problemi sociali o politici (8,6%) e di coloro che partecipano a network professionali come Linkedln e Xing (8,3%).
È interessante notare come i cittadini italiani abbiano accolto il processo di progressiva digitalizzazione della Pubblica Amministrazione: nel 2011 circa 9,5 milioni di persone di 14 anni e più (il 35,1% degli internauti) si sono collegati a siti della PA per ottenere informazioni, il 25,4% per scaricare moduli e il 12,9% per restituire alla PA dei moduli compilati. Sono principalmente gli adulti dai 45 e i 64 anni e – con riferimento alla condizione occupazionale – i dirigenti, gli imprenditori, i liberi professionisti, nonché i direttivi, i quadri e gli impiegati ad utilizzare internet come canale di comunicazione e scambio con la PA, mentre non sono state riscontrate particolari differenze di genere.
Circa 7 milioni di navigatori di almeno 14 anni (pari al 26,3%) hanno realizzato nei 12 mesi precedenti l’intervista transazioni commerciali via web, ordinando o comprando merci e/o servizi per uso privato – soprattutto uomini (31% contro 21,2% delle donne), tra i 25 e i 44 anni (oltre il 30%) e residenti nelle regioni del centro-nord (oltre il 26%) – ai quali si aggiungono 2 milioni e 241 mila (8,3%) che l’hanno fatto più di un anno prima dell’intervista. In una prospettiva temporale, dal 2005 (16,8%) ad oggi, l’uso del web per effettuare acquisti è cresciuto in modo esponenziale.

Ad essere stati acquistati nel 2011 sono stati soprattutto beni e servizi legati al pernottamento per vacanze (41,7%) e ad altre spese per viaggi o soggiorni, come biglietti del treno o noleggio auto (39,1%, soprattutto donne, di età compresa tra i 55 e i 74 anni). Seguono: abiti e articoli sportivi (30,2%, soprattutto giovani dai 14 ai 34 anni), libri, giornali, riviste, inclusi e-book (27,5%, soprattutto le donne), biglietti per spettacoli (22,8%), attrezzature elettroniche (21,5%, soprattutto uomini), articoli per la casa (18,9%), film e musica (16,8%, soprattutto ragazzi dai 14 ai 19 anni), software per computer e aggiornamenti, videogiochi esclusi (16,1%, soprattutto uomini); ridotta la quota di chi ha acquistato azioni o servizi finanziari e assicurativi (7,5%), prodotti alimentari (6,4%) e farmaci (1,5%). Ci si affida primariamente a venditori nazionali (80,5%), piuttosto che residenti in altri Paesi europei (30,3%) o extraeuropei (16,5%).
Quasi tutti gli utilizzatori del computer (di sei e più anni) sono capaci di copiare o spostare file e cartelle (85,4%) e copiare o muovere informazioni all’interno di un documento (85,1%). Il 66% sa trasferire file da un computer a un altro e realizzare scambi di file da vari dispositivi al pc, il 60,1% è in grado di connettere e istallare periferiche, il 54,4% sa adoperare le formule aritmetiche di base in un foglio elettronico e il 51,1% sa comprimere file. Il 36,5% può creare presentazioni con specifici software e il 28,1% riesce a modificare i parametri di configurazione di applicazioni di software. Il 26,4%, poi, è capace di installare un nuovo sistema operativo o sostituirne uno vecchio. Minore è il numero di utilizzatori in grado di scrivere un programma attraverso un linguaggio di programmazione (13,7%).
Con riferimento, invece, alla navigazione in rete, quasi tutti i fruitori (di 6 e più anni) sanno usare un motore di ricerca (94,2%) e spedire e-mail con allegati (83,1%). Il 52,7% è in grado di inserire messaggi in chat, newsgroup o forum di discussione online, il 41,3% di caricare testi, giochi, immagini, film o musica ad esempio su siti di social networking. La percentuale di utenti che dicono di saper telefonare tramite web è del 37,3%, di saper usare il peer to peer per scambiare file è del 24,3%, di saper, infine, creare una pagina web è dl 17,3%.
Le differenze di genere in merito a tutte le abilità informatiche appena descritte risultano sempre a favore degli uomini (ma si tratta pur sempre di semplici dichiarazioni, sottolinea la sottoscritta), ad eccezione della capacità di utilizzare motori di ricerca, omogenea per uomini e donne.
Gli internauti hanno acquisito le proprie competenze soprattutto attraverso la pratica (75,9%, soprattutto gli uomini e tra i 20 e i 34 anni) o l’aiuto di colleghi, amici e parenti (68,7%, soprattutto le donne tra i 20 e i 34 anni); il 26,1% le ha acquisite attraverso lo studio individuale di manuali, cd, corsi online, wiki, forum di discussione online (soprattutto gli uomini, tra i 20 e i 34 anni), il 19% grazie alla scuola secondaria, il 14,3% grazie alla scuola primaria; il 13,4% attraverso corsi di formazione di propria iniziativa e l’11,7% mediante corsi di iniziativa del datore di lavoro (soprattutto tra i 55 e i 64 anni); all’ultimo posto l’università (7,9%).
Il 77,9% dei fruitori della rete, infine, considera le proprie abilità sufficienti per comunicare via web con parenti, amici e colleghi, il 51,2% per tutelare i propri dati personali, il 49,9% per proteggere il proprio computer da virus o altri attacchi informatici, il 45% per cercare lavoro.

Pubblicato su: PMI-dome

Cala la fiducia delle imprese italiane

L’istituto nazionale di statistica ha rilevato come siano in forte decrescita gli indici destagionalizzati che misurano il livello di fiducia nelle attività di servizi e di commercio, nel settore manifatturiero e in quello delle costruzioni

Il bicchiere, per le imprese italiane, sembra essere mezzo vuoto: avanza la sfiducia nelle attività di servizi e di commercio, nel settore manifatturiero e in quello delle costruzioni. Per molti, forse, una simile considerazione non rappresenta un elemento di forte sorpresa, ma certo, quando ad ufficializzarla sono delle stime istituzionali, ecco che si crea la notizia. L’istituzione in questione è l’Istat, che ha pubblicato nei giorni scorsi alcuni dati riferiti alle attuali aspettative rilevate in un campione rappresentativo delle imprese italiane e messe in confronto con quelle fornite nelle trascorse misurazioni.

Più in particolare, nel mese di settembre, parallelamente ad un calo dell’indice di fiducia dei consumatori (da 100,3 di agosto a 98,5), l’Istat segnala una diminuzione piuttosto rilevante dell’indice destagionalizzato del clima di fiducia nelle imprese dei servizi, da 93,9 a 82,5. Tale indice rappresenta la “media aritmetica semplice dei saldi delle domande sui giudizi e le attese degli ordini e sulla tendenza dell’economia”: il questionario proposto al campione, infatti, si compone di una serie di domande che implicano genericamente tre modalità di risposta (ad esempio “alto”, “normale”, “basso”) e i risultati per ciascuna domanda sono espressi in termini di frequenze percentuali relative delle singole modalità di risposta. Con saldi si intendono, allora, le differenze fra le modalità di risposta favorevoli e sfavorevoli (dunque tra le frequenze percentuali corrispondenti alle modalità di risposta estreme, mentre la modalità centrale non viene considerata nel calcolo), che offrono indicazioni quantitative sintetiche dei fenomeni osservati.

Sempre con riferimento al mondo dei servizi, l’indagine Istat ha preso in considerazione più settori d’attività rientranti nella categoria di “servizi”, per ciascuno dei quali è stato misurato il grado di fiducia complessivo e il grado di fiducia corrispondente a tre variabili particolari: le attese circa l’andamento generale dell’economia, le attese sugli ordini e i giudizi sugli ordini. I settori economici oggetto di analisi – “individuati con riferimento alla classificazione Ateco 2007” – sono stati: servizi alle imprese e altri servizi (che comprendono attività immobiliari, attività legali e contabilità, attività di direzione aziendale e di consulenza gestionale, attività degli studi di architettura e ingegneria; collaudi e analisi tecniche, ricerca scientifica e sviluppo, pubblicità e ricerche di mercato, altre attività professionali, scientifiche e tecniche, attività di noleggio e leasing operativo, attività di ricerca, selezione, fornitura di personale, servizi di vigilanza e investigazione, attività di servizi per edifici e paesaggio, attività di supporto per le funzioni di ufficio e altre attività di supporto), trasporto e magazzinaggio (comprende trasporto terrestre e trasporto mediante condotte, trasporto marittimo e per vie d’acqua, trasporto aereo, magazzinaggio e attività di supporto ai trasporti, servizi postali e attività di corriere), informazione e comunicazione (vi rientrano attività editoriali, attività di produzione cinematografica, di video e di programmi televisivi, di registrazioni musicali e sonore, attività di programmazione e trasmissione, telecomunicazioni, produzione di software, consulenza informatica e attività connesse, attività dei servizi di informazione e altri servizi informatici), infine servizi turistici (alloggio, attività dei servizi di ristorazione e Attività dei servizi delle agenzie di viaggio, dei tour operator e servizi di prenotazione e attività connesse).
In linea generale, si può vedere come siano peggiorate le attese sull’andamento dell’economia italiana e, seppur in misura meno marcata, anche i giudizi e le attese sugli ordini. Si declina, inoltre, il giudizio delle imprese di servizio in merito all’occupazione e all’andamento degli affari e deteriorano le attese sul mercato del lavoro; si riduce il saldo delle attese sulla dinamica dei prezzi di vendita.


Concentrando l’attenzione sul confronto tra i singoli settori rilevati, si può dire che l’abbassamento della fiducia delle imprese di servizi sembra essere trasversale, passando, nei servizi alle imprese e altri servizi, da un indice di 93,5 registrato ad agosto a uno di 83,9 misurato a settembre, da 97,6 a 80,0 nei trasporti e magazzinaggio, da 88,9 a 73,9 nei servizi di informazione e comunicazione e da 94,2 a 86,2 in quelli turistici.
Allo stesso modo si presentano in calo anche tutti i saldi delle principali variabili riferite a ciascun settore, eccezion fatta per le attese sugli ordini nei sevizi di informazione e comunicazione, che da 2 son passate a 7. La discesa più rilevante è quella registrata dai saldi riferiti alle attese sulla situazione economica generale del Paese: nei servizi di informazione e comunicazione il saldo cade addirittura a -70 (da -28 stimato ad agosto, -30 a luglio, -18 a giugno e -13 a maggio), nei servizi alle imprese a -44 (da – 29 di agosto, -25 di luglio e -13 di maggio e giungo), nei servizi turistici a – 39 (contro – 26 ad agosto, -21 a luglio, -12 a giugno e -19 a maggio), nei servizi di trasporto e magazzinaggio, infine, a – 36 (- 28 ad agosto, -8 luglio, -10 a giugno e -13 a maggio). Degna di nota, poi, la contrazione delle attese sugli ordini nei trasporti e magazzinaggio (da 2 di agosto a -32).

L’analisi Istat è stata poi adattata alle quattro principali ripartizioni territoriali italiane, cioè Nord-ovest (Piemonte, Valle d’Aosta/Vallée d’Aoste, Liguria e Lombardia), Nord-est (Emilia-Romagna, Veneto, Trentino-Alto Adige/Südtirol, Friuli-Venezia Giulia), Centro (Toscana, Marche, Umbria e Lazio) e Mezzogiorno (Abruzzo, Molise, Campania, Puglia, Basilicata, Calabria, Sicilia e Sardegna). In ognuna di queste ripartizioni l’indice di fiducia delle imprese di servizi scende: nel Centro si va dal 99,1 registrato ad agosto al 79,5 di settembre, nel Nord-ovest dal 92,1 all’83,5, nel Nord-est dall’88,0 all’84,6, e nel Mezzogiorno dal 90,5 all’87,7.
Analogamente, con riferimento alle stesse variabili identificate in precedenza, peggiorano i saldi dei giudizi sugli ordini, mentre le attese sugli ordini migliorano leggermente, ma solo nel Nord-ovest (da 1 di agosto a 2 di settembre). Si assiste ad un intenso abbattimento delle aspettative circa l’andamento economico generale nel Centro (da -27 a -58) e nel Nord-ovest (da -26 a -44); lieve miglioramento, invece, per il Mezzogiorno (da -44 a -41)

Altra grande area di interesse per l’Istituto nazionale di statistica è stata quella relativa alle imprese del commercio, suddivise, secondo la tipologia distributiva, in grande distribuzione (imprese che possiedono punti di vendita operanti nella forma di Supermercato, Ipermercato, Discount, Grande magazzino o altra grande superficie specializzata o non, con superficie di vendita superiore ai 400 mq) e distribuzione tradizionale (imprese che si configurano come punti di vendita specializzati non appartenenti alla grande distribuzione, caratterizzati da una superficie di vendita non superiore ai 400 mq).
Con riferimento alla prima, l’indice di fiducia destagionalizzato aumenta lievemente da 92,6 registrato ad agosto a 93,1 stimato in settembre, mentre, con riferimento alla seconda, l’indice scende ampiamente (da 104,1 a 97,8).

Tre sono, poi, le variabili individuate per ciascuna delle due tipologie: giudizi sulle vendite, attese a tre mesi sulle vendite e giudizio sulle scorte di magazzino.
Per la grande distribuzione, le prime due di queste variabili rimangono costanti, rispetto al mese scorso (si confermano rispettivamente a -8 e a 9), mentre diminuisce leggermente il saldo delle risposte sul livello delle scorte di magazzino (da 18 a 17). Nella distribuzione tradizionale si registra, infine, un segno meno nel trend di fiducia riferito a giudizi (da -24 a -34) e attese (da 4 a -2) sulle vendite e un segno più in quello riferito alle scorte di magazzino (da 6 a 8) .

L’Istat ha cercato di indagare anche l’indice destagionalizzato di fiducia del settore manifatturiero, elaborato “sulla base di tre domande ritenute maggiormente idonee per valutare l’ottimismo/pessimismo delle imprese (e precisamente: giudizi sul livello degli ordini, giudizi sul livello delle scorte di magazzino e attese sul livello della produzione)”.
Con riferimento sempre al mese di settembre, tale indice realizza, allora, un forte calo, scendendo da 98,6 (in agosto) a 94,5.
In linea generale peggiorano molto i giudizi sugli ordini e le attese di produzione, mentre lieve è la diminuzione del saldo relativo alle risposte sul livello delle scorte di magazzino.
Si è scelto di suddividere l’indagine nei tre principali raggruppamenti di industrie: beni di consumo, beni intermedi e beni strumentali. L’indice diminuisce in tutti e tre tali raggruppamenti, passando da 96,9 a 90,2 nei beni strumentali, da 99,3 a 95,5 nei beni di consumo e da 99,3 a 97,1 nei beni intermedi.

Calando la prospettiva sui singoli raggruppamenti, si nota che l’indice di fiducia si abbassa da 96,9 a 90,2 nei beni strumentali, da 99,3 a 95,5 nei beni di consumo e da 99,3 a 97,1 nei beni intermedi. Peggiorano trasversalmente i giudizi su ordini (da -22 a -28 per beni di consumo, da -18 a -21 per beni intermedi e da -17 a -30 per beni strumentali) e le attese sulla produzione (da 6 a3 per beni di consumo, da 5 a -3 per beni intermedi e da 5 a -4 per beni strumentali); risale leggermente il saldo riferito ai giudizi sul livello delle scorte nei beni di consumo (da -1 a 1), ma diminuisce in quelli intermedi (da 6 a 2) e strumentali (da 4 a 3).

Con riferimento alla ripartizione territoriale, l’indice di fiducia si riduce da 103,4 a 94,3 nel Nord-ovest, da 96,8 a 94,4 nel Nord-est, da 99,9 a 91,5 al Centro e da 92,9 a 92,6 nel Mezzogiorno. I giudizi sugli ordini e le attese di produzione peggiorano in tutte le ripartizioni territoriali, mentre quelli sulle scorte di magazzino hanno conosciuto un miglioramento nel Nord-ovest (da 2 a 4) e nel Centro (da -3 a -2), pur rimanendo in diminuzione nelle altre ripartizioni.

Sulla base delle consuete domande trimestrali rivolte alle imprese che svolgono attività d’esportazione, ricorda ancora l’Istat, i giudizi sul fatturato delle esportazioni rimangono invariati nel terzo trimestre, ma le aspettative in merito calano.

Diminuisce la quota di coloro che giudicano i prezzi all’export superiori a quelli praticati sul mercato interno e diminuisce pure l’incidenza dei paesi Ue tra le destinazioni delle esportazioni. La Cina si riconferma al primo posto (con il 26% di risposte) come maggiore concorrente internazionale percepito, seguita dalla Germania.
Aumentano (dal 34% al 36%) le imprese che lamentano la presenza di ingenti ostacoli all’attività di esportazione e tra tali ostacoli diminuiscono quelli legati ai tempi di consegna e alla differente qualità dei prodotti, mentre aumentano gli “altri motivi”.

Ultima zona di interesse per l’Istat è quella in cui risiedono le imprese di costruzioni, particolarmente interessante se si considerano i resoconti giornalistici dei giorni scorsi che vedevano il ministro delle Infrastrutture e Trasporti, Altero Matteoli, fischiato e contestato nel corso del suo intervento all’assemblea dell’Ance.
I settori individuati quali oggetto di indagine sono: costruzione di edifici (include lavori generali per la costruzione di edifici di qualsiasi tipo), ingegneria civile (comprende i lavori generali per la costruzione di opere di ingegneria civile quali autostrade, strade, ponti, gallerie, ferrovie, campi di aviazione, porti ed altre opere idrauliche, nonché la costruzione di sistemi di irrigazione e di fognatura, condotte e linee elettriche, impianti sportivi all’aperto, eccetera) e lavori di costruzione specializzati (includono attività specializzate –quali l’infissione di pali, i lavori di fondazione – attività di finitura e completamento degli edifici e attività di installazione di tutti i tipi di servizi, necessarie al funzionamento della costruzione).
L’indice di fiducia del settore delle costruzioni è stato, in particolare, “elaborato sulla base di due domande ritenute maggiormente rappresentative per valutare l’ottimismo/pessimismo delle imprese (e precisamente: giudizi sul livello degli ordini e/o piani di costruzione e attese sull’occupazione presso l’impresa)”. In via generale, l’indice sale dal 75,9 di luglio al 77 di agosto.
Con riferimento ai settori specifici, tale indice scende da 66,5 (luglio) a 66,1 (agosto) nella costruzione di edifici, ma sale da 77,2 a 91 nell’ingegneria civile e da 87,5 a 91,4 nei lavori di costruzione specializzati.
Nel comparto dell’ingegneria civile migliorano sia i giudizi sugli ordini e/o i piani di costruzione (da -26 a -9), sia le attese sull’occupazione (da -22 a -12); nei lavori di costruzione specializzati peggiorano i giudizi sugli ordini e/o i piani di costruzione (da -51 a -53) e migliorano le attese sull’occupazione (da -17 a -10). Nella costruzione di edifici entrambe le variabili risultano stabili (rispettivamente fisse a -61 e -18).

 

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Imprese italiane e ICT: fotografia di una situazione in penombra

Una lettura approfondita dei dati Istat sulla diffusione dell’ICT nelle imprese italiane rivela, accanto a un’informatizzazione di base che pare raggiunta, numerose lacune e mancanze

È uno scenario all’apparenza confortante quello delineato dall’Istat in merito alla diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle imprese con almeno 10 addetti e attive nel settore industriale e dei servizi. Si parla di una diffusione di base “ampiamente consolidata”, facendo riferimento a quel 95,1% di imprese che hanno dichiarato di utilizzare il computer e a quel 93,7% di imprese che possiedono una connessione ad Internet.

Tuttavia, superando l’iniziale entusiasmo, frutto di una lettura superficiale dei dati rilevati, ci si accorge di come la situazione italiana presenti, accanto a risultati davvero positivi, anche numerose carenze e debolezze, sintomo della mancata comprensione, da parte delle imprese, circa le reali e piene potenzialità dei mezzi a loro disposizione.

Entriamo, allora, un po’ più nel dettaglio, sottolineando, innanzitutto, che lo studio in questione fa riferimento a gennaio 2010 per quanto riguarda l’uso dell’ICT, e al 2009 per quanto concerne il commercio elettronico e l’utilizzo on-line dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione.

Il 77,3% delle imprese utilizza una rete aziendale per connettere i propri computer, sia essa interna (Intranet), esterna (Extranet) o una semplice rete locale (LAN). Il territorio nazionale sembra essere largamente fornito di connessione Internet, con leggeri scarti compresi tra la copertura al 95% del Nord-ovest e quella al 91,4% del Mezzogiorno; leggere sono anche le differenze di copertura rilevate con riferimento alla dimensione delle imprese: dal 93,3% delle imprese con meno di 50 addetti al 99,8% di quelle più grandi.

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di rete utilizzata e classe di addetti

Sempre a proposito di disponibilità delle tecnologie di base, un primo dato dovrebbe già indurre ad abbandonare i toni ottimistici: si apprende che, in media, solo il 42,6% degli addetti (quindi quattro su dieci) utilizza un supporto informatico per lo svolgimento delle proprie mansioni, una percentuale che, certo, sale a circa il 90% nel settore tecnologico, che ma che scende al 26,5% nell’ambito delle costruzioni, al 20,2% nelle attività di servizi alle imprese – quali noleggio, ricerca di personale, vigilanza – e al 12,1% nel campo dei servizi di ristorazione.

Veniamo alle modalità di accesso alla rete: l’83,1% delle imprese utilizza connessioni fisse in banda larga e l’84% delle imprese si collega a Internet tramite connessioni veloci fisse o mobili; ciò nonostante preme evidenziare come tre aziende su dieci abbiano dichiarato di utilizzare ancora una connessione meno veloce (dunque modem o Isdn), del tutto inadatta, quindi, a seguire i ritmi di lavoro aziendale, spesso piuttosto frenetici.

Modesta la diffusione nell’uso di connessioni mobile, che coinvolge il 23% delle imprese e risulta piuttosto disomogenea, strettamente legata sia alla dimensione aziendale (si passa da una percentuale di utilizzo del 19,9% per le imprese con meno di 50 addetti, ad una del 71,1% per quelle con oltre 249), sia all’attività economica svolta (ad esempio: 41,7% per le imprese di telecomunicazioni, 8,6% per i servizi di ristorazione). Sempre con riferimento al mobile, prevalgono le connessioni veloci con tecnologia di terza generazione UMTS, CDMA2000, HSDPA (18,6%) rispetto a quelle mobili non in banda larga, come GSM, GPRS, EDGE (11,6%).

Il Web rappresenta, o almeno dovrebbe rappresentare, per ciascuna azienda, uno strumento fondamentale a livello operativo e commerciale; si è cercato, allora, di capire quanto le aziende diano effettivo seguito a tale consapevolezza: pare che un buon 86,6% usufruisca della rete per accedere a servizi bancari o finanziari on-line, il 65,5% per ottenere informazioni sui mercati, il 55,3% per ottenere servizi e informazioni in formato digitale, il 50,9 per cento per acquisire servizi post-vendita. Solo il 22,6% delle imprese considera la rete per proporre progetti di formazione e istruzione del personale, evidenziando una certa diffidenza nello sfruttamento di canali alternativi a quelli tradizionalmente utilizzati in questo ambito e, di conseguenza, dimostrando una certa incapacità nell’approfittare pienamente delle numerose possibilità offerte dalla rete.

L’83,7% delle imprese utilizza la rete per usufruire dei servizi offerti on-line dalla Pubblica Amministrazione, mentre il 77,7% usufruisce di quelli di tipo non informativo (nelle imprese con almeno 50 addetti, la percentuale di imprese che utilizza i servizi on-line della PA raggiunge oltre il 95%). Un aspetto in parte negativo riguarda, tuttavia, il tipo di servizi utilizzati per la maggior parte, cioè quelli con un minor grado d’interattività: ottenere informazioni (75,6%) e scaricare moduli dai siti della PA (72,5%). Solo particolari settori (come quello ICT con il 68,6% e come i servizi di fornitura  energia e acqua con il 66,1%) sembrano essere capaci di sfruttare i canali davvero interattivi messi a disposizione dalla PA (svolgimento di procedure amministrative interamente per via elettronica, inoltro di moduli compilati via web…).

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di servizio pubblico on-line utilizzato nel corso del 2009 e classe di addetti

Siamo costretti ad evidenziare, inoltre, con riferimento all’intensità di utilizzo della Rete, un primo segnale del forte divario esistente tra piccole (meno di 50 addetti) e grandi (con più di 250 addetti) imprese, in questo caso nell’ordine del 30%.

Tale divario digitale emerge prepotentemente nel corso della ricerca, aggravandosi anche in relazione alla maggiore complessità della tecnologia analizzata: l’utilizzo delle reti Intranet riguarda il 21,3% delle piccole imprese, con quote crescenti all’aumentare della dimensione aziendale, fino a raggiungere il 74,4% nelle grandi unità. Allo stesso modo l’utilizzo di reti Extranet ha interessato il 15,1% delle piccole imprese e il 54,6% di quelle più grandi, mentre i sistemi operativi open source sono stati usati dal 13,9% delle piccole e dal 49,3% delle grandi imprese. Il divario persiste pure in relazione a servizi per i quali non sono necessarie particolari competenze tecniche, come la firma digitale, con percentuali di sfruttamento rispettivamente del 21,7 e del 50%.

Nel contesto digitale il primo e forse più importante biglietto da visita per l’azienda è certamente il sito web: ecco, quindi, che la ricerca arriva ad indagare anche alcuni aspetti ad esso legati. Per prima cosa pare che solo sei imprese su dieci ne possiedano uno, anche se la percentuale sale al 90% considerando le sole aziende con almeno 250 addetti. Il dato varia poi anche in relazione al territorio (65% al Nord, 60,2% al Centro, 51,1% al Sud e Isole) e al settore di riferimento: le presenze maggiori si misurano nell’ICT (80,7%), nei servizi di alloggio (96,8%) e nelle agenzie di viaggio (92,4%). La scarsità nella disponibilità di servizi complessi all’interno dei siti aziendali – quali la personalizzazione dei contenuti da parte dei fruitori (2,5%), la possibilità di progettare prodotti (4,2%) e di effettuare ordini e prenotazioni on-line (13,6%) – rivela la difficoltà nel seguire i dettami del cosiddetto Web 2.0 e la propensione a considerare il sito semplicemente come una risorsa aggiuntiva e utile all’attività quotidiana, non un punto strategico di crescita e innovazione.

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di servizi offerti sul sito web

Stando ancora all’indagine, il sito web rappresenterebbe, poi, lo strumento preferito utilizzato per lo scambio elettronico di informazioni con clienti e fornitori (16,4 per cento), funzionale al processo organizzativo. A tal proposito, il 63,2% delle imprese scambia elettronicamente informazioni con altre imprese in un formato che ne consente il trattamento automatico, mentre il 21,8% condivide per via elettronica informazioni con clienti e fornitori sulla gestione della filiera produttiva. Si scambiano soprattutto informazioni relative alla ricezione di fatture elettroniche (54,4%), con elevate differenziazioni settoriali.

Per quanto riguarda invece lo scambio di informazioni all’interno dell’impresa, sembra che il 40,8% delle imprese condivida automaticamente per via elettronica le informazioni relative agli ordini di vendita ricevuti in qualsiasi forma e il 33,9% quelle relative agli ordini di acquisto trasmessi.

Imprese con almeno 10 addetti che condividono al proprio interno informazioni su ordini di vendita-acquisto per tipologia di funzione aziendale con cui vengono condivise

Solo tre imprese su dieci adottano applicazioni software ERP (Enterprise Resource Planning) per la condivisione di informazioni con altre aree funzionali interne e solo il 23,4% delle imprese utilizza applicazioni di gestione del front office con riferimento alla raccolta, condivisione e analisi delle informazioni ottenute sulla clientela (CRM, Customer Relationship Management).

A commentare i dati esposti è intervenuto Paolo Angelucci, Presidente Assinform, l’associazione italiana per l’Information Technology, il quale, piuttosto ottimista, propone delle soluzioni per giungere ad una reale ottimizzazione del settore: «i dati Istat portano a diverse considerazioni. Innanzitutto, il tasso di alfabetizzazione informatica è ormai molto positivo. L’obiettivo è ora fornire dei servizi internet che siano adeguati alle esigenze delle imprese». Angelucci individua, in particolare, tre possibili poli di crescita. «Il primo riguarda la dematerializzazione dei rapporti tra le imprese e la pubblica amministrazione. Se molti strumenti sono già a disposizione, per esempio la posta elettronica certificata, occorre tuttavia che le regole esistenti vadano applicate. Come secondo punto c’è bisogno di un aumento dell’offerta di servizi e prodotti in rete, e per questo è necessario che arrivi un cambiamento culturale. Terzo punto: mi auspico un aumento dello scambio delle informazioni tra imprese in rete, con la creazione di marketplace e di distretti virtuali di aziende. Per risolvere questa esigenza – conclude – servirebbero interventi di sistema da parte delle istituzioni, come per esempio la creazione di fondi strutturali ad hoc»

L’ottimismo di Angelucci deve, tuttavia, scontrarsi con quelli che sono, forse, i dato più negativi rilevati dall’indagine, quelli cioè relativi al commercio elettronico. Pare, infatti, che solamente il 35,9% delle imprese abbia effettuato acquisti on-line nel 2009, percentuale che sale in riferimento alle imprese di maggiore dimensione (59,1%) e a quelle del Nord-ovest (circa il 39,2%). In particolare la figura 5 evidenzia le attività economiche per le quali l’acquisto elettronico è più importante, capeggiate dalle imprese di telecomunicazioni.

Imprese con almeno 10 addetti che effettuano acquisti on-line nelle migliori prime cinque attività economiche

Ancor più bassa è la percentuale riferita alle vendite on-line realizzate dalle imprese (5%), per un valore complessivo pari al 5,4% del fatturato totale.

Le agenzie di viaggio, i servizi di alloggio e l’editoria sono tra le attività che ricorrono con maggiore frequenza alle vendite on-line, mentre il comparto della fabbricazione di autoveicoli è quello che registra la più alta percentuale di fatturato on-line (34,1%).

Imprese con almeno 10 addetti che effettuano vendite on-line nelle ”migliori” prime quattro attività economiche

 Per quanto riguarda, infine, le politiche di sicurezza Ict, l’indagine conferma come solo una minima parte delle realtà aziendali si attivi per la protezione dei dati (il 29,4% dispone di una politica di sicurezza formalmente definita e di un programma di revisione regolare), con forti differenziazioni settoriali e dimensionali (maggior incidenza nelle telecomunicazioni e nelle grandi aziende). Tra le procedure adottate, la più diffusa sembra essere l’autenticazione tramite l’utilizzo di password di tipo ‘forte’ (64%), seguita dal backup dei dati all’esterno (41,8%).

Dall’analisi riportata, complessivamente considerata, si deduce come, in realtà, siano notevoli le lacune del contesto imprenditoriale italiano in materia di ICT. Due ulteriori considerazioni finali non potranno che avvalorare tale consapevolezza.

La prima riguarda il fatto che l’indagine è stata limitata alle imprese con più di dieci dipendenti: se la si fosse estesa all’intero tessuto imprenditoriale italiano, le percentuali sarebbero, forse, molto più preoccupanti.

Valore delle vendite on-line delle imprese con almeno 10 addetti nelle “migliori” prime quattro attività economiche

La seconda considerazione riguarda, invece, il paragone con i dati resi disponibili pochi giorni fa da Eurostat, relativi all’utilizzo delle tecnologie ICT nelle imprese di tutta Europa, nello stesso arco temporale analizzato dall’Istat. Il tasso medio di penetrazione della rete Internet in Europa è del 94%, con ovvi scarti tra le grandi imprese (99%) e le piccole (ferme al 94%). Tale scarto è ancor più evidente in riferimento alle connessioni a banda larga (96% contro 83%) e alla banda larga mobile (67% contro 22%).

Certo la nostra media nazionale risulta perfettamente in linea con quella europea, ma questi dati ridimensionano inevitabilmente l’ottimismo iniziale, che avevamo detto essere proprio di una lettura superficiale dei risultati dell’indagine Istat, e impongono di valutare le reali eccellenze europee (Finlandia, prima in classifica con un tasso di penetrazione pari al 100%, Islanda, Olanda, ma anche Belgio, Germania, Slovacchia e Spagna. L’Italia si colloca al ventesimo posto). Con riferimento al commercio elettronico, poi, l’Italia risulta essere quartultima nella classifica europea relativa alla percentuale di fatturato realizzato tramite questa modalità, in testa solo a Romania, Bulgaria e Cipro.

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