È boom della musica “liquida” nel Belpaese

Il successo per il lancio in Italia di Spotify si inserisce in un contesto positivo per il mercato digitale musicale tricolore, cresciuto, secondo la FIMI, del 31% nel 2012, arrivando ad un giro d’affari di 36 milioni di euro, trainato da nuove piattaforme e servizi cloud

Come la fenice che rinasce dalle proprie ceneri, così il mercato musicale italiano e internazionale sembra vivere, negli ultimi tempi, un periodo particolarmente favorevole, sostenuto proprio da ciò che in molti considerano la causa stessa della sua decennale crisi: il digitale.
Dovranno forse ricredersi i vari pensatori convinti che la rete avesse ormai celebrato i funerali dell’industria a note, distrutta dalla pirateria e dai sistemi di file sharing illegale. Il mercato discografico è, infatti, solito incolpare la tecnologia per qualsiasi diminuzione nelle vendite, equiparando di fatto lo scaricare musica tramite sistemi peer to peer, con il furto in un negozio di musica (paragone fuorviante, se si considera che un furto rappresenta una vendita persa, mentre il materiale scaricato rappresenta un nuovo esemplare generato). L’eterno dibattito sulla bontà o meno di queste reti rischia ora di essere svuotato di senso, poiché simili modelli di consumo musicale potrebbero ormai essere considerati quasi obsoleti, soppiantati da altre forme più agevoli e legalissime di fruizione dei contenuti.
Sono passate poco più di due settimane dal lancio nel Belpaese di Spotify (era il 12 febbraio, in concomitanza con il festival di Sanremo) e le prime stime già confermano il successo di pubblico atteso. Nei primi sette giorni di avvio della piattaforma, gli italiani hanno, infatti, ascoltato ben 11 milioni di brani, l’equivalente di 70 anni di musica, con una netta prevalenza per le hit del momento: will.i.am risulta, nel momento in cui scrivo, l’artista più ascoltato in Italia e la sua “Scream & Shout” (feat. Britney Spears) sembra essere la canzone più volte riprodotta; considerando i soli artisti italiani, figurano al primo posto Max Gazzè, preferito in particolare dal pubblico femminile, e, al secondo posto; gli Elio e Le Storie Tese, preferiti invece dal pubblico maschile.
Ma che cos’è Spotify? Per quanti ancora non lo conoscessero, si tratta di uno dei principali servizi di musica on demand in streaming. Per ascoltare musica da pc, tablet o smartphone, basta collegarsi a Spotify e cercare uno tra gli oltre venti milioni di brani a disposizione.
Creato a Stoccolma da Daniel Ek e Martin Lorentzon, come alternativa alla pirateria musicale (anche se molti tratti grafici ricordano il vecchio Napster), raccoglie ora venti milioni di utenti e ben cinque milioni di abbonati. Dal suo lancio originale, nell’ottobre 2008, il servizio è stato notevolmente esteso ed è ora disponibile in venti Paesi, dagli Stati Uniti, alla Nuova Zelanda, passando per Danimarca, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
Un modo originale per fruire la musica, che libera dall’onere del download, dunque dalla necessità di occupare migliaia di mega sui propri dispositivi, consentendo l’ascolto in mobilità, con un’elevata qualità sonora, e la condivisione sociale delle proprie preferenze musicali. Tre possibilità d’uso: la versione Free permette l’ascolto da pc in modo completamente gratuito, grazie alla presenza di intermezzi pubblicitari, fino ad un massimo di 10 ore al mese (non più di 5 ascolti per uno stesso brano); la versione Unlimited consente, al prezzo di 4,99 euro al mese, di ascoltare i brani sul proprio computer senza alcuna pubblicità o vincoli di tempo; infine la versione Premium, a 9,99 al mese, garantisce una qualità pressoché perfetta per i brani, che diventano ora fruibili tramite qualsiasi dispositivo mobile (applicazioni compatibili con i sistemi iOS, Android, Windows 8) e disponibili in modalità offline (fino a 9.999 unità, per massimo tre dispositivi, quindi 3.333 brani per dispositivo): in quest’ultimo caso i brani non vengono davvero scaricati, ma rimangono accessibili nella app, anche in assenza di connessione Web, finché si rimane abbonati al servizio.
Oltre a permettere la ricerca e l’ascolto delle proprie canzoni preferite, Spotify consente di creare playlist personalizzate o di ascoltare quelle degli altri, di condividere singole canzoni o intere palylist via messaggio privato o mail, su siti, blog e social network. È possibile, a tal proposito, iscriversi tramite Facebook oppure creando direttamente un account sul sito di Spotify.
L’opzione “radio” crea una rotazione musicale sulla base di un genere o un brano scelto dall’utente, ideale per chi non sa di preciso cosa ascoltare o è alla ricerca di qualcosa di nuovo. “A marzo”, annuncia Veronica Diquattro (trent’anni, responsabile per il mercato italiano dell’azienda, con alle spalle un passato a Google), “arriveranno anche servizi follow per seguire gli account di artisti, celebrità e trendsetter e discovery per scoprire nuova musica in base al tipo di persone che stai seguendo”. Il futuro di Spotify sembra essere, dunque, sempre più orientato al social.
Il modello di business creato da Spotify appare decisamente innovativo. L’offerta musicale è del tutto legale, autorizzata dagli autori e dagli altri attori della filiera musicale (sono stati siglati accordi con le quattro principali etichette discografiche – Emi, Sony Music, Universal e Warner – con Merlin e altre etichette indipendenti, tra cui Made in Italy, Sugar e Pirames International), che vengono retribuiti, quando l’ascolto è per gli utenti gratuito, dalla pubblicità. Il 70% dei ricavi viene dato a case discografiche e collecting societies (Siae), che a loro volta stipuleranno accordi con gli artisti (maggiore è il numero di riproduzioni di un brano, maggiore sarà la percentuale di royalties che l’autore del brano si assicura all’interno di quel 70%). Lo scorso anno Spotify ha distribuito oltre cinquecento milioni di dollari in diritti d’autore.
Il catalogo è piuttosto ampio, variegato e in continuo aumento, anche se persistono le remore di alcuni artisti che preferiscono rendere la propria musica disponibile prima al download (con margini di guadagno più alti rispetto allo streaming) e solo in un secondo momento anche allo streaming (esempi recenti: Coldplay, Adele e The Black Keys). Per ovviare in parte a questo inconveniente, il sistema permette comunque di recuperare i file musicali dal proprio hard disk, rendendoli disponibili all’ascolto direttamente nella piattaforma.
All’artista viene, quindi, offerta la possibilità di aumentare il proprio pubblico e di recuperare quegli utenti che sono soliti ascoltare la sua musica attraverso le reti di file sharing illegale: “Il target sono gli utenti che utilizzano streaming illegale, non certo chi va a comprare il cd”, sottolinea la Diquattro, per far capire l’importanza che il sistema potenzialmente ha, nell’offrire un’alternativa legale alla pirateria, così ampiamente temuta dagli attori del mercato musicale.
Non sono pochi i servizi che, anche in Italia, sembrano fare concorrenza a Spotify: da Playme dell’italianissima Dada, al francese Deezer, da Amazon Mp3 a Google Play Music, oltre agli arcinoti Youtube (e servizi collaterali come Vevo) e iTunes (con il servizio iTunes Match, in attesa del vociferato servizio di streaming).
Si aprono, allora, nuove interessanti prospettive per l’offerta di musica digitale in Italia, dopo le stime positive diffuse nei giorni scorsi con riferimento all’anno da poco conclusosi.
Stando, infatti, ai risultati di una ricerca realizzata da Deloitte per Fimi (Federazione dell’industria musicale italiana), il fatturato del settore digitale – trainato da nuove piattaforme e servizi cloud – sarebbe cresciuto al sell-in (commercio rivolto ai rivenditori) del 31% nel 2012, superando i 36 milioni di euro complessivi.
L’industria discografica ha saputo rispondere alle sfide della tecnologia con importanti partnership e soprattutto, si è confrontata con la rivoluzione digitale solo con le proprie forze, senza incentivi, sostegni economici o contributi, arrivando oggi a poter offrire ai consumatori una vasta gamma di alternative per l’accesso legale ad oltre 25 milioni di brani su decine di piattaforme”, commenta Enzo Mazza, Presidente di FIMI.
Il download di album e singoli è aumentato del 25%, salendo dai 17,7 milioni di euro rilevati nel 2011 ai 22,1 milioni di euro riferiti al 2012. Crescita esponenziale, pari al 77%, per lo streaming video basato sulla pubblicità, con un fatturato che dai 4,5 milioni nel 2011 passa agli 8 milioni nel 2012. Trend positivo anche per i modelli in abbonamento e premium, che innalzano il proprio fatturato di 14 punti percentuali (da 5,2 a 5,9 milioni di euro).
Il mercato digitale rappresenta, allora, il 24% del totale e a dominare tale mercato, fornendo le principali fonti di ricavo, è il digital download (61%), seguito dallo streaming (22%) e dagli abbonamenti (16%).
Segno più, nel mercato italiano, anche per i proventi diversi (new revenue stream: i diritti connessi, il merchandising, le sponsorizzazioni…), in aumento del 29%. I servizi di synchronisation rappresentano il 2% del business musicale complessivo in Italia, mentre i diritti connessi il 10%.
Digitale e nuove fonti di ricavo rappresentano oggi il 45% del mercato totale della musica, a fronte di un 55% relativo al segmento del supporto fisico. L’intero settore musica muove un fatturato pari a 150,9 milioni di euro nel 2012, contro i 158,3 milioni del 2011, segnando un -5% dovuto principalmente alle negative performance del comparto offline tradizionale. Quest’ultimo passa, infatti, da un fatturato di 106,7 milioni del 2011, a 83,5 milioni (-22%): in particolare, il segmento CD/Album perde il 22%, scendendo a 80,2 milioni di euro al sell in. Sale, per contro, il vinile (+46%), pur rimanendo, con quei quasi 2 milioni di euro, un fenomeno ancora limitato rispetto al totale del mercato musicale in Italia.
La crisi dei canali tradizionali è confermata anche dai dati forniti da GfK, che, a fronte di un calo di questi pari a 17 punti percentuali, individua un’impennata del 30% per l’e-commerce, che rappresenta oggi il 7% delle vendite di dischi in Italia.
Con riferimento al mercato fisico – ci dicono infine i dati FIMI – il repertorio italiano continua, anche nel 2012, a fare la parte del leone, occupando il 50,4% del venduto (leggero calo rispetto al 53,8% del 2011) e otto album su dieci nella top ten dei più venduti dell’anno.
L’Italia ha ottime prospettive di sviluppo”, conclude Mazza, “ma molto dipenderà dalla strategia che il prossimo Governo vorrà darsi sull’agenda digitale e sui contenuti online, abbiamo di fronte una grande opportunità, come già dimostrano i dati di Paesi in cui il digitale è centrale nelle politiche di sviluppo e  crescita”.
La curva in salita del mercato musicale digitale italiano è, del resto, proiezione dell’andamento positivo rilevato a livello mondiale: l’Ifpi (International federation of the phonographic industry, ovvero la Federazione internazionale dell’industria fonografica, che raccoglie 1.400 iscritti in tutto il mondo, tra i quali appunto la Fimi) ha da poco pubblicato il suo Digital Music Report 2013, che vede il comparto “liquido” trainare l’intera industria musicale, il cui fatturato globale sale dello 0,3% nel 2012, stabilizzandosi a quota 16,5 miliardi di dollari. Si tratta di una crescita che potrebbe apparire lieve, ma che tuttavia segna un’importante inversione di tendenza, per un comparto che non vedeva un saldo in attivo da ben 13 anni.
Il Digital Music Report di quest’anno riflette il crescente ottimismo nei confronti dell’industria musicale internazionale“, avrebbe sottolineato Frances Moore, chief executive dell’Ifpi, durante la presentazione del Digital Report a Londra. “È difficile ricordare un anno come questo iniziato con una palpabile energia nell’aria”. “Sono risultati” – ha concluso – “ottenuti con molta fatica, dai quali partiremo per operare nel 2013”.
Un ottimismo contagioso, presente sulla bocca di tutti gli attori dell’industria discografica. “Abbiamo tante cose da fare e un sacco di opportunità davanti a noi“, ha commentato il vicepresidente di Warner Music Group, Stu Bergen. “Fino a poco fa” – ha proseguito – “la maggior parte dei nostri utili proveniva da una ristretta cerchia di paesi. Ora, con i canali digitali, possiamo sfruttare il mercato globale più di quanto non sia mai stato fatto fino ad ora“. A insistere sull’importanza di tale dimensione globale è stato anche Edgar Berger, presidente e Ceo di Sony Music Entertainment: “Stiamo già vedendo crescere il mercato dal Brasile alla Scandinavia, dal Canada all’India”. “Credo che questo sia solo l’inizio di una crescita storica del nostro comparto“, ha infine prospettato, ricordando un necessario cambiamento di paradigma: “All’inizio della rivoluzione digitale era usuale sentir dire che il digitale stava uccidendo la musica. Beh, la realtà è che sta salvando la musica”.
Vediamo, allora, rapidamente i numeri di questa “rivoluzione”: il mercato digitale globale delle parole in nota ha conosciuto un incremento del giro d’affari pari a 9 punti percentuali, raggiungendo i 5,6 miliardi di dollari, pari al 34% del mercato complessivo. La storica crisi del settore, dovuta al calo delle vendite fisiche, alla disaffezione verso i negozi di dischi e all’incapacità di offrire alternative valide e legali alla pirateria online, sembra ora essere in parte sanata. Alla base vi sono certamente la crescente diffusione di dispositivi mobile, smartphone e tablet, e il consolidamento di servizi come, appunto, Spotify, iTunes e Deezer, ormai considerati maturi.
Il 62% dei navigatori web del mondo si rivolge a servizi legali per ascoltare e scaricare musica: i downloads sono cresciuti in un anno del 12%, conquistando i 4,3 miliardi di unità e arrivando a rappresentare circa il 70% del totale delle entrate della musica digitale; parallelamente aumentano gli abbonamenti online (+44%).
Un ruolo fondamentale in tutto questo è giocato dai nuovi mercati emergenti: se all’inizio del 2011 i maggiori servizi legali di streaming e download erano attivi in soli 23 Paesi, due anni dopo la copertura ha raggiunto oltre 100 Paesi; le vendite digitali superano, inoltre, quelle fisiche in Paesi come Stati Uniti, Norvegia, Svezia e India e dei segnali molto incoraggianti per il futuro arrivano anche da Africa e Cina, come ha precisato Francis Keeling, global head of digital business di Universal Music Group.
Accanto a queste prospettive favorevoli persiste, tuttavia, l’appello accorato alla lotta contro la pirateria online. L’Ifpi, sulla base di dati forniti da Nielsen e ComScore, evidenzia come un terzo degli utenti acceda ancora a siti per scaricare musica illegalmente. Per tutelare la crescita – sostiene la Federazione – è necessario che i fornitori di servizi Internet blocchino l’accesso ai siti illegali, che i motori di ricerca diano, come esito prioritario delle search, le pagine di siti legali e che gli investitori pubblicitari la smettano di sfruttare i siti pirata come piattaforma per la propria pubblicità.
La contrapposizione frontale tra titolari e fruitori della proprietà intellettuale dovrebbe essere, tuttavia, a mio avviso, superata, agevolando l’accesso ai contenuti protetti attraverso forme lecite di condivisione, capaci di retribuire i titolari dei diritti. Il successo di una piattaforma come Spotify rende ben chiaro come questo sia non solo auspicabile, ma assolutamente possibile.

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Ricette italiane alla crisi della pellicola

“Settimana del cinema” con biglietto a 3 euro, sconti del 40% per gli studenti e un negozio online per la vendita e il noleggio di film: sono queste le soluzioni offerte dalle associazioni del settore cinematografico, per combattere i cali del 2012 nelle presenze in sala e negli incassi

Dopo i continui rinvii, sembra essere ora fissata a febbraio la data d’avvio dell’innovativa piattaforma online per la vendita e il noleggio di film, promossa e gestita dall’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali). Una sorta di negozio online del cinema, che intende offrire una via legale alla condivisione illecita di pellicole coperte da diritti morali e patrimoniali, operata dai “pirati” digitali.
Una nuova potenziale fonte di profitto per l’industria cinematografica, dunque, che – a ben vedere – sembra essere sempre più necessaria, dopo un 2012 chiusosi con segno negativo. Rispetto al 2011, si riducono di 9,9 punti percentuali le presenze in sala (da 101,3 milioni a 91,3 milioni di spettatori) e di 7,97 punti gli incassi (da 661,7 a 608,9 milioni di incassi): lo scarto tra presenze e incassi è dovuto principalmente al maggior numero di film visti in 3D, per i quali si è costretti a pagare un prezzo maggiore.
Resta sostanzialmente invariato il numero di film distribuiti, stimati in 363 nel 2012 (dei quali 127 sono produzioni o coproduzioni italiane e 36 sono film in 3D), contro i 360 del 2011 (125 produzioni o coproduzioni italiane e 36 film 3D).
I dati riportati, relativi al 2012, sono quelli rilevati da CINETEL e presentati lo scorso 15 gennaio a Roma dalle associazioni degli esercenti ANEC (Associazione Nazionale Esercenti Cinema) e ANEM (Associazione Nazionale Esercenti Multiplex) e dai distributori e produttori dell’ANICA.
La tendenza al ribasso è, in fondo, in linea con quella evidenziata anche lo scorso anno da CINETEL (-10,03% sugli incassi e -7,92% sulle presenze rispetto al 2010); manca, tuttavia, nelle stime più recenti, la consolazione che, nel 2011, derivava dal raggiungimento, per il cinema italiano, di una quota di mercato piuttosto ampia e crescente, capace di posizionare i film del Belpaese su livelli di performance impensabili fino a poco tempo prima (38 dei poco più di cento milioni di biglietti venduti nel 2011 erano sono stati staccati per film italiani), parallelamente ad una flessione del cinema americano.
Più in particolare, diminuisce nel 2012 la quota di mercato occupata dai film italiani, con una percentuale di presenze che passa dal 35,5% del 2011 al 25,3% del 2012 e con incassi che si inclinano dal 33,81% del 2011 al 24,02% del 2012. Considerando anche le coproduzioni, i film italiani raggiungono una quota di mercato pari al 26,54% con riferimento alle presenze e al 25,2% per quanto riguarda gli incassi; si tratta tuttavia di numeri in calo sull’anno precedente, quando si stimavano rispettivamente un 37,57% e un 35,64%.
Parallelamente si riducono anche gli spettatori di film americani, che passano dai 47,4 milioni del 2011 ai 46,7 del 2012. Ciononostante aumenta la quota di mercato occupata dai film USA, sia a livello di presenze (si arriva al 51,18% nel 2012, contro il 46,81% del 2011) sia d’incassi (48,58% nel 2011 e 53,21% nel 2012), decretandone la supremazia su tutte le altre produzioni territoriali.
Aumentano comunque gli spettatori di film europei, che passano da una quota di mercato pari al 13,84% nel 2011 a una del 18,34% nel 2012 e crescono allo stesso modo gli incassi del cinema europeo, che arrivano ad occupare il 17,4% del settore (contro il 13,84% dell’anno precedente).
Se si analizzano assieme le produzioni italiane (comprese le coproduzioni) e quelle europee, si nota una riduzione percentuale in termini sia di presenze (dal 51,34% del 2011 al 44,89% del 2012) sia di incassi (dal 49,47% al 42,6%).
Nell’anno appena trascorso, la crisi non sembra, insomma, aver risparmiato nemmeno un settore come quello cinematografico, che – dalla tradizione neorealista, dalla sperimentazione autoriale, fino alla commedia all’italiana e agli spaghetti western – ha saputo, nei suoi tempi d’oro, regalare non poche soddisfazioni allo spirito tricolore e ha contribuito a diffondere un ideale di italianità quale sinonimo di vivacità culturale ed espressiva e di particolare e finissimo gusto estetico. Soffre oggi il cinema italiano, non potendo fare affidamento nemmeno sull’autorità universalmente riconosciuta dei grandi nomi ancora attivi: in base alle ultime stime dell’8 gennaio scorso, “Bella addormentata” di Marco Bellocchio si è fermato a 1 milione e 244 mila euro di incassi, “Reality” di Matteo Garrone a 2 milioni e 76 mila, “Io e te” di Bernardo Bertolucci a 1 milione e 690 mila, infine “È stato il figlio” di Daniele Ciprì a soli 876 mila euro. Nella classifica dei 150 film più visti del 2012, al primo posto, con 4 milioni e 288 mila spettatori, troviamo “Benvenuti al nord”, all’ultimo il lungometraggio d’animazione “Il castello nel cielo” ad opera del visionario Hayao Miyazaki, l’ultimo italiano è “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, Orso d’oro al Festival di Berlino. Non va dimenticato, poi, il fatto che quel riavvicinamento alle opere italiane, evidenziato con particolare enfasi e ottimismo nel 2011, riguardava quasi esclusivamente le commedie (tra i primi 15 film italiani in classifica, solo due erano film d’autore: “This Must Be the Place” di Sorrentino e “Habemus Papam” di Moretti), confinando il cinema tricolore a un genere che, pur essendogli proprio, rischia di vanificare gli sforzi creativi di alcuni talenti emergenti e di compromettere lo stato di buona salute dell’arte cinematografica italiana.
Il divario tra film popolari e film d’autore sembra, allora, allargarsi sempre più e, secondo alcuni, tale tendenza deriverebbe da uno spostamento verso i complessi multisala, capaci di attirare un pubblico poco sensibile al filone autoriale. “Stiamo aprendo un’indagine qualitativa, abbiamo fatto film d’autore troppo complessi e commedie troppo facili”, ha sottolineato, nel corso della conferenza di presentazione, Riccardo Tozzi, presidente ANICA. In questo – ha proseguito – “il cinema francese ci dà un esempio di prodotto popolare realizzato con intelligenza e qualità”.
Non è certo corretto decontestualizzare le stime in negativo del mercato del cinema in Italia e non considerare come alla base vi sia la difficile congiuntura economica generale che ha imposto agli italiani di ridurre la propria propensione alla spesa. Tuttavia il prezzo medio del biglietto sembra essere aumentato, nel 2012, solo dello 0,7% rispetto al 2011 e, più in generale, gli aumenti negli ultimi dieci anni sono stati nettamente inferiori al tasso di inflazione. Questo potrebbe forse significare che, al di là della polemica sul costo del biglietto, sono molte e differenti le problematiche che attraversano il settore, nel nostro contesto nazionale.
Le sfide poste dall’innovazione tecnologica sembrano essere state sottovalutate e trattate secondo canoni anacronistici e inadatti, che non contribuiscono all’arricchimento dell’offerta e alla sperimentazione, ma, al contrario, obbligano a sottomettersi alla logica del già visto e del consenso facile e maintream. Si crea così un circolo vizioso, che, invece di educare il grande pubblico alla complessità di registri e alla qualità espressiva, finisce per relegare la cultura cinematografica di spessore a esclusivo appannaggio della ristretta cerchia di sedicenti intenditori. Ben venga la commedia, anche come cavallo di battaglia del Belpaese, ma non è sicuramente auspicabile che una forma artistica – e in particolare il cinema – si limiti a essere cassa di risonanza di un’unica voce.
Le dita degli addetti ai lavori sono ovviamente tutte puntate, oltre che sulla politica – immobile e incapace di offrire un reale sostegno al settore – sulla pirateria: “Sono a favore dell’innovazione tecnologica solo se porta valore aggiunto non se va a levare all’esistente” tuona Lionello Cerri, presidente ANEC, nel corso della conferenza. Nel suo ragionamento, egli dimentica, tuttavia, di considerare come il fenomeno della fruizione “illegale” online sia ormai talmente diffuso da non poter pretendere che la via per la sua legittimazione possa avvenire in punta di piedi, nel rispetto delle gerarchie distributive formalizzate dal vecchio sistema (il sistema delle cosiddette “finestre”, che impone di lasciar trascorrere un certo lasso di tempo tra l’uscita di un film al cinema e il suo sfruttamento in dvd o in tv). Al contrario, tale fenomeno potrebbe rappresentare una sorta di modello da cui mutuare forme legali di distribuzione, capaci di cogliere la reale natura del mezzo internet e le mutate esigenze degli spettatori.
Nello scaricare e vedere sullo schermo del PC un film ancora presente nelle sale, l’utente non ha oggi nemmeno la percezione di compiere un illecito e questo non per disinteresse, non perché la crisi dell’industria cinematografico non lo coinvolga, ma perché per lui l’esperienza percettiva sperimentata nell’online non preclude in alcun modo quella sperimentata nelle sale del cinema. Può sembrare paradossale, ma in alcuni casi la prima arriva addirittura incentivare la seconda. Ragionare in termini monolitici sulla questione impedisce di trovare delle soluzioni realmente efficaci.
Poniamo il caso, ad esempio, di un giovane abituato a mettersi in fila, paziente, alla cassa di un multisala, per godersi, armato di popcorn e voglia di effetti speciali, l’ultima pellicola sensazionalistica e ben reclamizzata della major di produzione cinematografica statunitense di turno. Il ragazzo, tra un fumetto della Marvel e una Coca Cola in lattina, sente parlare di Bernardo Bertolucci. Non lo conosce, eppure quel nome evoca in lui qualcosa, lo incuriosisce. Compone il nome sulla tastiera e grazie ad una preparatissima Wikipedia scopre che questi è un regista. Mette in download quel famoso “Ultimo tango a Parigi”, guarda interamente la sequenza di fotogrammi e suoni e scopre pure che gli piace. Due settimane dopo, al cinema danno “Io e te” del medesimo regista. Le probabilità che egli scelga di andare a vedere quel film sono ora certamente maggiori rispetto a due settimane fa.
L’esempio è volutamente paradossale, ma intende di cogliere il fulcro dell’intera questione e cioè l’errore che spesso si compie nel valutare il fenomeno della pirateria online. Equiparare il file sharing al furto in negozio pare una congettura eccessivamente semplicistica e del tutto fuorviante. Basti pensare che un furto costituisce, in definitiva, una vendita persa, mentre il materiale scaricato rappresenta un nuovo esemplare generato, che non priva il proprietario originale del materiale stesso. Esistono poi diverse forme nella condivisione in rete, essa non sostituisce semplicemente l’acquisto reale del biglietto, ma può, come nell’esempio riportato, essere funzionale allo stesso o avere un impatto positivo a livello sociale, pur senza danneggiare gli attori coinvolti (è il caso dell’accesso a materiali tutelati dal copyright ma fuori dal mercato) o, ancora, fungere da mezzo pubblicitario per registi e attori emergenti che scelgono di diffondere gratuitamente sulla rete i propri sforzi ideativi, al puro scopo di farsi conoscere. Il rischio è che, sforzandosi di risolvere i problemi creati dal file sharing illegale fine a se stesso, si finisca per distruggere le positive opportunità create dalle altre forme di condivisione.
Con un ragionamento piuttosto grossolano – e forse, lo ammetto, un tantino azzardato – possiamo provare ad immaginare lo status dell’utente tipo, in grado di scaricare e condividere via web le più o meno pregiate fatiche dell’industria cinematografica. Scommetto che nessuno sta pensando ad una madre di famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese e che ripone, dunque, nello scambio illegale di materiale, le proprie speranze per potersi finalmente concedere – e per permettere alla propria famiglia – due orette di svago, in barba ai piangenti bilanci mensili e alle severe regole del mercato. Alla base della condivisione online vi sono per lo più persone di elevata cultura digitale e a spingere verso la fruizione vi è certamente un forte interesse verso l’arte cinematografica. Si tratta, dunque, di persone che possiedono tipicamente i mezzi (culturali ed economici) per mantenere viva l’industria cinematografica e che non hanno alcun interesse a farne decadere il nucleo centrale, che sono – è bene ogni tanto ricordarlo – la qualità espressiva, l’illusione, la comunicazione, la sensazione, l’emozione. Personalmente non conosco nessuno che, dopo aver scoperto il file sharing, abbia smesso di andare al cinema o abbia iniziato ad andarvi con minore frequenza (crisi generale permettendo).
Nell’eterna lotta contro la rete del free, da parte di coloro che detengono i diritti di sfruttamento economico, in gioco sembrano esservi i soli interessi di pochi che sperano di inserirsi a gamba tesa in un sistema che si dimostrano del tutto incapaci di comprendere e sul quale essi pretendono di imporre le proprie chiuse e obsolete convinzioni. Questo non significa che la pirateria debba essere accettata così com’è, la rete non deve diventare il regno del caos, libero da regole e da una equa distribuzione di diritti e doveri. Significa semplicemente sfumare i confini della questione, smetterla di operare una contrapposizione acritica e cercare un sano equilibrio tra i diversi interessi coinvolti.
I segnali positivi comunque ci sono, fa sapere CINETEL. Superato, nel periodo estivo, un calo delle presenze pari al 33%, nella seconda parte dell’anno appena trascorso (dal primo agosto a fine dicembre), la situazione sembra decisamente migliorata, con un incremento del 3,21% nel numero di biglietti staccati e del 5,51% negli incassi (rispetto allo stesso periodo del 2011).
Plausi anche per la scelta, presa dall’industria cinematografica, di anticipare l’uscita dei film dal venerdì al giovedì, in modo da rendere commercialmente valido anche un giorno tradizionalmente considerato infruttuoso in tal senso: nei primi mesi di entrata in vigore di tale prassi (da ottobre a dicembre), le presenze nella nuova giornata di esordio sono aumentate del 15,86% e gli incassi del 23,36%.
Le associazioni – dal canto loro – intravedono lo spazio per incrementare il loro spirito di collaborazione e avviare “iniziative comuni che possano apportare cambiamenti significativi e strutturali al mercato”. Tra gli obiettivi vi è la necessità di incentivare e stabilizzare il consumo di cinema nei mesi estivi, incrementando l’offerta di film nel periodo (impedendo, dunque, che le pellicole finiscano per “cannibalizzarsi” l’un l’altra con uscite troppo ravvicinate) e proponendo particolari eventi di sensibilizzazione e promozione, come la “Festa del Cinema”, una settimana, cioè, a metà maggio, durante la quale il biglietto costerà solo 3 euro.
Un’ulteriore risposta delle associazioni alla crisi è l’adesione alla Carta dello Studente “Io Studio”, promossa dal MiUR, che offre la possibilità a circa 2,5 milioni di studenti delle scuole superiori di avere uno sconto del 40% sul prezzo del biglietto dei cinema nei primi tre giorni della settimana.
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Le nuove regole del file sharing

La guardia di finanza di Brescia, su ordine del Gip, ha disposto il sequestro preventivo della piattaforma DDUniverse e, rifacendosi al decreto Urbani del 2004, ha reso anche i provider d’accesso possibili destinatari di una sanzione pecuniaria fino a 250 mila euro, in caso di inosservanza dell’ordine.

Nell’immaginifico mondo a disegni e baloons, è un astuto rivale del buon Topolino. Nell’attuale contesto della giustizia italiana, è il nome dato all’ultimo capitolo della lotta – spesso oggetto di critiche e contrapposizioni – alla condivisione illecita via web di materiale coperto dal diritto d’autore. L’operazione “Macchia nera non poteva che suscitare forti reazioni tra le file degli internauti, schierando, ancora una volta, tutti i diversi e contrapposti interessi messi in gioco dalla questione. Vediamo in cosa consiste: la guardia di Finanza di Brescia ha richiesto ai provider operanti sul territorio dello stato italiano, su ordine del Gip dello stesso tribunale e su richiesta del pubblico ministero della locale procura, Gian Maria Pietrogrande, di oscurare in via preventiva i portali dduniverse.net e www.dduniverse.net, identificati dall’indirizzo IP statico 88.80.27.36, in modo da inibirne l’accesso da parte degli utenti italiani. Si tratta di uno dei siti di file sharing più popolari in Italia: la community ad esso legata era già attiva nel 2002 ed esso nasce a fine 2004 come Drunken Donkey, diventando presto il punto di riferimento per gli utenti italiani di eMule. Segue una prima chiusura, ad opera del provider, nel 2007, una rinascita come DDGalaxy (“Drunken Donkey Galaxy“) e, infine, come DDUniverse. Sul sito venivano ospitati link a file torrent e a file distribuiti tramite la rete eDonkey (usata anche da eMule).

In pratica, a poche settimane dal caso Kickasstorrents e sull’esempio di molte altre situazioni analoghe, viene disposto nuovamente il sequestro preventivo (ovvero prima di un processo) di un sito, proprio a causa del meccanismo di file sharing che esso propone, considerato lesivo dei diritti d’autore.

Il provvedimento spiega tale meccanismo, affermando che l’immissione di opere protette dal diritto d’autore avviene “rendendo disponibili sulle pagine web codici alfanumerici complessi del tipo torrent – in grado di identificare univocamente i singoli file relativi ad opere dell’ingegno protette dal diritto d’autore – ed indicizzando e promuovendo collegamenti detti “ed2k” ai file medesimi, in tal modo gli utenti registrati su detto sito sono in grado di scambiare tra loro copie integrali o parziali dei file stessi”. Il tutto avverrebbe, secondo il Gip,con finalità di lucro rappresentato dagli introiti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie a pagamento inserite sul sito (cd banner)”.

Sul fine di lucro in capo all’accusa, molti hanno espresso il proprio dissenso, sottolineando come i banner sul sito avessero, come unico scopo, quello di ripagare le spese di hosting, considerando poi che la community agisce esclusivamente in forma volontaria.

Alla base di dduniverse.net, vi è, in sostanza, un’architettura Peer to Peer (nota con l’acronimo di P2P), un modello di comunicazione non gerarchico, nel quale cioè ogni parte ha le stesse funzionalità delle altre e ha la possibilità di iniziare la sessione comunicativa, in contrapposizione al modello server/client. Accanto ad usi leciti, il fenomeno ha visto sorgere una crescente ed illecita condivisione (file sharing, appunto) di materiali protetti dal diritto d’autore, per questo le multinazionali dell’industria dell’intrattenimento considerano le reti P2P come la più grave minaccia posta dalle tecnologie digitali ai loro diritti. 
Le caratteristiche tecniche del P2P rendono, tuttavia, estremamente difficile il contrasto allo scambio non autorizzato: mentre infatti nelle architetture gerarchiche si può eventualmente agire sui server, di numero relativamente ridotto e visibili, nei sistemi di P2P le azioni di protezione dei diritto si scontrano con il numero altissimo dei computer connessi e con la natura privata del traffico.

Gli interessi in gioco, l’abbiamo detto, sono moltissimi: da una parte troviamo, infatti, i detentori del diritto d’autore, i quali vogliono vedere protetta la loro possibilità esclusiva di sfruttamento economico delle opere. Vi sono poi i fornitori di servizi, che offrono strumenti e canali di comunicazione e che hanno ogni interesse a vedere i propri servizi utilizzati dal maggior numero di utenti possibile. Vanno considerati inoltre gli utenti stessi, i quali esigono sia garantito il proprio diritto alla riservatezza e ad esprimere liberamente il proprio pensiero e le proprie opinioni, attraverso ogni mezzo disponibile, compreso quello tecnologico. Infine lo Stato, che ha tra le sue priorità quella di far rispettare l’ordine pubblico, reprimendo ogni forma di reato, a prescindere dal canale attraverso il quale esso venga commesso.

La particolarità di questo ultimo caso di sequestro preventivo risiede allora, principalmente, nell’attribuzione delle responsabilità. Il titolare del portale (per ora ignoto) “viene indicato come un concorrente diretto nel reato, nonostante la mera funzione di indicizzazione di siti esterni”, come sottolinea l’avvocato-blogger Fulvio Sarzana. Il Gip è convinto, infatti, che si configuri “il fumus di reato in relazione alla fattispecie di cui agli art 110 cp” (Pena per coloro che concorrono nel reato) “e 171 ter comma II lettera a bis della legge 22 aprile 1941 n 633”, la legge sul diritto d’autore, “e, in ogni caso, a quella di cui agli art 110 cp e 171 comma 1 lettera a bis della medesima legge”.

La funzione del sito, che “non mette a disposizione dei suoi utenti in modo diretto ed immediato file contenenti opere protette”, è quella – precisa ancora il Gip – di “smistamento (tecnicamente tracking o tracciamento) ed è dunque strumentale alla consumazione di file al di fuori delle fonti messe a disposizione dai detentori del diritto di autore”: il proprietario del sito non sarebbe, dunque, secondo il Gip, “un mero corriere che organizza il trasporto dei dati”, al contrario “fornisce un concreto apporto causale […] allo scambio dei file da utente a utente, consistente nel mettere a disposizione dei soggetti registrati una indicizzazione costantemente aggiornata di file distinti per tipologie che consente agli stessi di orientarsi chiedendo il downloading di un’opera piuttosto che un’altra”.

Nonostante, dunque, il sito non ospitasse alcun file né consentisse il download diretto, ma si limitasse a fornire, alla stregua di quanto fanno i motori di ricerca, un servizio di indicizzazione, esso è stato ritenuto un responsabile diretto dello scambio di materiale protetto dal diritto d’autore: puntare il dito su Google, che non distingue materiale protetto e non, non sembra essere più un’arma di difesa valida.

Un ulteriore elemento di novità del provvedimento è rappresentato dalla responsabilità posta in capo ai provider di accesso (e non solo a quello su cui risiedono le opere), rendendoli potenziali destinatari, in caso di inosservanza dell’ordine del giudice, di una sanzione pecuniaria fino a 250 mila euro, salvo conseguenze più gravi, per ora semplicemente accennate. Il legislatore è, a tal proposito, preso in causa attraverso il decreto Urbani del 2004, che ha appunto introdotto delle nuove sanzioni per il file sharing.

Se è vero, infatti, che nell’ordinamento italiano vige il principio generale di irresponsabilità del provider per le attività poste in essere dai destinatari dei servizi forniti (principio stabilito dal d.lgs. 70/03, in attuazione della direttiva 2000/31/CE, la c.d. “direttiva sull’“e-commerce”), è vero anche che numerose disposizioni legislative sono intervenute nel tempo a porre diversi obblighi nei loro confronti, introducendo delle eccezioni a questo principio generale.

La legge 6 febbraio 2006, n. 38 (“Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedo-pornografia anche a mezzo Internet”), attuata dal cosiddetto “decreto Gentiloni”, ha introdotto per il provider l’obbligo, sanzionato in via amministrativa, di denunciare – qualora ne vengano a conoscenza – al Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia, le imprese e i soggetti che, a qualunque titolo, diffondono, distribuiscono, o fanno commercio , anche in via telematica, di materiale pedo-pornografico, nonché di comunicare al Centro, che ne faccia richiesta, ogni informazione relativa ai contratti con tali imprese e soggetti.

La legge finanziaria 2006 (legge 23 dicembre 2005, n. 266) ha imposto obblighi in merito al filtraggio e all’oscuramento dei siti di scommesse non autorizzati dal Ministero.

Allo stesso modo la disciplina sul diritto d’autore, in particolare attraverso la novella operata dal decreto legge 22 marzo 2004, n. 72 e convertito in legge 21 maggio 2004, n. 128 (la “Legge italiana sul Peer to Peer”, o “Legge Urbani” dal nome del ministro proponente), ha introdotto una serie di imperativi, per il provider, in tema di vigilanza e controllo sulla violazione delle disposizioni sul diritto d’autore.
 L’art. 1, al comma 5, della legge dispone che “a seguito di provvedimento dell’autorità giudiziaria, i prestatori di servizi della società dell’informazione, di cui al decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, comunicano alle autorità di polizia le informazioni in proprio possesso utili all’individuazione dei gestori dei siti e degli autori delle condotte segnalate”. Prosegue poi, al comma 6, affermando che “a seguito di provvedimento dell’autorità giudiziaria, per le violazioni commesse per via telematica di cui al presente decreto, i prestatori di servizi della società dell’informazione, ad eccezione dei fornitori di connettività alle reti, fatto salvo quanto previsto agli articoli 14 [“Responsabilità nell’attività di semplice trasporto – Mere conduit”], 15 [“Responsabilità nell’attività di memorizzazione temporanea – Caching”], 16 [“Responsabilità nell’attività di memorizzazione di informazioni – Hosting”] e 17 [“Assenza dell‟obbligo generale di sorveglianza”] del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, pongono in essere tutte le misure dirette ad impedire l’accesso ai contenuti dei siti o a rimuovere i contenuti medesimi”.

L’inosservanza dei provvedimenti è punita in via amministrativa con sanzione pecuniaria da 50 mila a 250 mila euro (comma 7 della legge). Gli obblighi previsti in capo ai provider non implicano il controllo o la vigilanza sulle informazioni trasmesse e memorizzate né di ricerca attiva degli illeciti relativi al diritto d’autore. Tuttavia la mancata e pronta ottemperanza agli ordini dell’autorità, in merito alle informazioni di cui sia eventualmente in possesso, all’oscuramento dei siti, alla rimozione dei contenuti, rendono problematica la posizione del provider che, oltre alla sanzione amministrativa espressamente prevista, potrebbe essere (alla luce di quanto prevede il decreto legislativo 70/03) passibile di concorso nel reato di violazione del diritto d’autore contestato, insieme all’autore della violazione, quantomeno per avere, non ottemperando agli ordini dell’autorità, agevolato la commissione dell’illecito.

Intanto i gestori della piattaforma, dal loro account di Twitter, di dimostrano particolarmente attivi nell’offrire agli utenti delle vie alternative all’accesso e consentire, dunque, alla community di non esaurirsi a causa della dubbia capacità del legislatore italiano nel reggere il passo con lo sviluppo tecnologico.

Pubblicato su: pmi-dome