Venture capital in Italia: un mercato dinamico e in crescita

Ecco il profilo degli investimenti early stage realizzati nel 2011: 43 nuove operazioni (+ 40% sul 2010), soprattutto in Lombardia e nel settore dell’ICT

Il processo di sviluppo economico di un Paese passa anche attraverso politiche e iniziative capaci di creare un mercato del credito sano e vivace, dove sia reso agevole il momento di incontro tra domanda e offerta. Permettere alle imprese, soprattutto a quelle piccole e medie, un adeguato accesso al credito rappresenta la base fondamentale per favorire processi di innovazione, crescita e incremento occupazionale all’interno dell’iniziativa aziendale.
Il ricorso a soggetti terzi in grado di offrire il necessario sostegno finanziario rappresenta, allora, per le imprese, un metodo efficace e a volte imprescindibile per gestire alcuni passaggi critici del proprio ciclo di vita. Il sistema bancario fatica, infatti, a finanziare, in questo preciso momento storico, attività ad alto contenuto immateriale, per questo sempre più importante diventa l’attività degli operatori di venture capital, capaci di costruire una nuova via per la ricerca di nuove opportunità di business e per la creazione di valore all’interno dell’impresa.
Recentemente il comparto del venture capital ha manifestato la propria vitalità e dinamicità, pur essendo ancora lontano da certi modelli europei, sintomo di una logica economica lontana da movimenti esclusivamente speculativi e votata piuttosto alla crescita attraverso la sperimentazione.
A confermare questa tendenza è la quarta edizione del rapporto di ricerca stilato dall’osservatorio Venture Capital Monitor (VeM) attivo presso la LIUC – Università Cattaneo di Castellanza, presentato lo scorso 16 luglio a Milano. Lo studio – realizzato in collaborazione con AIFI, Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital, con lo studio legale Bird & Bird e grazie al contributo di SICI – Sviluppo Imprese Centro Italia SGR e di Dedalus SpA – vuole rappresentare un utile strumento per l’analisi approfondita delle dinamiche che hanno interessato il mercato del venture capital nel corso del 2011.
Coloro che scelgono di compiere degli investimenti in capitale di rischio, possono farlo nella fase iniziale di creazione dell’azienda (early stage) oppure in un secondo momento (later stage), quando l’azienda è già attiva ma necessita di risorse per espandersi, o quando l’azienda si trova in fase di ristrutturazione aziendale, o è pronta a fare delle acquisizioni. Alla fase di avvio viene ricondotta l’attività propriamente detta di venture capital, mentre quelle di sviluppo e cambiamento aziendale rientrano nel segmento del private equity.
Nel report appena diffuso sono stati in particolare presi in considerazione i soli investimenti “initial” realizzati da investitori istituzionali nel capitale di rischio di matrice privata, classificabili come operazioni di early stage (seed capital e start-up). Esclusi, dunque, dalla rilevazione gli investimenti rientranti nel segmento del later stage (expansion, buy out, replacement e turnaround), oggetto di monitoraggio continuo da parte dell’Osservatorio Private Equity Monitor (PEM).
Il peso che il venture capital ha avuto sull’intero comparto del capitale di rischio italiano risulta, con riferimento al 2011, in crescita: il rapporto ci dice che sono state 43 le nuove operazioni di investimento realizzate nel segmento dell’early stage, contro le 85 operazioni evidenziate dall’osservatorio PEM nel later stage, il che significa che il segmento del venture ha rappresentato, per la prima volta dopo molti anni, oltre un terzo dell’intero mercato (43 su 128 deals totali).
Le 43 operazioni concluse nel 2011 segnano un incremento in termini assoluti di 40 punti percentuali sul 2010 (quando le operazioni realizzate erano state 31) e di oltre 100 punti percentuali sul 2009 (20 deals).
Rispetto alle 43 società target, gli investitori attivi in Italia nel 2011 sono stati complessivamente 23, per un totale di 55 investimenti: in media ciascun operatore ha quindi posto in essere 2,4 investimenti, in forte incremento rispetto agli scorsi anni.
Si è determinato di conseguenza un maggior grado di concentrazione degli investimenti, dato che il 53% degli stessi sono riconducibili ai primi 6 operatori, contro i 9 del 2010 e in linea con i 5 del 2009. Circa un quinto delle operazioni realizzate nel 2011 vede, inoltre, la contemporanea partecipazione di due o più investitori nella medesima società target.
Estrema concentrazione delle operazioni anche a livello geografico: Lombardia e Toscana hanno insieme rappresentato quasi il 50% dell’intero mercato (28% la prima e 21% la seconda). Crescono gli investimenti nel Sud Italia, che arrivano ora a rappresentare il 30% del mercato, contro il 16% del 2010 e il 15% el 2009.
Si conferma la propensione dei venture capitalists ad acquisire partecipazioni significative, ma comunque di minoranza (in media la quota è del 40%). Per l’acquisto di tale partecipazione tuttavia ciascun operatore ha impiegato in media 1 milione di Euro, importo più che dimezzando l’importo del 2010 (2,7 milioni di Euro). Si fa ricondurre tale fenomeno all’aumento, rispetto al passato, degli investimenti in seed capital (quelli cioè funzionali allo sviluppo dell’idea stessa di business, prima ancora che l’azienda nasca): questi hanno riguardato 19 delle operazioni rilevate (pari al 44%), contro le 24 riconducibili alla categoria start-up (56%).
Con riferimento alla deal origination, il 2011 segna un incremento delle iniziative a carattere privato, le quali tornano – dopo un 2010 in decrescita – a rappresentare la quasi totalità del mercato (80%). Seguono gli spin-off universitari (15%) e gli spin-off di matrice corporate (5%), il cui peso è, in entrambi i casi, in calo sul 2010 (quando costituivano rispettivamente il 25% e il 10%).
Per quanto riguarda i settori d’intervento, i 2011 ha visto un nuovo rilancio per l’ICT (40%), in particolare per le iniziative legate alle web e mobile applications (soprattutto quelle riguardanti selezione e segnalazione di offerte su beni di consumo), dopo un 2010 in cui l’ICT sembrava aver perso appeal. Per contro si ridimensionano proprio quei settori predominanti del 2010, cleantech, biofarma e sanità. Il comparto dei beni industriali conquista poi il 15% del mercato, dunque il venture capital comincia a vedere nell’eccellenza manifatturiera nazionale nuove opportunità d’investimento. Seguono cleantech, bio farmaceutico e sanità (tutti con il 9%) e il terziario (7%).
Con riferimento alle dimensioni delle società target, l’ammontare di ricavi (in base all’ultimo bilancio disponibile) risulta pari a circa 1,5 milioni di euro, inferiori rispetto ai 2 milioni di euro del 2010. Il numero di dipendenti delle aziende target è in media pari a 11. Le società target hanno in media all’attivo 2 anni di operatività prima che l’investitore decida di compiere il suo ingresso nella compagine azionaria (il doppio rispetto al passato).
Il report passa infine ad esaminare le caratteristiche legali delle operazioni di investimento realizzate nel 2011.
Con riferimento alla forma giuridica delle società target, prevalgono le srl (56%), seguite dalle spa (42%). Gli investitori hanno sottoscritto in prevalenza partecipazioni dotate di particolari diritti statutari: le azioni di categoria speciale (in caso di investimenti in società per azioni) o le quote dotate di particolari diritti (in caso di investimenti in società a responsabilità limitata) sono state lo strumento finanziario maggiormente utilizzato (72%). Limitato, invece, il ricorso a strumenti finanziari diversi dalle azioni o dalle quote, quali le obbligazioni convertibili o i finanziamenti convertibili in capitale (7%).
Quasi tutti gli statuti esaminati prevedono alcune protezioni a favore dell’investitore in merito alla governance delle società target: diritto di veto su alcune delibere di carattere straordinario da parte dei soci (quali, modifiche statutarie, operazioni sul capitale, distribuzione di dividendi, nomina degli organi sociali) o del consiglio di amministrazione (approvazione di budget e business plan, attribuzione di deleghe agli amministratori, assunzione e remunerazione di dirigenti, acquisto o cessione di asset aziendali, assunzione di finanziamenti); diritto di nominare uno o più componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale; diritto di ricevere un’informativa periodica sulla situazione patrimoniale, finanziaria e di business della target; infine protezione dagli effetti diluitivi sulla propria partecipazione, in caso di successivi aumenti di capitale effettuati ad un valore inferiore a quello sottoscritto dall’investitore (c.d. antidilution).
Oltre la metà degli statuti prevede il diritto di prelazione per limitare il trasferimento delle partecipazioni detenute dai soci diversi dall’investitore. Frequente è anche l’imposizione di un divieto assoluto al trasferimento per un determinato periodo di tempo (di solito, 2 anni per le quote di società a responsabilità limitata e 5 anni nel caso di società per azioni) e del divieto a costituire vincoli sulle partecipazioni (esempio pegni). In alcuni casi il trasferimento delle partecipazioni deve superare il preventivo gradimento dei soci o degli organi sociali.
Le eventuali controversie vengono disciplinate dagli statuti attraverso il ricorso alla clausola compromissoria che delega la competenza delle stesse a un collegio arbitrale o ad un arbitro unico (nel 71% dei casi) piuttosto che al Tribunale del luogo in cui la società ha sede (29%).
Con riferimento infine alla disciplina dell’exit, due sono le clausole maggiormente presenti negli statuti delle società target. In primis si prevede la co-vendita cioè il diritto per l’investitore di partecipare alla vendita nel caso in cui gli altri soci decidano cedere la propria partecipazione (c.d. tag-along) oppure il diritto di obbligare gli altri soci a vendere la loro partecipazione ad un terzo individuato dall’investitore (c.d. drag along). Molto usata anche la liquidation preference, cioè il diritto riservato all’investitore di ricevere, in forma prioritaria rispetto agli altri soci, un importo pari almeno a quanto investito, in caso di liquidazione o cessione a terzi della target.
Il settore del venture capital rappresenta, in conclusione, una risorsa fondamentale per intraprendere la via della crescita. L’attività del venture capitalist non si esaurisce nel semplice apporto di risorse finanziarie, ma egli mette a disposizione dell’azione aziendale anche il proprio know how manageriale, i propri contatti, le proprie collaborazioni e il proprio prestigio, con ricadute positive anche in termini di immagine per l’azienda target. Il mercato italiano di riferimento presenta ancora grandi potenzialità, “il cui pieno sfruttamento” – sottolinea Innocenzo Cipolletta Presidente di AIFI – “dipenderà, da una parte, dalle capacità degli stessi soggetti che ne compongono l’offerta e la domanda e, dall’altra, dal quadro istituzionale e giuridico che il nostro ordinamento riuscirà a predisporre”.
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Web tv, crescono le opportunità di business per le PMI

Nati in forma quasi amatoriale dall’iniziativa di singole personalità, questi canali sembrano essere sempre più strutturati e maturi, offrendo grandi opportunità alle aziende, consentendo investimenti pubblicitari meno onerosi e rivolti ad un pubblico ben mirato

Le nuove tecnologie hanno investito il sistema dei media, rivoluzionandolo grazie alla loro portata innovatrice. La televisione, come tradizionalmente la intendiamo, sembra essere costretta a cedere, un po’ alla volta, quote consistenti del proprio ruolo di regina incontrastata tra i mezzi di comunicazione di massa.
Cambia l’approccio degli utenti al mondo dell’informazione e dell’intrattenimento, sempre più essi scelgono di non essere semplici telespettatori, ma di farsi autori e distributori stessi di contenuti audiovisivi. Muta, di conseguenza, la tradizionale filiera produttiva. L’era digitale ha imposto un’alterazione nelle logiche di partecipazione, si rileva un passaggio dal concetto di mass-media a quello di my-media (o di personal media), dove i “Netizen” (Internet Citizen), ovvero i cittadini digitalizzati, si fanno protagonisti di un nuovo modo di raccontare ciò che accade.
La rete e il mobile diventano vettori privilegiati di contenuti, l’interattività da essi promossa fa saltare i paradigmi tipicamente televisivi della fruizione audiovisiva. Viene abolita l’esclusività dello schermo televisivo, il cui consumo si ibrida con altri schermi frutto dell’innovazione tecnologica, dove si evolvono i linguaggi, dove è possibile un’interazione maggiore, dove vince la crossmedialità.
Gli utenti assumono ora il ruolo di “Prosumer”, vale a dire consumatori che allo stesso tempo producono comunicazione personalizzata. Il moltiplicarsi delle web tv permette lo sviluppo di un’informazione più pertinente e partecipata, percepita in primis come bene comune, come mezzo per lasciare un’impronta geolocalizzata della propria comunità di riferimento.
Per comprendere da vicino le caratteristiche e l’evoluzione recente delle web tv italiane, possiamo avvalerci del Rapporto Netizen 2012, realizzato annualmente (questa è la settima edizione) da Altra Tv, il primo osservatorio italiano interuniversitario sulle micro web tv e sui media locali posizionati in rete. Fondato a Bologna nel 2004 da Giampaolo Colletti su ispirazione di Carlo Freccero, esso oggi coinvolge ricercatori italiani ed esteri che analizzano le evoluzioni del micro citizen journalism e della cittadinanza attiva digitale e si propone come vero e proprio network delle web tv italiane, consentendo la navigazione sulle molte “antenne” attive, attraverso un semplice clic nell’area geografica di interesse. Il rapporto è stato realizzato da un team di giovani ricercatori presieduti da Veronica Fermani, sotto la direzione dello stesso Giampaolo Colletti.
Ciò che ne esce è certo un fenomeno che si fa sempre più articolato e “maturo”, capace di moltiplicare soprattutto le possibilità di business per le imprese, in particolare per quelle medie e piccole.
Andiamo però con ordine. A inizio 2012 l’esercito dei videomaker italiani creatori di web tv – ci dice il Rapporto – ingrossa dell’11% le proprie file, raggiungendo quota 590 unità, distribuite in modo piuttosto omogeneo su tutto il territorio nazionale. Le densità maggiori si evidenziano nel Lazio (102), in Lombardia (85), in Puglia (63) e in Emilia-Romagna (53). Una più recente mappatura da parte dell’osservatorio ha individuato, poi, a termine del primo trimestre 2012, ben 642 web tv attive.
A ben vedere, l’incremento delle micro web tv registrato nel 2012 è stato decisamente inferiore rispetto a quello rilevato nel 2011, pari a +52% sul 2010 (arrivando a contare 533 realtà), tuttavia è a partire da quest’anno che si denotano degli sviluppi di ordine qualitativo, che impongono la classificazione delle web tv italiane come organismi strutturati e dotati di chiari obiettivi.
Esse, nascendo come espressione della cittadinanza attiva digitale “dal basso”, iniziano ora a creare business, diventando delle vere e proprie start up. Questi canali mettono in discussione la supremazia delle tv locali sull’informazione del luogo, divulgando in forma pressoché permanente notizie relative a cronaca e ad eventi del territorio (33%), valorizzando lo stesso (25%), realizzando inchieste che denunciano situazioni particolari (15%) e creando un filo diretto tra cittadini e istituzioni (il 7% ha rubriche specifiche).
Diminuiscono, rispetto al 2011, le realtà che attingono ai finanziamenti della Pubblica Amministrazione (si attestano ora sul 12%), tuttavia sembrano migliorare i rapporti con la stessa, dato che il 61% delle web tv sottolinea la propria riconoscenza e collaborazione in tal senso (contro il 34% dello scorso anno).
Il dato forse più interessante riguarda però il netto incremento nei rapporti commerciali con le piccole e medie imprese del territorio. L’80% delle web tv intrattiene, infatti, con esse rapporti di business, realizzando video su commessa (24%) o producendo pubblicità con pre-roll o banner (32%). Puntando su investimenti certamente meno onerosi rispetto a quelli richiesti dalle emittenti TV classiche, le piccole realtà imprenditoriali possono contare, infatti, su bacini di utenza spesso molto ampi, il più delle volte caratterizzati su base territoriale o tematica, dunque maggiormente il linea con la propria mission aziendale.
Diminuiscono parallelamente le web tv che vivono di donazioni o risorse degli stessi ideatori (56%, meno della metà rispetto all’ultimo monitoraggio). Più business, dunque, con squadre sempre più numerose (il 19% ha una un team compreso tra i 6 e i 10 collaboratori) e mature (il 53% di chi vi lavora ha un’età compresa tra i 31 e i 40 anni, solo il 5% sono net-nativi).
Abbiamo già visto come AssoComunicazione, nel suo annuale studio “Comunicare Domani”, condotto su 133 imprese di comunicazione operanti in territorio italiano, abbia rilevato l’importanza sempre maggiore del Video Advertising online, prevedendo un esponenziale aumento (pari al +93%) degli investimenti (stimati in 88 milioni di euro) ad esso destinati nel 2012. Nel corso dello Iab Seminar 2012tenutosi lo scorso 28 giugno a Milano, Fabiano Lazzarini (General Manager di IAB Italia) ha presentato le cifre del fenomeno, sempre riferite al contesto italiano: sarebbero 48 milioni gli euro investiti nel 2011 nel Video Adv, cifra che rappresenta il 10,5% della pubblicità display, pari a 455,6 milioni di euro, e nel 2012 si prevede un aumento degli investimenti pari all’85%, raggiungendo gli 89 milioni di euro (stime leggermente diverse rispetto a quelle di AssoComunicazione, ma le conclusioni cui conducono son le stesse). Il cambiamento dei modelli di consumo dei media ha imposto, quindi, una radicale modifica anche alla pianificazione pubblicitaria: il 2,5% degli investimenti pubblicitari – ha riferito ancora Lazzarini – pare si stia spostando dalla TV al Video Online. Quest’ultimo sembra, infatti, creare nuove opportunità per i diversi attori coinvolti nella filiera pubblicitaria: i creativi, ad esempio, possono realizzare campagne che viaggiano in rete al di là dei vincoli spazio-temporali e le aziende possono diventare fornitrici di contenuti liquidi che gli utenti si scambiano, manipolano e modificano per creare nuovi originali spunti.
All’interno del fenomeno del Video Adv, sembrano, allora, farsi sempre più spazio le piattaforme di micro web tv, le quali, nate spesso per caso o come frutto della passione di singole personalità, si stanno trasformando in vere e proprie realtà imprenditoriali, che utilizzano apparecchiature tecniche professionali (69%), che vengono aggiornate quotidianamente (53%, contro il 39% nel 2010) e che vedono aumentare continuamente gli accessi (il 30% delle web tv dichiara accessi compresi tra i 7.000 e i 10.000 contatti unici al mense, contro il 20% dell’anno precedente, il 28% arriva addirittura a superare i 10.000 accessi).
Aumenta anche l’indipendenza dal piccolo schermo: se all’inizio i format confezionati erano per lo più mutuati da quelli tipicamente televisivi, oggi i servizi giornalistici e i tg rappresentano soltanto il 10% della proposta audiovisiva, lasciando il posto a interviste (25%) e rubriche di vario genere (16%). Gli argomenti di cui ci si occupa sono cultura (per il 57%), sport (36%), turismo (34%), politica (31%) e cronaca (26%).
Molte sono poi le novità del momento: innanzitutto la trasmissione in live streaming (19%), usata primariamente per specifici eventi territoriali, e le web series, sperimentate dall’8% delle piattaforme. Crescono, poi, i canali verticali (il 36%, contro il 26% dello scorso monitoraggio). Sempre più si creano forme di integrazione con le piattaforme di videosharing, soprattutto YouTube (adottata come business partner per il 72%, contro il 60% dell’anno prima) e Vimeo (11%). Sempre più, inoltre, si adottano i social network (8 canali su 10): l’82% delle antenne è su Facebook (il 70% di esse sfiora i 5.000 fan con la propria pagina), il 46% su Twitter e il 37% ha attivato un account su Foursquare e lo utilizza per fare marketing territoriale (contro il 12% dello scorso monitoraggio). Per contro si utilizzano poco delle tecniche precise per misurare l’efficacia di questa presenza sui social: solo il 16% adotta monitoraggi qualitativi della conversazione in rete, il 62% effettua esclusivamente valutazioni quantitative e il 22% non realizza alcun monitoraggio.
Emerge, infine, una crescita esponenziale nella distribuzione multipiattaforma, rivolta in particolare ai devices mobili (preferiti dal 45%, seguiti dal digitale terrestre, con il 39%): le applicazioni per smartphone e tablet sono adottate dal 40% dei canali ed esse verranno presto implementare dal 56% degli stessi. Nel 14% dei casi i download superano le 1.000 unità, tuttavia, anche in questo caso, scarseggia il monitoraggio, considerando che il 63% non effettua tracciabilità dei download e soltanto il 3% applica “offerte pay” o “freemium”.
Insomma la tv del futuro sarà online, sviluppata da micro-editori digitali. Oggi, complici l’abbattimento dei costi del digitale e la maggiore alfabetizzazione verso le nuove tecnologie, si moltiplicano le esperienze di questo tipo, con un fatturato complessivo stimato in 10 milioni di euro, per 10 mila circa addetti, tra operatori diretti e indiretti (in realtà pare che ciò sia dovuto in parte anche alla riconversione professionale dei lavoratori di alcune emittenti locali, costrette alla chiusura in seguito all’introduzione del digitale)..
Da un po’ di tempo gli stessi analisti di Google scommettono sul fatto che, entro il prossimo decennio, il 75% di tutti i canali tv sarà creato sul web. YouTube stesso (giusto per citare l’esempio più noto) pare aver ormai mutato la propria natura, distanziandosi dall’essere sinonimo di “video virali” user generated, dalla qualità piuttosto bassa e da condividere sulla rete, facendosi piuttosto nuovo centro di produzione e distribuzione per veri e propri programmi tv e, di conseguenza, per la raccolta pubblicitaria. L’intenso consumo di video online ha di recente spinto Robert Kyncl (lo stratega di Youtube, responsabile globale per i contenuti) ad annunciare un investimento di ben 200 milioni di dollari nella promozione di 100 nuovi canali professionali, prodotti tramite partnership con media company e gruppi creativi (http://www.webnews.it/2012/05/04/youtube-200-milioni-per-i-canali-premium/). In questo modo YouTube evidenzia il proprio impegno nella realizzazione di contenuti originali (entro fine luglio si prevede, in particolare, di offrire 25 ore di nuovo materiale al giorno), nella trasformazione in qualcosa di più commerciale. L’attenzione particolare riservata al marketing mira, inoltre, a rendere la propria offerta di spazi pubblicitari ancor più attraente verso gli investitori esterni, dunque in sempre più diretta concorrenza con gli spazi offerti dalla televisione.
La tv tradizionale sta cercando di recuperare le posizioni perse e di rincorrere questa tendenza, moltiplicando la propria offerta in streaming, visibile da pc, tablet o smartphone. Tuttavia c’è da scommettere che la logica alla base del suo tipico funzionamento non potrà che essere, nel prossimo futuro, superata, facendola annoverare tra i “dinosauri” dei media.
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1minuto.info. Intervista all’ideatore

La Redazione di PMI-Dome ha intervistato per i suoi lettori Paolo Conti, amministratore delegato di Loft Media Publishing e ideatore di 1minuto.info
Giovedì 5 luglio è stato lanciato ufficialmente il progetto 1minuto.info appartenente alla Loft Media Publishing di fronte alla platea del Social Case History Forum di Milano. Si tratta di sistema interattivo e multicanale a metà strada tra l’informazione e la formazione. In sostanza il sistema propone una raccolta di video lunghi un minuto nei quali alcuni tra i più accreditati esperti italiani del mondo digitale e imprenditoriale rispondono a delle domande inerenti il proprio ambito di competenza. Per maggiori approfondimenti vi rimandiamo al nostro articolo “Informazione e formazione. Tutto in 1minuto“.
La Redazione di PMI-Dome ha intervistato per voi l’ideatore del progetto, Paolo Conti, amministratore delegato della Loft Media Publishing.
Da dove nasce l’idea di 1minuto.info e a quale mission aziendale corrisponde?
Tutto è nato da una chiacchierata l’hanno scorso con un pubblicitario. Pensavamo a come proporre in rete un format pubblicitario alle aziende che durasse esattamente 1minuto. A lui è piaciuta, ma alla fine, ripensandoci, mi sono detto che non era quello che volevo. Ma l’idea di 1minuto ha continuato a frullarmi in testa. Io sono un giornalista. Quindi ho fatto 2+2 ed ecco fatto! La mission aziendale? Fare in modo che tutti possano accedere a informazioni di qualità in un tempo adatto ai temi in cui viviamo. Difficile trovare qualcuno che dedica più di 1 minuto a imparare qualcosa di nuovo…
Quello di Loft Media Publishing è un nuovo modo di intendere l’editoria: autentico desiderio di innovazione o bisogno di “sopravvivenza”? A spingervi in questa direzione è, insomma, solo un desiderio di sperimentazione o credete si tratti di una via pressoché obbligatoria per quanti – al di là dei grandi nomi – intendano operare con successo nel settore? 
Certamente 1minuto non è l’unica strada: ci mancherebbe! Nessuno sa ancora con certezza come cambierà l’informazione con lo sviluppo dei nuovi media. Sperimentazione, quindi. Ma anche l’ambizione di costruire destinata a crescere nel tempo con il contributo di chiunque voglia partecipare, suggerendo domande nuove o candidandosi per aiutarci a filmarle.
In quali modi credete sia possibile avere un ritorno in termini economici da un’iniziativa imprenditoriale come 1minuto.info?
La verità? In questo momento non lo so ancora. Ma io ho sempre pensato “Se hai un’idea che sembra interessante, utile e che ti piacerebbe realizzare, falla e basta! Se è buona come pensavi, un modo per portarla avanti lo troverai”.
Ad una settimana dal lancio ufficiale della piattaforma, potete dirvi soddisfatti dei risultati di pubblico? Riesce a darci qualche cifra?
Sinceramente, finora risultati stanno superando le nostre aspettative. Dare dei numeri al momento non avrebbe molto senso: sono trascorsi solo pochi giorni. Ma alcune delle risposte che abbiamo pubblicato sono già schizzate al primo posto su Google…
Prevedete di ampliare la componente di crowdsourcing del progetto, aprendo ad esempio dei contest su specifiche tematiche anche a giornalisti o creativi della rete non interni alla vostra redazione?
È esattamente la direzione in cui vogliamo andare. La Loft non ha e non avrà mai le risorse necessarie a raccogliere migliaia di risposte. Ma se riusciremo a mettere in modo il meccanismo di cui lei parla (che è esattamente il nostro obiettivo) 1minuto.info potrà diventare una piattaforma di formazione/informazione davvero rilevante. Incrociamo le dita, quindi!
Mi sembra di poter rilevare una sorta di paradosso nella vostra piattaforma: nonostante gli utenti siano interessati alla risposta fornita dai vostri esperti, è la domanda che assume l’importanza principale nella logica fruitiva imposta: sbagliare una domanda, renderla troppo generica o poco d’appeal, potrebbe implicare la perdita di una visualizzazione, dunque di un like, di una parte di viralità. E’ d’accordo?
Ho sempre pensato che molto spesso non è la risposta, ma la domanda a fare la differenza. Se chiedi a qualcuno la cosa giusta, avrai la risposta giusta, a patto che quel qualcuno sappia di cosa sta parlando. È per questo che stiamo chiedendo a tutti di suggerirci domande: le selezioneremo e sottoporremo quelle di interesse più ampio ai migliori esperti che riusciremo a identificare.
Lei cosa farebbe in 1 minuto da non dimenticare?
Questa domanda è davvero diabolica 🙂 Mi lasci pensare… Credo che trascorrerei quel minuto baciando una donna che amo.
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Informazione e formazione. Tutto in 1minuto

Nasce il nuovo format editoriale, creato da Loft Media Publishing, basato sulla realizzazione di video dalla durata di 60 secondi, nei quali noti esperti del mondo digitale e imprenditoriale rispondono a precise domande

La rivoluzione digitale ha imposto una trasformazione rapida, radicale e quasi sicuramente irreversibile nell’interazione tra le persone, che ha sovvertito le tradizionali pratiche, per condurre ad un sistema comunicativo molti-a-molti, multimediale e globale, in cui a vincere è in primis un’ottica di tipo collaborativo. Il web 2.0 ha imposto a molte aziende di rivedere i propri modelli di business, di ideare, progettare, sviluppare prodotti e servizi in modo profondamente differente rispetto al passato, offrendo – tra le altre – una risorsa dal costo piuttosto basso e allo stesso tempo florida e vitale, la collaborazione: ciascuna mano imprenditoriale può attingere ad un bacino pressoché illimitato di talenti, per trarne idee e innovazioni anche di altissimo livello.
Alcune delle realizzazioni digitali più entusiasmanti attualmente in circolazione sono il risultato del lavoro di team composti da migliaia o forse milioni di individui (si pensi, molto banalmente, a Linux, a Wikipedia, a Youtube). Interi settori economici, tra i quali l’editoria, l’intrattenimento, i servizi finanziari, l’industria, stanno subendo una trasformazione vera e propria, spesso fondata sul principio della peer production. Da qui la critica costante alla rete, mossa da chi si erge a custode dei tradizionali (o meglio obsoleti) veicoli della conoscenza, gli unici – a detta dei “custodi” – in grado di garantire una diffusione qualitativamente apprezzabile. La rete sembra voler abolire, o perlomeno attenuare, i modelli imprenditoriali gerarchici, favorendo meccanismi di creazione fluidi ed eterogenei, che permettono a tutti di esprimersi piuttosto liberamente. L’ideale massimo al quale si aspira è quello di un’economia più partecipata, che Don Tapscott e Anthony D. Williams già nel 2006 definivano “Wikinomics”.
Resistere alla tentazione di innalzare anacronistiche barricate e anzi percorrere strade sempre nuove alla ricerca dell’innovazione, mettendo magari a frutto proprio quel frizzante capitale umano a disposizione nel web, sembra essere la sfida posta dalla virtualità a dirigenti e professionisti. Ed è proprio allo scopo di cogliere questa sfida e rilanciarla in una nuova formula – non wiki, ma comunque aperta – che pare muoversi l’azione della casa editrice (nel senso meno tradizionale del termine) milanese Loft Media Publishing, fondata nel gennaio del 2009 come frutto dell’esperienza maturata, nel corso dei tre anni precedenti, dai fondatori dell’associazione senza fini di lucro “Cedites” (Centro Studi per la Divulgazione della Tecnologia e della Scienza).
Degno di attenzione è in particolare il suo ultimo progetto, 1minuto.info, lanciato ufficialmente lo scorso giovedì 5 luglio di fronte alla platea del Social Case History Forum di Milano. Esso mantiene le sue radici nel solido deposito del sapere, facendosi in qualche modo carico della qualità di quanto veicolato, ma rinnega le classiche logiche di chiusura, allargandosi, al contrario, in un sistema interattivo e multicanale. Editoria, dunque, come sinonimo di cultura e conoscenza diffusa attraverso i valori della viralità e della liquidità, pur conservando alla base alcuni punti fermi – inevitabili per un’attività che possa dirsi appunto editoriale – come la garanzia di autorevolezza.
In cosa consiste 1minuto? 
Nel descriverla, i suoi promotori collocano la piattaforma a metà strada tra la formazione e l’informazione, pur chiarendo la distanza da “un sito di e-learning in senso classico”. “Risposte d’autore. In video”, si legge nell’intestazione della homepage.
In sostanza ci troviamo di fronte ad una raccolta organizzata di video lunghi un minuto (a volte – com’è inevitabile – si sfora di qualche secondo), nei quali alcuni tra i più accreditati esperti italiani del mondo digitale e imprenditoriale rispondono a delle domande inerenti il proprio ambito di competenza.
Per facilitare la ricerca, i contributi sono stati suddivisi in base a quattro tematiche o “Aree di conoscenza”: “ICT”, “Social Media”, “Ricerca e Innovazione” e “Startup e Impresa” e a tre “Livelli di conoscenza” (“Per principianti”, “Per professionisti” e “Per guru”).
I video attualmente disponibili sono circa un centinaio. Si tratta comunque – sostengono i promotori – di un numero destinato a “crescere esponenzialmente, poiché chiunque può sottoporre una nuova domanda o candidarsi per identificare l’esperto adatto e filmarne la risposta, che verrà poi elaborata e pubblicata dalla redazione”.
Un progetto tutto italiano che sfida Wikipedia sul suo stesso terreno, ma con regole diverse”. “Un modo nuovo di trasmettere la conoscenza in un’era in cui a maggior parte di noi ha poco, pochissimo tempo a disposizione per imparare”, si evidenzia. Su 1minuto “rispondono solo persone che non hanno un interesse economico nel farlo”, si legge ancora nel sito: “professori universitari e ricercatori, consulenti indipendenti e analisti di mercato…” che hanno accettato “di raccontare in un solo minuto quello che di solito raccontano in due ore di lezione, in un’ora di intervento in un seminario, in una giornata di formazione professionale”.
Nei 6 mesi che hanno preceduto il lancio ufficiale del progetto, la redazione di 1minuto ha coinvolto molti tra i più noti esperti italiani dei settori di riferimento, da Carlo Alberto Carnevale Maffè a Umberto Bertelè, da Marco Zamperini a Stefano Quintarelli, passando da Alfonso Fuggetta, Davide Casaleggio, Giorgio De Michelis e Leonardo Bellini.
Qualcosa di simile era già stato fatto da Jacopo Paoletti e Maria Petrescu con Intervistato.com  e annesse “rubriche” StartupID e 10minuticon. Alla base vi è cioè l’idea di diffondere le informazioni in modo libero, di sperimentare in modo concreto il concetto di social journalism, dove l’utente finale può entrare a pieno regime nel sistema di produzione dell’informazione stessa, proponendo domande e esperti da contattare.
Un’idea che esprime il potenziale della piattaforma nel senso del crowdsourcing, l’attività di esternalizzazione della creatività. Tuttavia si sottolinea come il coinvolgimento dell’utente nell’atto produttivo non sia casuale, l’intento sembra essere cioè quello di raccogliere il più ampio numero possibile di stimoli dalla rete, attraverso i molti canali resi disponibile dalla multimedialità, operando però su tali stimoli una valutazione e dunque selezione, capace di esprime e veicolare la mission e i valori e aziendali. In questo passaggio risiede forse l’abilità imprenditoriale dell’editore illuminato. Rete dunque non come overload informativo, ma come fonte cui attingere per cogliere umori, esigenze conoscitive, suggerimenti, iniziative effettive. “Noi crediamo” – si legge sul sito – “che il crowdsourcing, la partecipazione collettiva alla creazione della conoscenza sia una gran cosa. E ci piace. Ma crediamo anche che ci siano cose a cui non tutti sanno rispondere”: “1minuto.info ha scelto quindi di selezionare domande capaci di sollevare l’interesse di un gran numero di persone (o almeno, così ci auguriamo) e di trovare per ognuna di esse non un esperto qualunque, ma quello che a quanto ci è dato di sapere è la persona giusta per rispondere”.
Si muove invece in direzione del pieno crowdsourcing, pur con una logica promozionale alla base, un contest lanciato sulla pagina Facebook della piattaforma, “1 Minuto Video Contest”, con tanto di hashtag #1MVC, da usare per diffondere i contenuti rientranti nel concorso: in pratica si chiede agli internauti di raccontare in un video “Cosa faresti in 1 minuto da non dimenticare mai”. I partecipanti avranno tempo fino al 21 ottobre per accumulare like, share e commenti, alla fine il contenuto dalla portata maggiormente virale sarà premiato con ben 3.000 euro.
Un concetto di marketing dunque piuttosto nuovo, che cerca nella sperimentazione la sua strada principale. Stesso discorso vale per la scelta, all’interno del sito, di rendere visibili alcuni elementi accessori ai video (trascrizione scritta della risposta, biografia dell’esperto che parla) solo dopo che l’utente abbia condiviso il video su uno dei propri canali social.
Social journalism e crowdsourcing, dunque, ma non solo: il format creato per 1minuto sembra voler fare propri molti dei fenomeni che attualmente animano la rete, unendoli in una formula del tutto originale. Esso rilancia, ad esempio, il successo dei servizi di Q&A, rappresentati in Italia dall’arcinoto Yahoo! Answers e, più recentemente, da Responsa, una soluzione Saas che permette di inserire nel proprio sito un sistema di domande e risposte, appunto. Nel contesto statunitense il rimando è a Quora, social network strutturato sul medesimo meccanismo. In parte 1minuto potrebbe, allora, colmare, limitatamente alle tematiche trattate, l’assenza di una soglia qualitativa sui contributi inseriti dai fruitori di tali servizi Q&A, concentrandosi esclusivamente sull’esigenza di soddisfare bisogni informativi reali e concreti.
Altra tendenza raccolta dal nuovo format di Loft Media Publishing è la miniaturizzazione dell’informazione. Quest’ultima viene ora resa disponibile in pillole singole e piccolissime, che comunque si dimostrano esaurienti. Conseguenza diretta di questo è la ricerca di una specificità sempre più spiccata negli argomenti di volta in volta trattati: in un minuto non ci si potrebbe di certo permettere un eccesso di argomentazione, per questo si punta a colmare precise lacune conoscitive.
Poi la creazione di una fidelizzazione, attraverso l’arma dell’aspettativa: 1minuto – si legge nel sito – “si arricchirà di 2 nuove risposte ogni settimana: il lunedì e il giovedì, alle 9 di mattina in punto”. Infine l’ottima fruibilità consentita dalla piattaforma: contenuti video veloci e arricchiti da un sistema di catalogazione e tag che agevola la navigazione. All’interno dei singoli contributi audiovisivi, inoltre, ricorre un artificio grafico decisamente efficace, una sorta di conto alla rovescia, che, oltre a offrire efficace riconoscibilità al format, spinge inevitabilmente l’utente a interrogarsi sul “Ce la farà in un minuto?”.
Insomma gli ingredienti per decretare il successo di questa nuova piattaforma fondata sul “poco ma buono” ci sono tutti, ora non rimane che vedere quale sarà l’accoglienza riservatale dal popolo virtuale e a quali sviluppi condurrà.
Per comprendere maggiormente il retroscena e la portata innovativa del progetto, abbiamo posto alcune domande a Paolo Conti, amministratore delegato di Loft Media Publishing e ideatore di 1minuto.info le cui risposte potrete leggerle nell’articolo “1minuto.info. Intervista all’ideatore“.
Pubblicato su: PMI-dome

Investimenti pubblicitari: boom per il digitale

Secondo lo studio “Comunicare Domani” curato da AssoComunicazione, il settore starebbe subendo un momento di crisi generale, con la previsione di un 2012 in chiusura al -7% nella raccolta. Crescono per contro le formule più innovative, in testa il Video Adv
La convergenza al digitale ha imposto agli utenti, sempre più evoluti, una necessaria riformulazione nei modelli fruitivi di contenuti e informazioni. La rete diventa sempre più un canale preferenziale per il consumo di quanto veicolato un tempo da altri media più tradizionali. Mutano le pratiche di lettura, mutano le esperienze e le percezioni. Mutano, di conseguenza, anche i comportamenti di quanti, tra tutti i media resi disponibili dallo sviluppo tecnologico, devono scegliere quali e in quale formula veicolare il proprio messaggio promozionale, il proprio credo aziendale.
AssoComunicazione (l’associazione che riunisce le imprese operanti nel campo della consulenza di comunicazione), ha presentato lo scorso venerdì a Milano i risultati del suo annuale studio “Comunicare Domani”: condotto su 133 attività di comunicazione operanti in territorio italiano, esso ha inteso delineare un quadro generale relativo agli investimenti in ambito pubblicitario, alle evoluzioni e ai nuovi scenari che si stanno affacciando in questo ambito.
Il dato generale è di un settore in crisi, che prevede di chiudere il 2012 con una contrazione di circa 7 punti percentuali nella raccolta pubblicitaria (per un valore di 8.650 milioni di euro, la cifra più bassa dell’ultimo decennio).
All’interno di tale trend negativo pare, tuttavia, sia possibile rilevare un andamento dal segno opposto, con riferimento al digitale: gli investitori sembrano, infatti, essere sempre meno interessati ai media tradizionali, a favore delle nuove opportunità digitali (TV Sat e Digitale terrestre, Internet, Video Outdoor). Per queste ultime le previsioni parlano di un 2012 in chiusura positiva addirittura in doppia cifra (+12,7%), con il 15,1% degli investimenti totali ad esse destinate (pari a ben 1.309 milioni di euro): i settori trainanti si confermano Automotive e Finanza-Assicurazioni, ma si registra un forte incremento anche per il comparto Alimentare.
Crescono con la stessa intensità Web/Display Advertising (spazi pubblicitari a pagamento) e Email, da una parte, Search advertising Classified/Directories (pubblicità per categorie) dall’altra, facendo segnare entrambe le formule un +13%: sulla prima le aziende investiranno, nel 2012, 545 milioni di euro, sulla secondo 681 milioni.
Un fenomeno destinato a diventare protagonista nel prossimo futuro è poi il Video Advertising, che registrerà nel 2012 un’esponenziale aumento degli investimenti, pari al +93%, pur restando in termini assoluti ancora su cifre limitate (le stime parlano di 88 milioni di euro di investimenti).
La potenza di questo nuovo mezzo è stata del resto rilevata a gran voce nel corso dello Iab Seminar 2012, l’evento tenutosi il 28 giugno scorso a Milano, che ha focalizzato quest’anno la propria attenzione proprio sul tema del Video Advertising. Nella sua presentazione, Fabiano Lazzarini, General Manager di IAB Italia, ha evidenziato come, a fronte di un cambiamento dei modelli di consumo dei media, anche la pianificazione pubblicitaria stia modificando i propri confini. Ad oggi, ha riportato, il 2,5% degli investimenti pubblicitari si sta spostando dalla TV al Video Online, mezzo che permette di pianificare seguendo logiche simili a quello che è da sempre il media preferito dagli italiani. A ciò si aggiunge il fatto che esso offre numerose opportunità ai diversi attori coinvolti nella filiera pubblicitaria: i creativi, ad esempio, possono realizzare campagne che viaggiano in rete al di là dei vincoli spazio-temporali e le aziende possono diventare fornitrici di contenuti e raccontare storie che gli utenti si scambiano, manipolano e modificano per creare nuovi originali spunti. Il Video Adv rappresenta, allora, oggi – secondo Lazzarini – il 10,5% della pubblicità display, pari a 455,6 milioni di euro, e nel 2012 egli prevede un aumento degli investimenti pari all’85%, raggiungendo gli 89 milioni di euro (si tratta di stime leggermente diverse rispetto a quelle riportate da AssoComunicazione, ma la sostanza rimane invariata).
In aumento, malgrado rimanga ancora poco utilizzato, è anche il Mobile Adv (8%), con 38 milioni di euro che dovrebbero essere elargiti dagli investitori nel 2012. Segno più anche per la formula Performance (pagamento in base alle visualizzazioni), con 46 milioni di euro previsti per l’anno in corso, pari a 8,5 punti percentuali di aumento sul 2011.
Con riferimento alla composizione assoluta degli investimenti pubblicitari nel mezzo digitale, l’indagine Assocomunicazione ci dice che la quota maggioritaria (52%) è occupata da Search advertising e Classified/Directories, seguita da Web/Display Adv e Email (41,6%). La market share per Performance è poi del 3,5%, quella per il Mobile Adv del 2,9%.
E sui canali televisivi?
Il mercato degli investimenti pubblicitari starebbe, dunque, vivendo una profonda trasformazione, fondata sul ridimensionamento della propria portata, a causa della persistente congiuntura economica negativa, e, allo stesso tempo, sulla ridistribuzione delle risorse alla propria base.
Se è vero, infatti, che la televisione continua ad essere, anche nel 2012, il mezzo prediletto dagli investitori italiani, la market share occupata da questo canale sembra essere in calo, passando dal 52% del 2011 al 51% dell’anno in corso. La flessione è conseguenza diretta della contrazione prevista nella raccolta di investimenti, pari a -8,6% (cioè a 4.411 milioni di euro destinati al media).
I due big players del mercato, Rai e Mediaset, vedono una decisa riduzione degli investimenti nei loro canali “tradizionali”, rispettivamente del 12,2% e del 11.2%. Nonostante la buona crescita dei rispettivi canali digitali, sia Rai che Mediaset chiudono, inoltre, in negativo il 2012, con un -10,9% previsto per la RAI (pari a 967 milioni di euro di investimenti) e un -9,6% per Mediaset (pari a 2628 milioni). Continueranno comunque a rappresentare il 38% del totale investimenti pubblicitari.
Secondo le previsioni, La7 e La7D incrementeranno anche nel 2012 la loro raccolta pubblicitaria (+7,9%, pari a 202 milioni di euro), seppur in misura più contenuta rispetto al 2011.
Soffrono, oltre alle TV generaliste, anche quelle locali, segnando un calo di raccolta pari al 51,9%. Per contro, TV Satellitare e Digitale faranno registrare degli andamenti positivi, con quote a loro destinate rispettivamente al +6,4% e al +6,6%. A influire sul dato sono, da una parte, l’abbiamo visto, il processo di convergenza al digitale, che spinge a una crescita dell’audience, dall’altra l’ampliamento dei canali, dunque dell’offerta proposta.
La stampa ancora resiste
Al secondo posto per quota di mercato si posiziona poi ancora la stampa, tuttavia essa continua a subire perdite piuttosto rilevanti di tale quota (canalizza nel 2012 il 22,1% della raccolta, in calo di 11,9 punti percentuali sul 2011). Più in particolare, nel comparto Quotidiani, gli investimenti, pari a 1.153 milioni di euro, sono in continua e forte flessione (-11,5%). Sia il settore FMCG (beni di largo consumo) che gli altri comparti continuano a ridurre, infatti, l’utilizzo di questo mezzo.
Soffre in maniera ancor più netta il settore della free press, facendo segnare perdite a doppia cifra (-43% sulla free press nazionale). A tagliare decisamente gli investimenti, sono anche e soprattutto i settori Finanza/Assicurazioni e GDO, dunque i tradizionali main spender di questo media.
Infine il reparto Periodici, dove la raccolta pubblicitaria si attesta per il 2012 sui 758 milioni, facendo registrare una contrazione sul 2011 di 12,6 punti percentuali, nonostante le molte iniziative editoriali multipiattaforma che coinvolgono i nuovi tablet e devices. Anche il settore Abbigliamento, investitore di primo rilievo per questo mezzo, inizia a disinvestire, facendo segnare un -10% nel primo trimestre 2012.
Si difendono tutti gli altri canali
Al terzo posto per quota di mercato si posiziona poi il digitale (15,1%), al quarto la radio (5,9%). Per quest’ultimo mezzo è prevista una chiusura al -6% nel 2012 (pari a 507 milioni di euro), dato tuttavia positivo, se paragonato al -12% registrato nel 2011. Le posizioni riguadagnate dipendono in larga parte dalle buone performance delle radio commerciali, che passano dal -9% nelle raccolte pubblicitarie del 2011 al -3% del 2012 (pari a 303 milioni di euro), grazie soprattutto a un ampliamento della loro offerta, caratterizzata ora da una più ampia personalizzazione dei progetti e da una comunicazione multipiattaforma. Migliora la situazione anche per le radio locali, che da -19% si collocano nel 2012 a -8,5% (pari a 135 milioni di euro). Peggiorano invece le prestazioni di Radio Rai, che da -9% arriva addirittura -14% (raccolta pari a 70 milioni di euro).
Al quinto posto per market share abbiamo poi il comparto “Esterna” (5,5%), dove continua la flessione degli investimenti pubblicitari, con la previsione di un -14% per il 2012 (pari a 475 milioni di euro). Tutti i comparti “classici” sembrano essere in crisi: -21,7% per i poster (pari a 100 milioni di euro), -12,2% per la dinamica (pari a 87 milioni di euro), -16,2% per le maxiaffissioni (48 milioni) e -14,1% per i circuiti tematici (15 milioni). Segno meno anche per l’arredo urbano (-13,3%, pari a 91 milioni investiti) e gli aeroporti (-9,6%, cioè 76 milioni di euro), mentre registrano performance positive i formati più innovativi come i Video OOH (+8,6%, pari a 22 milioni di euro).
Sesta e ultima posizione per quota di mercato occupata dal cinema (0,4%), dove si assiste ormai da tempo ad una vera e propria emorragia di investimenti, nonostante il rinnovamento del mezzo legato a digitalizzazione, 3D e al recente rilascio al mercato dei software di pianificazione. Si prevede in particolare per il 2012 una chiusura negativa a -25%.
Cambiano dunque, nell’era della multimedialità, le formule adottate dagli investitori per le proprie scelte di advertising, in riflesso al rinnovarsi delle politiche fruitive dell’utente e al mutare dell’approccio che lega questo stesso utente al mezzo. Come dimostra, ad esempio, la ricerca “Interactive Europe”, diffusa l’11 giugno 2012 da Cbs Outdoor Italia, azienda specializzata nel settore dell’advertising out of home, sembra essersi totalmente modificato il modo che il consumatore ha di interagire con la pubblicità. Riferendosi alle campagne pubblicitarie in esterna, i promotori del report rilevano come l’81% degli italiani reagisca ad esse in diversi modi, andando online per cercare ulteriori informazioni sui contenuti pubblicizzati (38%), cliccando “Mi piace” sulla pagina Facebook del marchio (17%) e comprando il prodotto (34%). L’interazione aumenta fino all’85% nel caso degli utilizzatori di smartphone o tablet, confermando il ruolo crescente del mobile, nel dare visibilità ai brand e nel coinvolgimento delle audience, sempre più in movimento.
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