È boom della musica “liquida” nel Belpaese

Il successo per il lancio in Italia di Spotify si inserisce in un contesto positivo per il mercato digitale musicale tricolore, cresciuto, secondo la FIMI, del 31% nel 2012, arrivando ad un giro d’affari di 36 milioni di euro, trainato da nuove piattaforme e servizi cloud

Come la fenice che rinasce dalle proprie ceneri, così il mercato musicale italiano e internazionale sembra vivere, negli ultimi tempi, un periodo particolarmente favorevole, sostenuto proprio da ciò che in molti considerano la causa stessa della sua decennale crisi: il digitale.
Dovranno forse ricredersi i vari pensatori convinti che la rete avesse ormai celebrato i funerali dell’industria a note, distrutta dalla pirateria e dai sistemi di file sharing illegale. Il mercato discografico è, infatti, solito incolpare la tecnologia per qualsiasi diminuzione nelle vendite, equiparando di fatto lo scaricare musica tramite sistemi peer to peer, con il furto in un negozio di musica (paragone fuorviante, se si considera che un furto rappresenta una vendita persa, mentre il materiale scaricato rappresenta un nuovo esemplare generato). L’eterno dibattito sulla bontà o meno di queste reti rischia ora di essere svuotato di senso, poiché simili modelli di consumo musicale potrebbero ormai essere considerati quasi obsoleti, soppiantati da altre forme più agevoli e legalissime di fruizione dei contenuti.
Sono passate poco più di due settimane dal lancio nel Belpaese di Spotify (era il 12 febbraio, in concomitanza con il festival di Sanremo) e le prime stime già confermano il successo di pubblico atteso. Nei primi sette giorni di avvio della piattaforma, gli italiani hanno, infatti, ascoltato ben 11 milioni di brani, l’equivalente di 70 anni di musica, con una netta prevalenza per le hit del momento: will.i.am risulta, nel momento in cui scrivo, l’artista più ascoltato in Italia e la sua “Scream & Shout” (feat. Britney Spears) sembra essere la canzone più volte riprodotta; considerando i soli artisti italiani, figurano al primo posto Max Gazzè, preferito in particolare dal pubblico femminile, e, al secondo posto; gli Elio e Le Storie Tese, preferiti invece dal pubblico maschile.
Ma che cos’è Spotify? Per quanti ancora non lo conoscessero, si tratta di uno dei principali servizi di musica on demand in streaming. Per ascoltare musica da pc, tablet o smartphone, basta collegarsi a Spotify e cercare uno tra gli oltre venti milioni di brani a disposizione.
Creato a Stoccolma da Daniel Ek e Martin Lorentzon, come alternativa alla pirateria musicale (anche se molti tratti grafici ricordano il vecchio Napster), raccoglie ora venti milioni di utenti e ben cinque milioni di abbonati. Dal suo lancio originale, nell’ottobre 2008, il servizio è stato notevolmente esteso ed è ora disponibile in venti Paesi, dagli Stati Uniti, alla Nuova Zelanda, passando per Danimarca, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito.
Un modo originale per fruire la musica, che libera dall’onere del download, dunque dalla necessità di occupare migliaia di mega sui propri dispositivi, consentendo l’ascolto in mobilità, con un’elevata qualità sonora, e la condivisione sociale delle proprie preferenze musicali. Tre possibilità d’uso: la versione Free permette l’ascolto da pc in modo completamente gratuito, grazie alla presenza di intermezzi pubblicitari, fino ad un massimo di 10 ore al mese (non più di 5 ascolti per uno stesso brano); la versione Unlimited consente, al prezzo di 4,99 euro al mese, di ascoltare i brani sul proprio computer senza alcuna pubblicità o vincoli di tempo; infine la versione Premium, a 9,99 al mese, garantisce una qualità pressoché perfetta per i brani, che diventano ora fruibili tramite qualsiasi dispositivo mobile (applicazioni compatibili con i sistemi iOS, Android, Windows 8) e disponibili in modalità offline (fino a 9.999 unità, per massimo tre dispositivi, quindi 3.333 brani per dispositivo): in quest’ultimo caso i brani non vengono davvero scaricati, ma rimangono accessibili nella app, anche in assenza di connessione Web, finché si rimane abbonati al servizio.
Oltre a permettere la ricerca e l’ascolto delle proprie canzoni preferite, Spotify consente di creare playlist personalizzate o di ascoltare quelle degli altri, di condividere singole canzoni o intere palylist via messaggio privato o mail, su siti, blog e social network. È possibile, a tal proposito, iscriversi tramite Facebook oppure creando direttamente un account sul sito di Spotify.
L’opzione “radio” crea una rotazione musicale sulla base di un genere o un brano scelto dall’utente, ideale per chi non sa di preciso cosa ascoltare o è alla ricerca di qualcosa di nuovo. “A marzo”, annuncia Veronica Diquattro (trent’anni, responsabile per il mercato italiano dell’azienda, con alle spalle un passato a Google), “arriveranno anche servizi follow per seguire gli account di artisti, celebrità e trendsetter e discovery per scoprire nuova musica in base al tipo di persone che stai seguendo”. Il futuro di Spotify sembra essere, dunque, sempre più orientato al social.
Il modello di business creato da Spotify appare decisamente innovativo. L’offerta musicale è del tutto legale, autorizzata dagli autori e dagli altri attori della filiera musicale (sono stati siglati accordi con le quattro principali etichette discografiche – Emi, Sony Music, Universal e Warner – con Merlin e altre etichette indipendenti, tra cui Made in Italy, Sugar e Pirames International), che vengono retribuiti, quando l’ascolto è per gli utenti gratuito, dalla pubblicità. Il 70% dei ricavi viene dato a case discografiche e collecting societies (Siae), che a loro volta stipuleranno accordi con gli artisti (maggiore è il numero di riproduzioni di un brano, maggiore sarà la percentuale di royalties che l’autore del brano si assicura all’interno di quel 70%). Lo scorso anno Spotify ha distribuito oltre cinquecento milioni di dollari in diritti d’autore.
Il catalogo è piuttosto ampio, variegato e in continuo aumento, anche se persistono le remore di alcuni artisti che preferiscono rendere la propria musica disponibile prima al download (con margini di guadagno più alti rispetto allo streaming) e solo in un secondo momento anche allo streaming (esempi recenti: Coldplay, Adele e The Black Keys). Per ovviare in parte a questo inconveniente, il sistema permette comunque di recuperare i file musicali dal proprio hard disk, rendendoli disponibili all’ascolto direttamente nella piattaforma.
All’artista viene, quindi, offerta la possibilità di aumentare il proprio pubblico e di recuperare quegli utenti che sono soliti ascoltare la sua musica attraverso le reti di file sharing illegale: “Il target sono gli utenti che utilizzano streaming illegale, non certo chi va a comprare il cd”, sottolinea la Diquattro, per far capire l’importanza che il sistema potenzialmente ha, nell’offrire un’alternativa legale alla pirateria, così ampiamente temuta dagli attori del mercato musicale.
Non sono pochi i servizi che, anche in Italia, sembrano fare concorrenza a Spotify: da Playme dell’italianissima Dada, al francese Deezer, da Amazon Mp3 a Google Play Music, oltre agli arcinoti Youtube (e servizi collaterali come Vevo) e iTunes (con il servizio iTunes Match, in attesa del vociferato servizio di streaming).
Si aprono, allora, nuove interessanti prospettive per l’offerta di musica digitale in Italia, dopo le stime positive diffuse nei giorni scorsi con riferimento all’anno da poco conclusosi.
Stando, infatti, ai risultati di una ricerca realizzata da Deloitte per Fimi (Federazione dell’industria musicale italiana), il fatturato del settore digitale – trainato da nuove piattaforme e servizi cloud – sarebbe cresciuto al sell-in (commercio rivolto ai rivenditori) del 31% nel 2012, superando i 36 milioni di euro complessivi.
L’industria discografica ha saputo rispondere alle sfide della tecnologia con importanti partnership e soprattutto, si è confrontata con la rivoluzione digitale solo con le proprie forze, senza incentivi, sostegni economici o contributi, arrivando oggi a poter offrire ai consumatori una vasta gamma di alternative per l’accesso legale ad oltre 25 milioni di brani su decine di piattaforme”, commenta Enzo Mazza, Presidente di FIMI.
Il download di album e singoli è aumentato del 25%, salendo dai 17,7 milioni di euro rilevati nel 2011 ai 22,1 milioni di euro riferiti al 2012. Crescita esponenziale, pari al 77%, per lo streaming video basato sulla pubblicità, con un fatturato che dai 4,5 milioni nel 2011 passa agli 8 milioni nel 2012. Trend positivo anche per i modelli in abbonamento e premium, che innalzano il proprio fatturato di 14 punti percentuali (da 5,2 a 5,9 milioni di euro).
Il mercato digitale rappresenta, allora, il 24% del totale e a dominare tale mercato, fornendo le principali fonti di ricavo, è il digital download (61%), seguito dallo streaming (22%) e dagli abbonamenti (16%).
Segno più, nel mercato italiano, anche per i proventi diversi (new revenue stream: i diritti connessi, il merchandising, le sponsorizzazioni…), in aumento del 29%. I servizi di synchronisation rappresentano il 2% del business musicale complessivo in Italia, mentre i diritti connessi il 10%.
Digitale e nuove fonti di ricavo rappresentano oggi il 45% del mercato totale della musica, a fronte di un 55% relativo al segmento del supporto fisico. L’intero settore musica muove un fatturato pari a 150,9 milioni di euro nel 2012, contro i 158,3 milioni del 2011, segnando un -5% dovuto principalmente alle negative performance del comparto offline tradizionale. Quest’ultimo passa, infatti, da un fatturato di 106,7 milioni del 2011, a 83,5 milioni (-22%): in particolare, il segmento CD/Album perde il 22%, scendendo a 80,2 milioni di euro al sell in. Sale, per contro, il vinile (+46%), pur rimanendo, con quei quasi 2 milioni di euro, un fenomeno ancora limitato rispetto al totale del mercato musicale in Italia.
La crisi dei canali tradizionali è confermata anche dai dati forniti da GfK, che, a fronte di un calo di questi pari a 17 punti percentuali, individua un’impennata del 30% per l’e-commerce, che rappresenta oggi il 7% delle vendite di dischi in Italia.
Con riferimento al mercato fisico – ci dicono infine i dati FIMI – il repertorio italiano continua, anche nel 2012, a fare la parte del leone, occupando il 50,4% del venduto (leggero calo rispetto al 53,8% del 2011) e otto album su dieci nella top ten dei più venduti dell’anno.
L’Italia ha ottime prospettive di sviluppo”, conclude Mazza, “ma molto dipenderà dalla strategia che il prossimo Governo vorrà darsi sull’agenda digitale e sui contenuti online, abbiamo di fronte una grande opportunità, come già dimostrano i dati di Paesi in cui il digitale è centrale nelle politiche di sviluppo e  crescita”.
La curva in salita del mercato musicale digitale italiano è, del resto, proiezione dell’andamento positivo rilevato a livello mondiale: l’Ifpi (International federation of the phonographic industry, ovvero la Federazione internazionale dell’industria fonografica, che raccoglie 1.400 iscritti in tutto il mondo, tra i quali appunto la Fimi) ha da poco pubblicato il suo Digital Music Report 2013, che vede il comparto “liquido” trainare l’intera industria musicale, il cui fatturato globale sale dello 0,3% nel 2012, stabilizzandosi a quota 16,5 miliardi di dollari. Si tratta di una crescita che potrebbe apparire lieve, ma che tuttavia segna un’importante inversione di tendenza, per un comparto che non vedeva un saldo in attivo da ben 13 anni.
Il Digital Music Report di quest’anno riflette il crescente ottimismo nei confronti dell’industria musicale internazionale“, avrebbe sottolineato Frances Moore, chief executive dell’Ifpi, durante la presentazione del Digital Report a Londra. “È difficile ricordare un anno come questo iniziato con una palpabile energia nell’aria”. “Sono risultati” – ha concluso – “ottenuti con molta fatica, dai quali partiremo per operare nel 2013”.
Un ottimismo contagioso, presente sulla bocca di tutti gli attori dell’industria discografica. “Abbiamo tante cose da fare e un sacco di opportunità davanti a noi“, ha commentato il vicepresidente di Warner Music Group, Stu Bergen. “Fino a poco fa” – ha proseguito – “la maggior parte dei nostri utili proveniva da una ristretta cerchia di paesi. Ora, con i canali digitali, possiamo sfruttare il mercato globale più di quanto non sia mai stato fatto fino ad ora“. A insistere sull’importanza di tale dimensione globale è stato anche Edgar Berger, presidente e Ceo di Sony Music Entertainment: “Stiamo già vedendo crescere il mercato dal Brasile alla Scandinavia, dal Canada all’India”. “Credo che questo sia solo l’inizio di una crescita storica del nostro comparto“, ha infine prospettato, ricordando un necessario cambiamento di paradigma: “All’inizio della rivoluzione digitale era usuale sentir dire che il digitale stava uccidendo la musica. Beh, la realtà è che sta salvando la musica”.
Vediamo, allora, rapidamente i numeri di questa “rivoluzione”: il mercato digitale globale delle parole in nota ha conosciuto un incremento del giro d’affari pari a 9 punti percentuali, raggiungendo i 5,6 miliardi di dollari, pari al 34% del mercato complessivo. La storica crisi del settore, dovuta al calo delle vendite fisiche, alla disaffezione verso i negozi di dischi e all’incapacità di offrire alternative valide e legali alla pirateria online, sembra ora essere in parte sanata. Alla base vi sono certamente la crescente diffusione di dispositivi mobile, smartphone e tablet, e il consolidamento di servizi come, appunto, Spotify, iTunes e Deezer, ormai considerati maturi.
Il 62% dei navigatori web del mondo si rivolge a servizi legali per ascoltare e scaricare musica: i downloads sono cresciuti in un anno del 12%, conquistando i 4,3 miliardi di unità e arrivando a rappresentare circa il 70% del totale delle entrate della musica digitale; parallelamente aumentano gli abbonamenti online (+44%).
Un ruolo fondamentale in tutto questo è giocato dai nuovi mercati emergenti: se all’inizio del 2011 i maggiori servizi legali di streaming e download erano attivi in soli 23 Paesi, due anni dopo la copertura ha raggiunto oltre 100 Paesi; le vendite digitali superano, inoltre, quelle fisiche in Paesi come Stati Uniti, Norvegia, Svezia e India e dei segnali molto incoraggianti per il futuro arrivano anche da Africa e Cina, come ha precisato Francis Keeling, global head of digital business di Universal Music Group.
Accanto a queste prospettive favorevoli persiste, tuttavia, l’appello accorato alla lotta contro la pirateria online. L’Ifpi, sulla base di dati forniti da Nielsen e ComScore, evidenzia come un terzo degli utenti acceda ancora a siti per scaricare musica illegalmente. Per tutelare la crescita – sostiene la Federazione – è necessario che i fornitori di servizi Internet blocchino l’accesso ai siti illegali, che i motori di ricerca diano, come esito prioritario delle search, le pagine di siti legali e che gli investitori pubblicitari la smettano di sfruttare i siti pirata come piattaforma per la propria pubblicità.
La contrapposizione frontale tra titolari e fruitori della proprietà intellettuale dovrebbe essere, tuttavia, a mio avviso, superata, agevolando l’accesso ai contenuti protetti attraverso forme lecite di condivisione, capaci di retribuire i titolari dei diritti. Il successo di una piattaforma come Spotify rende ben chiaro come questo sia non solo auspicabile, ma assolutamente possibile.

Pubblicato su: PMI-dome

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Per la promozione nei punti vendita, meglio puntare su iniziative mirate

Secondo un’indagine Epson, le campagne comunicative saranno più corte ma più frequenti. Per pubblicizzare prodotti d’alta gamma si continuerà a sfruttare i supporti stampati, per gli articoli di largo consumo ci si orienterà sul formato elettronico. Lo scenario sempre più competitivo spinge le aziende a riportare al proprio interno l’attività di stampa e ad auspicare una velocizzazione del processo
Profonde sono le trasformazioni che investiranno nei prossimi anni le campagne promozionali nei punti vendita. Per far fronte all’aumento della concorrenza e alla riduzione dei cicli di vita dei prodotti, esse sono destinate a diventare sempre più dinamiche, riducendo la loro durata media e incrementando la loro frequenza. Le strategie vincenti saranno certamente quelle capaci di mettere a punto un approccio realmente integrato e di concentrarsi su fasce di pubblico ben precise, per soddisfarne le specifiche esigenze.
Queste alcune delle conclusioni cui è giunta 20|20 Vision di Epson (azienda leader nel campo del digital imaging), che ha inteso analizzare l’utilizzo che attualmente si fa del materiale stampato POP (point of purchase, cioè il luogo in cui avviene acquisto: si tratta di elementi a supporto del prodotto, come cartellonistica, manifesti o espositori, che offrono maggior visibilità allo stesso all’interno del punto vendita) e del digital signage (la cosiddetta segnaletica digitale, dove i contenuti vengono mostrati attraverso schermi elettronici o videoproiettori) per la comunicazione nel settore della vendita al dettaglio. L’analisi – basata sulle interviste dettagliate rivolte a 500 responsabili marketing e marchi di Italia, Francia, Germania, Spagna e Regno Unito – è stata, inoltre, estesa alle previsioni di utilizzo da oggi all’anno 2020.
Veniamo ai risultati. Il 77% di tutte le aziende coinvolte nell’indagine – e il 75% delle sole aziende italiane – ritiene che la posizione del materiale all’interno del punto vendita sia il fattore decisivo nella scelta di utilizzare materiale stampato per la promozione dei prodotti all’interno dei punti vendita. Questo per la maggiore flessibilità permessa da questo formato (possono, ad esempio, essere modificate dimensioni e forma, si può stampare su un lato o fronte/retro…), adattabile alle specifiche esigenze contestuali.
Al contrario tale fattore risulta essere il meno importante nella scelta di sfruttare il digital signage (47% del campione totale, 30% riferito all’Italia), per il quale l’elemento più cruciale sembra, invece, essere il budget disponibile (69% in Europa e 68% in Italia); anche l’obiettivo della campagna promozionale sembra influire in modo determinante sulla scelta del formato digitale (67% in Europa e 60% in Italia).
Con riferimento al contesto nazionale, il secondo fattore più importante che spinge a orientarsi verso il materiale POP, è la tipologia di prodotto da promuovere (70%, contro il 46% riferito all’intero campione considerato), mentre il fattore che risulta meno rilevante è la durata della campagna promozionale (28%, contro il 50% totale).
Per pubblicizzare prodotti di alta qualità, le aziende europee, e in particolare quelle italiane, sembrano voler continuare e incrementare l’utilizzo di supporti stampati all’interno dei punti vendita: quasi 9 aziende italiane su 10 (pari all’88%, superiore a quel 62% rilevato a livello europeo) prevedono di sfruttare questo materiale nel 2020 per prodotti di alta gamma, facendo registrare un sensibile aumento rispetto all’attuale 61%. Oggi sono circa la metà (il 54%) le aziende italiane che utilizzano il digital signage per la promozione di prodotti di fascia alta, mentre solo un’azienda su 10 (il 12%) prevede di continuare a scegliere questi supporti nel 2020. La tendenza risponde all’esigenza di adottare un approccio più sofisticato per le fasce più alte di mercato.
A spingere verso il formato cartaceo per i prodotti d’alta gamma sono, in particolare, la capacità che esso ha di creare un impatto sul cliente (75%) e una forte motivazione all’azione o “Call to Action” (69%).
Ne segue che il digital signage sarà usato primariamente per prodotti di largo consumo e per la merce al dettaglio a rapida rotazione, grazie alla maggiore facilità di aggiornamento possibile con questo formato. Se attualmente tre quarti delle aziende italiane (il 74%, in linea con il 71% europeo) si avvalgono di materiale POP per promuovere questo tipo di prodotti, nel 2020 sarà soltanto un terzo delle aziende a farlo (35%, in linea con il 29% europeo). Per le merci di base si ritiene, dunque, più corretto formulare campagne di marketing più snelle e rapide, per le quali il formato digitale appare certamente più adatto.
La capacità di occupare spazi ridotti (74%) e la maggiore adattabilità alle sfide dettate dalla concorrenza (73%) sono gli elementi principali che inducono a optare per il digital signage con riferimento a questo tipo di prodotti.
Il report di Epson passa poi ad analizzare gli elementi trainanti per la scelta, legati a età e sesso dei destinatari delle campagne comunicative. L’83% delle aziende in Italia utilizza oggi materiale POP per la promozione di prodotti rivolti a consumatori donne: si tratta di un dato superiore alla media totale del campione (66%), che, tuttavia, subirà, entro il 2020, un calo significativo, più marcato di quello europeo. Poco più della metà delle aziende italiane (53%) ed europee (51%) prevede, infatti, di utilizzare, nel 2010, stampati per rivolgersi al target femminile.
Tale calo non sembra tradursi in un parallelo aumento del digital signage, il cui utilizzo per pubblicizzare prodotti rosa passerà, nel Belpaese, dall’odierno 47% al 46%. Siamo di fronte, anche in questo caso, ad una riduzione, inferiore però a quella europea (dal il 51% al 43%)
Passiamo poi al target maschile: l’83% delle aziende italiane utilizza materiali stampati per rivolgersi ad esso, contro una media europea del 77%. Anche in questo caso si rileva una contrazione per il 2020 (quando l’utilizzo del materiale POP è previsto essere pari al 73%), ma meno pronunciata rispetto a quella evidenziato per i prodotti femminili. La riduzione – ancora una volta – coinvolge pure il formato digitale, in un modo tra l’altro ben più marcato: le aziende che utilizzano il digital signage per la promozione di prodotti rivolti a uomini passano dall’attuale 63% al 25% del 2020, in Italia, e dal 67% al 34% in Europa.
Con riferimento alle fasce d’età, emerge come, per la promozione di prodotti rivolti ai 25-40enni sia previsto, nel contesto italiano, un leggero aumento nell’utilizzo di supporti stampati (dall’odierno 75% al 79% del 2020), a fronte di un’intensa diminuzione nell’utilizzo di supporti elettroni (dal 64% al 20%)
Per i prodotti rivolti ai bambini, si nota una forte flessione nell’uso del digital signage, che dall’attuale 70% scende, nel 2020, al 28% in Italia (e, in modo analogo, dal 69% al 19% in Europa). Paralellamente diventa dominante, nel prossimo futuro, l’utilizzo del supporto stampato per promuovere gli articoli d’infanzia (nel 2020 sarà sfruttato dall’80% di tutte le aziende rientranti nel campione e dal 71% delle aziende tricolori).
Cresce, sempre nel 2020, in Italia, la preferenza per il formato elettronico nella promozione di prodotti destinati ai 18-25enni (dal 56% al 67%), in controtendenza rispetto al trend europeo (dal 55% al 52%). Diminuzione, invece, sia a livello locale (dal 75% al 23%) che generale (dall’83% al 36%) per il supporto stampato. L’elevato tasso di interattività che caratterizza le scelte fruitive di questo target, potrebbe imporre alle aziende che ad esso si rivolgono di sfruttare primariamente i canali online – e non il materiale disponibile nei punti vendita – per la promozione dei propri prodotti.
Infine, per la fascia 41-65 anni, si prevede un aumento nell’uso del digital signage (dal 46% al 71% in Italia e dal 53% al 58% in Europa) e un contemporaneo decremento nell’uso di materiali POP (dal 94% al 29% in Italia e dall’85% al 39% in Europa).
Per la stampa del materiale destinato ai propri punti vendita, le aziende italiane tendono ad affidarsi soprattutto ad agenzie esterne (45%), contrariamente a quanto avviene nel contesto generale europeo, dove la stampa viene gestita principalmente in house (43%). Tuttavia la tendenza italiana all’esternalizzazione dovrebbe, nelle previsioni, registrare un calo entro il 2020 (giungendo a quota 21%), a favore di un sistema misto, capace di combinare gestione interna ed esternalizzata (sistema che coinvolgerà il 53% delle aziende).
La tendenza a riportare all’interno l’attività di stampa risponde in primis all’esigenza di disporre della massima flessibilità e di un maggior controllo, in uno scenario sempre più competitivo ed esigente; altre possibili motivazioni sono l’aumento del numero di campagne previste e i mutamenti in termini di budget e di valore attribuito alle campagne.
I supporti stampati “sofisticati” (di grandi dimensioni, con finiture metallizzate, caratterizzati da colori vivaci o in grado di trasmettere più messaggi contemporaneamente) influiscono positivamente – secondo nove aziende su dieci interpellate – sull’attenzione e dunque sull’intenzione d’acquisto dei clienti. Tuttavia un supporto stampato con una grafica “complessa” può – per il 62% del campione – avere l’effetto contrario.
Per oltre due terzi delle aziende italiane (68%, contro il 54% dell’intero campione) il volume di stampa del materiale destinato ai propri punti vendita, per ogni singola campagna, è in crescita, mentre solo per un’azienda su otto (12%) tale volume è in calo.
Il 44% delle aziende italiane considera poi in aumento l’uso del digital signage (contro il 68% europeo), mentre il 21% ritiene che i volumi dello stesso siano invariati e il 35% che siano in calo.
La durata ottimale di una campagna è attualmente di 8,7 giorni, ma è destinata a scendere a quota 7,9 giorni entro il 2020 (a livello europeo si passa da 9,2 giorni a 7,7 giorni), in relazione alla riduzione del ciclo di vita del prodotto (69%) e alla necessità di rispondere in modo efficace alla concorrenza (65%).
Ci si attende, inoltre, per il 2020, un incremento nella frequenza di avvicendamento delle campagne promozionali e dei relativi supporti presso i punti vendita: se attualmente un’azienda italiana su cinque (19%) dichiara di rinnovare le proprie campagne “più volte a settimana”, entro il 2020 tale frequenza riguarderà tre aziende su cinque (62%).
Questi ritmi più sostenuti, imposti dalla natura competitiva del mercato, arriveranno a coinvolgere anche i processi di stampa, la cui velocizzazione è auspicata dal 63% delle aziende italiane.
In Italia più della metà (52%, in linea con il 54% europeo) di tutto il materiale promozionale destinato ai punti vendita è attualmente costituito da materiale POP. La percentuale è destinata a scendere, entro il 2020, al 45%, a favore della crescita del digital signage (dal 48% al 55%).
Tre quarti delle aziende italiane pronosticano un aumento significativo delle risorse destinate alle campagne presso i punti vendita, a causa dei “costi dei fornitori di servizi” (61%), del progresso tecnologico e per “il desiderio di generare maggiori profitti”. La percentuale di aumento sembra essere la più alta tra tutti i Paesi analizzati, probabilmente per compensare il livello di budget attualmente inferiore alla media generale.
Ci si attende un incremento nel numero di campagne realizzate nel punto vendita mediante POP (da 41 a 53 nel 2020) e digital signage (da 59 a 62), su base annua, come conseguenza della riduzione della loro durata.
La principale causa dell’insuccesso di una campagna nel punto vendita viene individuata, in Italia, nell’utilizzo di una grafica scadente o inadeguata (68%). Il dirigersi verso la specializzazione e l’aumento delle competenze interne sembra rispondere all’esigenza di ridurre questo rischio. Fondamentali anche le tempistiche: “l’impossibilità di lanciare i nuovi prodotti nei tempi previsti” e “la mancata produzione o fornitura del materiale nei tempi previsti” sono tra gli altri fattori determinanti l’insuccesso (rispettivamente 63% e 57%).
In Italia, per nove aziende su dieci (91%) l’analisi di una campagna e la valutazione dei risultati ottenuti costituiscono un motivo di grande preoccupazione (contro una media europea del 55%); per quasi sei aziende su dieci (58%, contro il 31% dell’intero campione) le “aspettative dei consumatori in termini di nuove tecnologie presso il punto vendita” rappresentano una sfida importante.
Presso il punto vendita, le principali sfide per il futuro sono individuate nella necessità di “rispondere alle mutevoli esigenze dei clienti” e di “modificare l’orientamento commerciale per adattarsi alle diverse fasce di pubblico” (entrambe al 68%); nell’obbligo di confrontarsi con le “novità nel campo delle tecnologie per i punti vendita” (64%), con i “cambiamenti nelle risorse destinate alle iniziative presso i punti vendita” e con il “cambiamento delle abitudini dei consumatori” (entrambe al 55%).
Per far fronte a simili sfide, le aziende italiane dichiarano di voler ricorrere a “iniziative più mirate” (69%) e puntare su una “diversificazione dei supporti per i punti vendita” (60%).
L’Italia si colloca, infine, al di sotto della media europea per quanto riguarda la realizzazione di campagne più mirate e la riduzione degli sprechi (32% contro 41% dell’intero campione).
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Il rischio d’impresa in tempi di crisi e mercati globali

Esiste una consapevolezza circa le opportunità derivanti dall’assunzione di rischi, ma le pratiche di gestione sembrano ancora immature: limitata formalizzazione del processo, scarso utilizzo di strumenti software specializzati e nessuna attenzione al rischio di cambio

Nell’attuale contesto economico, caratterizzato da una complessità crescente, testa tra globalizzazione dei mercati e stagnazione di interi settori, quello del rischio sembra essere un concetto sempre più centrale, divenuto perno dell’agire aziendale e fondamento stesso della sfida imprenditoriale. La dimensione del rischio nasconde, accanto a potenziali e inevitabili pericoli, anche e soprattutto una serie di opportunità che, se ben integrate nei processi aziendali, possono permettere di ridurre gli effetti negativi della crisi e far intraprendere la via del rilancio. Questo è tanto più vero quando si fa riferimento alle piccole e medie imprese, il vero motore della nostra economia nazionale (rappresentano oltre il 99% del tessuto imprenditoriale e occupano l’80,3% della forza lavoro nel settore privato non finanziario), che ha subito maggiormente le conseguenze dell’attuale difficile congiuntura economica.
Il profilo di rischio delle imprese non può che risultare alterato da una situazione che impone, sempre più, la ricerca di soluzioni aziendali innovative, l’apertura di nuovi canali di vendita e la penetrazione in mercati prima inesplorati. Comprendere, allora, questo nuovo profilo, valutare, cioè, quali strumenti e competenze mettano attualmente in gioco le imprese italiane per gestire al meglio i rischi cui sono esposte, diventa fondamentale per assorbire le inevitabili perdite e indirizzare l’azione quotidiana all’imperativo della produttività.
Sono stati diffusi nei giorni scorsi i risultati della prima edizione dell’Osservatorio sul Risk Management nelle PMI italiane, realizzato dal Dipartimento di Ingegneria Gestionale del Politecnico di Milano, nell’ambito delle attività di ricerca della Cattedra Cineas di Global Risk Management, in collaborazione con the FinC – the Finance Centre e con CONFAPI Industria.
Obiettivo dell’indagine era, in particolare, analizzare lo stato dell’arte relativo alle pratiche di gestione del rischio adottate dalle imprese italiane non finanziarie di piccole e medie dimensioni, dunque studiare la loro cultura di rischio, i metodi scelti, evidenziare le aree di rischio più rilevanti, la frequenza dei controlli, l’intensità degli investimenti, la propensione al rischio (risk appetite).
PERCEZIONE
Su un campione di 427 aziende distribuite su tutto il territorio nazionale e appartenenti a tutti i settori dell’economia, si è innanzitutto cercato di indagare la percezione che le imprese hanno del concetto di rischio e della loro esposizione in tal senso.
Ben il 53% del campione lo percepisce come un’opportunità da cogliere e da gestire attivamente, contro un 31% che lo vede come qualcosa di negativo da evitare ad ogni costo e un 16% che non lo considera tra le scelte strategiche, ritenendolo un aspetto marginale rispetto alla gestione del business. In parziale contrasto con tale consapevolezza, emerge come a spingere verso l’adozione di un sistema di gestione del rischio siano soprattutto fattori esogeni.
Il 33% delle imprese considerate afferma il prevalere di un approccio proattivo alla gestione dei rischi, volto, cioè, all’identificazione delle diverse tipologie di rischio e allo studio delle correlazioni esistenti tra dinamiche competitive e fattori di rischio (percentuale che sale al 45% se si considerano le sole aziende che hanno dichiarato di vedere delle opportunità nell’assumere rischi). Nel 25% dei casi si adotta invece una copertura sistematica di specifiche categorie di rischio precedentemente mappate, infine il 15% utilizza solo polizze assicurative e il 27% adotta un approccio reattivo.
Tra le varie tipologie di rischio, sono quelli operativi a essere presi maggiormente in considerazione: si presta attenzione soprattutto (53% del campione) al rischio connesso ai processi aziendali, ossia all’eventualità che qualche imprevisto incida sul corretto svolgimento del core business.
Con riferimento ai rischi strategici, sono invece i rischi di concentrazione e di controparte a essere più considerati (rispettivamente dal 51% e dal 49% del campione). Decisamente inferiori sono le cautele riservate al rischio di reputazione (19%), malgrado la centralità dello stesso per l’immagine e la credibilità verso gli stakeholder, dunque per la sopravvivenza del business. Ancor meno considerati i rischi politici (11%) e normativi (18%), segnale di una norma vista più come obbligo da adempiere che come stimolo al miglioramento delle procedure.
Tra i rischi finanziari, prevalgono quello di credito (60%) e di liquidità (32%), segue il rischio dei tassi d’interesse e solvibilità (30%). Ancora poco considerato è, invece, il rischio di cambio (15%), nonostante la crisi spinga sempre più le imprese a guardare oltre i confini nazionali per rilanciare il proprio business, attraverso lo scambio con Paesi dotati di monete diverse dall’euro. Maggiore attenzione dovrebbe essere dedicata, visto il contesto turbolento attuale, anche al rischio di fluttuazione dei prezzi delle commodity (14%) e a quello di inflazione (7%).
Ma come percepiscono il proprio profilo di rischio le PMI italiane? Il 58% di esse ritiene che sia medio, il 25% lo ritiene basso e il 17% alto. I settori più “rischiosi” sembrano essere quello delle costruzioni e del commercio, rispettivamente con il 29% e il 15% del campione che ritiene alto il rischio (contro l’8% della manifattura e il 4% dei servizi). Il 35% del campione segnala un aumento del proprio profilo di rischio negli ultimi cinque anni e il 25% si aspetta un ulteriore aumento nei prossimi anni. Si intravede comunque una percezione di incertezza: domina, tra le prospettive future, l’idea di un profilo di rischio volatile (37%), mentre è minima la quota di quanti prevedono una diminuzione del rischio (5%).
E come percepiscono, ancora, le PMI italiane, il mercato in cui operano? Il 54% lo vede stabile o in contrazione, il 10% lo considera volatile, il 7% crede che la situazione sia altamente negativa, solo il 13% intravede una crescita e il 16% vede un’elevata competitività.
I dati riflettono – com’è evidente – la stagnazione dell’economia domestica, che spinge le imprese a recuperare competitività, aumentando il volume d’affari: tra le operazioni maggiormente effettuate, negli ultimi tre anni, dalle imprese intervistate, figurano l’ingresso in nuovi mercati, l’ampliamento del portafoglio prodotti e l’apertura di nuovi canali di vendita. Si conferma, di conseguenza, la forte spinta all’internazionalizzazione delle PMI italiane, che riguarda il 59% del campione, e la conseguente inevitabile alterazione del profilo di rischio. Per gestire l’incertezza dei nuovi mercati e ridurre gli eventi inattesi, sempre più importante – ci dicono i promotori dell’indagine – è, anche per le PMI italiane, adottare e ottimizzare delle specifiche tecniche di risk management.
A incrementare il profilo di rischio delle PMI italiane non è, in realtà, solo l’imminenza di una crisi la cui soluzione sembra ancora lontana: essa è certo determinante (e non solo per le aziende che hanno scelto la via dell’internazionalizzazione, ma per qualsiasi attività imprenditoriale costretta a confrontarsi con le difficili dinamiche di mercato), tuttavia contribuiscono anche alcuni fattori tecnologici (l’avvento dei new media e delle nuove tecnologie), l’attenzione crescente all’ambiente e alla dimensione sociale, la normativa sempre più stringente, l’esigenza, in sostanza, di relazionarsi con i mutamenti di ordine culturale.
PROCESSO
Con riferimento alle procedure adottate dalle PMI italiane nell’ambito del risk management, l’indagine rileva come la maggior parte delle aziende interrogate (41%) formalizzino la fase di valutazione dei rischi. Le fasi di identificazione e gestione del rischio sono formalizzate entrambe dal 34% del campione, mentre meno formali – ma pur sempre presenti – sono le fasi di monitoraggio dei fattori di rischio (23%) e di reporting e comunicazione ai vari livelli dell’organizzazione (10%). L’82% delle imprese formalizza, inoltre, meno di tre fasi su cinque, e solo il 3% le formalizza tutte.
In particolare, relativamente alla prima fase di identificazione dei fattori di rischio, si nota come le PMI italiane si basino soprattutto su esperienze passate (49%) e su analisi strutturate dei processi (48%). Seguono checklist (24%) e le ispezioni (22%), mentre marginale è il ricorso a brainstorming (9%), a modelli specifici (FTA, FMEA, HAZOP, HACCP, al 6%), ad analisi swot (5%), a questionari per i dipendenti (3%) e a interviste o focus group (2%).
Nella fase di valutazione dei rischi emerge come siano notevolmente considerati gli impatti di tipo finanziario (63%), molto più di quelli di tipo reputazionale (15%); sono, invece, tenute ancora in scarsa considerazione le probabilità di accadimento (37%). Prevalgono, nella valutazione, tecniche di tipo quantitativo (35%, percentuale che sale al 53% con riferimento alle sole imprese che hanno dichiarato un profilo di rischio alto), rispetto a quelle semi quantitative (14%), qualitative (5%) e pure rispetto a una combinazione di queste tecniche (31%).
Nella fase di gestione, le modalità maggiormente adottate sono, per quanto riguarda i rischi di natura operativa e finanziaria, la riduzione (risk reduction, minimizzare cioè la probabilità di accadimento e l’impatto di eventi rischiosi attraverso tecniche di prevenzione e protezione) e il trasferimento a terzi (risk transfer: si assume una posizione rischiosa opposta a quella da gestire che sfrutti il principio della compensazione per ridurre il rischio complessivo, ad esempio la stipulazione di una polizza assicurativa che copra rischi poco probabili ma notevolmente dannosi, come incendi e catastrofi naturali).  Per gestire i rischi strategici si adottano, invece, data la loro natura, soprattutto i contingency plans (in sostanza dei piani di emergenza alternativi, l’accantonamento di un certo ammontare di risorse finanziarie per intervenire in caso di eventi inattesi e potenzialmente dannosi, al 18%).
Si conferma poi la marginalità della percentuale di imprese che tengono in considerazione il rischio di cambio, anche considerando le sole imprese che effettuano transazioni con Paesi che usano una moneta diversa dall’euro.
Con riferimento alla fase di monitoraggio del processo di risk management, emerge come essa si svolga una o due volte all’anno (rispettivamente nel 32% e nel 37% dei casi), raramente con frequenza maggiore.
Gli indicatori utilizzati per misurare la performance e l’esposizione al rischio dell’impresa non sembrano essere particolarmente sofisticati: si monitorano principalmente il risultato operativo (nel 37% dei casi) e il risultato della gestione ordinaria (28%), mentre si ricorre raramente a EVA (4%), VaR (2%), RAROC (1%), volatilità degli utili e ad altre misure risk-adjusted (5%).
Lo strumento IT maggiormente utilizzato per supportare il processo di risk management è Excel (39%), tuttavia ben il 22% del campione dichiara di non ricorrere a nessun strumento.
RISORSE
Per quanto riguarda i rischi strategici e normativi si rileva una certa corrispondenza tra esposizione percepita e risorse spese per gestirla. Leggero sbilanciamento, invece, con riferimento ai rischi finanziari e a quelli operativi: solo il 41% delle imprese destina risorse primariamente al rischio finanziario, malgrado questo fosse percepito come principale dal 48% del campione; per contro il 46% delle PMI destina risorse al rischio operativo, nonostante esso fosse percepito come principale solo dal 35% del campione. Tale sbilanciamento dipende non tanto da una mancanza di consapevolezza, quanto piuttosto dal costo più elevato imposto dalla gestione di alcune tipologie di rischio.
La spesa media sostenuta dalle aziende per le attività legate alla gestione del rischio aumenta, in valore assoluto, con l’aumentare della dimensione delle imprese, mentre in termini percentuali la tendenza è opposta. Si tratta, dunque, di un aumento meno che proporzionale.
RESPONSABILITÀ E COMUNICAZIONE
Solo l’1% delle imprese interrogate ha previsto, all’interno della propria struttura, un addetto dedicato a tempo pieno alla gestione del rischio. L’11% si rivolge a una figura esterna, mentre la maggior parte (88%) assegna il compito a una figura interna, che si occupa del risk management a tempo parziale. Tale conclusione riflette l’organizzazione tipica delle PMI, dove mancano spesso confini netti tra ruoli e competenze.
La cultura del rischio rappresenta una conquista abbastanza recente, dato che ben il 72% delle imprese adotta tecniche di risk management da meno di 5 anni e solo il 13% da più di 10 anni. Nel 28% dei casi il Consiglio di Amministrazione non è coinvolto nel processo di gestione del rischio, nel 43% esso definisce la strategia, mentre nel 27% monitora che l’esposizione al rischio sia coerente con il profilo desiderato. Il coinvolgimento del CdA aumenta poi all’aumentare della maturità del sistema di gestione del rischio.
Solo l’1% del campione considera il livello di rischio assunto per definire le proprie politiche retributive.
L’85% del campione non ha ancora introdotto alcuna attività formativa rivolta ai dipendenti, anche se il 17% promette un rimedio prossimamente. I corsi di formazione ad hoc rappresentano il metodo maggiormente sfruttato per sviluppare le competenze necessarie di tutti i dipendenti (12%) e dei responsabili della gestione del rischio (23%), mentre il workshop costituisce l’iniziativa prediletta per la formazione di top management (19%).
La dimensione dell’impresa non sembra, infine, influire sulla scelta dei destinatari della comunicazione in materia di rischi aziendali: questa sembra essere rivolta quasi esclusivamente ai diretti interessati, a prescindere dal numero di dipendenti (78% nel caso di imprese con numero di dipendenti compreso tra 10 e 49, 73% nel caso di imprese con numero di dipendenti compreso tra 50 e 249).
La dimensione aziendale non influisce poi molto nemmeno sulle modalità di comunicazione dei rischi, tuttavia si nota – con l’aumentare delle dimensioni – una leggera diminuzione della pratica verbale (dal 65% delle imprese con numero di dipendenti compreso tra 10 e 49, al 43% di quelle con 50-249 dipendenti), a favore della documentazione ad uso interno (da 34% al 52%).
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San Valentino 2013: il cuore batte la crisi

Convenienza e velocità fanno sì che la Rete sia sempre più apprezzata per l’acquisto diretto del regalo da destinare alla propria dolce metà, oltre che per trovare spunti originali, mentre per i single italiani il 14 febbraio sarebbe una festa prettamente commerciale

Attesa dagli inguaribili romantici, bollata dai più come “elogio del consumismo”, snobbata dagli scapoli affezionati alla propria indipendenza, temuta da ex e single un po’ meno convinti. Quella di San Valentino rimane, nel bene o nel male, una delle ricorrenze più note al mondo, probabilmente la sola capace di creare un moto di oscillazione pendolare tra umori contrapposti, di sicuro l’unica che, spogliandosi dell’originale dimensione religiosa, sembra voler dare voce alle mille manifestazioni di quel sentimento che si è soliti chiamare “amore”.
È la festa degli innamorati, delle coppie storiche e di quelle appena nate, dei biglietti ritagliati e scritti a mano, delle frasi melense ripetute sempre uguali, dei giuramenti, dei “per sempre”, dei fiori e dei cioccolatini, del regalo “qualsiasi basta che sia rosso e a forma di cuore”, delle farfalle sullo stomaco, infine – perché no – delle gemme e dei carati.
In vista del 14 febbraio, si moltiplicano le proposte regalo, le offerte e i deal consigliati dai molti portali di e-commerce. Gli internauti innamorati navigano alla ricerca di soluzioni, che – più o meno originali e più o meno convenienti – possano sorprendere il proprio partner. La tradizionale caccia al pacchetto sembra essere – a quanto pare – irrinunciabile, pure in tempi di crisi e pure con la piena consapevolezza di quanto inadeguato sia offrire esiti commerciali ai festeggiamenti del sentimento. Tradizione e costruzione – ancora una volta – fungono da grotta rassicurante, nella quale rifugiarsi finché piovono debiti, tasse e redditometri.
A evidenziare la sostanziale tenuta di celebrazioni e doni a San Valentino è – ultimo – il network di social shopping Saldiprivati.com (proprietà della web company Banzai), che ha diffuso, pochi giorni fa, i risultati di un sondaggio rivolto ai propri utenti sul tema, potendo contare su ben 2 milioni di iscritti alla newsletter. La maggior parte degli intervistati ha, infatti, dichiarato che non rinuncerà a festeggiare il 14 febbraio e che, per acquistare il regalo da destinare alla propria dolce metà, utilizzerà il web, ma solo su un e-shop fidato (65%). Il ruolo della rete, tuttavia, non si esaurisce qui: per il 37% del campione essa funge da fonte privilegiata per ottenere spunti e idee sui regali.
Con riferimento ai budget di spesa previsti, gli innamorati del 2013 sembrano, tuttavia, costretti a scendere a compromessi con delle tasche sempre meno gonfie; il 63% degli utenti non pensa, infatti, di spendere per l’occasione cifre esorbitanti e non teme pertanto – ci dicono i promotori – di cadere sotto la lente del fisco.
Semplicità e tradizione sembrano poi essere le parole chiave nella formula di festeggiamento scelta per l’imminente data. Il 65% degli utenti di Saldiprivati.com non intende organizzare appuntamenti in grande stile, preferendo, piuttosto, orientarsi su una semplice cena con la persona amata o su piccoli pensieri fatti con il cuore (quel cuore che non sono convinta riuscirà a soddisfare proprio tutte le Valentine d’Italia).
La crisi si percepisce, quindi, tuttavia non abbastanza da far cambiare radicalmente abitudini agli italiani, nemmeno sotto la rassicurante giustificazione dello stop allo spreco e del riciclo consapevole: l’80% del campione dichiara, infatti, che non riutilizzerebbe mai un regalo ricevuto per risparmiare qualche euro. Meglio ridimensionare le pretese, dunque, ma con un’idea e un regalo originali, non di seconda mano.
Molte sono le motivazioni che spingono gli italiani a preferire l’acquisto online a quello tradizionale: il 35% degli intervistati apprezza la convenienza, il 36% la velocità e il 27% ritiene che l’esperienza di shopping sul Web sia più divertente.
L’esperienza d’acquisto offline – il vedere e toccare con mano – rimane comunque prediletta per regali di una certa consistenza economica e simbolica: il 51% dei rispondenti sostiene che non comprerebbe mai sul Web l’anello di fidanzamento, trattandosi di un oggetto troppo personale e prezioso.
Con riferimento, infine, a cosa regalare per fare colpo, il 59% degli interpellati non ha dubbi, concentrando le proprie mire su un viaggio in posti esotici con la propria anima gemella, un vero regalo da sogno, per dirla alla Briatore di Crozza. Da evitare, invece, gli elettrodomestici per la casa, le pentole e gli attrezzi da cucina, considerati banali e poco adatti dal 47% degli utenti.
In una simile esplosione di romanticismo e baci in bianco e nero, c’è una categoria sociale che merita un’attenzione e un rispetto particolari. Stiamo parlando dei single italiani, coloro che ancora non hanno trovato una metà cui destinare dolci frase d’amore e che per l’ennesima volta dovranno accontentarsi di venerare un ben poco consolatorio San Faustino. A indagare il loro atteggiamento nei confronti della festa più amata e odiata dell’era moderna, è Meetic, il più grande sito d’incontri in Italia, presente in ben 16 Paesi europei, con una media dichiarata di oltre 300 storie d’amore 2.0 avviate settimanalmente tra le file virtuali del suo network.
Meetic ha di recente commissionato, all’istituto di ricerca TNS, l’indagine Lovegeist, basata su un campione di 10.561 single adulti di età compresa tra 18 e 65 anni, provenienti da diversi paesi europei (le interviste realizzate in Italia sono state complessivamente 1.514) e interpellati dal 29 ottobre al 23 novembre 2012, allo scopo di mettere in luce comportamenti e atteggiamenti di scapoli e zitelle d’Europa. La ricerca indaga su molti aspetti relativi al dating – si evidenzia, tra le altre cose, come gli italiani siano, nel panorama europeo, i più propensi a ricercare una nuova relazione (56%), soprattutto gli uomini, più attivi delle donne (60% contro 51%, con una media di 2,4 appuntamenti al mese per i primi, contro 1,6 appuntamenti per le seconde) – e un focus particolare è destinato all’approccio dei single a questa data importante.
A sorpresa – si fa per dire – emerge come, nel contesto europeo, gli uomini siano più desiderosi di festeggiare San Valentino, rispetto alle donne, ritenendola una buona occasione per esprimere i propri sentimenti (70% contro il 64% femminile) e una data particolarmente romantica per un appuntamento (55% contro 47%).
Nel nostro contesto nazionale, il 14 febbraio viene visto dalla maggioranza dei single come una festa prettamente commerciale (32% si dichiara molto d’accordo con questa affermazione, percentuale che si innalza al 77% se si considerano anche coloro che sostengono di essere “abbastanza d’accordo”) e solo il 12% ritiene che sia un bel modo per esprimere i propri sentimenti verso qualcuno. Il 53% degli intervistati è, tuttavia, d’accordo sul fatto che la ricorrenza possa costituire un’occasione suggestiva per un primo appuntamento.
Come festeggiano poi i single europei? Ci si divide sostanzialmente tra tradizionalisti, che organizzano cene a lume di candela e gite fuori porta, e menti un tantino più originali, che preferiscono fare qualcosa di insolito.
Nel Belpaese si è meno propensi a considerare la ricorrenza come un’occasione per dichiarare esplicitamente il proprio amore e manifestare, quindi, la volontà che la relazione appena avviata prosegua: solo il 7% degli italiani lo fa, preferendo piuttosto l’idea di fare un viaggio assieme nel weekend, come modo meno esplicito per rivelare le proprie intenzioni (17%). Si sceglie, di conseguenza, di trascorrere San Valentino facendo qualcosa di originale (46%) o non festeggiando affatto (29%).
Sia che siate fidanzati sia che siate single, una cosa comunque è certa: le soluzioni per regali e celebrazioni che i vari brand e le istituzioni propongono per l’occasione sono moltissime e per tutti i gusti. Dalle classiche “idee perfette per lui e per lei”, ai festival e tour cittadini a tema. Dalle proposte volo+hotel per due particolarmente convenienti, all’offerta “Speciale 2×1” di Trenitalia. Dall’iniziativa “Innamorati dell’arte” del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, che consente l’accesso a musei e altri luoghi d’arte statali, pagando un solo biglietto a coppia, alle applicazioni mobile che aiutano a dire “ti amo” in modo low cost, fino ad arrivare alle performance sonore di Sviolinati , il servizio che permette di prenotare online una serenata a domicilio, ad opera di violinista Valerio D’Ercole.
E se siete particolarmente legati alla tradizione e non sapete rinunciare a un bel mazzo di fiori, la Federazione dei florovivaisti di Confagricoltura consiglia una soluzione anti-crisi (del settore): “Per il 14 febbraio” – sostiene Francesco Mati, presidente della Federazione – “se tutti gli innamorati italiani regalassero un bouquet made in Italy, non solo aiuterebbero il settore, ma darebbero un alto valore aggiunto al regalo, in termini di bellezza e durata”.
Ai classici mazzi di rose, meglio allora preferire anemoni, ginestre e primule, che nascono e crescono sotto la luce del sole tricolore e che sono per questo destinati “a durare molto sotto gli occhi della persona cara”.

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