Le bugie bianche più raccontate online

Una cattiva abitudine. Sui canali social c’è la tendenza a mentire per somigliare al proprio ideale: le donne ritoccano le foto, gli uomini vogliono apparire più intelligenti. Ma c’è anche un lato positivo…

È difficile ammetterlo, ma alla base di qualsiasi relazione sociale vi sono dei segreti, non esiste alcun rapporto interpersonale che possa dirsi esente da tale considerazione: quando parliamo con il giornalaio, quando con il negoziante rilanciamo verso il basso il prezzo di quella borsa che tanto ci piace, mentre cerchiamo di vendere un prodotto al nostro cliente, quando facciamo una confidenza alla nostra migliore amica, mentre siamo a tavola con la nostra famiglia, persino quando cerchiamo la più profonda intimità con il nostro partner. In tutte queste situazioni, rientranti nella sfera della quotidianità, produciamo e proteggiamo dei segreti che, soli, permettono di semplificare i rapporti con gli altri, di crearne di nuovi e di mantenere o rafforzare quelli già esistenti. Può apparire paradossale, ma non vi sarebbero legami stretti (l’istituzione stessa del matrimonio sarebbe inefficace), se ogni azione, ogni intento, fosse trasparente e conoscibile all’altro e rivelare uno di questi segreti potrebbe comportare la definitiva distruzione della relazione di cui esso è parte integrante.

Ogni persona seleziona le informazioni che intende offrire agli altri: in qualsiasi ambito della vita acquisiamo, assieme ad una serie di certezze e conferme, anche una buona dose di ignoranza ed errore, rappresentata da quel lato dell’individualità altrui dal quale siamo stati volontariamente esclusi. Qualsiasi interazione si fonda, in definitiva, su una parte di conoscenza comune ai diversi interagenti e su altri elementi noti in via unilaterale ai soli singoli partecipanti. Se anche si provasse a rivelare agli altri tutto ciò che coinvolge il proprio io, la quantità di informazioni da gestire sarebbe eccessiva e si determinerebbe una sorta di black out sociale.

Il segreto, sottolineava il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel, in epoca ben lontana dall’attuale contesto di convergenza digitale, “è una delle maggiori conquiste dell’umanità”, con esso “si raggiunge un enorme ampliamento della vita”, poiché “il segreto offre per così dire la possibilità di un secondo mondo accanto a quello manifesto, e questo ne viene influenzato nella misura più forte”.

Il sociologo canadese Erving Goffman costruisce, attorno alla pratica dei segreti, l’intera architettura delle sue teorizzazioni più note, che vedono una contrapposizione, nell’interazione umana, tra una ribalta (ciò che è visibile agli altri, lo spazio della nostra “rappresentazione” quotidiana) e un retroscena (lo spazio in cui noi attori abbandoniamo il ruolo che ci siamo imposti verso un particolare pubblico), del tutto simile a quella presente in un teatro.

La spinta dirompente e innovativa della rete ha imposto negli anni una continua revisione delle pratiche comunicative e d’interazione sociale. Si moltiplicano le forme e le manifestazioni esterne della propria individualità, allo stesso modo convergono spesso, in una stessa piattaforma, pubblici diversi, ai quali eravamo abituati a proporre ribalte appositamente differenziate. Questo è vero soprattutto per uno dei più recenti capitoli della dimensione digitale, vale a dire quello social. Come reagiamo allora a tutto questo? Rassegnandoci e liberandoci finalmente di almeno un paio di quelle belle maschere ci eravamo costruiti?

La risposta – secondo la ricerca “UltraYou” promossa dal colosso americano dei microprocessori Intel e condotta da Redshift Research in nove Paesi (Regno Unito, Polonia, Spagna, Italia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Turchia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti) – sarebbe no. Al contrario le nuove piattaforme di social network sembrano rendere ancora più solido e fecondo quel “secondo mondo” simmeliano.

All’interno dei nostri profili sui social media, ci dice l’indagine, è piuttosto diffusa la tendenza a ricorrere a delle “bugie bianche” per creare un alter ego digitale più somigliante all’immagine ideale che vorremmo avere. Un italiano su due dichiara, infatti, di aver “abbellito” almeno una volta la propria vetrina sociale, pur solo con piccole accortezze o comunque in buona fede.

Tra le motivazioni di questa tendenza alla menzogna virtuale, vi sarebbero innanzitutto il desiderio di catturare l’attenzione di amici e conoscenti (55% dei casi) e di nascondere le proprie insicurezze (40%, soprattutto con riferimento all’universo femminile, che si attesta a quota 45%, contro il 34% degli uomini). Un maschio su due crede poi che mentire possa servire a trovare nuovi amori o relazioni, mentre lo stesso vale per una donna su tre. Anche il puro narcisismo (20%) e l’intento di piacere di più a potenziali datori di lavoro (7%) sembrano avere un peso non indifferente.

Le forme attraverso le quali si manifestano poi questi lifting virtuali sono molteplici. L’innovazione tecnologica e la corsa al digitale hanno permesso lo sviluppo di strumenti che, in diverso modo, si fanno complici (dei “compari” in termini goffmaniani) degli utenti “imbroglioni”. Si pensi, ad esempio, alle molte applicazioni per smartphone (Instagram su tutte) che permettono, gratuitamente, con estrema semplicità e in tempo reale, di aggiungere filtri ed elaborare immagini appena catturate, da condividere poi sulla propria bacheca sociale. Schiere infinite di improvvisati fotografi trasformano, allora, più o meno consapevolmente, il proprio aspetto, in funzione del proprio ideale estetico. Le foto personali e il fotoritocco sembrano rappresentare, in particolare, il tarlo principale per le donne (secondo un intervistato su due è la bugia bianca più diffusa tra il gentil sesso), indaffarate nel selezionare le sole immagini più lusinghiere di sé, pronte ad eliminare tag non desiderati e a lasciare lamentosi commenti laddove vengano ritratte in forme poco attraenti.

Le questioni estetiche sembrano invece interessare meno gli uomini (uno su quattro filtra le immagini), preoccupati piuttosto di apparire più divertenti e brillanti di quanto non siano nel quotidiano.

Si mente poi anche per mostrarsi più intelligenti e colti (22%) o per farsi vedere solo in situazioni e luoghi esclusivi o di stile (18%), magari attraverso i servizi di geolocalizzazione (Foursquare in primis). Si ostentano, infine, spesso anche le proprie relazioni d’amore, vere o presunte che siano.

Forse proprio perché il fenomeno è così diffuso, gli utenti sembrano essere piuttosto disincantati, dichiarano per la maggior parte di non cadere nella rete delle bugie altrui, ma di accorgersi dei “fake” o delle semplici “limature” di immagini e post. Il dubbio sorge nel momento in cui qualcosa sembra troppo bello per essere vero (per un intervistato su due), quando si ha a che fare con delle foto malamente ritoccate o, soprattutto in Italia, quando ciò che l’utente dice non riflette le azioni che esso compie (sempre per uno su due)

Solo il 18% dichiara di non riuscire a distinguere facilmente il confine tra bugie e realtà e solo il 4% dice di affidarsi ai commenti degli altri per crearsi una propria idea.

Il desiderio di farsi notare in rete può, inoltre, condurre facilmente all’esagerazione: più della metà degli italiani non sopporta gli utenti che condividono ogni singolo dettaglio delle proprie giornate, soprattutto gli aspetti più intimi. Allo stesso modo non piacciono le foto troppo esplicite o le volgarità e nemmeno gli utenti che si lamentano sempre di tutto e tutti o che fanno troppi errori ortografici. Ben l’80% del campione vorrebbe, poi, venisse introdotta una sorta di una netiquette, capace di garantire la convivenza rispettosa nel web.

La cosa curiosa è che – come già intuito nelle disamine di Simmel – la pratica del mentire in rete influenza concretamente la stessa vita reale, spingendo gli utenti verso il miglioramento: ben il 53% degli intervistati italiani, in particolare tra i maschi, arriva a confessare di voler assomigliare di più all’immagine che di sé racconta online. Non che si tratti di una tendenza tipicamente italiana, lo stesso vale per il resto d’Europa – con la sola eccezione dell’Olanda che mostra una percentuale del 27% – e per il Medio Oriente, in particolare in Egitto, dove la quota sale addirittura al 76%.

La tendenza – sostengono i responsabili di Intel – porterebbe anche a dei benefici per la qualità della propria vita. Si presta, ad esempio, maggiore attenzione a tutti i momenti belli e agli affetti delle proprie giornate. Il 33% degli intervistati dichiara di scattare più foto di sé e della propria famiglia e, in misura minore, di fare più vacanze. Il 31% degli italiani sostiene inoltre di essere più curioso e di leggere di più, allo scopo di trovare spunti da condividere e commentare in rete (si tratta comunque di una percentuale inferiore rispetto alla media europea, pari al 42%, e ancor più rispetto a quella dei paesi del Medio Oriente, Egitto in testa con il 71%). Il 27% dei nostri connazionali dice di fare maggior esercizio fisico, il 15% di curare di più anche l’abbigliamento.

L’ascesa dei social network sembra, inoltre, decretare un rilancio per la “vecchia” televisione, vista in misura maggiore da un italiano su cinque, al fine di avere validi argomenti su cui chiacchierare con gli amici virtuali. La vita digitale spinge poi anche molti giovani a partecipare ad eventi particolari e a cercare di farsi immortalare in compagnia delle persone considerate più “cool”.

Quanto tempo si trascorre, allora, nei panni ideali del proprio io virtuale? Due intervistati su cinque in Italia e in Europa dedicano al loro profilo online più di mezzora al giorno e la metà del campione dichiara addirittura di sentirsi scollegato dal mondo e in qualche modo perso, se posto nell’impossibilità di collegarsi e di condividere o raccogliere informazioni online

Il mezzo più utilizzato per gestire le proprie identità virtuali sembra essere ancora il computer portatile, poiché più comodo, rapido ed efficace di uno smartphone (il cui uso è comunque ampiamente diffuso), soprattutto per aggiungere o creare contenuti multimediali, per gestire più profili contemporaneamente e per aggiungere o rimuovere i “tag” dalle foto. Nella scelta del portatile, infine, le caratteristiche più ricercate sono la durata della batteria (53%), la rapidità di avvio (32%) e l’estrema portabilità e leggerezza (30%).

Pubblicato su: PMI-dome

Annunci

La geografia dell’e-commerce

Frullatori in Lombardia, fumetti in Toscana e panche da fitness in Sicilia: uno sguardo privilegiato della più importante piattaforma di compravendita online

In sociolinguistica la si definisce “diatopia”: è la variabilità, registrata all’interno di un sistema linguistico, dovuta alla provenienza o alla collocazione geografica dei parlanti.

L’intero apparato che sostiene una qualsiasi lingua cambia, dunque, oltre che in relazione al gruppo sociale che se ne appropria (variazione diastratica), al contesto nel quale avviene la comunicazione (variazione diafasica), al mezzo di comunicazione utilizzato (variazione diamesica) e al periodo temporale considerato (variazione diacronica), anche con riferimento alla prospettiva geografica di volta in volta sotto esame. È una lingua piuttosto nuova e in continua evoluzione quella degli internauti (in particolare di quelli che fanno acquisti in rete), studiata continuamente dall’osservatorio eBay.it.

In una recente indagine, i responsabili della più importante piattaforma di e-commerce in Italia hanno provato a delineare la mappa delle variazioni diatopiche nei comportamenti d’acquisto del Bel Paese. Lo sguardo privilegiato della vetrina virtuale da cui è partito lo studio, ha permesso di analizzare con precisione le abitudini di consumo degli italiani, evidenziando le peculiarità di ogni regione rispetto alla media nazionale.

Si tratta – è bene sottolinearlo – di un’indagine interna a eBay.it, tuttavia, dato il suo fondamentale peso nell’economia italiana, non è illogico pensare di poter estendere alcune delle considerazioni emerse anche al di fuori dei confini della piattaforma. I promotori hanno innanzitutto suddiviso gli acquisti realizzati dagli utenti in 6.700 categorie merceologiche. Un primo dato conferma una tendenza ormai consolidata negli acquisti via web, la predilezione, cioè, alla tecnologia, cellulari, smartphone e relativi accessori in testa: la media, nei primi 4 mesi del 2012, è di un oggetto tech acquistato su eBay.it ogni 3 secondi.

Il dato si discosta leggermente dalle stime diffuse da Netcomm in occasione dell’E-commerce Forum del 16 maggio e riferite all’intero contesto virtuale italiano: stando a quanto riporta il consorzio del commercio elettronico, infatti, sarebbe il turismo il settore che beneficia del maggior numero di operazioni online. Secondo Netcomm, ancora, il comparto che ha registrato gli incrementi più elevati a inizio 2012, rispetto allo stesso periodo del 2011, sarebbe il settore abbigliamento, mentre su eBay è il settore dedicato a casa e arredamento ad aver goduto, nei primi 4 mesi del 2012, della crescita maggiore, pari al 46,2%.

Concentriamoci ora sulle diverse anime territoriali, talvolta scontate, altre volte inattese, individuate nello shopping virtuale. Il periodo considerato è quello che va da gennaio 2011 a gennaio 2012. La Lombardia si dimostra la prima regione italiana sia per oggetti presi sia per euro spesi su eBay.it. Qui si nota una particolare propensione all’acquisto di oggetti elettronici per la casa, in particolare frullatori (il 65% degli acquisti totali di tale prodotto è riconducibile a dei lombardi) e lavastoviglie, rispetto ai connazionali. Secondo posto, in questa particolare classifica dell’e-commerce, per il Lazio, dove si comprano più quadri per la casa, tailleur e abiti da donna. Il dato, banalmente, sembra lasciar intendere che lo shopping virtuale sia, in questa regione, fortemente praticato dalle donne.

Del resto, sottolineano i promotori dello studio, l’intero fenomeno del commercio elettronico sembra essere dotato di uno spiccato accento rosa, come confermato dal fatto che, subito dopo la tecnologia, le due categorie con maggior numero di oggetti acquistati su eBay sono “casa e arredamento” e “abbigliamento e accessori”. Ecco allora che anche in Liguria si punta sul vestiario di tipo classico: ad essere acquistate in misura maggiore rispetto agli altri ambiti territoriale sono le gonne al ginocchio. La moda è alla base pure del primato detenuto dal Friuli Venezia Giulia, dove si comperano più maglioni e felpe. In Piemonte vince la categoria del Decoupage (oltre la metà di tutti gli acquisti realizzati in tale categoria proviene da cittadini piemontesi). Visto l’incremento di contributi a firma femminile sulla propria piattaforma, eBay Annunci ha anche pensato di indagarne la portata attraverso la ricerca “Women’s Generation 2.0”, al fine di comprendere l’uso e le aspettative che le donne possiedono mentre agiscono sul web. Lo studio ha rivelato, allora, come il sito sia stato sfruttato dalle donne principalmente per trovare lavoro, per far conoscere la propria attività imprenditoriale (soprattutto in fase di start-up) e per fare acquisti approfittando della loro convenienza. La ricerca si è articolata, in particolare, su due focus distinti, uno riguardante “Donne e lavoro”, l’altro “Donne straniere in Italia”.

Per raggiungere la via dell’approfondimento, i promotori hanno scelto di raccogliere delle testimonianza dirette, con interviste che rivelino spezzoni di vita quotidiana, capaci, in definitiva, di offrire uno sguardo originale e particolare della rete, quello rosa appunto. È interessante notare come in una situazione di particolare difficoltà, come quella odierna, dove il divario tra retribuzione maschile e femminile sembra non diminuire, siano proprio le donne a distinguersi per intraprendenza e versatilità delle proprie scelte professionali. Sembrano essere loro – ci dicono dalle file di eBay – le prime a credere nelle infinite potenzialità della rete, a sfruttarle sperando che la propria fatica imprenditoriale decolli. Torniamo ora alla nostra mappa territoriale degli acquisti.

Le regioni più “sportive”, secondo i dati di eBay, sono la Sicilia, nella quale si acquisiscono più panche per il fitness, il Trentino Alto Adige, che predilige le bici da bambino, e le Marche, dove i cittadini chiedono occhiali per andare in bicicletta e riviste dedicate al settore. In Veneto e in Campania si evidenzia, invece, una particolare passione per il mondo a quattro ruote: nella prima regione si comprano più fanali auto, nella secondo più pneumatici. I calabresi, ancora, comprano lettori mp3 da 1GB in misura più elevata del resto d’Italia; gli emiliani caricabatterie universali. Pollice verde in Puglia, dove confluisce il 67% degli acquisti di semi per fiori. Sardegna e Abruzzo all’insegna della convivialità a tavola: qui si comprano rispettivamente più piatti e più posate. Poi la Toscana, dove a regnare sono i fumetti, piuttosto ovvio se si considerano le molte manifestazioni legate al genere in questa terra (si veda ad esempio l’enorme successo annuale del festival “Lucca Comics & Games”).

Il report rivela anche dei risultati piuttosto curiosi: In Umbria si comprano, in misura maggiore rispetto alla media nazionale, i libri noir, in Basilicata gli acquari e i relativi accessori, in Molise le porcellane e in Valle D’Aosta, infine, la musica revival. “L’analisi dei consumi degli italiani realizzata da eBay.it fornisce risultati curiosi sui trend dell’e-commerce in Italia”, ha commentato Irina Pavlova, responsabile della Comunicazione di eBay.it. “La passione dei nostri connazionali per gli smartphone e gli apparecchi mobile emersa dall’osservatorio rispecchia anche il boom dell’m-commerce che sta vivendo il nostro paese”. Solo in Italia, infatti, viene realizzata su eBay una transazione via mobile ogni 34 secondi, segno, conclude la Pavlova, “che agli italiani piace fare shopping sempre e ovunque si trovino”.

Il riferimento è in particolare ai dati diffusi dall’osservatorio eBay qualche giorno prima, il 7 giugno, riferiti alla portata dell’e-commerce consumato sulla piattaforma, laddove l’uso di smartphone e altri dispositivi mobile si dimostra ormai largamente diffuso: le vendite e gli acquisti di questo tipo hanno rappresentato il 10% del totale, per un giro d’affari stimato nel 2011 in 5 miliardi di euro, con la previsione di arrivare a 8 miliardi nel 2012. Su eBay, come ricordato dalla Pavlova, avviene una transazione in mobilità ogni 34 secondi, mentre ogni settimana ci sono 1 milioni di nuove inserzioni inserite via mobile. Estendendo per un attimo la prospettiva all’intero contesto digitale italiano, il valore delle vendite via devices – ci dicono nuovamente i dati Netcomm – è passato, nel 2011, da 26 milioni di euro a 81 milioni di euro (registrando un incremento del 210%).

Il commercio elettronico sembra, in definitiva, non soffrire l’attuale congiuntura economica negativa, al contrario rappresenta un settore in continua crescita. Evidenzia ancora Netcomm come si sia registrato nel 2011 un innalzamento dell’11% sul numero di utenti attivi e prevede per l’anno in corso una crescita del 18%. Nel mese di marzo l’e-commerce avrebbe raggiunto la cifra record di 10,4 milioni di utenti e il successo, come evidenziato, sembra in parte dovuto proprio alle nuove soluzioni di m-commerce. Riprendendo questo trend positivo, i responsabili di eBay rivendicano il ruolo di primo piano che la loro piattaforma vi giocherebbe. Qui, infatti, si registra una transazione al secondo, i visitatori al mese sono oltre 8 milioni in Italia e oltre 100 milioni nel mondo.

“In questo momento difficile per il mercato italiano – afferma Barbara Bailini, responsabile Comunicazione dei venditori per eBay.it – eBay può diventare un valido supporto per le piccole medie imprese nella crescita del loro business: l’ecommerce rappresenta una delle migliori opportunità per tornare a crescere e eBay è il partner ideale per retailer e brand che decidono di affrontare il mondo delle vendite online. Con eBay è facile anche adattarsi al boom degli acquisti via mobile: ci sono infatti per i venditori professionali una serie di strumenti che aiutano a rendere le inserzioni sempre più idonee allo shopping via cellulari e dispositivi mobili”.

Le nuove regole del file sharing

La guardia di finanza di Brescia, su ordine del Gip, ha disposto il sequestro preventivo della piattaforma DDUniverse e, rifacendosi al decreto Urbani del 2004, ha reso anche i provider d’accesso possibili destinatari di una sanzione pecuniaria fino a 250 mila euro, in caso di inosservanza dell’ordine.

Nell’immaginifico mondo a disegni e baloons, è un astuto rivale del buon Topolino. Nell’attuale contesto della giustizia italiana, è il nome dato all’ultimo capitolo della lotta – spesso oggetto di critiche e contrapposizioni – alla condivisione illecita via web di materiale coperto dal diritto d’autore. L’operazione “Macchia nera non poteva che suscitare forti reazioni tra le file degli internauti, schierando, ancora una volta, tutti i diversi e contrapposti interessi messi in gioco dalla questione. Vediamo in cosa consiste: la guardia di Finanza di Brescia ha richiesto ai provider operanti sul territorio dello stato italiano, su ordine del Gip dello stesso tribunale e su richiesta del pubblico ministero della locale procura, Gian Maria Pietrogrande, di oscurare in via preventiva i portali dduniverse.net e www.dduniverse.net, identificati dall’indirizzo IP statico 88.80.27.36, in modo da inibirne l’accesso da parte degli utenti italiani. Si tratta di uno dei siti di file sharing più popolari in Italia: la community ad esso legata era già attiva nel 2002 ed esso nasce a fine 2004 come Drunken Donkey, diventando presto il punto di riferimento per gli utenti italiani di eMule. Segue una prima chiusura, ad opera del provider, nel 2007, una rinascita come DDGalaxy (“Drunken Donkey Galaxy“) e, infine, come DDUniverse. Sul sito venivano ospitati link a file torrent e a file distribuiti tramite la rete eDonkey (usata anche da eMule).

In pratica, a poche settimane dal caso Kickasstorrents e sull’esempio di molte altre situazioni analoghe, viene disposto nuovamente il sequestro preventivo (ovvero prima di un processo) di un sito, proprio a causa del meccanismo di file sharing che esso propone, considerato lesivo dei diritti d’autore.

Il provvedimento spiega tale meccanismo, affermando che l’immissione di opere protette dal diritto d’autore avviene “rendendo disponibili sulle pagine web codici alfanumerici complessi del tipo torrent – in grado di identificare univocamente i singoli file relativi ad opere dell’ingegno protette dal diritto d’autore – ed indicizzando e promuovendo collegamenti detti “ed2k” ai file medesimi, in tal modo gli utenti registrati su detto sito sono in grado di scambiare tra loro copie integrali o parziali dei file stessi”. Il tutto avverrebbe, secondo il Gip,con finalità di lucro rappresentato dagli introiti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie a pagamento inserite sul sito (cd banner)”.

Sul fine di lucro in capo all’accusa, molti hanno espresso il proprio dissenso, sottolineando come i banner sul sito avessero, come unico scopo, quello di ripagare le spese di hosting, considerando poi che la community agisce esclusivamente in forma volontaria.

Alla base di dduniverse.net, vi è, in sostanza, un’architettura Peer to Peer (nota con l’acronimo di P2P), un modello di comunicazione non gerarchico, nel quale cioè ogni parte ha le stesse funzionalità delle altre e ha la possibilità di iniziare la sessione comunicativa, in contrapposizione al modello server/client. Accanto ad usi leciti, il fenomeno ha visto sorgere una crescente ed illecita condivisione (file sharing, appunto) di materiali protetti dal diritto d’autore, per questo le multinazionali dell’industria dell’intrattenimento considerano le reti P2P come la più grave minaccia posta dalle tecnologie digitali ai loro diritti. 
Le caratteristiche tecniche del P2P rendono, tuttavia, estremamente difficile il contrasto allo scambio non autorizzato: mentre infatti nelle architetture gerarchiche si può eventualmente agire sui server, di numero relativamente ridotto e visibili, nei sistemi di P2P le azioni di protezione dei diritto si scontrano con il numero altissimo dei computer connessi e con la natura privata del traffico.

Gli interessi in gioco, l’abbiamo detto, sono moltissimi: da una parte troviamo, infatti, i detentori del diritto d’autore, i quali vogliono vedere protetta la loro possibilità esclusiva di sfruttamento economico delle opere. Vi sono poi i fornitori di servizi, che offrono strumenti e canali di comunicazione e che hanno ogni interesse a vedere i propri servizi utilizzati dal maggior numero di utenti possibile. Vanno considerati inoltre gli utenti stessi, i quali esigono sia garantito il proprio diritto alla riservatezza e ad esprimere liberamente il proprio pensiero e le proprie opinioni, attraverso ogni mezzo disponibile, compreso quello tecnologico. Infine lo Stato, che ha tra le sue priorità quella di far rispettare l’ordine pubblico, reprimendo ogni forma di reato, a prescindere dal canale attraverso il quale esso venga commesso.

La particolarità di questo ultimo caso di sequestro preventivo risiede allora, principalmente, nell’attribuzione delle responsabilità. Il titolare del portale (per ora ignoto) “viene indicato come un concorrente diretto nel reato, nonostante la mera funzione di indicizzazione di siti esterni”, come sottolinea l’avvocato-blogger Fulvio Sarzana. Il Gip è convinto, infatti, che si configuri “il fumus di reato in relazione alla fattispecie di cui agli art 110 cp” (Pena per coloro che concorrono nel reato) “e 171 ter comma II lettera a bis della legge 22 aprile 1941 n 633”, la legge sul diritto d’autore, “e, in ogni caso, a quella di cui agli art 110 cp e 171 comma 1 lettera a bis della medesima legge”.

La funzione del sito, che “non mette a disposizione dei suoi utenti in modo diretto ed immediato file contenenti opere protette”, è quella – precisa ancora il Gip – di “smistamento (tecnicamente tracking o tracciamento) ed è dunque strumentale alla consumazione di file al di fuori delle fonti messe a disposizione dai detentori del diritto di autore”: il proprietario del sito non sarebbe, dunque, secondo il Gip, “un mero corriere che organizza il trasporto dei dati”, al contrario “fornisce un concreto apporto causale […] allo scambio dei file da utente a utente, consistente nel mettere a disposizione dei soggetti registrati una indicizzazione costantemente aggiornata di file distinti per tipologie che consente agli stessi di orientarsi chiedendo il downloading di un’opera piuttosto che un’altra”.

Nonostante, dunque, il sito non ospitasse alcun file né consentisse il download diretto, ma si limitasse a fornire, alla stregua di quanto fanno i motori di ricerca, un servizio di indicizzazione, esso è stato ritenuto un responsabile diretto dello scambio di materiale protetto dal diritto d’autore: puntare il dito su Google, che non distingue materiale protetto e non, non sembra essere più un’arma di difesa valida.

Un ulteriore elemento di novità del provvedimento è rappresentato dalla responsabilità posta in capo ai provider di accesso (e non solo a quello su cui risiedono le opere), rendendoli potenziali destinatari, in caso di inosservanza dell’ordine del giudice, di una sanzione pecuniaria fino a 250 mila euro, salvo conseguenze più gravi, per ora semplicemente accennate. Il legislatore è, a tal proposito, preso in causa attraverso il decreto Urbani del 2004, che ha appunto introdotto delle nuove sanzioni per il file sharing.

Se è vero, infatti, che nell’ordinamento italiano vige il principio generale di irresponsabilità del provider per le attività poste in essere dai destinatari dei servizi forniti (principio stabilito dal d.lgs. 70/03, in attuazione della direttiva 2000/31/CE, la c.d. “direttiva sull’“e-commerce”), è vero anche che numerose disposizioni legislative sono intervenute nel tempo a porre diversi obblighi nei loro confronti, introducendo delle eccezioni a questo principio generale.

La legge 6 febbraio 2006, n. 38 (“Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedo-pornografia anche a mezzo Internet”), attuata dal cosiddetto “decreto Gentiloni”, ha introdotto per il provider l’obbligo, sanzionato in via amministrativa, di denunciare – qualora ne vengano a conoscenza – al Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia, le imprese e i soggetti che, a qualunque titolo, diffondono, distribuiscono, o fanno commercio , anche in via telematica, di materiale pedo-pornografico, nonché di comunicare al Centro, che ne faccia richiesta, ogni informazione relativa ai contratti con tali imprese e soggetti.

La legge finanziaria 2006 (legge 23 dicembre 2005, n. 266) ha imposto obblighi in merito al filtraggio e all’oscuramento dei siti di scommesse non autorizzati dal Ministero.

Allo stesso modo la disciplina sul diritto d’autore, in particolare attraverso la novella operata dal decreto legge 22 marzo 2004, n. 72 e convertito in legge 21 maggio 2004, n. 128 (la “Legge italiana sul Peer to Peer”, o “Legge Urbani” dal nome del ministro proponente), ha introdotto una serie di imperativi, per il provider, in tema di vigilanza e controllo sulla violazione delle disposizioni sul diritto d’autore.
 L’art. 1, al comma 5, della legge dispone che “a seguito di provvedimento dell’autorità giudiziaria, i prestatori di servizi della società dell’informazione, di cui al decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, comunicano alle autorità di polizia le informazioni in proprio possesso utili all’individuazione dei gestori dei siti e degli autori delle condotte segnalate”. Prosegue poi, al comma 6, affermando che “a seguito di provvedimento dell’autorità giudiziaria, per le violazioni commesse per via telematica di cui al presente decreto, i prestatori di servizi della società dell’informazione, ad eccezione dei fornitori di connettività alle reti, fatto salvo quanto previsto agli articoli 14 [“Responsabilità nell’attività di semplice trasporto – Mere conduit”], 15 [“Responsabilità nell’attività di memorizzazione temporanea – Caching”], 16 [“Responsabilità nell’attività di memorizzazione di informazioni – Hosting”] e 17 [“Assenza dell‟obbligo generale di sorveglianza”] del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, pongono in essere tutte le misure dirette ad impedire l’accesso ai contenuti dei siti o a rimuovere i contenuti medesimi”.

L’inosservanza dei provvedimenti è punita in via amministrativa con sanzione pecuniaria da 50 mila a 250 mila euro (comma 7 della legge). Gli obblighi previsti in capo ai provider non implicano il controllo o la vigilanza sulle informazioni trasmesse e memorizzate né di ricerca attiva degli illeciti relativi al diritto d’autore. Tuttavia la mancata e pronta ottemperanza agli ordini dell’autorità, in merito alle informazioni di cui sia eventualmente in possesso, all’oscuramento dei siti, alla rimozione dei contenuti, rendono problematica la posizione del provider che, oltre alla sanzione amministrativa espressamente prevista, potrebbe essere (alla luce di quanto prevede il decreto legislativo 70/03) passibile di concorso nel reato di violazione del diritto d’autore contestato, insieme all’autore della violazione, quantomeno per avere, non ottemperando agli ordini dell’autorità, agevolato la commissione dell’illecito.

Intanto i gestori della piattaforma, dal loro account di Twitter, di dimostrano particolarmente attivi nell’offrire agli utenti delle vie alternative all’accesso e consentire, dunque, alla community di non esaurirsi a causa della dubbia capacità del legislatore italiano nel reggere il passo con lo sviluppo tecnologico.

Pubblicato su: pmi-dome

Mail, Web, iPhone… Stress da tecnologia!

Si è assottigliato sempre più il confine tra vita lavorativa e privata. A totale discapito della seconda… “dobbiamo tornare ad un equilibrio”

Uno dei primi e fondamentali obblighi del datore di lavoro è provvedere alla valutazione dei rischi e alla stesura del relativo documento, così come previsto dall’art. 17, comma 1, lett. a), del decreto legislativo n. 81 del 9 aprile 2008, il cosiddetto “Testo Unico” sulla Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Qui si rimanda, in particolare, all’art. 28 dello stesso decreto, il quale specifica i rischi che devono essere considerati. Tra essi, figurano anche quelli legati allo stress lavoro-correlato, la cui valutazione deve essere effettuata “secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004”, siglato da CES (sindacato europeo), UNICE (la “Confindustria europea”) UEAPME (Associazione europea artigianato e PMI) e CEEP (Associazione europea delle imprese partecipate dal pubblico e di interesse economico generale).

Tale accordo è stato recepito dalle organizzazioni di rappresentanza delle imprese e dalle organizzazioni sindacali italiane tramite apposito accordo collettivo interconfederale, il giorno 9 giugno 2008. Quest’ultimo assume, dunque, seppur indirettamente, forza di legge, diventando un parametro di riferimento obbligatorio per il datore di lavoro, ai fini dell’effettiva valutazione dei rischi da stress lavoro-correlato.

Successivamente il legislatore ha ritenuto troppo astratto e poco dettagliato il modello fornito dall’accordo europeo del 2004 e ha, per questo, introdotto il comma 1-bis all’art. 28 del Testo Unico Sicurezza, attraverso il d.lgs. n. 106/2009 (cosiddetto “decreto correttivo”).

Stando al nuovo comma, la valutazione dello stress lavoro-correlato deve essere effettuata nel rispetto delle indicazioni elaborate dalla Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro (disciplinata all’art. 6, comma 8, lettera m-quater del Testo Unico).

Si tratta di un organo presieduto dal ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, nel quale si trovano rappresentate le amministrazioni centrali competenti in materia, le regioni e le parti sociali. Il 17 novembre 2010, con qualche giorno di anticipo sulla scadenza del termine indicato (31 dicembre 2010), sono state approvate – in base al combinato disposto degli artt. 6, comma 8, lettera m-quater), e 28, comma 1-bis, del d.lgs. n. 81/2008 – le indicazioni della Commissione consultiva permanente (si veda la circolare del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali del 18 novembre 2010), indicazioni che, unitamente all’accordo europeo del 2004 recepito con accordo interconfederale del 2008, forniscono, quindi, i criteri base sui quali il datore di lavoro deve procedere a valutare i rischi collegati allo stress lavoro-correlato. Per realizzare la valutazione, il datore deve avvalersi del responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP), coinvolgendo il medico competente e ascoltando il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS).

Essa prende in esame non i singoli soggetti, ma gruppi omogenei di lavoratori e si articola in una fase preliminare (la rilevazione, cioè, di fattori oggettivi e verificabili di rischio da stress lavoro correlato), e, solo nel caso in cui siano risultate inefficaci le misure adottate per correggere i fattori di rischio eventualmente individuati, in una seconda fase di valutazione approfondita (la valutazione, cioè, della percezione soggettiva dei gruppi omogenei di lavoratori, anche attraverso questionari, focus group e interviste).

Nell’identificazione dei fattori di rischio da stress lavoro-correlato e nella successiva pianificazione delle misure volte ad eliminare o ridurre al minimo tale rischio, un ruolo sempre più importante sembra poterlo giocare la stessa tecnologia usata nel corso della propria vita professionale. Ad aver sottolineato l’emergere del “tecno-stress” è Randstad, la multinazionale olandese “attiva dal 1960 nella ricerca, selezione, formazione di risorse umane e somministrazione di lavoro”, la quale, nella quarta edizione del suo “Work Monitor”, si è concentrata proprio sulle dinamiche generate nel lavoro dai dispositivi tecnologici, in particolare da quelli dedicati alla comunicazione. L’analisi è stata condotta tra il 20 gennaio e il 14 febbraio 2012, attraverso delle interviste online rivolte ai lavoratori di età compresa tra 18 e 65 anni, con alle spalle almeno 24 ore settimanali di lavoro dipendente (sono stati esclusi i lavoratori autonomi). Stando a quanto rilevato dai promotori dello studio, i lavoratori italiani si dimostrano più sensibili, rispetto ai lavoratori stranieri, alle sollecitazioni che provengono da telefono e mail (il 32% del campione afferma di esserne distratto) e dalla rete (il 30% è convinto che l’accesso alla rete rappresenti un fattore in grado di far diminuire la propria produttività lavorativa).

Il report evidenzia, in sostanza, come i nuovi dispositivi tecnologici abbiano reso sempre più sfumati i confini tra lavoro e vita privata, a totale svantaggio della seconda. Il 63% del campione ammette di aver ricevuto telefonate o mail al di fuori dell’orario di lavoro, il 52% durante le vacanze e il 63% dichiara di aver avuto impegni di lavoro in luoghi privati. Per contro solo il 33% degli intervistati ha provato a recuperare lo sbilanciamento, occupandosi di questioni private sul luogo di lavoro.

Il 39%, poi, crede che il proprio titolare si aspetti una disponibilità pressoché totale, pari a 24 ora su 24 e a 7 giorni su 7. “Dall’indagine – commenta Marco Ceresa, Amministratore Delegato di Randstad Italiaemerge come i rapporti tra impresa-lavoro stiano cambiando sia in termini di velocità dei flussi informativi con un impatto sulle attività che nella colonizzazione, a volte, della sfera privata”. Importante, prosegue l’ad, è “Un’educazione e una sensibilizzazione da parte delle aziende sul valore del ‘Work Life Balance’ e su come separare la dimensione professionale da quella privata garantendone un sano equilibrio”.

Dal confronto con gli altri paesi, emerge come i dipendenti italiani, più degli altri, ritengano di ricevere quotidianamente più informazioni di quante ne riescano a gestire (41%, contro 34% della Germania, 39% della Francia, 35% della Gran Bretagna e 32% degli Stati Uniti) e come essi traducano un simile stress in momenti di totale chiusura verso mail e telefonate (48%, contro 42% della Germania, 43% della Francia, 36% della Gran Bretagna e 38% degli Stati Uniti).

Interessante sarebbe, sottolineano i promotori, capire se questa “colonizzazione” del tempo libero rappresenti un temporaneo risultato della crisi globale o se sia, piuttosto, la logica conseguenza di una epocale trasformazione dei rapporti tra impresa e lavoratore. Le risposte degli intervistati soffrono, a mio avviso, di una ovvia tendenza (forse tutta italiana) a considerare il proprio agire più ampio, impegnativo e indispensabile rispetto a quello degli altri e, soprattutto, rispetto a quello del “capo”, visto sempre e comunque, seppur in maniera implicita, come un “nemico”, uno “sfruttatore”. Si tratta, credo, di un lascito proprio del nostro sistema scolastico, laddove il professore viene identificato come un avversario e non invece come un alleato, indispensabile per portare a termine il percorso formativo. Altri sistemi scolastici, distaccandosi dalla formula della classe fissa di studenti, impediscono forse anche la creazione di simili logiche di contrapposizione.

La componente soggettiva, dunque, amplifica probabilmente la portata del fenomeno, tuttavia delle percentuali così ampie non possono non essere prese in considerazione. Con riferimento alla “connettività stanziale” (quella sul luogo di lavoro), il Work Monitor ci dice che la rete è ormai diventata uno strumento di lavoro abbastanza scontato, utilizzato quotidianamente dal 75% degli italiani (contro il 93% dell’India e della Cina e l’89% della Malaysia). La “connettività nomade” attraverso gli smartphone (a un quarto del campione il datore di lavoro ha fornito uno smartphone con accesso alla rete, mentre circa la metà possiede uno smartphone personale con accesso a internet) è, invece, più bassa rispetto agli altri paesi (84% Cina, 79% Hong Kong, 71% India e Malaysia) e ad usufruirne sono soprattutto maschi (30% contro il 18% delle donne), tra i 18 e 44 anni (28% contro il 18% dei 45-64enni) e impiegati nel settore privato (26% contro il 20% del settore pubblico).

Ci troviamo, dunque, di fronte ad una connettività praticamente illimitata che, tuttavia, pone l’esigenza di un “codice di comportamento condiviso”, onde evitare situazioni di eccessivo stress per i lavoratori. Malgrado la ricca disponibilità di strumenti virtuali, il 73% degli italiani afferma ancora di preferire la relazione diretta per relazionarsi professionalmente con colleghi, fornitori e clienti, potendo, dunque, far affidamento su tutta una serie di segnali non verbali difficilmente trasportabili su una tastiera e su un monitor. “La passione italiana per la tecnologia è innegabile – sostiene Ceresa – ma rimaniamo fortunatamente ancorati a codici comunicativi tradizionali ed emozionali che non snaturano la dimensione lavorativa”. Per concludere, possiamo dire di esser di fronte, a quanto pare, ad una situazione di percepita saturazione, sofferta in primis dai lavoratori italiani, ma, seppur in misura inferiore, anche dai colleghi stranieri.

Da qui il paradosso: l’assenza di regole chiare e confini normativi nell’utilizzo di strumenti tecnologici potrebbe, quindi, secondo quanto rilevato da Randstad, creare difficoltà nei dipendenti e influenzare negativamente il lavoro, per agevolare il quale tali strumenti sono stati adottati.

Pubblicato su: PMI-dome