La promozione virtuale impone la cura della propria identità reale

Alcune recenti indagini dimostrano come gli utenti dei principali social network interagiscano con i propri contatti replicando di fatto i modelli fruitivi propri della loro quotidianità, rendendo sempre più sfumati i confini tra virtualità e realtà

Identità virtuale cercasi. Solida, credibile e, soprattutto, sopportabile.

Pare questi siano tempi particolarmente duri per i maghi di age- e genderswitching, per chi ama, insomma, fingersi qualcun altro, in un eterno – a volte spassoso, altre volte dannoso – carnevale virtuale. Gli utenti dei network sociali, sempre più disincantati, non sembrano, nelle proprie scelte di condivisione, cercare un approccio generalizzato, ma, al contrario, privilegiano quelle relazioni che, in un modo o in un altro, possiedono per loro un qualche legame con la propria personale quotidianità.

Alcune recenti indagini hanno mostrato come si sia assottigliato il confine tra mondo reale e mondo digitale, teorizzando una sostanziale compenetrazione tra le due e una singolare manifestazione del concetto di “realtà aumentata”: la simulazione sottesa all’utilizzo dello strumento web muta, allora, la propria essenza e si fa realtà essa stessa; la rete diventa uno spazio sociale in cui si realizzano delle pratiche fruitive legate, in primo luogo, all’universo di appartenenza e all’identità reale degli attori coinvolti, con delle conseguenze che devono inevitabilmente essere prese in considerazione da chi si occupa di comunicazione e marketing online.

In un articolo pubblicato sulla rivista dell’Accademia Nazionale delle Scienze Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) sono stati riportati i risultati di uno studio condotto da alcuni ricercatori della Harvard University che ha inteso indagare quanto le similitudini rilevate tra profili “amici” sui social network siano da ricondurre all’effetto cosiddetto “virale” dei contenuti veicolati e quanto dipendano, invece, da altri fattori. Ad esser stati presi in esame sono i comportamenti e le abitudini di duecento studenti di college, seguiti su Facebook per quattro anni di vita accademica, dal 2006 al 2010.

Viene confermata l’importanza del network virtuale nell’avvicinare persone che hanno una certa affinità di pensiero e di passioni, come avviene, del resto, anche al di fuori dell’ambito digitale. Tuttavia pare molto improbabile ai ricercatori di Harvard che possano essere mutuati gusti, interessi e preferenze dei propri amici digitali, se non inizialmente condivisi.
Si inverte, dunque, il processo: le vicinanze tra profili non sarebbero conseguenza dell’amicizia virtuale, ma ne costituirebbero la causa. Stando a tale interpretazione, inoltre, sarebbe necessario abbandonare l’idea di piattaforma aperta, inclusiva e potenzialmente in grado di connettere chiunque, per ripiegare, al contrario, su una visione ghettizzante del mezzo, che vede confermata la segmentazione sociale ed economica propria della vita reale.

Alcune critiche sono state avanzate circa il metodo utilizzato per l’indagine, basato sull’utilizzo dei dati segnalati come preferiti nelle schede informative personali dei profili analizzati e non anche sui contenuti postati, forse maggiormente rappresentativi delle reali inclinazioni dei soggetti. Allo stesso modo alcuni sostengono la fondamentale importanza dei network sociali – ai fini di una qualunque campagna marketing – come strumento di data mining, a prescindere dalla loro forza virale. Tuttavia l’esito delineato dalla ricerca, frutto di un canale istituzionale, non può essere ignorato da chi giornalmente spera nel contagio virale e sociale di un proprio messaggio, magari di velata natura commerciale o funzionale alla creazione della brand identity.

A risultati in parte simili conduce anche una recente indagine di NM Incite, la società di ricerca fondata dalla Nielsen e dalla McKinsey, attiva nella raccolta dati e consulenza marketing; tale indagine (titolata “State of Social Media Survey”) ha cercato di circoscrivere i fattori che spingono gli utenti dei social network ad accettare o cancellare qualche profilo dai propri contatti e le motivazioni che portano alla creazione stessa di un proprio profilo sociale. Si è scelto di analizzare – per un periodo compreso dal 31 marzo al 14 aprile 2011 – un campione rappresentativo composto da 1.865 individui adulti e utenti di social media, intendendo, con questo termine, chiunque sia solito condividere informazioni e partecipare a discussioni sul web, tramite Facebook, Twitter e altre piattaforme di social networking.

Veniamo ora ai risultati: in media un utente di Facebook possiede 130 contatti e, in linea con la tendenza evidenziata, le principali motivazioni che spingono gli utenti ad aggiungere qualcuno ai propri amici sono la conoscenza reale della persona (82% di preferenze) e l’esistenza di amicizie comuni (60%). Al terzo posto le questioni di lavoro – l’11% chiede o accetta il legame sociale per l’esistenza di un legame di collaborazione effettivo o per sfruttare la conoscenza a livello professionale – mentre l’attrazione fisica influenza solo l’8% del campione nella scelta di accettare o meno l’amicizia. Smentiti, dunque, tutti i luoghi comuni che vedono nella virtualità di questi mezzi un luogo privilegiato per l’approccio sociale e l’estensione a non finire della propria rete reale di amicizie. In penultima posizione, con il 7% ciascuna di preferenze, troviamo la volontà di incrementare le proprie conoscenze, la qualità della foto di profilo visualizzata (una versione contemporanea della cosiddetta “prima impressione”, che, in questo caso, pare non essere così importante) e la prassi di accettare la richiesta di amicizia da chiunque provenga. Infine un misero 4% si dichiara influenzato nella scelta dal numero di contatti rientranti nella cerchia di chi ha avanzato la richiesta.

La ricerca ha poi analizzato le motivazioni che spingono a chiudere un contatto virtuale su Facebook: anche in questo caso in testa alla classifica si collocano la scasa conoscenza nella realtà della persona (41%) e la pubblicazione di commenti considerati offensivi (55%) e, dunque, potenzialmente lesivi della propria social identity. Al terzo posto (36%) troviamo il tentativo di vendere qualcosa, a conferma dell’impossibilità di utilizzare i network sociali a scopi puramente commerciali e della necessità, al contrario, di identificare nuove forme di diffusione dei messaggi aziendali. Nel 23% dei casi, poi, la rottura avviene perché non si riesce più a sopportare i commenti tristi e depressi postati in bacheca dal contatto, nel 20% per mancanza di interazione effettiva con esso e nel 14% per un eccesso di messaggi politici.
Dovrebbero riflettere su questo dato, in particolare, i molti personaggi della sfera politica impegnati nella discesa in campo social, in particolare quelli meno conosciuti, che non possono contare sulla visibilità mediatica per strappare un’amicizia: per incrementare i propri consensi, la tecnica potrebbe, forse, essere quella di alternare, ai messaggi di stampo prettamente politico, quelli di natura più personale, relativi ai gusti e alle abitudini quotidiane, messaggi che – volenti o nolenti – raccolgono maggiormente l’attenzione di chi abita i network sociali.

Una rottura o un divorzio nella vita reale costituisce la causa dell’eliminazione per l’11% del campione, mentre per l’8% questa va rintracciata nel mancato interesse che si nutre verso gli amici del contatto che si decide di eliminare.
L’eccessiva invadenza del contatto (modificare troppo frequentemente il proprio profilo e chiedere l’amicizia a troppe persone) conduce il 6% degli utenti ad eliminare lo stesso, mentre la prassi di modificare solo raramente il proprio profilo è quasi ininfluente (3%).

La ricerca ha poi approfondito un altro aspetto riferito alle piattaforme sociali, l’uso, cioè, che gli utenti fanno delle stesse. Pare che i motivi principali di utilizzo siano la necessità di rimanere in contatto con la propria famiglia (89%), la volontà di ritrovare o mantenere vecchie amicizie (88%) e la voglia di cercare nuove conoscenze (70%). Con riferimento alla sfera dell’entertainment e lifestyle, il sondaggio ci dice che il 67% degli utenti si collega ad un social network per semplice divertimento e intrattenimento, il 64% come sbocco di creatività, il 47% per giocare, il 45% per offrire e ottenere informazioni, il 35% per seguire qualche celebrità e il 16% per trovare l’anima gemella.

Per quanto riguarda, invece, l’area prodotti/servizi, ci si connette principalmente per leggere i feedback degli altri consumatori (66%) o per avere informazioni e dettagli in merito ai prodotti prima di procedere con l’acquisto (60%), il 58% lo fa per sfruttare promozioni e acquistare coupon convenienti, il 54% per offrire un proprio feedback positivo e il 51% per offrirne uno negativo. Un po’ meno diffuso, invece, è l’utilizzo per motivi di lavoro: il 48% vede nei network un mezzo per mantenere contatti professionali e il 28% un modo per trovare un lavoro.

Vita digitale e vita reale dai confini sempre più sfumati, quindi. Un’amara consapevolezza per chi ha sperato e ancora spera di trovare un riscatto personale nella virtualità: curare la propria quotidianità e i propri rapporti reali sembra essere, in definitiva, la forma migliore di promozione sociale, per ottenere il successo ricercato in rete.

Pubblicato su: PMI-dome

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Scenario e prospettive del mercato verde

Dalla richiesta di certezze normative, al necessario coordinamento con le politiche e gli incentivi del contesto europeo, ecco gli innumerevoli chiaroscuri italiani di un mercato stimabile in circa 21 miliardi di Euro

In un periodo così particolare per il settore, Solarexpo 2011 non rappresenta semplicemente una mostra-convegno internazionale sulle energie rinnovabili, ma, divenuto il terzo appuntamento mondiale per importanza (con ben 1.400 espositori provenienti da 40 Paesi di tutto il mondo e 11 padiglioni espositivi), si figura anche come fondamentale momento di riflessione circa lo scenario e le prospettive future dell’economia legata alla cosiddetta “energia verde”.

Stando a Marco Andreassi, vice presidente di A.T. Kearney Italia, «il valore del mercato delle rinnovabili in Italia nel 2010 è stimabile in circa 21 miliardi di euro, di cui 7,2 per elettricità e incentivi (certificati verdi e tariffa feed-in) e 13,7 miliardi di investimenti in nuovi impianti. La parte del leone la fa il fotovoltaico con circa 11,5 miliardi, grazie alla realizzazione di oltre 3.000 MW nel 2010. Seguono l’idroelettrico con 4,5 miliardi, l’eolico con 2,6 (in calo di circa il 15% rispetto al 2009), le biomasse con 1,8 e infine il geotermico con 500 milioni».

Senza dubbio, quindi, stiamo parlando di uno dei settori industriali dalla crescita più vivace, che – oltre a rispondere all’esigenza di contenere le emissioni di anidride carbonica e quindi di promuovere uno sviluppo economico sostenibile per l’ambiente – si dimostra in grado di soddisfare la domanda proveniente da Paesi come Cina, India e Brasile, i quali investono massicciamente nelle tecnologie delle fonti rinnovabili. «Il problema – ricorda Jacopo Giliberto dalle file de Il Sole 24 Ore (nell’inserto “Energie Rinnovabili” del 3 maggio 2011) – è il costo»: le fonti rinnovabili, per essere competitive, hanno oggi bisogno di un mercato protetto e di incentivi, «i cui effetti possono essere devastanti per le bollette elettriche», che, appunto, finanziano tali incentivi. Tuttavia, ricorda ancora Giliberto, «la tecnologia delle fonti rinnovabili è molto legata alle dimensioni di scala […] e in pochi anni dovrebbe essere raggiunta la cosiddetta grid parity, cioè il fatto che il costo di produzione del chilowattora “verde” sarà competitivo con le altre tecnologie», senza la necessità, quindi, di ulteriori incentivi pubblici.

È proprio su tali particolarità del settore, che si basa, ad esempio, l’attuale braccio di ferro sul quarto Conto energia: «il segmento fotovoltaico non è una tecnologia energetica», ma «una tecnologia elettronica. Si basa sul silicio, sui “wafer” e sui “chip”. E dell’elettronica il fotovoltaico segue gli andamenti: come nei pc i costi scendono e le prestazioni crescono (la “legge di Moore” dice che le prestazioni dei processori raddoppiano ogni 18 mesi), così i pannelli costano sempre meno e rendono sempre più». Ogni tre anni l’incentivo al fotovoltaico va ristrutturato, per essere adeguato al cambiamento della tecnologia e del mercato, e gli aiuti contenuti nel secondo Conto energia – che «spiccavano per generosità» – erano, ovviamente, tarati sui costi necessari tre anni fa all’istallazione di pannelli. Per questo – a causa soprattutto dell’allarme sui costi delle bollette prodotto dal decreto cosiddetto “Salva-Alcoa”, che «dava incentivi appetitosi alle grandi centrali costruite in tutta fretta» – nell’autunno scorso, prima che scadesse il secondo conto energia, il Governo mise a punto il terzo Conto energia, che sarebbe entrato in vigore il 1° gennaio, prevedendo un taglio degli incentivi con una rapida gradualità. Ora il Governo ha bloccato questo terzo Conto, predisponendone un quarto, sul quale il compromesso tra le parti in gioco sembra essere tutt’altro che vicino.

Ciò di cui industriali ed investitori finanziari sentono più la mancanza è, allora, la certezza normativa, la presenza di un binario unico al quale fare riferimento, che offra una certa garanzia e stabilità agli investimenti messi in cantiere. Sottolineano, sempre tra le pagine de Il Sole 24 Ore, Marco Andreassi e Giorgio Ortolani: «“Salva-Alcoa” causa dello stallo attuale, linee guida per le autorizzazioni valide ma ancora al palo quasi dappertutto, lobby sfrenate, fermate improvvise e misure retroattive o quasi. Il discusso varo del Conto Energia 4 non risolverà con la bacchetta magica i problemi. Risultato: si fermano gli investitori e le banche, che proficuamente avevano sostenuto lo sviluppo».

Certo non mancano neppure le solite autorevoli voci ottimiste, come quella di Ingmar Wilhelm, il neo presidente dell’Epia, l’associazione europea dell’industria fotovoltaica, secondo il quale il calo generalizzato degli incentivi rappresenterebbe «un trend naturale, che era programmato ed è pure giusto»; con riferimento al possibile scoraggiamento degli investitori internazionali a scommettere nel mercato italiano del fotovoltaico, egli sostiene, al contrario, che «i mercati europei continuano ad essere i più attraenti su scala globale e, dentro l’Europa, se c’è un paese con un buon livello di remunerazione è proprio l’Italia». La stessa opinione pubblica italiana considera le energie rinnovabili sempre più decisive per risolvere il nodo energetico e su di esse crescono le aspettative, così come emerge con chiarezza dai più recenti dati dell’Osservatorio scienza, tecnologia e società di Observa science in society.

Cerchiamo allora di capire a quanto ammontino gli incentivi offerti alle rinnovabili: «nel 2010, prima degli effetti del salva-Alcoa» essi «si sono attestati a quota 3,4 miliardi», sottolina Alessandro Marangoni della società di analisi e consulenza Althesys. «Di questi, 122 milioni per la tariffa omnicomprensiva (per gli impianti piccoli), 857 milioni per il Conto energia (per il solo fotovoltaico), 690 milioni per il Cip6 per le sole rinnovabili, non per le fonti assimilate, al netto (ad esempio per gli impianti più vecchi dell’idroelettrico e delle biomasse) e infine 1.793 milioni per i certificati verdi (eolico, grande idroelettrico, biomasse)». Secondo uno studio coordinato da Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni, a pagare il peso degli incentivi alle fonti rinnovabili sono per il 31,8% le piccole e medie imprese, per il 26,2% le famiglie, per i1 28% le microimprese come negozi e uffici, per il 2,2% l’illuminazione stradale e per l’11,4% la grande industria.

Grazie ai fondi e al sistema creditizio, le imprese italiane hanno poi investito sulle rinnovabili (fotovoltaico, eolico e biomasse) per un valore pari a 17 miliardi di Euro, sempre secondo una stima di Althesys, «comprensiva delle fusioni e incorporazioni e di investimenti per impianti di potenza superiore a 0,9 MW». Il Sud guida la classifica dell’eolico italiano, con il 98% della potenza totale e il 90% degli impianti (dati GSE); tuttavia Nord e Centro Italia battono il Sud nel fotovoltaico, entrambi con 1.800 MW di potenza, rispetto ai 1.450 MW del Sud.

Rileva, infatti, l’Osservatorio A.T.Kearney-Il Sole 24 Ore-Solarexpo sui principali player del mercato fotovoltaico in Italia come il settore sia cresciuto e si sia rafforzato nel corso dello scorso anno, ma anche come da tale crescita sia stato escluso il Sud Italia. Il parco complessivo installato nel 2010 avrebbe superato i 3 mila MW, quattro volte il record del 2009. Il valore del mercato sarebbe stato di almeno 11,5 miliardi di Euro (anche questo dato risulta quattro volte superiore allo steso dato riferito al 2009) e i top ten degli operatori italiani del fotovoltaico avrebbero quasi triplicato il proprio fatturato. Valori in crescita anche per l’internazionalizzazione, che sembra aver raggiunto oltre il 10% del fatturato.

Gli effetti benefici del comparto solare si estendono, poi, anche al livello occupazionale: l’impatto diretto misurato dall’Osservatorio A.T.Kearney-Il Sole 24 Ore-Solarexpo risulta compreso tra i 18 e 23 mila posti di lavoro, mentre, considerando anche l’indotto (nelle installazioni e nella manutenzione soprattutto), l’impatto è stimabile attorno ai 50 mila occupati (stando al Solar Energy report del Politecnico di Milano). A questo dato bisognerebbe poi aggiungere altri 25 mila lavoratori impiegati all’estero per soddisfare le esigenze di importazione verso l’Italia e un numero imprecisato (non misurato ufficialmente, ma tuttavia rilevante) di posti di lavoro salvati dalla crisi in seguito alla riconversione, parziale o totale, di molte aziende verso l’economia verde.

Malgrado tutti questi dati positivi, gli attori principali del fotovoltaico non possono certo rimanere indifferenti di fronte alle grande incognite che oggi dominano la situazione italiana, ma devono, sottolineano, lungimiranti, Andreassi e Ortolani, muoversi in direzione di un «rafforzamento della struttura patrimoniale» e di una «riduzione del leverage»; sulle orme dei player internazionali, essi possono «realizzare fusioni domestiche e poi acquisizioni». Il radicamento sul territorio, spesso chiave del successo negli scorsi anni, non sembra essere più sufficiente: sarà necessario puntare sull’esportazione di modelli di business (su questo sono avvantaggiati i player più specializzati), sull’innovazione e sugli investimenti, per guadagnare scala.

Nell’attuale produzione energetica italiana, le fonti rinnovabili pesano per un 26%, stando a quanto rileva la società di consulenza strategica McKinsey&Company analizzando dati europei: il solo idroelettrico vale il 18%, mentre le altre fonti rinnovabili l’8%. Sulla scia del caso Fukushima, la società ha elaborato uno scenario che preveda – nel breve, medio e lungo periodo – il mix produttivo più economico nel caso in cui l’Europa decidesse di rinunciare a investire ulteriormente nel nucleare, continuando a perseguire l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2. Nei prossimi dieci anni raddoppierebbe il peso della capacità rinnovabile (già previsto dal piano europeo “20-20-20” in fase di implementazione da tempo) e aumenterebbe l’apporto delle centrali a gas. Nel 2030, poi, l’energia da fonti rinnovabili, escluso l’idroelettrico, peserebbe per la metà del totale europeo, pari a circa 2.000 TWh: di questi, 950 deriverebbero da capacità eolica, 160 da fotovoltaico, 260 da Desertec, e il restante da biomassa, geotermico e solare Csp. Nel 2050, infine, la percentuale relativa alle rinnovabili salirebbe fino al 72%, con i combustibili fossili fermi all’8%.

Nello scenario italiano la percentuale riferita al gas sarebbe, nel medio-lungo periodo, superiore a quella europea di 25 punti percentuali, perciò l’Italia diventerebbe esportatrice netta di energia nei confronti dei Paesi europei confinanti, ma importatrice di energia solare dal Nordafrica.

Affinché la prospettiva di McKinsey si realizzi, sarà necessario puntare all’investimento nella capacità di trasmissione transnazionale – così da garantire la stabilità nell’intero approvvigionamento energetico europeo (in inverno la capacità eolica del Nord potrebbe rifornire il Sud Europa, mentre in estate la capacità fotovoltaica delle regioni mediterranee potrebbe alimentare il Nord) – e al forte coordinamento delle politiche e degli incentivi tra Paesi europei.

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Advertising online: il valore miliardario del free web

Una ricerca di McKinsey & Company, realizzata per conto di Iab Europa, rivela come l’insieme dei servizi gratuiti erogati nella rete e finanziati dall’online advertising generino un valore di 100 miliardi di euro

Stando ad uno studio realizzato da McKinsey & Company – l’autorevole società statunitense di consulenza manageriale e strategica – e commissionato da Iab Europe, il potenziale valore dei servizi fruiti nella rete a titolo non oneroso sarebbe monetizzabile in 100 miliardi di Euro, corrispondenti a circa 40 Euro per ogni singola utenza domestica.

In particolare, l’indagine è stata estesa ai mercati, piuttosto maturi, di Gran Bretagna, Francia, Spagna, Italia e USA e ha inteso esplorare quello che viene comunemente definito il “consumer surplus”: si tratta della dimensione economica generata da tutti i servizi web gratuiti, al netto dei costi legati a tali servizi, come ad esempio quelli di connessione e accesso alla rete, tenendo comunque sempre ben presente il fenomeno dell’“advertising disturbance”.

È, infatti, proprio grazie all’online advertising che viene garantita la mancanza di una esposizione economica diretta, da parte dell’utente, per l’utilizzo dei servizi web: ad ogni Euro speso dalle aziende in advertising, corrispondono dei servizi erogati valutabili in 3 Euro e, di conseguenza, il valore dei servizi gratuiti è stimato essere cinque volte superiore al costo dei servizi a pagamento. L’online advertising rappresenta poi il 17,65% del totale speso dalle aziende in media advertising e la cifra identificata come valore del web free si avvicina notevolmente al dato relativo alla spesa annuale sostenuta per la sottoscrizione di abbonamenti Internet (120 miliardi). Più di tre quarti degli utenti interpellati considerano il valore dei servizi gratuiti utilizzati due volte superiore al disturbo che deriva dalle pubblicità (e dalle problematiche sulla privacy ad esse legate), quantificando addirittura tale valore come cinque volte superiore alla cifra sborsabile per eliminare il disturbo causato dalla pubblicità. Lo studio ha inoltre confermato come solo il 20% degli utenti internet utilizzi dei servizi a pagamento.
Entrando più nel dettaglio, capiamo, allora, come la ricerca abbia voluto mettere a confronto il “consumer surplus” con il “producer surplus”, cioè il profitto reale realizzato dai fornitori (provider) dei servizi, stimabile in circa 20 miliardi di Euro. La conclusione, decisamente sorprendente, del ragionamento porta a inquadrare i consumatori della rete come i maggiori beneficiari (per circa l’85 %) del surplus complessivo generato dai servizi web. Non è finita qui: la prospettiva individuata è di una crescita annuale costante del 13% per il fenomeno del “consumer surplus”, che raggiungerebbe, così, i 190 miliardi di Euro nel 2015.

Lo studio prende in esame anche l’ipotesi di risolvere lo svantaggio dei fornitori attraverso una conversione di strumenti gratuiti in strumenti a pagamento: la conseguenza sembra essere una notevole riduzione nell’utilizzo della rete da parte di un buon 40% degli utenti, il che si tradurrebbe, per usare un tecnicismo, in un “negative consumer surplus”. Il rapporto tra servizi gratuiti e a pagamento si trova, infatti, attualmente, in una sorta di equilibrio e la crescita degli utenti disposti a pagare sarebbe possibile esclusivamente attraverso un considerevole abbassamento dei prezzi.

Arrivando ad auspicare un immediato confronto con la Commissione Europea in merito alle politiche da adottare per uno sfruttamento positivo dell’online advertising, Alain Heureux, Presidente e CEO di Iab Europe, ha sottolineato come tale forma di finanziamento “giochi un ruolo di fondamentale importanza nel permettere l’erogazione di servizi e nel favorire lo sviluppo e la distribuzione di contenuti, oltre ad avere primaria importanza nel sostenere l’industria creativa. Il report permette inoltre di osservare come i consumatori di oggi siano capaci di fare scelte ragionate in merito all’utilizzo dei servizi web gratuiti e quando sia invece opportuno pagare – a dimostrazione che regole troppo ferree in merito all’utilizzo della rete correrebbero il rischio di avere solamente effetti negativi sull’uso della rete in generale”.

Ribadisce poi Roberto Binaghi, Presidente di Iab Italia, che “l’advertising online è una grande risorsa per il web e per tutti gli utenti del mondo, che proprio grazie agli introiti che derivano dalla pubblicità possono usufruire di contenuti e servizi completamente gratuiti”; egli è convinto che “il ruolo centrale dell’advertising online, anche nel nostro Paese, dovrà essere qualcosa di cui tenere conto nelle sedi di dibattito istituzionale, quando dovranno essere prese delle decisioni in merito ai possibili sviluppi del settore, come avverrà nei prossimi mesi in ambito di recepimento del c.d. ‘Pacchetto Telecom’ che rischia di rallentare – senza apportare gli auspicati benefici alla privacy – lo sviluppo del mercato”.

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