Nel 2014 il mercato italiano dell’Entertainment e Media varrà 49,5 miliardi di euro

Il rapporto annuale di PwC stima, dal 2010 al 2014, un tasso di crescita medio pari al 6,6,% per un mercato che sembra sarà trainato da gaming, videogame ed internet
È stato presentato giovedì 25 novembre a Milano il secondo rapporto annuale di PwC (PricewaterhouseCoopers), “Entertainment and Media Outlook in Italy”, che, presentando i dati storici riferiti al periodo 2005-2009, propone le previsioni di evoluzione del mercato italiano dell’Entertainment e Media per il periodo 2010-2014, nei 12 principali segmenti che lo compongono (film, tv, musica, radio, pubblicità out-of-home, internet, quotidiani, periodici, riviste tecniche, editoria specializzata, videogame, gaming).

Un mercato che vale oggi, nel nostro Paese, circa 38 miliardi di Euro e che raggiungerà, nel 2014, i 49,5 miliardi di Euro, con un tasso di crescita medio pari al 6,6%. Un mercato che obbligherà gli italiani ad una spesa complessiva di 40 miliardi e ad investimenti pubblicitari stimati in 9,5 miliardi di Euro. Un mercato, infine, che pare verrà trainato dal gaming, dai videogames e da internet.

Il primo di questi settori, nonostante la recessione economica avuta negli ultimi due anni, ha registrato ricavi in aumento del 39% e raggiungerà i 13,2 miliardi nel 2014 (con una crescita annua media del 14,4%).

In particolare, la componente fisica del mercato in questione contribuisce per il 92%, circa 7,3 miliardi, sugli 8 miliardi di Euro di tasse incassati all’anno, e – di questi 7,3 miliardi – 3,6 provengono dalle macchinette da gioco, 2,1 da lotterie e gratta e vinci, 1,1 miliardi dalle agenzie di scommesse sportive e 330 milioni dalle macchinette VLT. Tutti questi settori conosceranno, nel periodo che va da oggi al 2014, un aumento significativo nel giro d’affari generato, passando, rispettivamente dai 30 ai 41,5 miliardi di Euro l’anno, dai 19 a 23 miliardi, dai 5 ai 6,5 miliardi e dai 2,5 ai 19 miliardi.

La componente telematica dell’industria italiana del gaming (quella che si muove sulla rete internet e su piattaforme mobile e tv e che contribuisce per l’8% sulle entrate) avrà un tasso di crescita del 25% annuo, arrivando a 1,8 miliardi di Euro nel 2014, capeggiata dai giochi d’abilità (con un giro d’affari che passerà da 4 a 10 miliardi di Euro), seguiti dalle applicazioni per scommettere via smartphone e dai servizi di televisione interattiva.

Il secondo mercato in forte crescita è rappresentato dai videogames (attualmente al quinto posto nella classifica europea, dopo Inghilterra, Francia, Germania e Spagna) che passerà da 1 a 1,5 miliardi di Euro, con una crescita annua media pari al 10,4%, grazie soprattutto allo sviluppo di console e giochi online. È, in particolare, in quest’ultimo settore che è prevista una vera e propria esplosione, con un tasso annuale medio di incremento del 14,8%, derivante dallo sviluppo della banda larga, capace di far salire a 4,5 milioni gli utenti online nel 2014, rispetto ai 2 milioni di oggi. Si evidenzia, inoltre, un aumento parallelo dell’advertising su questo canale, che passerà da 20 a 32 milioni di Euro nel periodo in esame.

Il terzo settore a stimolare particolarmente la crescita del mercato italiano dell’E&M è rappresentato da internet, grazie, ancora una volta, allo sviluppo della banda larga e alla forte crescita degli accessi sulle piattaforme mobile. La diffusione in Italia di reti di questo tipo sarà, nei prossimi anni, tra le più alte d’Europa: nel 2014 l’88,6% di abbonati le userà ed esse saranno il principale driver di diffusione della pubblicità via internet, soprattutto per quanto riguarda le piattaforme mobile, dove gli investimenti in advertising saliranno da 24 a 63 milioni di Euro, poiché chi utilizza una connessione di questo tipo passa più tempo online, visita più siti web e compra più prodotti rispetto agli utenti dotati di connessioni tradizionali. Gli investitori possono, tramite la rete, raggiungere gli utenti che fanno acquisti online (10 miliardi di Euro nel 2009), confrontarsi con un pubblico giovane e indirizzare le proprie proposte ad un target maggiormente definito, grazie al sistema di indicizzazione dei motori di ricerca.

Internet è stato uno dei pochi segmenti a crescere negli ultimi anni, raggiungendo nel 2010 un mercato di circa 7 miliardi di Euro, di cui 6 miliardi spesi dagli italiani per l’accesso alla rete (suddivisi in 4,8 miliardi via cavo e 1,2 via mobile) e 1 miliardo investito in pubblicità. Le previsioni per il 2014 parlano poi di 9,9 miliardi di Euro, di cui 8,2 miliardi riferiti alla spesa per l’accesso alla rete (2 miliardi attribuibili direttamente allo sviluppo delle piattaforme mobile) e 1,6 miliardi legati alla pubblicità.

Lo studio di PwC evidenzia anche i segmenti in calo dal 2010 al 2014: la musica, i periodici e il business to business, inteso come informazione legata a prodotti e servizi delle aziende.

A prescindere da qualsiasi ragionamento sui dati evidenziati e da qualsiasi possibile intervento classificatore, ad emergere con forza dallo studio è l’invadenza del fenomeno di “Digital migration”, capace di dare una rinnovata spinta alla pubblicità in rete e mobile e al settore editoriale. «Stiamo assistendo all’avanzare dell’epoca digitale che muta in maniera sempre più veloce i consumi degli italiani anche nei confronti dei media e dell’entertainment in generale», ha commentato Andrea Samaja, Partner E&M Market Leader di PwC. «Anche l’editoria deve adeguarsi al cambiamento. Oggi 8 italiani su 10 leggono via internet i quotidiani, i cui portali attirano circa 4 milioni di persone ogni giorno e gli investimenti in advertising andranno di pari passo».

Il mercato dell’editoria è stato stimato in 2 miliardi di Euro nel 2009 e ha conosciuto una delle maggiori contrazioni in termini di investimenti pubblicitari (scesi del 16,4%) e di diffusione (calata del 4,8%). La competizione con la rete rimane sempre molto forte per la carta stampata, sulla quale gli investimenti saranno, nel 2014, inferiori di circa 17 punti percentuali rispetto al 2007 (anche a causa dei minori costi della pubblicità digitale) e la cui diffusione sarà pari a 4,3 milioni di lettori rispetto ai 4,6 attuali. Ad influire sulla riduzione dei ricavi sarà anche la forte diffusione della free press, a causa della quale la spesa annua per i giornali passerà da 172 Euro circa del 2009 ai 182 Euro nel 2014.

Certo il 56% degli italiani legge ancora i giornali almeno una volta a settimana e sono 3 milioni gli italiani che d’abitudine acquistano giornalmente il proprio giornale preferito, ma per entrambi i fronti, lettori ed editori, sempre più forte è l’attrazione suscitata dalle edizioni digitali.

Sarà necessario, quindi, per il settore editoriale, modificare gli attuali modelli di business per renderli capaci di sfruttare pienamente lo sviluppo della banda larga e l’arrivo di iPad o dispositivi simili, i quali permettono un aumento dei ricavi tramite abbonamenti e vendita di spazi pubblicitari a colori e di qualità agli inserzionisti.

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Quando virtualizzazione e cloud computing complicano la Disaster Recovery

Difficoltà nella gestione di differenti risorse virtuali, fisiche e cloud, nella protezione e nel recupero di dati e applicazioni mission critical: ecco le nuove sfide poste alle aziende ed evidenziate dal Symantec Disaster Recovery Study 2010

La maggior parte degli organismi aziendali, soprattutto se di piccole o medie dimensioni, conosce un’esistenza fatta di continuo fermento: al modificarsi di particolari variabili ambientali, sociali e tecniche, si modificano, di conseguenza, le strutture organizzative interne e i meccanismi di coordinamento e decentramento, variano le risorse umane e i mezzi strumentali, aumenta il know-how di base richiesto, si differenziano e specificano, infine, gli obiettivi. In un contesto come quello odierno, fondato sulla migrazione massiva al digitale, una simile considerazione non può che essere, allora, confermata e rafforzata, portando con sé una serie di difficoltà, legate, oltre che alle competenze individuali e collettive, anche alle risorse necessarie all’implementazione del cambiamento e, in particolare, alla loro gestione e protezione.

A toglierci qualsiasi illusione sull’ipotesi di un brillante e rapido superamento di tale prova, arriva uno studio a carattere globale commissionato da Symantec Corp. per evidenziare i trend e comprendere gli aspetti più complessi in materia di pianificazione e preparazione della Disaster Recovery. Giunto alla sua sesta edizione, il Symantec Disaster Recovery Study 2010 è stato realizzato nel corso dello scorso mese di ottobre dall’agenzia di ricerca indipendente Applied Research West, arrivando a coinvolgere oltre 1.700 IT Manager delle più grandi aziende presenti in 18 Paesi di Stati Uniti, Canada, Europa, Medio Oriente, Asia, Pacifico e Sud America.

Volendo dare una veste definitoria al fenomeno, potremmo dire che, con Disaster Recovery (DR), si intende una “strategia che viene studiata (e generalmente formalizzata in una apposita procedura) in previsione di un qualsiasi evento tecnico o di altra natura (es: guasto o danneggiamento di server o dischi rigidi, perdita o manomissione di dati, ma anche incendi, ecc..) in grado di mettere in crisi un sistema informatico compromettendone il corretto funzionamento e che ha come obiettivo il più rapido e completo possibile ripristino delle funzioni e dei dati presenti nel sistema stesso”. Ciò che emerge dallo studio su tale fenomeno sono, allora, innanzitutto, la difficoltà delle imprese nel riuscire a gestire efficacemente differenti risorse virtuali, fisiche e cloud, la complessità nel riuscire a proteggere e recuperare i dati e le applicazioni mission critical e l’inadeguatezza della protezione presente nei sistemi virtuali.

Per quanti non la conoscessero, Symantec è l’azienda statunitense nata nel 1982 “da un gruppo di scienziati informatici lungimiranti”, con sede a Cupertino (California) e con una posizione di leader globale nella creazione di soluzioni per la sicurezza, lo storage e la gestione di sistemi che aiutino aziende e consumatori a proteggere e gestire dati e informazioni. Nota prevalentemente per la produzione di software capaci di rendere i computer indenni da attacchi informatici (come il famoso Norton Antivirus), essa ha negli anni diversificato notevolmente la propria offerta, rivolgendosi specificatamente a consumatori singoli o ad utenti aziendali e operando in altri nuovi settori: partizionamento degli hard disk, ottimizzazione delle prestazioni dei PC, e-mail archiving, storage management, backup di dati e sistemi che assicurino disponibilità, sicurezza ed integrità dei dati, anche in caso di malfunzionamenti o eventi dannosi.

In seguito alla pubblicazione dei risultati dello studio, Dan Lamorena, direttore responsabile di Symantec in materia di Storage and Availability Management, ha rilevato che «se da una parte le aziende stanno adottando nuove tecnologie, quali la virtualizzazione e il cloud computing, per ridurre i costi e potenziare il disaster recovery, dall’altra stanno anche aumentando la complessità del proprio ambiente e lasciano le applicazioni mission critical e i dati senza alcuna protezione».

Pare, infatti, che siano proprio i fenomeni di virtualizzazione e di utilizzo delle tecnologie cloud a rendere più complessa la DR, obbligando i responsabili dei data center ad avere a che fare con molteplici strumenti per gestire e proteggere applicazioni e dati. Scendendo più nel dettaglio, quasi sei intervistati su dieci (il 58%) hanno dichiarato che, l’aver riscontrato problemi nella protezioni di applicazioni mission-critical, in ambienti fisici e virtuali, rappresenta una grande sfida per la propria azienda; con riferimento, invece, al cloud computing, essi hanno sottolineato come circa il 50% delle applicazioni mission-critical della propria azienda si trovi sulla nuvola, e la causa principale di preoccupazione (66%, circa due terzi dei rispondenti) per tale consapevolezza deriva dalle problematiche legate alla sicurezza. La sfida più grande posta da cloud computing e storage è, per il 55%, la capacità di controllare i failover e di rendere le risorse altamente disponibili.

Sarebbe in tal senso necessario che le aziende improntassero i propri piani di DR con la previsione di gestire i dati e le applicazioni mission critical in modo quanto più omogeneo nei diversi ambienti utilizzati (virtuale, cloud e fisico). Esse dovrebbero, inoltre, utilizzare un minor numero di strumenti per gestire tutti questi ambienti e puntare, piuttosto, su una loro integrazione, al fine di ottimizzare i tempi, i costi di formazione e favorire l’automatizzazione dei processi.

Lo studio evidenzia, poi, come quasi la metà (il 44%) dei dati presenti sui sistemi virtuali non sia sottoposto a regolare backup e come solo un intervistato su cinque usi tecnologie di replication e failover per proteggere gli ambienti virtuali. Stando sempre ai risultati rilevati, il 60% dei server virtuali non risulta incluso nell’attuale piano di DR degli intervistati: un incremento significativo rispetto al 45% dello stesso studio condotto nel 2009. L’82% dei backup viene eseguito solo una volta a settimana, se non meno frequentemente. A frenare in questo modo lo sviluppo degli ambienti virtuali e la protezione dei dati sarebbero, allora, la scarsità di risorse, intese come capacità, budget e spazio (secondo il 59% degli intervistati), la mancanza di backup (per il 57%), la carenza di capacità storage (60%) e un utilizzo insufficiente di metodi avanzati ed efficienti di protezione (50%).

La soluzione a tali problemi passa attraverso la capacità delle aziende di semplificare i processi di protezione dei dati, utilizzando metodi di backup a basso impatto e la deduplica, per garantire il backup dei dati mission critical in ambienti virtuali ed una efficiente replica dei dati fuori dal datacenter.

Un ulteriore aspetto indagato dallo studio in esame riguarda lo scarto tra il tempo presunto dagli intervistati come necessario per eseguire una recovery dopo un’interruzione di servizio e il tempo realmente utile affinché ciò avvenga: essi si aspettavano che i downtime durassero due ore, trascorse le quali fosse possibile riprendere le normali attività (in miglioramento rispetto al 2009, quando l’aspettativa era di quattro ore); invece i downtime reali negli ultimi dodici mesi sono stati, in media, di cinque ore, quindi più del doppio rispetto alle aspettative. Inoltre, sempre negli ultimi dodici mesi, le aziende hanno mediamente subito quattro incidenti con conseguenti interruzioni di servizio. Agli intervistati è stato chiesto pure di ricordare le cause delle interruzioni di servizio che hanno, negli ultimi cinque anni, portato a downtime: nel 72% dei casi è stato l’upgrade di sistema, causando una perdita di tempo pari a 50,9 ore; nel 70% un’interruzioni di corrente o un guasto, con una perdita di tempo pari a 11,3 ore (ciononostante, solo il 26% delle aziende intervistate ha condotto delle valutazioni sull’impatto di una eventuale interruzione di corrente e di un guasto); nel 63% un cyber attacco, con perdita di tempo pari a 52,7 ore.

Per ridurre i downtime, sarebbe, allora, sicuramente utile cercare, innanzitutto, di pianificare e utilizzare strumenti che automatizzino e migliorino le performance dei processi, minimizzando così i tempi morti durante gli upgrade. Sarebbe, poi, molto importante individuare in anticipo le possibili problematiche, implementando delle soluzioni capaci di ridurre i tempi di downtime e renderli congrui alle aspettative.

Lo stesso Dan Lamorena, traendo un po’ le somme di quanto emerso dallo studio, propone delle soluzioni alle aziende: «ci aspettiamo di assistere ad un maggiore utilizzo di questi strumenti (le nuove tecnologie, virtuali e cloud) da parte delle aziende per offrire una soluzione olistica con un set di policy conforme su tutti gli ambienti. I responsabili dei data center dovrebbero semplificare e standardizzare, in modo da potersi concentrare su quelle procedure fondamentali che permettono di ridurre i downtime».

Nessuna scorciatoia, quindi, ma una seria politica di pianificazione e automatizzazione degli interventi che possa permettere di salvare i dati, e quindi l’attività stessa, dell’azienda, nel momento in cui dovessero verificarsi interruzioni di servizio. È in questo modo che si superano le continue difficoltà che le variabili ambientali, sociali e tecniche, cui facevamo riferimento all’inizio, impongono.

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Accordo Inps e Agenzie delle Entrate contro l’evasione fiscale e contributiva

Banche dati condivise, coordinamento operativo e strategie mirate di intervento, per permettere l’individuazione di eventuali frodi e il conseguente recupero dei crediti, il tutto nel rispetto delle norme sulla privacy

Siglato, giovedì 18 novembre, un accordo tra il Direttore dell’Agenzia delle Entrate, Attilio Befera, e il Presidente dell’Inps, Antonio Mastrapasqua: si tratta di un accordo bilaterale di durata quinquennale che, instaurando una certa sistematicità nello scambio di informazioni online e potenziando la rete dei controlli, intende primariamente avviare una rapida ed efficace azione di recupero dell’evasione fiscale e contributiva.

Sottolinea Mastrapasqua come «la nuova convenzione tra Inps e Agenzia delle Entrate» confermi «la stretta collaborazione tra due soggetti importanti della Pubblica Amministrazione che perseguono insieme il duplice obiettivo di recuperare risorse per il Paese e di contrastare l’illegalità. L’evasione fiscale e contributiva non produce solo un mancato incasso, ma coincide quasi sempre con una indebita prestazione sociale sotto forma di aiuti e sussidi a chi non ne avrebbe titolo se non fosse evasore. La Pubblica Amministrazione che cambia si contraddistingue per questa duplice attenzione, che si qualifica in un unico obiettivo: il miglior servizio per il Paese».

Alla base dell’accordo vi sarebbero una cooperazione ed un coordinamento di natura operativa, capaci di facilitare l’individuazione di eventuali frodi e il conseguente recupero dei crediti. Per permettere dei controlli incrociati, parti significative dei rispettivi database informatici verranno condivisi: L’Agenzia delle entrate, in particolare, sfrutterà le informazioni presenti nei registri Inps per cogliere la posizione delle imprese nei confronti del Fisco, confrontando eventualmente tale posizione con i risultati degli studi di settore. A sua volta l’Inps avrà libero accesso all’Anagrafe tributaria, allo scopo di verificare la situazione economico-reddituale dei contribuenti (sia persone fisiche, sia aziende e datori di lavoro) e valutarne, quindi, la possibilità effettiva di ricevere prestazioni sociali agevolate.

«Con questa convenzione – afferma Befera – si rafforza una strategia condivisa di recupero dell’evasione che punta sulla collaborazione tra i diversi enti della fiscalità per realizzare analisi di rischio sempre più puntuali ed efficaci. La consultazione e gestione coordinata degli archivi informatici, infatti, ci consente di programmare controlli più selettivi, incoraggiando nello stesso tempo l’adesione spontanea dei contribuenti».

Delle misure tecnologiche all’avanguardia e l’istituzione della figura del cosiddetto “supervisore”, con il compito di abilitare l’accesso ai database, garantiranno, poi, il rispetto delle leggi in materia di privacy, così come prescritto dal Garante.
Vale la pena sottolineare, infine, come l’accordo descritto non si limiti a permettere lo scambio costante di informazioni, ma solleciti la realizzazione di una serie di azioni congiunte e mirate su contribuenti individuati autonomamente dalle due istituzioni, evitando l’inutile sovrapposizione di organi addetti alle ispezioni. Le rispettive strutture regionali di Inps e Agenzia delle Entrare dovranno realizzare periodicamente degli incontri, nel corso dei quali individuare tali strategie mirate di intervento, tenendo conto delle indicazioni fornite a livello centrale.

EVENTI – Sesta edizione di Matching: “Conoscere per crescere – To know, to grow”

Torna l’appuntamento promosso dalla Compagnia delle Opere e pensato per sviluppare relazioni commerciali tra diversi interlocutori imprenditoriali

Fiera Milano Rho ospiterà, dal 22 al 24 novembre 2010 la sesta edizione di Matching, l’evento dal titolo “Conoscere per crescere – To know, to grow”, organizzato dalla Compagnia delle Opere per sviluppare relazioni di business tra differenti realtà imprenditoriali e tra queste e poli di ricerca votati all’innovazione. Il titolo, spiegano i promotori, “intende individuare un dato fondamentale della cultura imprenditoriale: la conoscenza, che abbraccia tutto ciò che riguarda la vita e lo sviluppo dell’impresa”; conoscenza “del mercato, delle opportunità che offre, di altre imprese come possibili clienti, fornitori o partner”.

Alla base dell’evento vi è la programmazione di incontri fra i partecipanti: le aziende che aderiscono si iscrivono al portale www.e-matching.it, descrivendo la propria attività e le proprie esigenze, i prodotti, i servizi e i vantaggi delle proprie offerte. Da questa descrizione emergono il profilo e le prospettive di mercato di ciacuna azienda, che definiscono le opportunità di incontro e di business. È, infatti, proprio dall’incrocio dei dati forniti da tutti gli iscritti che si ottiene un’agenda di appuntamenti personalizzata per ogni azienda partecipante.

L’intenzione è, quindi, quella di congiungere potenziali interlocutori commerciali, di creare relazioni fra imprese, enti pubblici, aziende italiane o internazionali (40 i Paesi selezionati, invitati a Milano anche grazie al contributo dell’istituto nazionale per il commercio estero, con cui CDO collabora da molti anni) e gruppi non profit.
“Un’occasione unica per l’imprenditore per selezionare nuovi fornitori e conoscere potenziali clienti, guardare ai mercati, internazionalizzare la propria azienda, fare innovazione”. Un’opportunità “per costruire ulteriormente la rete tra le imprese e farla diventare la chiave di successo per superare la crisi”.

Quest’anno, per presentare l’iniziativa, la Compagnia delle Opere ha deciso di lasciare la parola, tramite brevi filmati visibili in rete sul portale CDO e sul sito di Matching, agli imprenditori che hanno partecipato alle precedenti edizioni. Nei numerosi interventi selezionati si coglie, in particolare, la forte fiducia riposta in questa innovativa filosofia, in questo fecondo approcio: Bernhard Scholz, Presidente CDO, consapevole del “grande potenziale innovativo” delle PMI italiane, considera la propria Associazione una “rete strutturata di aziende e imprenditori che hanno grande voglia di mettersi in gioco, di imparare, di cambiare”.

Si parla poi di “un sistema molto agile, molto rapido, che ci ha collegato con altre aziende a livello mondiale, con centri di ricerca”, una “vera rete di interscambio perché così come noi riceviamo, alcune volte noi diamo” (Giuseppe Zampini, AD Ansaldo Energia). “Un format innovativo con cui far dialogare il mondo dell’impresa col mondo della ricerca” (Pietro Bazzoni, AD Know net). “Un’opportunità per, innanzitutto, ricevere un feedback dal mercato, percepire dove sta andando il mondo dell’innovazione che ci riguarda, soprattutto capire che logiche collaborative e che partenariati si possono mettere in atto” (Nicola Farronato, Phema EG Group). Uno strumento attraverso il quale “noi possiamo dare un nostro piccolo contributo che, amplificato dalle grandi aziende, può diventare significativo in un contesto competitivo come sono i mercati di oggi” (Gianluca Di Buò R&D Idea). Sergio De Luca (AD Ansaldo STS) sottolinea, inoltre, come l’innovazione sia “un elemento decisivo nella competizione internazionale”, concetto ribadito e rafforzato da Giancarlo Grasso (AD Selex Communications), secondo il quale “innovare non è un lusso, è una necessità: bisogna innovare – virgolette – bene, far le scelte giuste, essere aggiornati, avere una rete che ti consenta di capire quella che è l’evoluzione”.

Nel settore della ricerca e innovazione è fondamentale – ricorda, infine, Valter Songioni (Marketing & External Relations Manager, Sardegna Ricerche) – che ci sia un’azione concertata tra l’università e gli altri centri di ricerca, le istituzioni pubbliche e il mondo delle imprese”.

Data evento: 22 novembre 2010
Località evento: Rho – Strada Statale del Sempione, 28
Regione: Lombardia

Link ufficiale dell’evento: http://www.e-matching.it/cdo/common/faq/faq.seam

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EVENTI – Primo Forum CSR Anima

L’associazione non profit promossa dall’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma organizza un momento di incontro su“Responsabilità d’impresa e competitività”

Si terrà il 18 novembre prossimo alle ore 14.30, presso l’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma, Sala Abete, via Andrea Noale 206 e avrà lo scopo di diffondere una precisa cultura imprenditoriale votata alla Responsabilità Sociale: stiamo parlando del primo Forum CSR (Corporate Social Responsibility), dal titolo “Responsabilità d’impresa e competitività”.

Ciò che Anima, promotrice dell’evento, cercherà di fare, sarà porre l’attenzione sul vantaggio competitivo che particolari comportamenti sostenibili possono dare alle imprese, soprattutto a quelle di dimensioni piccole o medie.

Nata nel 2001 e voluta proprio dall’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma, “Anima per il sociale nei valori d’impresa” rappresenta un’associazione non profit che unisce manager e aziende con la volontà di diffondere una nuova cultura imprenditoriale, capace, cioè, di coniugare il profitto e lo sviluppo economico con il benessere per la comunità.
Un soggetto, quindi, capace di facilitare – leggiamo nel sito di riferimento – “l’incontro delle aziende profit con l’impegno sociale”, sviluppando “le proprie iniziative attraverso attività dirette al territorio, concentrandosi sulla triangolazione tra istituzioni, imprese e terzo settore e sul ruolo di mediatore culturale” tra le imprese e i diversi stakeholders. “Un club di eccellenze”, un “luogo di virtuoso interscambio tra le esperienze progettuali della grande azienda e l’attenzione al territorio tipica di molte piccole e medie realtà imprenditoriali”.

Apriranno l’incontro Sabrina Florio, Presidente Anima e Coordinatore Forum Territoriali Commissione Cultura di Confindustria, Vincenzo Boccia, Presidente Piccola Industria di Confindustria e Aurelio Regina, Presidente Unione degli Industriali e delle imprese di Roma.

Verrà poi presentato il quadro di riferimento sulla Responsabilità Sociale d’Impresa applicata alle PMI, quadro che dovrebbe sollecitare le imprese nel comprendere e valorizzare tale dimensione sociale all’interno della propria attività aziendale. Seguiranno studi di settore e un’analisi di best practice, nel corso della quale saranno riportate alcune testimonianze di PMI che hanno utilizzato la RSI come leva di competitivita?. Un nuovo progetto definito “Indicatori di sostenibilità per le PMI” verrà, infine, presentato da Marina Migliorato, Responsabile CSR Lab Commissione Cultura di Confindustria e Responsabile CSR e Rapporti con le Associazioni di Enel. A moderare l’intero dibattito sarà Giuseppe De Filippi.

Data evento: 18 novembre 2010
Località evento: Roma – via Andrea Noale 206
Regione: Lazio

Link ufficiale dell’evento: http://www.animaroma.it/web/strillo.asp?idStrillo=9

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EVENTI – Robotica 2010 quest’anno sarà più business oriented

Torna la rassegna italiana dedicata al mondo dei robot umanoidi e dei service robot, con l’intento di mettere in relazione tra loro ricercatori, imprenditori e istituzioni finanziarie

Dal 17 al 19 novembre prenderà il via, presso la Fiera di Milano Rho, Robotica 2010, seconda edizione dell’unica rassegna italiana interamente dedicata al mondo dei robot umanoidi e dei service robot. Nato con l’intenzione di mettere in comunicazione tra loro differenti soggetti operanti nel settore e decisi a comprenderne le prospettive commerciali, l’evento viene presentato dai suoi promotori come un momento di “grande sinergia fra ricerca scientifica, industria e innovazione tecnologica, chiave per uno sviluppo industriale ed economico reale e dotato di solide radici”.

Anche in questa seconda edizione continueremo sulla strada che, primi in Italia, abbiamo intrapreso lo scorso anno”, sottolinea Marco Pinetti, Presidente di ArtEnergy Publishing, la società che organizza l’evento. “Robotica 2010 sarà pertanto ancora una volta dedicata a un’innovativa serie di prodotti al servizio dell’uomo e della qualità della vita, i robot cosiddetti non-manufacturing o service robot, macchine automatizzate che si prestano a diversi impieghi, da quelli per il tempo libero e l’entertainment all’uso educativo, dalle applicazioni domestiche a quelle nel settore medico e nelle situazioni di pericolo. Coniugando, secondo la formula che abbiamo sperimentato con successo nel corso della prima edizione della rassegna, l’aspetto ludico a quello scientifico”.

Rispetto all’edizione precedente, tuttavia, Robotica 2010 avrà un format più spiccatamente business oriented, poiché si è partiti “dalla convinzione che la robotica umanoide e di servizio stia passando dalla fase prototipale e di ricerca a quella dell’industrializzazione e del mercato”, spiega ancora Pinetti. “Forse ci vorranno ancora anni, ma il nostro tentativo è quello di cominciare a mettere in relazione ricercatori, imprenditori e istituzioni finanziarie per capire quali saranno i primi ambiti di applicazione delle numerose ricerche in atto e quali saranno le prospettive industriali e commerciali di un settore che si prospetta molto promettente”.

Robotica 2010 non vuole essere una Disneyland dei robot”, precisa Roberto Bombonati, Project Manager della rassegna, “quanto piuttosto mettere in mostra le applicazioni concrete della robotica, in un ottica tipicamente business to business. Fondamentalmente, la manifestazione sarà una piazza, un luogo d’incontro tra aziende e ricercatori che operano in questo settore di frontiera, ancora in larga parte da inventare”.

Quello della robotica rappresenta, è utile ricordarlo, un ambito considerato piuttosto promettente, seppur “ancora in larga parte da inventare”, in continua evoluzione. Nell’ultimo decennio, numerosi sono stati i passi avanti compiuti, ad esempio nel campo della sensoristica e della computer vision. Sempre più invasiva si è fatta la presenza di robot in campo medico, nell’esplorazione spaziale e, nell’uso personale-domestico (i cosiddetti “robot pulitori”). Stando al rapporto “World Robotics 2009 Service Robots”, pubblicato dal dipartimento statistico dell’IFR (International Federation of Robotics), nel quadriennio 2009-2012 saranno circa 49.000 i nuovi robot utilizzati per uso professionale e le applicazioni maggiormente in crescita saranno quelle per la difesa, il soccorso e la sicurezza, per l’uso agricolo e zootecnico e per la logistica.

A conferma del crescente interesse verso tale ambito, le realtà del mondo scientifico e accademico coinvolte in questa seconda edizione si sono notevolmente arricchite, con l’ingresso, tra le altre, della Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa e della Divisione di Robotica dell’Enea. Al Comitato scientifico della manifestazione si sono aggiunte cinque prestigiose personalità (passando da sette a dodici) che rappresentano l’eccellenza nazionale del settore, e, accanto alle tradizionali aree espositiva e demo, è stata posta particolare attenzione ai convegni e ai workshop (8 sessioni, circa 50 fra relatori ed esperti coinvolti). Si è cercato, inoltre, di favorire dei momenti d’incontro B2B volti a promuovere iniziative di trasferimento tecnologico e di supporto alla competitività, e si è inteso mettere a confronto “il mondo della ricerca avanzata e delle spin-off accademico-universitarie con quello delle imprese, della ricerca industriale e della didattica”.

Numerose saranno le novità e le attrattive che verranno presentate in tale cornice. Ad esempio il robot spazzino Dustbot, un sistema robotico per la raccolta differenziata, creato da ARTS Lab, che rappresenta la Scuola Superiore Sant’Anna di Pisa. HydroNet, robot “galleggiante” frutto di un progetto di ricerca europeo sulle nuove tecnologie per il monitoraggio delle acque superficiali e la prevenzione dell’inquinamento marino. Le capsule endoscopiche del Progetto Vector (Versatile Endoscopic Capsule for gastrointestinal TumOr Recognition and therapy), con l’obiettivo di eliminare i tumori gastrointestinali attraverso la diagnosi medica preventiva.

Robotica 2010, infine, garantirà forti sinergie con i paralleli saloni presenti a Milano Fiera in quei giorni: HTE-hi.tech.expo, la terza edizione del salone delle tecnologie innovative, EIV, la prima mostra-convegno per l’industria dei veicoli e dei trasporti elettrici e intelligenti, WEM EXPO, prima fiera internazionale dell’industria manifatturiera degli avvolgimenti, dell’isolamento e dei motori elettrici. Questi eventi si svolgeranno complessivamente su una superficie espositiva di oltre 10.000 metri quadri, con la partecipazione di 140 espositori provenienti da 18 Paesi.

Data evento: 17 novembre 2010
Località evento: Rho – Strada Statale del Sempione, 28
Regione: Lombardia

Link ufficiale dell’evento: http://www.fieramilano.it/portal/page?_pageid=36,1,36_64507&_dad=portal&_schema=PORTAL

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Poste le basi societarie per la realizzazione di reti di nuova generazione

Siglato ieri un memorandum of understanding tra Ministro dello Sviluppo Economico e le sette principali aziende italiane di tlc per l’implementazione delle infrastrutture passive necessarie alle reti di tipo NGN

Esprime la propria soddisfazione Franco Bernabè, amministratore delegato di Telecom Italia, per la firma, ieri pomeriggio, dell’accordo tra il Ministro dello Sviluppo Economico, Paolo Romani, e gli amministratori delegati delle sette principali aziende italiane di TLC (Telecom Italia, Vodafone, Fastweb, Wind, H3G, Tiscali, BT Italia), per la condivisione delle infrastrutture di NGN: “segnale di rilancio per il settore delle comunicazioni”, “l’accordo siglato oggi conclude una fase importante di definizione di un meccanismo che consente di avviare un progetto infrastrutturale fondamentale per il Paese”. La partnership pubblico-privata (cosiddetta newco) realizzata con questo memorandum of understanding avrà, in particolare, il compito di promuovere l’implementazione di quelle infrastrutture passive (scavi, cavidotti e posa della fibra spenta), che andranno poi condivise tra gli operatore e che sono necessarie alle reti di nuova generazione e a garantire la fibra ottica a 100 megabit in tutta Italia.

Rimane invece fuori dall’accordo la parte “attiva” dell’infrastruttura, cioè la fibra vera e propria ed i suoi apparati: gli operatori che intendano investirvi potranno, allora, usufruire della struttura passiva per farvi passare un proprio network, predisponendo delle proprie offerte commerciali. In alternativa potranno affittare le strutture esistenti, considerando che in Italia è già presente in sette città una rete di nuova generazione, quella di Fastweb, e considerando l’intenzione di Telecom di arrivare a coprire, entro il 2018, il 50 per cento della popolazione. Scopo del nuovo organismo societario dovrebbe essere, allora, quello di accelerare i tempi e allargare la copertura; esso avrà il compito di coinvolgere le Regioni, gli Enti locali e le istituzioni finanziarie pubbliche e private: la Cassa Depositi e Prestiti, ad esempio, potrà partecipare “sia equity sia in conto finanziamento al progetto – ha riferito Romani – a patto che il progetto sia remunerativo”.

Uno specifico comitato esecutivo, composto dal Ministro Romani e dai rappresentanti degli operatori firmatari, dovrà, nei prossimi tre mesi, approfondire i diversi aspetti economico-finanziari del nuovo progetto e stabilirne governance e business plan, sulla base dei flussi d’investimento dei singoli gestori e in funzione del quadro regolamentare per l’accesso alle infrastrutture e alle reti che sarà definito dall’Agcom. Il comitato, ricorda Bernabè, dovrà, quindi, porre in essere “un lavoro di verifica, all’esito del quale si prenderanno le decisioni sulle modalità tecniche del lavoro da fare”; tale lavoro dovrà, inoltre, rispettare il principio fondamentale di sussidiarietà, in base al quale la nuova entità potrà agire esclusivamente in quelle aree in cui non sono presenti altri gestori con un’offerta in fibra: “le iniziative delle singole società vanno avanti: il progetto non è alternativo alle iniziative private”. Infatti “molto correttamente il governo ha fatto una analisi dei programmi di investimento dei diversi operatori, chiamando ognuno a definire i propri progetti di investimento. Sulla base di questi si definiranno le aree di intervento della nuova società, che interverrà laddove non ci sono iniziative dei privati”.

Quella descritta rappresenta, in sostanza, la prima bozza per un progetto reale che permetta all’Italia di rimanere all’interno degli obiettivi definiti dall’Agenda digitale europea (che prevede per il 2020 una velocità superiore a 100 Mbps per almeno il 50 per cento degli italiani), iniziando così il lungo percorso che dovrebbe portare il nostro Paese a superare gli attuali ritardi infrastrutturali e culturali legati alle nuove tecnologie della comunicazione.

Una “notizia positiva”, quindi, come rileva il presidente dell’Agcom, Corrado Calabrò, il quale sottolinea, tuttavia, come ci si trovi di fronte ad una “soluzione di compromesso”. “Spero che gli operatori non perdano il passo nei successivi” tavoli; “non basta sottoscrivere un’intesa, poi bisogna condividerla compiutamente. È questo che l’Autorità […] chiede di fare” agli operatori.

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Federalismo fiscale, Confesercenti: “si paga di più”

Stando alle stime dell’associazione di categoria, l’addizionale sull’IRPEF introdotta con il federalismo ricadrebbe soprattutto sulle spalle di lavoratori autonomi e piccole medie imprese

Secondo uno studio realizzato dalla Confesercenti, l’addizionale sull’IRPEF introdotta dalla legge sul federalismo fiscale porterebbe i lavoratori autonomi e le piccole imprese a pagare molte più imposte.

Come si legge nel maxi decreto legislativo, che ha avuto il via libera dal consiglio dei ministri il 7 ottobre scorso e che accorpa le nuove disposizioni sulla finanza regionale, provinciale e sui costi standard in sanità, “ciascuna Regione a Statuto ordinario può, con propria legge, aumentare o diminuire l’aliquota dell’addizionale regionale all’IRPEF di base. La predetta aliquota di base è pari allo 0,9% […]. La maggiorazione non può essere superiore:

a) allo 0,5 per cento, sino all’anno 2013;
b) all’1,1 per cento, per l’anno 2014;
c) al 2,1 per cento, a decorrere dall’anno 2015” (art. 5, comma 1).

Stando alla denuncia di Confesercenti, allora, l’attuazione del tanto agognato federalismo fiscale su base regionale potrebbe obbligare le categorie sopraccitate a pagare addizionali regionali fino al 2,1% a partire dal 2015, con un incremento delle imposte IRPEF fino a 1.260 euro l’anno. L’aumento, però, non riguarderebbe le prima due fasce di reddito, cioè i lavoratori dipendenti e i pensionati.

L’addizionale IRPEF potrebbe salire progressivamente fino al 3% (0,9% l’aliquota generale e fino al 2,1% l’aumento possibile delle Regioni) e secondo Confesercenti è “fortemente probabile una rincorsa al rincaro delle aliquote da parte delle regioni, soprattutto quelle (la quasi totalità) con i bilanci in rosso”.

Alcune stime, in particolare, sembrano particolarmente significative: un artigiano o un commerciante che abbia un reddito pari a 20 mila euro, dovrà pagare 420 euro in più l’anno, ipotizzando un’aliquota al 2,1% nel 2015, contro i 100 euro richiesti al lavoratore dipendente di pari reddito. Al crescere del reddito, cresce anche l’esborso: ecco allora che un lavoratore autonomo che guadagni 40 mila euro l’anno, pagherà 840 euro in più, a fronte dei 392 euro in più del dipendente; con 60 mila euro di reddito annuale, invece, si troverà a sborsare 1.260 euro in più, contro gli 812 euro.

Lo studio, realizzato esclusivamente in relazione all’applicazione della percentuale massima possibile, non tiene, tuttavia, conto del fatto che le regioni potranno applicare l’addizionale IRPEF solo se ridurranno, o addirittura elimineranno, l’imposta regionale sulle attività produttive, IRAP, che colpisce il reddito prodotto al lordo dei costi per il personale, degli oneri e dei proventi di natura finanziaria e che, al momento, è determinata a discrezione delle regioni stesse, all’interno di un intervallo compreso tra il 2,9 e il 4,9%.

L’organizzazione dei commercianti ha evidenziato, infine, come, a fronte di eventuali maggiorazioni di aliquota nelle regioni, non sia prevista una riduzione dell’IRPEF erariale.

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Arriva la Robinson list, contro le telefonate commerciali

Pubblicato due giorni fa in Gazzetta Ufficiale il decreto che istituisce un registro pensato per quanti intendano opporsi all’utilizzo del proprio numero telefonico per promozioni commerciali

Da un regime di preventivo consenso ad un regime di preventivo rifiuto. Questa, ridotta ai minimi termini, la principale novità introdotta dal Decreto Presidente della Repubblica 7 settembre 2010, n. 178, pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 256 del 2 novembre, dopo quasi quattro mesi (9 luglio) dall’approvazione definitiva da parte del Consiglio dei Ministri.

Stando alla nuova disposizione, il Ministero dello Sviluppo economico dovrà garantire “la concreta realizzazione ed il funzionamento”  di un “registro pubblico delle opposizioni” – cosiddetta Robinson List – “entro novanta tegiorni dalla data di pubblicazione del presente regolamento”. Si tratta, cioè, di un registro pensato per gli abbonati che intendano opporsi all’utilizzo del proprio numero telefonico per vendite o promozioni commerciali.

Per gli amanti delle curiosità: il nome “Robinson list” – diffusosi tra i Paesi europei che, prima dell’Italia, hanno scelto un metodo simile –  sembrerebbe derivare dal personaggio di Robinson Crusoe, in riferimento, soprattutto, al suo isolamento sociale.

Vediamo, in particolare, cosa cambierà. Nella situazione attuale la telefonata a scopi commerciali viene considerata lecita solo se l’utente telefonico ha in precedenza prestato il proprio esplicito consenso. Il nuovo decreto sancisce, invece, il passaggio, nell’ordinamento giuridico italiano, da questo sistema, denominato “opt-in”, ad un sistema di “opt-out”, nel quale l’abbonato può sempre ricevere chiamate promozionali, essere sottoposto a ricerche di mercato e accettare vendite dirette, a meno che non abbia preventivamente espresso il proprio rifiuto in tal senso, iscrivendosi, appunto, alla Robinson list.
L’iscrizione sarà, per gli abbonati, gratuita, a tempo indeterminato e potrà essere revocata o rinnovata senza limitazioni. Essa potrà, inoltre, venir effettuata in qualunque momento della giornata (anche nei festivi), visto l’utilizzo di diverse modalità automatizzate: un sito appositamente istituito dal gestore, un numero verde che verrà predisposto, un fax, una lettera raccomandata o una e-mail. Sarà poi possibile registrare più numeri, a sola condizione che l’intestatario sia la persona che chiede l’iscrizione al registro.

Pare non sia ancora stato stabilito se il registro verrà gestito internamente dal Ministero dello Sviluppo o se sarà appaltato ad una società di servizi, ma, in ogni caso, il gestore non potrà perseguire scopi di lucro. Egli, infatti, dovrà utilizzare i proventi che gli operatori telefonici verseranno per poter registrarsi al sistema, accedere alla lista e capire, quindi, se un utente possa essere o meno disturbato, per sostenere l’intero sistema, aggiornarne il registro e coprirne i costi.

Il debutto della Robinson list – che sarà comunque sempre sotto la vigilanza del Garante per la protezione dei dati personali – deve essere anticipato da una campagna informativa rivolta agli abbonati e promossa, nei primi sei mesi della sua attivazione, dal Ministero dello Sviluppo, con la Presidenza del Consiglio e con il Consiglio nazionale dei consumatori.

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Rapporto Asstel sulla filiera TLC/ICT: un mercato in declino

Presentato al convegno Asstel su “Le Telecomunicazioni per l’Italia” un rapporto che rivela una contrazione nel fatturato degli operatori di TLC di circa 3 miliardi, con ripercussioni su tutta la filiera

Si è tenuto mercoledì 27 ottobre a Roma il convegno Asstel (l’Associazione che rappresenta la filiera delle comunicazioni elettroniche nel sistema Confindustria) su Le Telecomunicazioni per l’Italia: occasione di confronto tra gli operatori del settore, i sindacati, il Governo, il Parlamento e le Autorità, l’incontro ha inteso approfondire le tematiche più attuali nel mondo delle telecomunicazioni e delle tecnologie ICT, per cogliere l’importanza di un loro sviluppo a beneficio dell’intero Paese.

È nell’ambito di tale convegno che sono stati presentati i risultati del primo rapporto sulla filiera TLC/ICT realizzato dalla società di analisi Analysys Mason; un rapporto che evidenzia una situazione in continuo declino, un mercato che dal 2006 continua a perdere colpi, vista la contrazione, anche nell’ultimo semestre, di oltre due punti percentuali (2,3%), rispetto allo stesso periodo del 2009. La colpa non sembra essere attribuibile alla crisi internazionale, che ha solo accentuato una contrazione di natura strutturale; a pesare sono, invece, l’inarrestabile declino del traffico voce, il ritardo nella banda larga rispetto agli altri paesi europei, il difficile equilibrio con i nuovi protagonisti del Web e l’avvento dei cosiddetti grandi attori esterni.

Entriamo un po’ più nel dettaglio, con qualche dato significativo: negli ultimi quattro anni, il fatturato degli operatori di TLC è diminuito di circa 3 miliardi, di cui 1,6 nel fisso e 1,4 nel mobile, segnando un andamento in negativo che si è ripercosso su tutta la filiera. «La penetrazione del mobile si conferma forte, con circa 10 milioni di linee in più e un tasso che sfonda il 150% – ha confermato Ciccone, Associate Partner Analysys Mason – mentre va diversamente per le linee fisse, che sono calate di 5 milioni, ponendoci agli ultimi posti in Europa con il 77% di penetrazione. Anche per la banda larga fissa le notizie non sono buone, con un timido aumento del 7,3% di accessi in più, tra il 2009 e il 2010, e un dato nazionale che supera appena il 51%».

Malgrado i prezzi tutto sommato proporzionati a quelli europei, un’offerta di servizi a banda larga che copre il territorio per l’88% e una velocità di accesso in linea con gli altri Paesi, l’Italia mostra una bassa penetrazione della banda larga fissa, che in Francia è al 76%, in Gran Bretagna al 68%, in Germania al 64% e in Spagna al 56%. La penetrazione della banda larga mobile sembra essere la più alta in Europa, ma non sufficiente a portare il livello totale (fisso più mobile, al 67%) in linea con gli altri Paesi.

Lo studio di Analysys Mason rivela, inoltre, una bassa alfabetizzazione informatica nell’uso del pc e di altri device di accesso alla rete, spesso dovuta ad uno scarso interesse per la tecnologia delle comunicazioni (25%) o ad una difficoltà oggettiva nell’utilizzo dei dispositivi elettronici (41%). Per questo motivo, probabilmente, anche i tassi di utilizzo di servizi di eGovernment, ad esempio, sono tra i più bassi in Europa, 79% contro la media Europea dell’82%.
Nonostante la diminuzione nei margini di guadagno, le imprese italiane hanno comunque continuato a puntare sulla qualità: i livelli d’investimento sono pari al 14%, ponendoci al secondo posto dopo la Gran Bretagna, mentre il costo del personale è rimasto invariato da 5 anni.

Stando al Rapporto, i punti su cui si dovrebbero concentrare le energie e le risorse sono: alfabetizzazione digitale, utilizzo di Internet, banda larga, mercato unico digitale, interoperabilità e standard, ricerca ed innovazione, inclusione digitale. Il tutto nel più breve tempo possibile, con il 50% della popolazione che tra il 2015 e il 2020 deve poter accedere alla banda larga ultraveloce, ai servizi di eCommerce e eGovernment.

«Questo convegno è la prima occasione pubblica di discussione sui temi che uniscono le aziende della filiera delle TLC – ha concluso Stefano Parisi, Presidente di Asstel – Il settore ha fatto molto per il Paese e continuerà a farlo, attraverso un mercato tra i più dinamici e concorrenziali, che ha contribuito in modo consistente alla riduzione dell’inflazione, ha attratto ingenti investimenti esteri e nazionali, assicurato un forte contributo all’erario, sviluppato un nuovo indotto di servizi in outsourcing […]. Le imprese di Tlc sono pronte a fare la loro parte con nuovi investimenti sullo sviluppo delle reti e dei nuovi servizi. Al Governo non chiediamo soldi ma l’impegno a realizzare anche in Italia l’Agenda Digitale per la modernizzazione del nostro sistema economico».

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