Le sfide poste dal nuovo consumatore digitale

Le innovazioni nella Rete obbligano le imprese a rivedere i propri approcci commerciali, che devono necessariamente legarsi alla logica collaborativa e virale del mezzo digitale

Se si osserva l’attuale scenario economico italiano, ci si rende immediatamente conto di come il legame tra vita digitale e business stia diventando sempre più stretto, con una evidente convergenza tra circostanze off ed esperienze on. Quella che a buon titolo è stata definita una “rivoluzione digitale” rappresenta ormai una componente fondamentale nella valutazione dei trend di mercato e il suo impatto nella filiera produttiva e distributiva nazionale costringe gli imprenditori di qualsiasi settore e dimensione ad affrontare sfide sempre più impegnative; sfide che impongono una riformulazione degli approcci tradizionali, sfide che richiedono elasticità mentale e rinnovate skills, sfide che portano a campagne commerciali il cui esito è tutt’altro che scontato, sfide, in estrema sintesi, che tendono spesso ad assumere la forma di un temuto punto interrogativo.

A tal proposito, un’analisi commissionata da Il Sole 24 Ore a IPR Marketing e presentata dal CEO dell’istituto di ricerca, Antonio Noto, in occasione del Forum Digital Media – svoltosi lo scorso mercoledì 25 maggio presso la sede milanese de Il Sole 24 Ore – delinea il profilo degli utenti digitali, dei nuovi consumatori web 2.0 e offre importanti spunti di riflessione circa i risvolti più attuali del commercio elettronico.

Complessivamente considerati, i dati – ha sottolineato Noto – denotano un consumatore in costante evoluzione, probabilmente più evoluto della stessa tecnologia di cui si serve. Il popolo degli internauti definiti “autonomi” rappresenterebbe il 54% dell’intera popolazione italiana, mentre il restante 46% non sembra essere connesso; tuttavia il 20% di questa seconda categoria è costituito dagli internauti cosiddetti “indiretti”, che utilizzano, cioè, la rete servendosi della mediazione di amici e parenti: essi, pur in assenza di alfabetizzazione informatica, sono, in definitiva, dei fruitori della rete, quindi la percentuale complessiva del popolo del web viene a coincidere con il 74% degli italiani.

Con riferimento al tempo trascorso on line, scopriamo che circa un terzo della popolazione che si collega lo fa per più di quattro ore al giorno e che donne e giovani rappresentano le categorie più attive, quelle che passano piu? tempo in internet: il 37% delle donne e il 39% dei 18-34enni risultano connessi per oltre 4 ore al giorno.

Due terzi degli italiani (66%) trascorrono questo tempo motivati da interessi di natura personale, mentre un terzo (34%) lo fa per motivi di lavoro; considerando anche i probabili intrecci tra le due spinte all’utilizzo (spesso si naviga per interesse personale anche durante le ore di lavoro) e considerando che la percentuale di chi naviga per interesse proprio sale al 72% negli over 54, si capisce bene come la rete abbia ormai un ruolo tutt’altro che marginale nella vita quotidiana di buona parte degli italiani, i quali navigano non perché obbligati da esigenze professionali, ma per una propria libera scelta. Di questo una qualsiasi campagna commerciale deve oggi inevitabilmente tener conto.

Due consumatori differenti si delineano, poi, con riferimento alla costanza di navigazione: il 71% si connette poche volte per periodi lunghi, mentre il 25% si connette più volte per tempi brevi (il restante 4% non sa o non ha risposto). Con riferimento al sesso, non si sono notate divergenze tra queste due tipologie, mentre rispetto all’età, negli under 54 è risultata superiore alla media la quota dei “sempre connessi” (circa 30%), negli over 54 quella dei connessi per tempi lunghi (80%).

Per navigare, dichiara di utilizzare il computer di casa il 94% degli italiani, la chiavetta il 34% (soprattutto donne under 54), la soluzione mobile (telefonino, i-phone) il 32% (in particolare maschi, under 34 e “sempre connessi”), l’i-Pad il 4% (in prevalenza under 34 e “sempre connessi”); in questo e nei prossimi casi il totale non è pari a 100 perchè la domanda prevedeva più risposte. Nonostante la bassa percentuale dichiarata, ricorda Noto, l’i-Pad sta avendo un rilevante successo di mercato e di marketing, frutto soprattutto di una strategia vincente fondata sul passaparola.

Più della metà degli intervistati, il 58%, ha un profilo su un social network e questa percentuale sale al 63% per gli internauti del sud e delle isole, al 67% per quelli di età compresa tra i 35 e i 54 anni e al 77% per quelli ancor più giovani (18-34 anni). Il 10% dichiara, poi, di partecipare a discussioni su Twitter (16% per i residenti al centro); breve parentesi: coordinati da Luca Conti, molti utenti hanno anche twitterato nel corso dell’evento di presentazione della ricerca, commentando in modo interattivo quando detto dagli ospiti. L’11%, ancora, possiede un blog (18% nei residenti al centro, 24% nei fruitori di età compresa tra 18 e 34 anni). Il 18% (27% nei residenti al centro) è iscritto ad una comunità virtuale nella quale si condividono interessi (come Anobii), dato in elevata ascesa, visto che lo scorso anno era pari al 5%. Infine il 15% sembra far parte di un gruppo di acquisto.

La rete rappresenta uno strumento privilegiato per l’acquisto di prodotti: viene utilizzata innanzitutto come fonte di informazione sulle caratteristiche dei prodotti stessi, attraverso la navigazione sul sito del produttore (67%); serve poi per verificare la presenza di offerte, sconti sui negozi virtuali (5%), ma anche per chiedere particolari informazioni sui prodotti agli altri consumatori (48%), o per cercare notizie su offerte o occasioni presso gli utenti (43%). Rispetto tutte queste modalità di utilizzo, gli utenti più attivi sono i 18-34enni e i residenti al centro, seguiti dai 35-54enni e dai residenti al sud e nelle isole. Da questi dati, ha evidenziato Noto, si capisce come l’acquisto di tipo “emotivo” – quello su cui solitamente fanno leva particolari campagne pubblicitarie attraverso le vetrine dei negozi o altri canali tradizionali – venga fortemente penalizzato in rete, dove sembra sostituirsi un acquisto più “razionale”: il packaging perde parte della propria funzione di guida al comportamento d’acquisto.

Entrando un po’ più nel dettaglio, apprendiamo che il 29% degli internauti ha fatto spesso acquisti in rete nell’ultimo anno (percentuale che sale al 33% per le donne, al 38% per i “sempre connessi” e al 44% per gli under 34), quasi la metà, il 49%, lo ha fatto solo occasionalmente e il 22% non ha acquistato nulla tramite web.

Il report si è concentrato, poi, sulla tipologia di prodotti comprati in rete: in testa al podio il consumo di cultura, dunque libri, film e musica (45%), acquistati soprattutto da donne e dagli over 54. Al secondo posto elettronica ed elettrodomestici (43%), comprati in maggioranza da uomini e da 34-35enni. Medaglia di bronzo per gli articoli di informatica (37%), acquisiti prevalentemente da uomini e da 18-34enni. Troviamo poi il settore abbigliamento/accessori (32%) e quello dei cosmetici/profumi (13%), scelti in particolare da donne e da under 34.

Il vantaggio maggiore evidenziato dagli utenti nell’acquisto in rete è quello di tipo economico: la possibilità di avere dei prezzi più vantaggiosi rappresenta la principale variabile nella motivazione all’acquisto (57%), seguita dalla possibilità di trovare prodotti difficilmente reperibili in altro modo (36%), dalla maggiore comodità e rapidità nell’acquisizione (31%), dal grado maggiore di libertà e conseguente riduzione dei condizionamenti (16%) e, infine, da una considerazione etica, che vede nel’abbattimento della filiera una valorizzazione dei produttori (6%). Per il solo 7% degli intervistati, l’acquisto in rete non porterebbe alcun vantaggio.

Tra gli svantaggi percepiti, il principale (40%) sembra essere la mancanza di fiducia nell’acquisto di prodotti che, in sostanza, non si sono visti fisicamente, seguito dalla difficoltà nel portare a termine una procedura che richiede particolari competenze informatiche (25%), dal timore di non vedersi recapitare a casa i prodotti (23%), dalla non sicurezza nei pagamenti (23%), dalla mancanza di una componente di divertimento (4%). Per l’11% la compravendita in rete non comporterebbe alcuno svantaggio.

Risulta iscritto a siti che propongono offerte e sconti su prodotti il 49% degli intervistati, del quale il 17% dichiara di utilizzare spesso questi canali, il 33% di utilizzarli qualche volta e il 50% di non utilizzarli mai. Offerte e sconti su prodotto che si ricevono via web rappresentano, poi, un incentivo all’acquisto per il 18%, mentre il 71% afferma di acquistare solo ciò a cui è già interessato (l’11% non ha risposto).

La rete è funzionale non solo alla valutazione di prodotti, ma anche per quella di vari servizi: canale preferenziale per l’acquisto di viaggi, vacanze e biglietti, essa sta nel tempo consolidando la propria valenza “relazionale”, come strumento di scambio ed incontro. Conosce ed è iscritto a siti come Groupon il 30% degli intervistati, del quale il 7% dice di sfruttare spesso le offerte da essi messe a disposizione, il 25% qualche volta, il 68% mai. Conosce questi siti senza esserne iscritto il 23%, non li conosce il 47%. Essi rappresenterebbero un incentivo a provare cose che non si conoscono per il 59%, mentre per il 35% non costituiscono un canale di sperimentazione (il 6% non sa o non ha risposto).

Internet, conclude la relazione, “batte i canali tradizionali in convenienza, originalità di offerta e sensazione di appagamento per l’acquisto”; persistono, tuttavia delle “resistenze rispetto ad affidabilità e sicurezza del mezzo”.

Sottolinea, riportando i piedi per terra, Roberto Liscia, Presidente Netcomm, sempre nel corso della giornata milanese, come l’Italia presenti una situazione ancora piuttosto arretrata, rispetto ad altri Paesi, innanzitutto per l’apparentemente insormontabile digital divide e, in secondo luogo, perché gli imprenditori non sembrano interessati ad investire realmente nell’e-commerce. Secondo Liscia possono essere delineate “tre Italie”: quella costituita da coloro che acquistano tramite il web, che ammontano a 9 milioni, a fronte di 26 milioni di utenti complessivi in rete (di questi 5,5 milioni sono “hard users”); poi abbiamo coloro che navigano pur non acquistando (i restanti 17 milioni) e, infine, quelli che nemmeno utilizzano la rete. I dati – continua Liscia – ci dicono che in rete importiamo più di quanto esportiamo, nonostante alcuni segnali positivi ci siano: nel 2010 si è assistito ad un aumento del 30% nelle vendite di prodotti italiani all’estero e ora lo scarto tra import e export digitale è di circa 1 miliardo. Eppure un reale problema di sicurezza nei pagamenti in rete non sembra sussistere, visto che solo lo 0,03% delle transazioni risulta fraudolente (i problemi di sicurezza riguardano semmai altri ambiti, come la privacy, l’identità, il diritto d’autore). Eppure l’attività commerciale in rete dovrebbe inserirsi in una perfetta logica di multicanalità, che vede la collaborazione e l’integrazione con gli altri mezzi a disposizione. Eppure il web rappresenta un canale potenzialmente fortissimo per la trasmissione dell’esperienzialità utile alla costruzione del brand e, forse, proprio in questo si esplicita uno spostamento nell’approccio che deve orientare la realizzazione di campagne commerciali: il 70% di coloro che fanno un viaggio passano successivamente un tempo piuttosto rilevante a trasmettere questa loro esperienza sui vari circuiti social (commenti, foto, aggiornamenti di stato) ed è proprio su questa trasmissione potenzialmente positiva che un’attività di marketing dovrebbe puntare.

In un simile contesto, merita, quindi, una particolare considerazione la nuova frontiera raggiunta dal commercio elettronico: il cosiddetto social commerce, ovvero i modi attraverso i quali le differenti piattaforme sociali possono contribuire a generare acquisti on-line. I vari Facebook, Twitter e LinkedIn possono contare sull’effetto virale e sulla crescita esponenziale del messaggio da essi veicolato: la grande rete unisce un numero decisamente elevato di potenziali destinatari di una campagna commerciale, di gran lunga superiore rispetto agli spettatori televisivi e ai lettori di giornali. Ciononostante il mercato pubblicitario pare ancora dominato, per quasi il 60%, dalla televisione. Le previsioni parlano, per il 2011, di un valore pari a oltre un miliardo di euro per l’advertising on line in Italia, sui 9,2 miliardi del mercato complessivo.

Le diverse piattaforma rappresentano una risorsa di dati relativi a potenziali clienti, dati che, ovviamente – ricorda Michele Raballo, Interactive Capability Lead Accenture – vanno rispettati: è possibile tenere sotto controllo gli umori dell’utenza cui ci si riferisce, senza imporre limiti o moderazioni, ma al semplice scopo di conoscere le reali tendenze nella spinta all’acquisto. Non deve essere il brand ad imporsi e a presentarsi – sottolinea, ancora, Pepe Moeder, Head of Digital Barilla Holding – ma devono essere le esigenze stesse, i bisogni manifesti e latenti degli utenti a guidare l’attività commerciale: “il digitale è come il pongo, cambia perché cambiano le persone”. Queste piattaforme possono servire anche a fornire un’assistenza clienti puntuale e personale, che certamente aiuta l’impresa nel costruirsi una certa credibilità e nel manifestare la propria trasparenza. Infine non bisogna tralasciare l’importanza che potrebbe avere il coinvolgimento in sé degli utenti nell’attività d’impresa, attraverso modelli innovativi di marketing, come rivela, ad esempio, il progetto Pepsi Refresh.

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Microsoft punta al mobile e alla Rete

Dietro l’acquisizione di Skype, un’operazione da molti considerata eccessiva, si nasconde la necessità per il Colosso di Redmond di lanciarsi nel mondo della comunicazione e condivisione online

La nota ufficiale diffusa lo scorso martedì, nella quale il colosso di Redmond annunciava l’acquisto del celebre e apprezzato software di messaggistica istantanea e Voice over Ip Skype, non fa che confermare una tendenza ormai evidente: la nuova sfida di stampo hi-tech passa, inevitabilmente, per il settore dei servizi che facilitano le relazioni in rete.

Quegli 8,5 miliardi di dollari scommessi da Microsoft (la più grossa acquisizione della sua storia, lunga 36 anni) sono sembrati a molti una somma eccessiva: stiamo parlando, certo, di un know how inimitabile nell’ambito della comunicazione voce e video tramite Web e di un sistema rilevante di relazioni con carrier e società di telecomunicazioni per l’utilizzo di reti Lte ad alta velocità; ma ci riferiamo anche ad un’azienda che, malgrado il vasto consenso generalizzato (i dati parlano di 663 milioni di utenti registrati, di 145 milioni di fruitori attivi su base mensile e di 207 miliardi di minuti complessivamente spesi nel 2010 a chattare, chiamare e videochiamare), non è mai stata in grado di convincere investitori pubblicitari e utenti a sostenere concretamente il proprio business.

La difficoltà maggiore sta nel monetizzare la schiera di utenti che, attratta dalla possibilità di telefonare gratuitamente, ha utilizzato servizi commerciali a pagamento per un misero 6%, pari a 8,8 milioni di clienti, della base attiva.

Un settore promettente, quindi, ma difficile da rendere redditizio, dato che l’unica fonte di ricchezza sono le chiamate a pagamento, quelle, cioè, in cui uno dei due terminali non è un computer ma un telefono tradizionale. I debiti in capo al gruppo telefonico sono pari a 686 milioni di dollari e, con 860 milioni di fatturato (20% di crescita nel 2010) e 264 milioni di profitti operativi, esso ha chiuso lo scorso anno fiscale con una perdita netta di 7 milioni di dollari. Tali difficoltà finanziarie avevano costretto Skype a rinunciare alla quotazione in Borsa, ma la capitalizzazione potenziale della società era stata valutata intorno al miliardo di dollari, quindi una cifra notevolmente inferiore a quella offerta dalla società fondata da Bill Gates e che, tuttavia, le ha permesso di battere la concorrenza di altri giganti della rete, come Cisco, Google e Facebook, i quali si erano fermati – pare – a 3-4 milioni di dollari.

È proprio in questo punto che va rintracciata, per parte dell’opinione pubblica, la motivazione di un’esposizione economica così ampia e rischiosa: Skype non rappresenterebbe che un tassello della controffensiva di Redmond rivolta ad Apple e soprattutto a Google sul terreno della telefonia mobile e di Internet. L’azienda leader tra i motori di ricerca ha, infatti, ormai acquisito la posizione di capofila anche con riferimento al traffico dati e voci sui dispositivi mobili “intelligenti”, grazie ovviamente alla piattaforma Android. Microsoft potrebbe rinnovare la propria condizione – piuttosto precaria – nelle comunicazioni mobili, preinstallando Skype nella propria piattaforma Windows mobile 7, in modo da creare una perfetta triangolazione con l’accordo stipulato con Nokia con l’obiettivo sviluppare il sistema operativo per gli smartphone di quello che rimane il primo produttore mondiale di telefonini.

Il fatto che Microsoft abbia valutato la società quasi dieci volte il suo fatturato del 2010 ha fatto temere, inoltre, che si stesse creando una sorta di bolla dei titoli internet. Uno sguardo alla tendenza in corso nel contesto di mercato non fa che consolidare tale tesi: la settimana scorsa Renren (soprannominata la “Facebook cinese”) è stata collocata a Wall Street con una valutazione di 5,5 miliardi di dollari, pari a 72 volte i suoi ricavi 2010 (quando perse più di 64 milioni), così il titolo è volato subito da 14 a 22 dollari per azione (+57%); Twitter sembra potrebbe valere 10 miliardi, ben 222 volte i ricavi del 2010 e 67 volte quelli sperati quest’anno; Facebook, stando ad alcune fonti anonime del Wall Street Journal, potrebbe valere addirittura un centinaio di miliardi, mentre Groupon (il nuovo fenomeno dei gruppi d’acquisto) è stata valutata 1,35 miliardi 5 mesi fa, 4 miliardi due mesi dopo e 20 miliardi adesso. Non a caso quest’ultima, consapevole di tale inevitabile aumento dei prezzi, aveva rifiutato l’offerta di 6 miliardi fatta da Google lo scorso dicembre.

È difficile, tuttavia, credere che Microsoft – abituata a tenere alcune divisioni in perdita, se considerate strategiche – si possa essere semplicemente lasciata ingannare dalla cosiddetta bolla di internet; così come è difficile pensare che un impegno economico simile possa essere motivato dalla sola volontà di impedire che Skype finisse nelle mani dei competitors: Google e Apple possiedono già delle proprie tecnologie per la comunicazione video e audio VoIp (Google Voice e Facetime di Apple), quindi si può ben ipotizzare che non sarebbero mai arrivate a sborsare una cifra simile. Risulta più verosimile, per risalire alla motivazione d’acquisto, soffermarsi sul modo in cui Microsoft potrebbe cercare di valorizzare Skype.

Nel comunicato ufficiale di martedì, si spiegava, innanzitutto, che Skype dovrebbe diventare sostanzialmente una divisione di Microsoft, la Microsoft Skype Division, continuando il suo trend di crescita all’interno del nuovo gruppo proprietario; la strada intrapresa sembra essere votata, quindi, oltre che all’autonomia, anche alla continuità, dato che, a guida della nuova divisione, è stato designato lo stesso Tony Bates, attuale presidente di Skype, secondo il quale «Microsoft e Skype condividono la visione di portare innovazione del software e prodotti ai nostri clienti…Insieme saremo in grado di estendere la comunità e di introdurre nuove modalità di comunicare e collaborare». Tale scelta, pur di per sé estremamente saggia, pare in parte obbligata: i servizi online di Microsoft sono gestiti da grandi computer centrali, mentre l’architettura di Skype si basa sul peer-to-peer, necessitando in parte, per funzionare, della capacità di elaborazione dei computer degli utenti. Alla base del sistema – frutto delle stesse menti del controverso Kazaa – vi è una logica di condivisione ben distante dalla cultura imprenditoriale propria di Microsoft e i dubbi si concentrano, allora, sulle modalità con cui si deciderà di farle convivere. Non sono ancora state dettagliate le caratteristiche operative del nuovo assetto, tuttavia sembra essere chiara la volontà di integrare Skype all’interno dell’intero pacchetto di offerte Microsoft: dalle periferiche Microsoft Xbox (si giocherebbe a distanza con altri utenti), Kinect (interfaccia gestuale dell’Xbox) e Windows Phone, al sistema operativo Windows, da Outlook a Hotmail, da Messenger a Lync (la soluzione di Unified communications per aziende); dal mondo consumer a quello business, quindi, l’intero impianto Microsoft sarà coinvolto da quello che è un terreno mai davvero esperito dal gruppo: stando alle intenzioni, verrà potenziato lo stesso servizio VoIp offerto da Skype e verrà rafforzata l’attuale gamma di prodotti che Microsoft dedica alla comunicazione in tempo reale, garantendo comunque anche il supporto a piattaforme non-Microsoft. Oltre a queste integrazioni, è probabile che si cercherà di rendere più redditizio il servizio veicolandovi annunci pubblicitari in video o audio.

«Skype è un servizio fenomenale che è amato da milioni di persone in tutto il mondo…Insieme creeremo il futuro della comunicazione in tempo reale così che la gente possa facilmente rimanere in contatto con familiari, amici, clienti e colleghi in qualsiasi parte del mondo», sottolinea Steve Ballmer, CEO di Microsoft, che entra, quindi, ufficialmente nell’era “post personal computer”, e non lo fa certo in punta di piedi. «Sono ben lontani i tempi in cui Bill Gates snobbava internet come uno strumento senza prospettiva», ricorda un ironico Pierangelo Soldafini dalle pagine de “Il Sole 24 ore” di mercoledì 11 maggio: quella a cui assisteremo sarà una strategia a 360°, tesa tra pc, mobilità e gaming, che potrebbe portare Microsoft (grazie, appunto, anche alla probabile compatibilità di Skype con piattaforme non proprietarie) a possedere lo status di leader mondiale nella telefonia tramite web. Essa potrebbe diventare, poi, un fondamentale interlocutore per gli operatori telefonici impegnati nello sviluppo della banda larga, al fine di facilitare le telefonate gratuite degli utenti che si trovano in luoghi coperti da wi-fi.

Fondato nel 2003 dagli stessi sviluppatori del noto programma di file-sharing Kazaa (Niklas Zennström e Janus Friis), Skype ne condivide la mentalità, il meccanismo tecnologico basato sulla cooperazione e, purtroppo, anche l’alto rischio di scontro con l’industria cui si contrappone (nel caso di Kazaa le etichette discografiche detentrici dei diritti d’autore, le quali obbligarono i fondatori a vendere; nel caso di Skype la telefonia globale). Con l’acquisizione da parte di Microsoft, l’azienda subisce per la terza volta un passaggio di proprietà: nel 2005 era stata comprata per 2,5 miliardi di dollari dal gigante delle aste online eBay, che nel 2009 – incapace di integrarla nella propria attività e di renderla un’impresa redditizia – l’ha rivenduta per il 70% ad un gruppo di investitori privati guidati da Silver Laje, per 2 miliardi di dollari, quindi per una cifra inferiore rispetto a quanto pagato. In quell’occasione il 14% era tornato ai fondatori. Nei vari passaggi la sede legale era rimasta a Lussemburgo e il 44% della forza lavoro era sempre quello originario di Tallin, in Estonia. Egon Durban, managing director della cordata di investitori ex-proprietaria, è intervenuto dichiarando la propria soddisfazione per «la trasformazione di Skype durante il periodo di nostra proprietà» e ringraziando «per lo straordinario impegno del suo team management e dei dipendenti»; si è dichiarato, inoltre, entusiasta per il «futuro di Skype con Microsoft, in quanto è destinato a diventare una delle piattaforme più dinamiche e complete al mondo della comunicazione».

Non è possibile non vedere, dietro l’acquisizione, «un’operazione di lifting», come sottolinea Massimo Sideri ne “Il Corriere della Sera” dell’11 maggio: «il vecchio colosso di Redmond sa da tempo che il ricco flusso che deriva dalle licenze di Office and Co. è destinato ad assottigliarsi sempre di più». Microsoft – è bene sottolinearlo – non ha problemi economici, visto che incassa più di 50 miliardi di dollari; nel 2007 era stata accusata di aver strapagato (6 miliardi) anche per un’altra acquisizione, quella di aQuantitative, piattaforma per la pubblicità, mentre tre anni fa offrì 47,5 miliardi di dollari per acquistare Yahoo! (una sfida diretta a Google), anche se, in seguito ai tentennamenti e alle richieste di rilancio degli azionisti della società californiana, l’offerta venne ritirata e oggi Yahoo! vale la metà di quella cifra. Questa volta, però, le motivazioni all’acquisto sembrano aver affrontato uno step ulteriore, sembrano reclamare una svolta, necessaria, in una visione dotata di lungimiranza, alla sopravvivenza stessa dell’azienda: «Microsoft ha i soldi e Skype le idee», ricorda Walter Riolfi su “Il Sole 24 ore” dell’11 maggio.

Skype sembra essere, in definitiva, la soluzione ideata per superare il gap ideologico e tecnologico che separa Microsoft dagli altri big della rete e del mobile, un cuscinetto sul quale il gruppo intende lanciarsi per giungere, non priva – ne siamo certi – di garanzie, alla nuova era della comunicazione sociale.

Solo il tempo ci dirà «se riuscirà anche a diventare più giovane di qualche anno e non solo a sembrarlo».

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Decreto sviluppo: le novità

Edilizia, fisco, ricerca, mutui e appalti: innovazioni e perplessità di un provvedimento che intende rilanciare a costo zero la ripresa economica del Paese

Giovedì 5 maggio il consiglio dei ministri ha varato un decreto legge recante “Prime disposizioni urgenti per l’economia”, cosiddetto “Decreto sviluppo”. Novità in materia di edilizia, fisco, ricerca, mutui e appalti per «un corpo legislativo molto ampio», fatto di dieci articoli, come precisato da Tremonti nel corso della conferenza stampa svoltasi a Palazzo Chigi dopo il varo, conferenza alla quale hanno partecipato anche Berlusconi, il Ministro dello sviluppo economico Romani, della PA Brunetta, del lavoro Sacconi e dell’istruzione Gelmini. «È il primo decreto di una lunga serie che presenteremo per attuare il Piano nazionale delle riforme» ha ricordato il ministro dell’economia, precisando che i prossimi interventi saranno dedicati allo “sgonfiamento” dei processi civili, che per il 20% riguarderebbero le prestazioni dell’Inps, al finanziamento delle missioni militari all’estero e alla manutenzione dei conti.

Il nuovo provvedimento, nelle parole dei suoi promotori, non dovrebbe comportare particolari oneri a carico del bilancio dello Stato, e punta, in estrema sintesi, alla semplificazione delle regole e alla ripresa dell’iniziativa economica nel Paese, attraverso la riduzione dei costi e tempi di realizzazione delle opere pubbliche, il sostegno alle imprese che investono in ricerca, l’incremento delle assunzioni al Sud e il rinnovamento del turismo balneare. «Sono tutte riduzioni di oneri e creazioni di incentivi senza usare come motore il bilancio pubblico. Quel poco che costa è assolutamente coperto», ha evidenziato ancora Tremonti, con il pieno sostegno del Presidente del Consiglio, secondo il quale il merito del decreto sta proprio nell’aver proseguito la linea del rigore e assicurato all’Italia, per questa via, la riuscita della «mission impossibile di uscire dalla crisi con una tenuta rigorosa dei conti pubblici».

Rilancio dello sviluppo a costo zero, o quasi, per un’operazione di stimolo indiretto: questa sembra, quindi, essere la sfida che il Governo si è imposto, nonostante alcune voci si siano adoperate nel mettere in dubbio l’efficacia reale di certe misure previste; «le iniziative risultano spot e non ancora strutturali proprio per problemi di finanziamento», sostiene il vice direttore de Il Sole 24 ore Alberto Orioli, nell’editoriale di venerdì 6 maggio. «Alcuni segnali di sistema si vedono», ma persiste «il macigno del debito che non consente slanci nella spesa e impedisce il reale dispiegamento di robuste “politiche della domanda”». Politiche che «per ora restano affidate alle nuove iniziative per la valorizzazione delle coste e a quelle sul piano casa, la cui rinnovata edizione si spera non incappi più nei veti delle Regioni o nelle resistenze dei Comuni, finora vero impedimento nella realizzazione». Una «positiva fantasia creativa» ha permesso di confezionare un pacchetto che agirà «soprattutto sul lato dell’offerta»: «semplificazioni, accorpamenti dei controlli, crediti d’imposta, rivalutazioni dei terreni e procedure più rapide per la cessione dei beni obsoleti (ampliati)»; «ancora grandi assenti le liberalizzazioni, a cominciare dalle società municipalizzate, dove 4 su 5 sono in perdita, e spesso gemmano solo “poltronifici” ad uso micro-elettorale».

Dalle file del Pd si sentono, ancora, critiche che sfociano nell’aperta accusa di voler semplicemente e strategicamente fare propaganda elettorale, come si dedurrebbe – afferma Giovanni Legnini, senatore Pd – dalla «data in cui viene emanato il decreto: appena dieci giorni prima delle amministrative. E poi la mancanza di risorse aggiuntive, segno di un testo fatto in fretta ad uso di un appuntamento con le urne». Legnini divide in tre parti il proprio giudizio sul lavoro fatto: c’è una parte «buona», quella riferita al credito d’imposta per la ricerca e le assunzioni al Sud, alla stabilizzazione dei precari della scuola, alla rinegoziabilità dei mutui a tasso variabile, parte che sarebbe frutto «di un pentimento, di una riabilitazione tardiva della politica Prodi-Padoa Schioppa»: «il bonus sulla ricerca è stata una proposta del Governo di centro-sinistra ma mi chiedo: quante risorse ci sono? Lo stesso potrei dire con i precari della scuola: Prodi nel 2007 fece una misura per 120 mila poi la norma fu smantellata e oggi Tremonti ne stabilizza quasi la metà, 65 mila». C’è poi una parte «meno buona» che sarebbe il «tentativo di dare nuova linfa a misure già fallite come il piano casa o le varie semplificazioni». Infine, la parte «negativa e forse anche dannosa: è quella che prevede – tra l’altro – l’esenzione dalle gare per appalti di lavori fino a un milione. Una vera licenza per corruttori e corrotti». «Manca la strategia di rilancio su Pil e occupazione: sono norme messe insieme, non c’è un’idea forte».

Rimandando gli approfondimenti al seminario che si svolgerà mercoledì 11, Tremonti ha ripercorso il contenuto dei dieci articoli, sottolineando il fatto che, pur trattandosi di un testo «correggibile», passibile di ulteriori limature in sede di coordinamento, l’impostazione chiara («la legge si legge») e l’impianto del decreto rimarranno invariati. Cerchiamo, allora, di comprendere un po’ meglio quale sia la portata effettiva delle disposizioni abbracciate.

Il primo articolo riguarda la previsione di un credito d’imposta, pari al 90% dell’investimento, per le grandi, medie e piccole imprese che commissionano la ricerca scientifica alle università e agli altri Istituti pubblici che «saranno catalogati in seguito»; si tratta di una misura sperimentale, che riguarderà le attività avviate quest’anno e il prossimo, ma che potrebbe essere estesa ad un periodo più lungo. Il credito sarà erogato in tre rate annuali, a partire dall’avvio dei nuovi progetti, tuttavia non sarà generalizzato, al fine di favorire proprio l’aumento delle attività di ricerca: sarà rivolto esclusivamente ai soggetti che incrementano il loro sforzo negli investimenti rispetto al passato, attraverso il confronto con la media di investimenti realizzati dal 2008 al 2010. Le procedure per l’esame di tali investimenti e per l’accesso al bonus saranno definite con un provvedimento realizzato ad hoc dal direttore dell’agenzia delle Entrate, Attilio Befera. Resta il punto di domanda circa le risorse necessarie per implementare la misura, non indicate espressamente dal D.L., tuttavia il fatto che venga abolito il bonus (mai attuato) introdotto dalla legge di stabilità, lascia dedurre che si potrà contare sui 100 milioni allora stanziati. Eventuali risorse aggiuntive potrebbero essere ottenute attraverso un taglio lineare delle spese rimodulabili (esclusi FFO e 5 per mille).

Anche il secondo articolo è dedicato ad un credito d’imposta, a vantaggio, questa volta, delle imprese che assumono a tempo indeterminato dei lavoratori “svantaggiati” nelle regioni del Sud. In particolare l’incentivo scatta per ogni nuovo lavoratore assunto in Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Molise, Sardegna e Sicilia, entro 12 mesi dall’entrata in vigore dello stesso decreto, a condizione che i lavoratori siano considerati, ai sensi del Regolamento 800/2008/CE, appartenenti alle categorie degli “svantaggiati” (vale a dire lavoratori privi di impiego regolarmente retribuito da almeno sei mesi, o privi di un diploma di scuola media superiore o professionale, o che abbiano superato i 5o anni, o che vivano soli con una o più persone a carico, o occupati in professioni o settori con elevato tasso di disparità uomo-donna, o membri di una minoranza nazionale) o dei “molto svantaggiati” (cioè lavoratori privi di lavoro da almeno 24 mesi). Nel primo caso il credito d’imposta spetta nella misura del 50% dei costi salariali sostenuti nei 12 mesi successivi all’assunzione; nel secondo caso esso spetta nella misura del 50% dei costi salariali sostenuti nei 24 mesi successivi all’assunzione. Per il finanziamento dell’agevolazione verranno usati i fondi europei, ma solo dopo il via libera dell’UE: «la fiscalità di vantaggio è difficile ma efficace, l’unico metodo per usare davvero i fondi europei, utilizzati a un tasso scandalosamente basso», ha sottolineato Tremonti, riferendosi a quei a quei 5 miliardi di fondi Fas non spesi. La misura, che comunque impone un notevole incremento occupazionale, mira a sostenere l’occupazione di lavoratori che hanno una particolare difficoltà di inserimento o reinserimento, tuttavia richiede particolari requisiti soggettivi, che ne limitano la fruibilità e, secondo il mondo delle imprese, sarebbe stato preferibile puntare su una fiscalità più propriamente a beneficio di investimenti e produttività: «è vero – sottolinea Orioli – che il lavoro è la commodity più preziosa in questi anni del post-crisi della finanza globale, ma certo avrebbe avuto più efficacia, per un’azione forte di allargamento della base produttiva, un bonus legato agli investimenti e non solo a un parametro quantitativo di assorbimento di manodopera altamente svantaggiata».

Terzo articolo propone alcune novità dal punto di vista del turismo: l’aspetto più rilevante, e combattuto dalle associazioni ambientaliste, riguarda l’attribuzione ai privati del diritto di superficie sulle spiagge per un periodo pari a 90 anni: la norma si estende alle costruzioni già esistenti e, nel rispetto di particolari vincoli di urbanistica, di ambiente e di edilizia, chi otterrà tale diritto potrà anche edificare nuove strutture o abbattere e ricostruire quelle esistenti. Tremonti ha comunque sottolineato il fatto che, ad essere attribuito, sarà solo il diritto di superficie e non la proprietà («la spiaggia rimane pubblica, non c’è nessuna vendita di spiagge») e che, per poter accedere alle concessioni, è necessario «essere in regola con il fisco e la previdenza». Saranno le Regioni, su iniziativa dei Comuni e d’intesa con l’Agenzia del demanio, a delimitare le aree su cui costruire il diritto di superficie: troppi, forse, gli enti da mettere d’accordo, con probabili ripercussioni nell’applicazione concreta della misura. Prevista poi la possibilità di costruire distretti turistico-alberghieri sui quali si applicheranno tutte le agevolazioni fiscali e amministrative previste per le “zone a burocrazia zero”.

Altre novità riguardano le opere pubbliche e le regole sugli appalti: tempi di realizzazione più brevi e contenimento dei costi, queste le due linee direttive. Il pacchetto intende innanzitutto velocizzare l’affidamento delle opere pubbliche, semplificando le gare soprattutto per le piccole e medie imprese; raddoppia la soglia per la trattativa privata, che passa da 500 mila euro a 1 milione (1,5 per i beni culturali), mentre l’esclusione automatica delle offerte anomale sale dall’attuale limite di 1 milione alla soglia europea dei 4,8 milioni, permettendo alle Pmi una competizione non contaminata da maxiribassi insostenibili e, quindi, più veloce. La misura è piaciuta all’Ance che, in un comunicato ufficiale, ha dichiarato di apprezzare «la scelta di preferire all’utilizzo del cosiddetto massimo ribasso, che favorisce le infiltrazioni della criminalità organizzata, metodi di gara alternativi, come l’esclusione automatica delle offerte anomale». Riduzione dei costi attraverso l’istituzione di tetti massimi alle riserve, non più ammesse oltre il 20% dell’importo del contratto e vietate se il progetto è stato validato (misura, questa, che secondo il Presidente Anci, Paolo Buzzetti, «penalizza le imprese anche nel caso di evidenti carenze ed errori nelle fasi progettuali») e riduzione delle somme a disposizione per pagare le varianti in corso d’opera. L’impatto immediato dei tagli potrebbe aumentare le liti tra costruttori e PA, con l’effetto – opposto rispetto a quello sperato – di rallentare molte opere, da riprogettare.

Arriva poi un nuovo Piano Casa straordinario di edilizia privata, un po’ diverso rispetto al precedente, visto che, da un lato, riguarda solo le aree urbane degradate e, dall’altro, prevede nuovi premi volumetrici non solo per le abitazioni che saranno riqualificate con interventi di demolizione e ricostruzione (premio del 20%), ma anche gli edifici non residenziali, come negozi, magazzini, edifici industriali (premio del 10%). Il passaggio a quello che è stato definito il “Piano Città” avverrà, tuttavia, solo “decorso il termini di 120 giorni dall’entrata in vigore del presente decreto” e “fino all’approvazione dei leggi regionali ad hoc”: le regioni avranno quattro mesi per bloccare le misure, nel caso in cui non volessero applicarle nel loro territorio, questo al fine di salvare la competenza regionale in materia, invasa dalla nuova norma. Per valutare l’efficacia della stessa, occorrerà, quindi, valutare la reazione delle regioni. In un ulteriore slancio verso semplificazione e liberalizzazione, scatta, inoltre, il silenzio-assenso sulla domanda di rilascio del permesso a costruire: nei comuni con meno di 100 mila abitanti il termine è di 90 giorni, nelle città più grandi è di 150 giorni.

Semplificazione anche nei controlli amministrativi sulle imprese da parte di qualsiasi autorità competente, controlli che dovranno essere unificati, operati al massimo con cadenza semestrale e non potranno durare più di quindici giorni. Le violazioni in tal senso costituiranno un illecito disciplinare. Una volta entrate in vigore (cioè quando saranno emanati i relativi regolamenti ministeriali), queste nuove norme comporteranno un notevole alleggerimento per le imprese, rispetto all’attuale situazione di eccesso nei controlli, tuttavia alcune criticità potrebbero verificarsi con riferimento all’effettiva durata delle soglie temporali massime imposte, visto che spesso i piccoli imprenditori e professionisti sono chiamati in ufficio dal fisco e non sono oggetto di accesso.

A partire dalla dichiarazione 2012, relativa ai redditi del 2011, cade, poi, l’obbligo di comunicare al sostituto d’imposta l’aggiornamento dei carichi di famiglia per i quali si ha diritto a detrazione, nel caso in cui non ci siano variazioni rispetto all’anno precedente: una norma veramente a costo zero che permetterà ai contribuenti di alleggerire le proprie comunicazioni periodiche.

Viene abolito, inoltre, l’obbligo di inviare la comunicazione telematica prevista per acquisti superiori ai tremila euro, in caso di pagamento con carte di credito, prepagate e bancomat: in sostanza artigiani e commercianti non dovranno più monitorare per conto del Fisco tutti i pagamenti già tecnicamente tracciati dall’amministrazione grazie ai dati in possesso di istituti bancari e finanziari. Il cosiddetto “spesometro”, che comincerà ad applicarsi a partire dal prossimo 1° luglio, non tiene, tuttavia, conto di altri pagamenti comunque già tracciati con l’utilizzo di assegni bancari e circolari.

Sul lato delle semplificazioni di natura amministrativa, si segnala innanzitutto la riduzione degli obblighi di privacy previsti per il trattamento dei dati personali tra determinate società, ma solo per finalità di natura amministrativo-contabile; sarà poi possibile pagare online il ticket delle prestazioni sanitarie e ottenere via web i referti medici da parte del servizio sanitario nazionale (misure lodevoli nell’intento, ma di dubbia realizzabilità nel meridione). Viene soppresso il limite d’età (15 anni) per ottenere la carta d’identità che ora diventa elettronica e racchiuderà nello stesso documento anche la tessera sanitaria. Avrà validità triennale per i minori di 3 anni, quinquennale per i minori dai 3 e i 18 anni e decennale per gli adulti.

Novità anche sul piano dell’istruzione: scatta il piano triennale per l’assunzione in pianta stabile dei 65 mila insegnanti precari della scuola (tale assorbimento non dovrebbe comportare costi aggiuntivi a carico dello Stato, che già attualmente remunera i docenti precari), e si prevede la nascita della Fondazione per il merito, che dovrebbe far partire quel fondo per il merito previsto dalla riforma Gelmini.

Viene istituita l’Agenzia nazionale di vigilanza sulle risorse idriche che avrà il compito di regolazione (anche tariffaria) e di difesa degli utenti. L’organismo sarà autonomo, di nomina parlamentare con maggioranza qualificata dei 2/3 e raccoglierà, ampliandola e perfezionandola, l’eredità della Commissione nazionale per la vigilanza sulle risorse idriche (Conviri) che, ha sottolineato la Prestigiacomo, «finora ha ben operato presso il ministero dell’Ambiente». Lo scontro politico si concentrerà ora sulla capacità della norma di evitare i due referendum sull’acqua del 12 e 13 giugno, poiché in molti vedono in essa semplicemente un espediente escogitato per evitare i referendum stessi.

Novità, infine, dal mondo delle banche: viene offerta la possibilità alle famiglie con un reddito basso, certificato da un Isee non superiore ai 30 mila euro, di trasformare da variabili a fissi i mutui fino a 150 mila euro e fino al 31 dicembre 2012; resta da capire, tuttavia, l’effettiva portata della misura: le associazioni dei consumatori lamentano il fatto che il limite reddituale sia eccessivamente penalizzante, «significa aiutare un numero molto limitato di famiglie», osserva Pietro Giordano, segretario generale Adiconsum, evidenziando anche come, per ora, non sia chiaro «se la rinegoziazione comporterà costi per i mutuatari»; da valutare, inoltre, la reale convenienza ad effettuare il passaggio, visto che, se da una parte è previsto un rialzo nelle rate dei mutui a tasso variabile (gli Euribor seguiranno le mosse della Banca centrale europea), dall’altra chi chiede la rinegoziazione deve mettere in conto una rata più elevata per i prossimi due o tre anni. Viene offerta, infine, la possibilità alle banche di emettere titoli obbligazionari speciali – destinati a finanziare gli investimenti delle piccole e medie imprese e i progetti “etici” nel Sud – con una tassazione favorevole per i sottoscrittori, pari al 5% anziché al 12,5%; i cosiddetti “bond sud” potranno tuttavia essere emessi per un importo limitato, non superiore ai 3 miliardi l’anno.

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Scenario e prospettive del mercato verde

Dalla richiesta di certezze normative, al necessario coordinamento con le politiche e gli incentivi del contesto europeo, ecco gli innumerevoli chiaroscuri italiani di un mercato stimabile in circa 21 miliardi di Euro

In un periodo così particolare per il settore, Solarexpo 2011 non rappresenta semplicemente una mostra-convegno internazionale sulle energie rinnovabili, ma, divenuto il terzo appuntamento mondiale per importanza (con ben 1.400 espositori provenienti da 40 Paesi di tutto il mondo e 11 padiglioni espositivi), si figura anche come fondamentale momento di riflessione circa lo scenario e le prospettive future dell’economia legata alla cosiddetta “energia verde”.

Stando a Marco Andreassi, vice presidente di A.T. Kearney Italia, «il valore del mercato delle rinnovabili in Italia nel 2010 è stimabile in circa 21 miliardi di euro, di cui 7,2 per elettricità e incentivi (certificati verdi e tariffa feed-in) e 13,7 miliardi di investimenti in nuovi impianti. La parte del leone la fa il fotovoltaico con circa 11,5 miliardi, grazie alla realizzazione di oltre 3.000 MW nel 2010. Seguono l’idroelettrico con 4,5 miliardi, l’eolico con 2,6 (in calo di circa il 15% rispetto al 2009), le biomasse con 1,8 e infine il geotermico con 500 milioni».

Senza dubbio, quindi, stiamo parlando di uno dei settori industriali dalla crescita più vivace, che – oltre a rispondere all’esigenza di contenere le emissioni di anidride carbonica e quindi di promuovere uno sviluppo economico sostenibile per l’ambiente – si dimostra in grado di soddisfare la domanda proveniente da Paesi come Cina, India e Brasile, i quali investono massicciamente nelle tecnologie delle fonti rinnovabili. «Il problema – ricorda Jacopo Giliberto dalle file de Il Sole 24 Ore (nell’inserto “Energie Rinnovabili” del 3 maggio 2011) – è il costo»: le fonti rinnovabili, per essere competitive, hanno oggi bisogno di un mercato protetto e di incentivi, «i cui effetti possono essere devastanti per le bollette elettriche», che, appunto, finanziano tali incentivi. Tuttavia, ricorda ancora Giliberto, «la tecnologia delle fonti rinnovabili è molto legata alle dimensioni di scala […] e in pochi anni dovrebbe essere raggiunta la cosiddetta grid parity, cioè il fatto che il costo di produzione del chilowattora “verde” sarà competitivo con le altre tecnologie», senza la necessità, quindi, di ulteriori incentivi pubblici.

È proprio su tali particolarità del settore, che si basa, ad esempio, l’attuale braccio di ferro sul quarto Conto energia: «il segmento fotovoltaico non è una tecnologia energetica», ma «una tecnologia elettronica. Si basa sul silicio, sui “wafer” e sui “chip”. E dell’elettronica il fotovoltaico segue gli andamenti: come nei pc i costi scendono e le prestazioni crescono (la “legge di Moore” dice che le prestazioni dei processori raddoppiano ogni 18 mesi), così i pannelli costano sempre meno e rendono sempre più». Ogni tre anni l’incentivo al fotovoltaico va ristrutturato, per essere adeguato al cambiamento della tecnologia e del mercato, e gli aiuti contenuti nel secondo Conto energia – che «spiccavano per generosità» – erano, ovviamente, tarati sui costi necessari tre anni fa all’istallazione di pannelli. Per questo – a causa soprattutto dell’allarme sui costi delle bollette prodotto dal decreto cosiddetto “Salva-Alcoa”, che «dava incentivi appetitosi alle grandi centrali costruite in tutta fretta» – nell’autunno scorso, prima che scadesse il secondo conto energia, il Governo mise a punto il terzo Conto energia, che sarebbe entrato in vigore il 1° gennaio, prevedendo un taglio degli incentivi con una rapida gradualità. Ora il Governo ha bloccato questo terzo Conto, predisponendone un quarto, sul quale il compromesso tra le parti in gioco sembra essere tutt’altro che vicino.

Ciò di cui industriali ed investitori finanziari sentono più la mancanza è, allora, la certezza normativa, la presenza di un binario unico al quale fare riferimento, che offra una certa garanzia e stabilità agli investimenti messi in cantiere. Sottolineano, sempre tra le pagine de Il Sole 24 Ore, Marco Andreassi e Giorgio Ortolani: «“Salva-Alcoa” causa dello stallo attuale, linee guida per le autorizzazioni valide ma ancora al palo quasi dappertutto, lobby sfrenate, fermate improvvise e misure retroattive o quasi. Il discusso varo del Conto Energia 4 non risolverà con la bacchetta magica i problemi. Risultato: si fermano gli investitori e le banche, che proficuamente avevano sostenuto lo sviluppo».

Certo non mancano neppure le solite autorevoli voci ottimiste, come quella di Ingmar Wilhelm, il neo presidente dell’Epia, l’associazione europea dell’industria fotovoltaica, secondo il quale il calo generalizzato degli incentivi rappresenterebbe «un trend naturale, che era programmato ed è pure giusto»; con riferimento al possibile scoraggiamento degli investitori internazionali a scommettere nel mercato italiano del fotovoltaico, egli sostiene, al contrario, che «i mercati europei continuano ad essere i più attraenti su scala globale e, dentro l’Europa, se c’è un paese con un buon livello di remunerazione è proprio l’Italia». La stessa opinione pubblica italiana considera le energie rinnovabili sempre più decisive per risolvere il nodo energetico e su di esse crescono le aspettative, così come emerge con chiarezza dai più recenti dati dell’Osservatorio scienza, tecnologia e società di Observa science in society.

Cerchiamo allora di capire a quanto ammontino gli incentivi offerti alle rinnovabili: «nel 2010, prima degli effetti del salva-Alcoa» essi «si sono attestati a quota 3,4 miliardi», sottolina Alessandro Marangoni della società di analisi e consulenza Althesys. «Di questi, 122 milioni per la tariffa omnicomprensiva (per gli impianti piccoli), 857 milioni per il Conto energia (per il solo fotovoltaico), 690 milioni per il Cip6 per le sole rinnovabili, non per le fonti assimilate, al netto (ad esempio per gli impianti più vecchi dell’idroelettrico e delle biomasse) e infine 1.793 milioni per i certificati verdi (eolico, grande idroelettrico, biomasse)». Secondo uno studio coordinato da Carlo Stagnaro dell’Istituto Bruno Leoni, a pagare il peso degli incentivi alle fonti rinnovabili sono per il 31,8% le piccole e medie imprese, per il 26,2% le famiglie, per i1 28% le microimprese come negozi e uffici, per il 2,2% l’illuminazione stradale e per l’11,4% la grande industria.

Grazie ai fondi e al sistema creditizio, le imprese italiane hanno poi investito sulle rinnovabili (fotovoltaico, eolico e biomasse) per un valore pari a 17 miliardi di Euro, sempre secondo una stima di Althesys, «comprensiva delle fusioni e incorporazioni e di investimenti per impianti di potenza superiore a 0,9 MW». Il Sud guida la classifica dell’eolico italiano, con il 98% della potenza totale e il 90% degli impianti (dati GSE); tuttavia Nord e Centro Italia battono il Sud nel fotovoltaico, entrambi con 1.800 MW di potenza, rispetto ai 1.450 MW del Sud.

Rileva, infatti, l’Osservatorio A.T.Kearney-Il Sole 24 Ore-Solarexpo sui principali player del mercato fotovoltaico in Italia come il settore sia cresciuto e si sia rafforzato nel corso dello scorso anno, ma anche come da tale crescita sia stato escluso il Sud Italia. Il parco complessivo installato nel 2010 avrebbe superato i 3 mila MW, quattro volte il record del 2009. Il valore del mercato sarebbe stato di almeno 11,5 miliardi di Euro (anche questo dato risulta quattro volte superiore allo steso dato riferito al 2009) e i top ten degli operatori italiani del fotovoltaico avrebbero quasi triplicato il proprio fatturato. Valori in crescita anche per l’internazionalizzazione, che sembra aver raggiunto oltre il 10% del fatturato.

Gli effetti benefici del comparto solare si estendono, poi, anche al livello occupazionale: l’impatto diretto misurato dall’Osservatorio A.T.Kearney-Il Sole 24 Ore-Solarexpo risulta compreso tra i 18 e 23 mila posti di lavoro, mentre, considerando anche l’indotto (nelle installazioni e nella manutenzione soprattutto), l’impatto è stimabile attorno ai 50 mila occupati (stando al Solar Energy report del Politecnico di Milano). A questo dato bisognerebbe poi aggiungere altri 25 mila lavoratori impiegati all’estero per soddisfare le esigenze di importazione verso l’Italia e un numero imprecisato (non misurato ufficialmente, ma tuttavia rilevante) di posti di lavoro salvati dalla crisi in seguito alla riconversione, parziale o totale, di molte aziende verso l’economia verde.

Malgrado tutti questi dati positivi, gli attori principali del fotovoltaico non possono certo rimanere indifferenti di fronte alle grande incognite che oggi dominano la situazione italiana, ma devono, sottolineano, lungimiranti, Andreassi e Ortolani, muoversi in direzione di un «rafforzamento della struttura patrimoniale» e di una «riduzione del leverage»; sulle orme dei player internazionali, essi possono «realizzare fusioni domestiche e poi acquisizioni». Il radicamento sul territorio, spesso chiave del successo negli scorsi anni, non sembra essere più sufficiente: sarà necessario puntare sull’esportazione di modelli di business (su questo sono avvantaggiati i player più specializzati), sull’innovazione e sugli investimenti, per guadagnare scala.

Nell’attuale produzione energetica italiana, le fonti rinnovabili pesano per un 26%, stando a quanto rileva la società di consulenza strategica McKinsey&Company analizzando dati europei: il solo idroelettrico vale il 18%, mentre le altre fonti rinnovabili l’8%. Sulla scia del caso Fukushima, la società ha elaborato uno scenario che preveda – nel breve, medio e lungo periodo – il mix produttivo più economico nel caso in cui l’Europa decidesse di rinunciare a investire ulteriormente nel nucleare, continuando a perseguire l’obiettivo di ridurre le emissioni di CO2. Nei prossimi dieci anni raddoppierebbe il peso della capacità rinnovabile (già previsto dal piano europeo “20-20-20” in fase di implementazione da tempo) e aumenterebbe l’apporto delle centrali a gas. Nel 2030, poi, l’energia da fonti rinnovabili, escluso l’idroelettrico, peserebbe per la metà del totale europeo, pari a circa 2.000 TWh: di questi, 950 deriverebbero da capacità eolica, 160 da fotovoltaico, 260 da Desertec, e il restante da biomassa, geotermico e solare Csp. Nel 2050, infine, la percentuale relativa alle rinnovabili salirebbe fino al 72%, con i combustibili fossili fermi all’8%.

Nello scenario italiano la percentuale riferita al gas sarebbe, nel medio-lungo periodo, superiore a quella europea di 25 punti percentuali, perciò l’Italia diventerebbe esportatrice netta di energia nei confronti dei Paesi europei confinanti, ma importatrice di energia solare dal Nordafrica.

Affinché la prospettiva di McKinsey si realizzi, sarà necessario puntare all’investimento nella capacità di trasmissione transnazionale – così da garantire la stabilità nell’intero approvvigionamento energetico europeo (in inverno la capacità eolica del Nord potrebbe rifornire il Sud Europa, mentre in estate la capacità fotovoltaica delle regioni mediterranee potrebbe alimentare il Nord) – e al forte coordinamento delle politiche e degli incentivi tra Paesi europei.

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«Senza gli investimenti non si cresce»

L’UPI conferma come il Documento di economia e finanza pubblica approvato dal Governo impedisca lo sviluppo economico e sostenibile

«Comprendiamo la necessità di assicurare la tenuta dei conti e la decisione del Governo di garantire la stabilità, ma senza gli investimenti non si cresce e si rischia di indebolire ancora di più il tessuto economico del Paese».

Con queste parole Giuseppe Castiglione, Presidente dell’UPI (Unione delle Province d’Italia), esprime le proprie perplessità circa il Documento di economia e finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri del 13 aprile e consegnato alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. In una nota diffusa nel sito dell’UPI vengono, infatti, riportati alcuni elementi di criticità rilevate sia sul Piano di stabilità, sia sul Programma di riforme: innanzitutto la “mancata consultazione e partecipazione di Regioni ed Enti locali alla definizione di obiettivi e finalità del DEF”, che – si afferma – “indica una grave sottovalutazione del ruolo e delle funzioni che i governi locali svolgono nel sistema della finanza pubblica e delle politiche di sviluppo del Paese”; le preoccupazioni maggiori sono espresse, tuttavia, con riferimento alla riduzione negli investimenti.

Trent’anni fa, nei ruggenti anni ‘80, gli investimenti fissi della pubblica amministrazione ammontavano, infatti, al 3,5% del Pil, trainando l’economia italiana, mentre, nel documento da poco varato, il governo prevede una percentuale del 2% per il 2011, destinata a scendere ulteriormente nel 2012 e nel biennio successivo, fino all’1,6%. L’ultimo numero di Finanza locale Monitor – realizzato dal servizio studi e ricerche di Intesa San Paolo e curato da Laura Campanini – sottolinea, allora, come “la dimensione della contrazione” sia “significativa” e sia sintomo di “come già l’aggiustamento fiscale dei primi anni Novanta avesse operato in maniera in parte asimmetrica, penalizzando in proporzione più la spesa per investimenti che quella corrente”. Nel rapporto ci si sofferma, in particolare, sugli effetti negativi di un simile “andamento stagnante della spesa pubblica in conto capitale” e dello “schiacciamento della spesa in conto capitale” rispetto alla spesa corrente; prima di tutto sugli effetti quantitativi sullo stock di capitale pubblico: “dati dell’Istat segnalano una leggera ripresa nei primi anni Duemila rispetto alla caduta degli anni Novanta, ma nel complesso si quantifica un dato prossimo al 50% del Pil”.

Del resto, anche secondo le stime UPI, si sarebbe consolidato, negli ultimi anni, un trend negativo nei bilanci delle Province, con un decremento del 25% nelle risorse destinate agli investimenti; questo a causa soprattutto dei “drastici tagli ai trasferimenti subiti con le manovre economiche e dei vincoli imposti dal Patto di stabilità interno”. Dopotutto “energia e ambiente, infrastrutture e sviluppo, sostegno alle imprese sono temi decisivi per la crescita del Paese”, “ma rischiano di rimanere temi sulla carta se agli Enti locali, che sono deputati alla loro realizzazione, si impedisce di svolgere la propria funzione”.
Ecco allora che gli effetti del calo negli investimenti, non coinvolgono solo una dimensione quantitativa, ma ad essere frenato sarebbe – sottolinea nel rapporto della Campanini – uno sviluppo economico inteso “in senso ampio, associando alla nozione di crescita misurata dal reddito, e quindi da indicatori aggregati come il Pil, quella di sviluppo sostenibile a livello sociale e ambientale”.

Lo stesso rapporto passa poi a considerare i molti aspetti che, sommandosi, vanno a costruire ritardo competitivo e sostenibile nei confronti degli altri Paesi europei. Dopo una forte diminuzione nei precedenti vent’anno, dal 1993 ha ricominciato a crescere il numero di pedoni morti o feriti sulle strade italiane, indice del fatto che le nostre città sono poco vivibili, e il numero di chilometri di metro e ferrovie suburbane rimane ben lontano dagli altri Paesi (Milano è undicesima e Roma diciassettesima per numero di chilometri di metro, mentre sono rispettivamente al dodicesimo e tredicesimo posto per le ferrovie di superficie; la Germania possiede complessivamente 32,3 chilometri di metro e ferrovie suburbane per milione di abitanti con 122 linee, l’Italia 12,5 con 43 linee).

A partire dal 2002, si è registrato, inoltre, una contrazione di un terzo nella spesa per investimenti pubblici nelle scuole, spesa che in media corrisponderebbe a 269 euro pro capite. Persistono, a tal proposito, numerose disparità territoriali: nel nord tale spesa è pari a 342 euro, nel centro a 252 euro e nel mezzogiorno a 195 euro.

Le disparità coinvolgono anche altri aspetti del mondo dell’istruzione, come gli edifici scolastici che necessitano di interventi urgenti di manutenzione: essi rappresentano il 45% degli edifici al sud, il 21 % al nord e il 26% al centro, malgrado il fatto che gli edifici nel mezzogiorno siano in media più recenti degli altri.

Al sud, infine, la percentuale di comuni coperti dal servizio di asilo nido è inferiore al 33% (4% in Molise, 10% in Calabria e 13% in Sardegna e Campania), contro l’82% della Val d’Aosta e il 66% della Toscana.

«È evidente – conclude Castiglione – che con queste scelte non solo non si permette la ripresa della crescita economica, ma si impedisce agli Enti locali di investire in opere che sono invece fondamentali per il Paese, impoverendo l’imprenditoria locale e deteriorando un sistema di infrastrutture che avrebbe invece davvero bisogno di interventi di modernizzazione, messa in sicurezza ed efficientazione».

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I capelli bianchi conquistano la Rete

Stando ad un’analisi di Nielsen, il 24 % dell’intero popolo del Web è rappresentato da consumatori over 50 e la percentuale sale in Germania, Regno Unito e Stati Uniti

Una ricerca di Nielsen Italia sembra abbattere il luogo comune piuttosto diffuso che considera la rete come esclusivo appannaggio dei giovani.

Stando, infatti, ai dati raccolti, i consumatori con età superiore ai 50 anni rappresentano, in Italia, circa il 24% dell’intero popolo attivo della rete e la percentuale sale se si considerano altri Paesi, quali Germania (30%), Regno Unito (31%) e Stati Uniti, in testa alla classifica per numero di utenti “anziani” (32%). In sei dei nove Paesi misurati da Nielsen nel dicembre 2010 la proporzione tra fruitori anziani e fruitori complessivi del web è, in media, di circa un terzo. Per quanto riguarda, poi, l’entità del consumo digitale, in testa alla classifica si situano gli anziani australiani e francesi, con una media di tempo trascorso in rete pari, rispettivamente, a poco più di 69 ore e 66 ore al mese; gli over 50 negli Stati Uniti hanno speso, invece, quasi 62 ore, mentre in Italia non hanno superato le 42 ore.

Nielsen estende la propria analisi al concetto di anzianità, cercando di coglierne i confini semantici nell’immaginario collettivo di 53 Paesi analizzati. Le risposte ottenute riflettono forti variazioni in relazioni alle diverse aree geografiche: nei 14 Paesi più “anziani” tra i quali è stata condotta la ricerca (quelli in cui l’età media è di 42 anni), il 70% ritiene che una persona sia vecchia a 70 anni e 1 su 3 a 80; nei 14 Paesi più “giovani” (età media 27 anni), il 27% ritiene che intorno ai 60 anni una persona possa essere considerata vecchia e il 27% a 70 anni. In Italia il 49% degli intervistati ritiene che tra i 70 e i 79 anni si possa essere considerati anziani, percentuale tra le più alte (Francia 38%, Gran Bretagna 33%, Germania 31%). La percezione di anzianità, poi, varia anche in relazione all’età dell’intervistato: più essa è elevata, più aumenta tale percezione; a livello globale circa la metà degli intervistati oltre i 60 anni pensa che essere vecchi significhi avere più di 80 anni, mentre, tra gli intervistati al di sotto i 60 anni, uno su tre ritiene che significhi averne circa 70, il 26% circa 60 anni e il 25% oltre gli 80.

Si passa poi ad analizzare la percezione in tema di pensione: complessivamente il 49% degli intervistati pensa che andrà in pensione tra i 60 e i 69 anni, percentuale che raggiunge il 60% in Europa. Ad essere indicate come voci principali di sostentamento durante la pensione sono soprattutto piani di pensionamento statali, piani governativi e risparmio privato, anche se, in generale, la fiducia verso i programmi del governo (relativi, ad esempio, alla previdenza sociale) è molto più bassa nelle persone più giovani rispetto a quelle più anziane: sotto i 60 anni sono molti di più coloro che dichiarano che finanzieranno le loro pensioni soprattutto attraverso risparmi personali. Per quanto riguarda il modo in cui verrà speso il tempo a disposizione durante la pensione, la maggior parte degli intervistati si dichiara intenzionato a viaggiare (62%), mentre, tra le altre preferenze, troviamo: prendersi cura dei nipoti, partecipare a club e attività, il giardinaggio e il volontariato. In America Latina e Medio Oriente/Africa i consumatori si sono dichiarati quasi tre volte più interessati ad una seconda carriera rispetto al Nord America e all’Europa; in Asia Pacifico e Medio Oriente/Africa è molto più elevata la percentuale di coloro che pensano di trascorrere la propria vecchiaia in un centro per anziani, per avere una vita sociale migliore.

L’invecchiamento della popolazione – sottolinea una nota ufficiale di Nielsen Italia – non è un problema che riguarda solo i Paesi più sviluppati” e ricorda come, “secondo il United Population Division World in tutto il mondo solo la Nigeria non avrà un incremento dell’età media della popolazione nei prossimi 10 anni”. Il tasso di fertilità sarebbe in declino: da un punto di vista globale pare esso sia sceso quasi del 48% dagli anni Cinquanta ad oggi e le previsioni parlano di un continuo decremento pari al 18% per le prossime quattro decadi. Al di là delle cause – rintracciate nel “passaggio da una società agraria ad una industriale”, nell’“urbanizzazione” e nell’“aumento del livello di educazione, in modo particolare quella della donna” – le considerazioni del mondo economico, ed in particolare del settore marketing, non possono prescindere da tale fondamentale dato, dal quale deriva la necessità di creare nuovi modelli e paradigmi che sappiano cogliere con precisione i bisogni delineati dai – usando un ossimoro – nuovi vecchi consumatori.

Pubblicato su: PMI-dome

Il fattore internet nell’economia italiana

Uno studio realizzato da BCG per conto di Google cerca di stabilire l’impatto che la Rete produce nel contesto nazionale, non solo a livello di PIL, ma anche di benefici indiretti

Tre le linee direttive da seguire: completamento del processo di avvicinamento alla Rete da parte delle piccole e medie imprese, avanzando, attraverso il coinvolgimento diretto di tutti gli attori, delle pretese di natura internazionale; sfruttamento di nuovi modelli di business basati sulla fruizione del Web in mobilità (mobile commerce) e sulle numerose opportunità che essa crea – applicazioni e georeferenziazione in primis – puntando su una florida collaborazione tra aziende, sviluppatori software, società di telecomunicazioni, produttori di smartphone e aziende produttrici di sistemi operativi; promozione della rivoluzione culturale che inevitabilmente deve accompagnare la rivoluzione tecnologica, attraverso un’operazione di “educazione digitale” che, rimuovendo gli ostacoli alla diffusione di Internet, sia capace di stimolare e guidare i comportamenti dei consumatori.

In questa triade prospettica si riassume il senso dell’intero studio “Fattore Internet” commissionato da Google e realizzato da Antonio Faraldi, Mauro Tardito e Marc Vos di Boston Consulting Group (BCG), “una multinazionale di consulenza di management e uno dei leader mondiali nella consulenza strategica di business”, grazie anche al contributo del Professor Carlo Alberto Carnevale Maffè, e disponibile sul sito www.fattoreinternet.it.

L’obiettivo dichiarato è quello di fornire una valutazione quanto più oggettiva circa l’impatto che la rete produce sull’economia italiana, cercando di stabilire, cioè, “perimetro e dimensione dell’Internet economy”: si tratta di una questione estremamente delicata, sulla quale mondo accademico e professionale ancora non sono stati in grado di esprimersi pienamente, vista la dinamicità e l’evoluzione continua del mezzo indagato.

Si parte da alcuni considerazioni di carattere generale circa il rapporto tra il web e gli attori che contribuiscono alla sua forza evolutiva (consumatori finali, aziende e pubblica amministrazione): si ricorda come il primo dominio italiano – http://www.cnr.it, del Consiglio Nazionale delle Ricerche – sia stato registrato nel 1987, quando in tutto il mondo esistevano solamente 10.000 computer connessi alla rete, e come, a fine 2010, i siti .it abbiano superato la quota dei 2 milioni. Circa 28 milioni sono, oggi, gli italiani che navigano almeno una volta al mese (16% in più rispetto al 2009), 13 milioni sono, invece, le famiglie che hanno accesso alla rete (più della metà del totale), con una crescita, rispetto al 2007, di quasi 50 punti percentuali. Studenti e lavoratori si dimostrano i più attivi fruitori della rete: il 70% circa degli italiani con un’età compresa tra i 6 e i 45 anni è connesso alla rete, mentre la percentuale scende al 44% se si considera la fascia che va dai i 45 e i 64 anni. Gli internauti over-65 presentano, invece, una percentuale di penetrazione pari al 7%, tuttavia hanno registrato un incremento del 40% tra il 2009 e il 2010 e gli studiosi di BCG sono pronti a scommettere che l’attuale digital divide di origine anagrafica “andrà auspicabilmente a chiudersi nel prossimo futuro”.

Dal punto di vista geografico le differenze nella diffusione di Internet non sono così evidenti come avviene in relazione ad altri indicatori di ricchezza: nelle regioni centro-settentrionali più della metà delle famiglie è connessa, mentre al sud troviamo regioni come la Sicilia, la Calabria e la Basilicata, in cui la percentuale scende attorno al 40%. Poco marcate anche le differenze relative ad aree metropolitane – dove le famiglie con accesso alla rete rappresentano il 58% – e zone rurali, dove ci si ferma al 45%. Significativo, invece, con riferimento a quest’ultima distinzione, il divario sulla penetrazione della banda larga: nelle grandi città il 67% delle famiglie con accesso alla rete utilizza connessioni ADSL, mentre nei comuni fino a 2 mila abitanti si arriva solo al 49%. Il web viene utilizzato sia sul posto di lavoro, sia nel tempo libero, il numero di utenti attivi nelle fasce orarie tra le 9 e le 24 è compreso tra i 5 e i 7 milioni e, in media, gli italiani trascorrono 1 ora e 35 minuti al giorno online.
Nel 2010 i consumatori italiani avrebbero acquistato prodotti, servizi (soprattutto nel settore turismo) e contenuti digitali (soprattutto nel comparto del gaming) per un valore complessivo di circa 11 miliardi di euro (nel 2009 era di 9,5 miliardi), dato non ancora ai livelli delle eccellenze europee, ma tuttavia in forte crescita: le sole vendite on-line di prodotti e servizi hanno raggiunto i 6,5 miliardi di euro, con un incremento del 14% rispetto al 2009, superiore a quello registrato negli Usa (8%), nel Regno Unito (8%) e in Germania (12%). I risultati più positivi si sono registrati nei settori tradizionali del Made in Italy: l’apertura, ad esempio, alla vendita online da parte di alcune grandi firme del settore moda ha contribuito a fare del comparto abbigliamento quello con la più elevata crescita (più del 43% rispetto al 2009, con un fatturato pari a 490 milioni di euro nel 2010) in termini di e-commerce. A tal proposito si registra l’importanza di una serie di fenomeni legati alla convenienza nell’acquisto in rete, come i cosiddetti “buying club”, siti che, puntando sull’esclusività degli aventi diritto, permettono l’acquisto di un’ampia gamma di prodotti a prezzi scontatissimi (leader nel territorio è il sito spagnolo BuyVip, seguito dal nostrano SaldiPrivati); o come Groupon, società di Chicago che giornalmente propone delle offerte davvero vantaggiose su pacchetti di servizi o prodotti: oggi il 15% degli internauti italiani sfrutta queste possibilità, percentuale che ci colloca al terzo posto a livello europeo, preceduti solo da Francia (21%) e Regno Unito (17%).
Internet ha rappresentato, allora, una risorsa particolarmente utile per l’ammodernamento di alcuni settori chiave dell’economia italiana, apportando benefici in ogni passaggio della catena e contribuendo ad aumentarne la competitività a livello internazionale. In particolare sono stati analizzati tre settori particolarmente rappresentativi dell’Italia nel mondo: quello alimentare, quello della moda e quello del turismo. Con riferimento al primo, si sottolinea come la rete abbia permesso la tracciabilità dell’intera filiera produttiva e come i motori di ricerca e i social network abbiano rivoluzionato il modo di comunicare delle imprese nei confronti di partner, fornitori e consumatori. In relazione al secondo, si evidenzia l’importanza del web non solo – lo abbiamo visto – con riferimento alle vendite, ma anche per la creazione di innovative attività di marketing, come può essere la trasmissione in streaming delle sfilate. Infine la rete è certamente diventata la principale fonte di informazioni per chi intende viaggiare: i motori di ricerca sono i più utilizzati sia da chi si sposta per motivi di lavoro (40%), sia da chi lo fa per piacere (48%).

Il turismo, con un fatturato pari a quasi 3,5 miliardi di euro nel 2010 (in aumento del 15% rispetto al 2009), rappresenta il settore più rilevante per l’e-commerce italiano e nel 2011 ci si aspetta che un volo su cinque e un hotel o pacchetto vacanza su dieci vengano acquistati in rete.
Un altro elemento non trascurabile è la trasparenza veicolata dalla transazione digitale: “in un paese dove la componente del ‘nero’ nell’economia nazionale ha tutt’oggi una rilevanza non trascurabile”, si comprenderà facilmente “il risvolto positivo di aumentare la trasparenza fiscale complessiva del sistema delle imprese, a tutto vantaggio della comunità”.
Internet, è bene precisarlo, non apporta benefici alle sole grandi aziende dei settori trainanti l’economia nazionale, ma – i dati lo confermano ampiamente – risulta una risorsa essenziale anche allo sviluppo delle piccole e medie imprese, le quali, ricordano i ricercatori di BCG rifacendosi a dati ISTAT, rappresentano più del 99% delle aziende italiane e producono circa il 70% del fatturato totale, dando lavoro agli 80% degli occupati. Le PMI che usano Internet attivamente, si sottolinea, “crescono più in fretta”, “raggiungono una clientela più internazionale”, “assumono più persone” e “sono più produttive”; tuttavia la penetrazione del mezzo è ancora piuttosto bassa: l’87% delle aziende con più di 50 dipendenti ha un sito, ma tra quelle con meno di 10 dipendenti la percentuale scende al di sotto del 50%, con una punta negativa del 15% nelle aziende che ne hanno 1 o 2 (dati Eurisko). BCG ha pensato allora di suddividere le PMI in tre categorie, sulla base del loro rapporto con la rete: troviamo quelle “online-attive” che possiedono un sito ed effettuano attività di marketing virtuali o di e-commerce, le quali, negli ultimi tre anni, hanno conosciuto una crescita media dei ricavi dell’1,2%, contro un calo del 2,4% registrato per le PMI “online” – quelle, cioè, che semplicemente possiedono un sito web – e del 4,5% per le PMI “offline”, prive persino di un sito. Il 65% delle PMI online-attive ha affermato, poi, di aver aumentato la propria produttività grazie all’uso del web, percentuale che scende al 28% per quelle online e al 25% per quelle offline (che comunque possono avere connessione alla rete); l’incidenza nelle vendite all’estero è stata del 14,7% per le online-attive, del 7,7% per le online e del 4,1% per le offline.

Anche a livello occupazionale l’impatto della rete si è dimostrato estremamente positivo: negli ultimi 5 anni il 34% delle aziende online-attive ha registrato un aumento del personale, contro un misero 11% delle aziende offline, grazie non solo all’aumento del fatturato, ma anche alla creazione di nuove figure professionali. Attraverso un’analisi settoriale, apprendiamo anche che lo sviluppo occupazionale ha colpito soprattutto le PMI online-attive che operano nel marketing (per il 73% di esse internet ha portato nuovi posti di lavoro), seguite dalle società tecnologiche (45%) e del retail (41%); i benefici inferiori si sono invece registrati nelle realtà che si occupano di media (22%), di produzione (26%) e di real estate (27%). Sicilia (46%), Lombardia (42%) e Lazio (39%), infine, risultano le regioni con il più alto tasso di imprese online-attive a creare assunzioni.

Il principale beneficio nell’utilizzo della rete sembra essere, per le PMI online-attive, il miglioramento del targeting pubblicitario, con la possibilità di realizzare campagne pubblicitarie mirate con un maggior ritorno sull’investimento; sono poi considerati fattori importanti anche i cambiamenti nell’interazione con i clienti, grazie ai feedback diretti che permettono di ottimizzare i prodotti e servizi offerti, l’ampliamento dei mercati e della clientela e la semplificazione nei mezzi di pagamento.

Un’altra peculiarità del contesto italiano è rappresentata dall’elevata propensione all’utilizzo di dispositivi per la connessione mobile, come smartphone e tablet: con 15 milioni di unità, l’Italia si presenta come uno dei Paesi europei con il numero maggiore di smartphone presenti, 10 milioni dei quali vengono utilizzati per navigare; tra i possessori, stando ad uno studio Forrester Research, il 3% utilizza già il dispositivo per effettuare acquisti online (m-commerce) e la percentuale sembra destinata a crescere, visto che il 10% si dichiara interessato a farne uso in futuro (contro il 3% registrato in Francia e il 4% in Germania). L’ulteriore aumento della velocità di connessione mobile, grazie alla tecnologia ultrabroadband LTE, consentirà, inoltre, collegamenti “ovunque ed in ogni momento”, amplificando le opportunità di business per le aziende, legate anche alla possibilità, propria di smartphone e tablet, di essere integrati con i sistemi informativi aziendali di back office. Altro aspetto fondamentale del consumo mobile è l’esplosione avvenuta nello sviluppo di applicazioni per le maggiori piattaforme software, in particolare Apple iOs e Google Android: nel 2010 il mercato italiano delle apps valeva 50 milioni di euro, il doppio rispetto al 2009 e pare che la crescita, a livello mondiale, sarà nel prossimo futuro trainata proprio dall’Europa, che si stima raggiungerà gli 8,4 miliardi di dollari (33% del totale) nel 2015.

Uno degli aspetti sicuramente più interessanti dello studio realizzato da BCG riguarda la scomposizione dell’impatto di Internet sull’economia italiana in quattro parti.
Il nucleo centrale di tale impatto è costituito dal valore esprimibile sotto forma di PIL, stimato secondo il metodo delle Spesa. Nel 2009 l’internet economy italiana ammontava a 28,8 miliardi di euro, pari all’1,9% del PIL, mentre nel 2010 essa ha raggiunto un valore di circa 31,6 miliardi di euro, ovvero il 2,0% del PIL; se Internet fosse un settore, il suo appoggio alla crescita del PIL sarebbe stato del 8% nell’ultimo anno: per capire la portata di una simile percentuale, si consideri che agricoltura ed utilities hanno raggiunto, nello stesso periodo, il 2,3% del PIL, mentre la ristorazione si è fermata al 2,0%. Quattro sono, in particolare, le componenti fondamentali dell’effetto positivo che la rete ha prodotto sul PIL: il consumo ha contribuito a circa il 50% del totale, pari a 14,6 miliardi di euro nel 2009 e a 17,4 miliardi di euro nel 201 (a sua volta, il 65% di tale consumo è dato dall’acquisto di prodotti, servizi e contenuti online, il 35% dalla spesa per l’hardware necessario all’accesso alla rete e per l’accesso stesso); gli investimenti del settore privato in tecnologie legate al web ammontavano a 10,6 miliardi di euro nel 2009 e sono aumentate di mezzo miliardo nel 2010; la spesa istituzionale ha raggiunto un valore di circa 7 miliardi di euro sia nel 2009, sia nel 2010; infine le esportazioni nette di tecnologie e e-commerce erano pari a 3,8 miliardi nel 2009 e a circa 4,1 miliardi nel 2010.

Il calcolo del solo effetto sul PIL non esaurisce, tuttavia, l’intero bacino dei benefici apportati dalla rete; ecco allora che lo studio ha indagato i cosiddetti “dintorni del PIL”, cioè tre ulteriori aspetti legati a tale bacino.
Il primo riguarda i benefici economici indiretti: l’e-procurement della pubblica amministrazione (cioè l’insieme dei beni acquistati online dalla PA) ha assunto un valore di 5 miliardi di euro nel 2009 e di circa 7 miliardi nel 2010; il valore del ROPO, cioè dei prodotti comprati nel mondo reale ma per i quali si sono cercate informazioni su Internet, è stato di 17 miliardi nel 2010 (circa 600 euro per utente). Sommando l’e-procurement ed il ROPO al valore catturato dal PIL, l’impatto totale di Internet sull’economia italiana è stato, nel 2010, di circa 56 miliardi di euro.

Altri benefici indiretti riguardano l’e-commerce Business to Business (tra le imprese) e la pubblicità online, che ha raggiunto nel 2010 un volume d’affari pari quasi a 1 miliardo (11% del totale del mercato pubblicitario).
Una secondo aspetto dei “dintorni del PIL” da considerare è quello relativo all’incidenza della rete sulla produttività per il settore privato e per la PA, produttività che, grazie alla diminuzione dei costi e dei tempi nelle transazioni e grazie alla semplificazione delle procedure, avrebbe ampi margini di miglioramento.
Infine è necessario considerare i vantaggi di carattere sociale del web, legati alla condivisione di contenuti generati dagli stessi utenti (“User Generated Content”) e alle forme nuove di comunicazione via chat o tramite piattaforme social.
Le ipotesi, infine, riportate dagli analisti di BCG parlano di un raddoppiamento – nel 2015 rispetto al 2009 e in uno scenario di sviluppo lineare alla situazione esistente – del contributo web al PIL, attraverso il raggiungimento di 59 miliardi di euro (3,3% del PIL, crescita annua del 13%). In uno scenario che consideri, invece, anche l’apporto dell’m-commerce, questo valore arriverà ai 77 miliardi di euro (4,3% del PIL, tasso di crescita del 18%).
In conclusione possiamo sottolineare come lo studio sembri lanciare un forte appello alle imprese affinché si affidino alla rete per il proprio rilancio e la propria internazionalizzazione: “se già negli ultimi anni lo sbarco in rete ha significato la sopravvivenza per molte realtà, nel futuro parlare il linguaggio del Web sarà indispensabile anche solo per continuare ad esistere”.