Decreto Milleproroghe: le novità introdotte

Permane l’obbligo, a capo dei gestori di internet point, di ottenere la licenza dal Questore, ma vengono aboliti gli obblighi di identificazione e logging degli utenti

 

La Rete, inutile dirlo, è uno dei fenomeni che maggiormente ha rivoluzionato la nostra epoca storica, arrivando a stravolgere le nostre abitudini, le nostre modalità di comunicazione intra- ed interpersonale, le nostre possibilità di accesso e fruizione delle informazioni.

Qualsiasi intervento che, pur motivato da nobili intenzioni, cerchi di inquadrare tale “fenomeno” in rigidi parametri, tradizionalmente pensati per mezzi fisici, finisce quindi, inevitabilmente, per fuggire da un’approvazione unanime e diventare, al contrario, motivo di scontro. È il caso del cosiddetto decreto Pisanu (decreto legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito con modificazioni nella legge 31 luglio 2005, n. 155), contenente “Misure urgenti per il contrasto del terrorismo internazionale”.

Approvata a suo tempo con voto congiunto di maggioranza e opposizione, questa disposizione si colloca nel quadro delle reazioni che hanno seguito gli attentati terroristici verificatisi alla metropolitana di Londra il 7 luglio 2005. Tra le norme concepite per fronteggiare l’emergenza terrorismo, vengono considerate misure temporanee (destinate, nelle intenzioni, a rimanere in vigore solo fino al 31 dicembre 2007) riguardanti la conservazione dei dati relativi al traffico telefonico e telematico e la sicurezza telematica: la severità di queste misure è giustificata dalla difficoltà di tracciare le comunicazioni poste in essere dai terroristi, ed è motivata da una logica emergenziale fortemente condizionata dalla sensibilità del momento.
A modificare a più riprese il carattere temporaneo delle previsioni contenute nel decreto Pisanu, è intervenuto il cosiddetto “decreto milleproroghe”, uno strumento legislativo inaugurato nel 2005 come misura eccezionale per far fronte, in un unico calderone d’urgenza, a tutte le disposizioni in sospeso o in scadenza al 31 dicembre e ormai insediatosi stabilmente nel nostro ordinamento: prima il governo Prodi II, con il decreto legge milleproroghe del 31 dicembre 2007, n. 248, convertito poi in legge 28 febbraio 2008 n. 31; poi il governo Berlusconi IV, col decreto legge mille proroghe 31 dicembre 2008, n. 207, convertito in legge 27 febbraio 2009, n. 14 e con il decreto legge del 30 dicembre 2009, n. 194, convertito in legge 26 febbraio 2010, n. 25. Infine il decreto approvato dal Consiglio dei Ministri del 22 dicembre 2010, in attesa di pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale, che proroga al 31 dicembre 2011 l’obbligo di richiesta di una licenza per i soli internet point e che – a ragione o a torto – abolisce alcune di quelle che per molti sono considerate delle anacronistiche misure antiterrorismo.
Più precisamente, è l’articolo 7 del decreto Pisanu ad essere coinvolto in queste ultime modifiche normative: esso introduceva nel nostro ordinamento tre diversi obblighi a capo di “chiunque intende aprire un pubblico esercizio o un circolo privato di qualsiasi specie, nel quale sono posti a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni anche telematiche”, ovvero la richiesta di una speciale licenza al Questore (comma 1), l’identificazione degli utenti attraverso un documento di identità e il logging degli utenti medesimi (comma quarto e quinto).

Leggiamo, in particolare, ai commi sopracitati del decreto originale:

1. A decorrere dal quindicesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto e fino al 31 dicembre 2007, chiunque intende aprire un pubblico esercizio o un circolo privato di qualsiasi specie, nel quale sono posti a disposizione del pubblico, dei clienti o dei soci apparecchi terminali utilizzabili per le comunicazioni, anche telematiche, deve chiederne la licenza al questore. La licenza non è richiesta nel caso di sola installazione di telefoni pubblici a pagamento, abilitati esclusivamente alla telefonia vocale.

4. Con decreto del Ministro dell’interno di concerto con il Ministro delle comunicazioni e con il Ministro per l’innovazione tecnologica, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, da adottarsi entro quindici giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del presente decreto, sono stabilite le misure che il titolare o il gestore di un esercizio in cui si svolgono le attività di cui al comma 1, e’ tenuto ad osservare per il monitoraggio delle operazioni dell’utente e per l’archiviazione dei relativi dati, anche in deroga a quanto previsto dal comma 1 dell’articolo 122, e dal comma 3 dell’articolo 123 del decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, nonche’ le misure di preventiva acquisizione di dati anagrafici riportati su un documento di identità dei soggetti che utilizzano postazioni pubbliche non vigilate per comunicazioni telematiche ovvero punti di accesso ad Internet utilizzando tecnologia senza fili.

5. Fatte salve le modalità di accesso ai dati previste dal codice di procedura penale e dal decreto legislativo 30 giugno 2003, n. 196, il controllo sull’osservanza del decreto di cui al comma 4 e l’accesso ai relativi dati sono effettuati dall’organo del Ministero dell’interno preposto ai servizi di polizia postale e delle comunicazioni.

Il nuovo “decreto milleproroghe” sostituisce, allora (con riferimento al primo comma), le parole “fino al 31 dicembre 2007, chiunque” con “fino al 31 dicembre 2011, chiunque, quale attività principale,” ed elimina completamente i commi 4 e 5. A partire da gennaio 2011, i gestori di servizi di wi-fi non saranno più obbligati ad identificare i clienti che si connettevano alla rete attraverso le fotocopie dei documenti di identità, a tenere un registro con i siti visitati dagli stessi, ad adottare le misure necessarie ad impedire l’accesso a persone non individuate. Rimane invece valido, almeno fino al 31 dicembre 2011, l’obbligo, per gli internet point che svolgano in via principale e non solo accessoria l’attività di fornitura dell’accesso alla rete, di chiedere la licenza alla Questura prima di aprire tale attività.

In realtà ci si potrebbe interrogare sul senso reale di “schedare” i gestori di internet point  a fronte dell’impossibilità di imputare loro qualsiasi responsabilità, a seguito dell’abrogazione delle altre misure precedentemente previste. Da più parti di parla, poi, di una positiva “liberalizzazione del wi-fi”, senza tenere in considerazione la probabile aggiunta, in fase di conversione in legge, di qualche emendamento veicolante nuovi obblighi a scopo di sicurezza o a sostegno delle indagini delle forze dell’ordine.

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Premio Impresa Ambiente 2011: sono aperte le candidature

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento volto a premiare le eccellenze italiane in materia di sviluppo sostenibile, rispetto ambientale e responsabilità sociale

Torna, per il quinto anno consecutivo, l’importante appuntamento con Premio Impresa Ambiente, il più importante riconoscimento italiano per le imprese pubbliche e private “che si siano particolarmente distinte in un’ottica di sviluppo sostenibile, rispetto ambientale e responsabilità sociale”.

Tale concorso rappresenta la selezione italiana per l’European Business Awards for the Environment, istituito dalla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea nel 1987, allo scopo di dare il giusto riconoscimento alle organizzazioni che si siano dimostrate capaci di promuovere uno sviluppo economico rispettoso dell’ambiente, facendo della politica verde il proprio punto di forza per essere competitive a livello nazionale ed europeo.

Anche nell’edizione 2011 si rinnova la partnership tra Premio Impresa Ambiente ed Ecopolis, la manifestazione internazionale che – promossa dalla Fiera di Roma e dalla Camera di Commercio di Roma, con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e di Unioncamere – si svolgerà dal 23 e al 25 marzo 2011 e che accoglierà aziende di diversi settori merceologici, legate al tema della sostenibilità e della gestione ambientale degli spazi urbani.

Il Premio si divide in quattro categorie: Migliore Gestione, Miglior Prodotto, Miglior Processo/Tecnologia, Migliore Cooperazione Internazionale; è stato inoltre previsto un Premio Speciale Giovane Imprenditore, riservato ai titolari o ai dirigenti d’impresa al di sotto dei 40 anni che, in concorso per una delle altre categorie, si siano distinti per le proprie capacità imprenditoriali e per aver puntato sull’innovazione o sulla ricerca nell’ambito dello sviluppo eco-sostenibile. Per candidarsi è necessario compilare online un apposito formulario, da spedire poi alla Segreteria Organizzativa del Premio entro lunedì 28 febbraio 2011 e la valutazione spetterà ad una giuria formata da esperti del settore ed esponenti del sistema produttivo, della ricerca e del sistema camerale.

Al Premio possono partecipare tutte le imprese regolarmente iscritte alla Camera di Commercio (siano esse microimprese, piccole, medie e grandi imprese) e le imprese pubbliche (come definite dalla Direttiva 2000/52/CE); solo per la categoria “Migliore cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile” possono concorrere anche le Amministrazioni pubbliche a qualsiasi livello territoriale, gli Enti non governativi, le istituzioni accademiche e di ricerca, se in partnership con almeno un’azienda avente la propria sede in Italia.

Per ulteriori dettagli e per offrire la propria candidatura si visiti il sito www.premioimpresambiente.it.

 

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Revisione legale dei conti: una questione di principio!

Il d.lgs 39/2010 introduce l’obbligo, per il revisore, di seguire i principi di revisione internazionale (Isa), nel momento in cui essi saranno formalmente adottati dall’UE

La revisione legale dei conti annuali e consolidati rappresenta un processo che, basandosi su indagini documentali e utilizzando mezzi e tecniche particolari, permette al revisore di formulare un giudizio professionale, indipendente e responsabilizzato sull’attendibilità di un bilancio, valutata in relazione alla conformità o meno dello stesso a predeterminati principi contabili.

A disciplinare l’intera materia è intervenuto il decreto legislativo 27 gennaio 2010, n. 39, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale del 23 marzo 2010, n. 68, in attuazione alla direttiva 2006/43/CE. Tale decreto – modificando le direttive 78/660/CEE e 83/349/CEE, abrogando la direttiva 84/253/CEE e intervenendo, ancora, con modifiche e cancellazioni in alcuni articoli del codice civile – viene considerato una sorta di “testo unico”, nel quale si concentrano tutte le disposizioni legislative relative all’attività di revisione legale. Esso ha introdotto non pochi elementi di novità, con riferimento soprattutto alla necessaria osservanza dei principi di revisione, che costituiscono un supporto tecnico all’attività del revisore, limitandone la discrezionalità nella verifica. In particolare viene stabilito il fatto che la revisione dovrà essere effettuata in base ai principi i revisione internazionali (a prescindere dal soggetto incaricato della revisione e dal tipo di società sottoposta a revisione), i quali rientrano ora tra le materie di conoscenza necessarie al superamento dell’esame di idoneità professionale. I cosiddetti Isa, International standards on auditing, diventeranno obbligatori nel momento in cui l’Unione europea provvederà ad adottarli attraverso proprio regolamento; fino a quell momento la revisione dovrà essere svolta in base ai principi attualmente vigenti, elaborati da associazioni e ordini professionali e dalla Consob.

Il Consiglio nazionale dei dottori commercialisti e degli esperti contabili, in collaborazione con Assirevi e Consob, ha tradotto intanto gli Isa, che possono, ma non devono necessariamente, essere già utilizzati e tale traduzione sarà successivamente sottoposta al giudizio della Ue. D’obbligo è, invece, stando all’articolo 11 dello stesso Dlgs n. 39/2010, la più generale applicazione dei principi di revisione, siano essi internazionali o, in attesa della loro formale adozione, nazionali.

Non molti, in realtà, i cambiamenti di rilievo apportati dagli Isa rispetto ai principi attuali, considerando il fatto che pure la numerazione rimane sostanzialmente la stessa. Gli Isa sono ordinati in base agli aspetti e alle fasi della revisione (pianificazione, documentazione del lavoro…) e sono divisi in cinque sezioni: “introduzione”, “obiettivi”, “definizioni”, “regole” (enunciate dall’espressione “deve”), “linee guida e altro materiale esplicativo” (che comprende delle Appendici).
Il principio internazionale sul controllo di qualità ISQC 1, così come il principio internazionale 200 (“Obiettivi generali del revisore indipendente e svolgimento della revisione contabile in conformità ai principi di revisione internazionali”), sottolineano come la sezione “Linee guida ed altro materiale esplicativo” fornisca, laddove necessario, ulteriori spiegazioni circa il significato di una regola o il suo ambito di applicazione e includa esempi di direttive e procedure relazionate alle circostanze individuate. All’interno della sezione “Linee guida”, che costituisce la parte preponderate all’interno dei principi, si trovano talvolta delle “considerazioni specifiche per le imprese di dimensioni minori”, quindi specifiche indicazioni per le piccole e medie imprese, i cui revisori possono, talvolta, per ovvi motivi, vedere ridursi i propri obblighi, in conseguenza alla necessità di adeguare dei principi generali alle specifiche circostanze ed esigenze del contest applicativo.

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Cloud computing: previsto un tasso di crescita annuale del 24%

Compuware presenta il report di The 451 Group, secondo il quale il mercato “as a service” raggiungerà i 16 miliardi di dollari entro il 2013

È noto quanto il cloud computing stia modificano gli assetti del mercato IT, creando nuovi modelli di sviluppo, presentazione e consumo delle informazioni e dei dati aziendali e permettendo delle politiche di gestione votate al cambiamento e all’innovazione.

Numerosi, dopotutto, i vantaggi del cloud per le aziende: pensiamo al notevole abbassamento nei costi di investimento, di supporto e di aggiornamento; pensiamo alla riduzione dei rischi in merito alla sicurezza dei dati; pensiamo, infine, alla facilità di accesso alle informazioni, disponibili in qualunque momento e in qualunque luogo.

A confermare e rafforzare tale consapevolezza, arriva un report di The 451 Group la società indipendente di analisi tecnologico-industriale, leader nel campo della ricerca di mercato e specializzata nei servizi di consulenza in ambito di innovazione IT. Stando ai risultati di tale report, annunciati da Compuware, il mercato del cloud computing passerà dagli 8,7 miliardi di dollari nel 2010 ai 16,7 miliardi di dollari del 2013, con un tasso di crescita annuale composto pari al 24%.

Compuware è la multinazionale che, fondata nel 1973, mette a disposizione delle aziende diverse “soluzioni software, esperienza e best practice per assicurare il funzionamento ottimale delle applicazioni e garantire valore al business”, gestendo e ottimizzando quindi le performance aziendali e supportando i CIO nell’“ottimizzare le prestazioni delle applicazioni end to end di organizzazioni leader in tutto il mondo”. Nell’affrontare le numerose sfide del moderno settore IT, essa non può, allora, prescindere dall’improntare una prospettiva che sia davvero completa, che consideri le previsioni di crescita aziendale e le prestazioni dei sistemi esistenti e che sia capace di generare valore per le aziende.

Da un obiettivo simile deriva la necessità di prendere in seria considerazione i dati rilevati dall’indagine, che di seguito cercheremo di vedere un po’ più nel dettaglio. Innanzitutto si apprende che, pur escludendo i profitti SaaS (Software as a service: consiste nell’utilizzo, a livello puramente applicativo, di programmi in remoto, spesso attraverso un server web), i servizi per l’infrastruttura e la piattaforma cloud passeranno da un mercato di 964 milioni di dollari nel 2010 ad uno di 3,9 miliardi nel 2013, con un tasso di crescita pari a ben 60 punti percentuali.

Il mercato punterà soprattutto su offerte PaaS (Platform as a Service: livello intermedio tra quello applicativo e quello infrastrutturale, riguarda l’uso in remoto di un’intera piattaforma software potenzialmente costituita da diversi applicativi, servizi, programmi…), IaaS (Infrastructure as a Service, che implica l’utilizzo diretto e su richiesta di risorse hardware in remoto) e SiaaS (Software infrastructure as a service, che riguarda l’utilizzo di software cloud-based per costruire e gestire un ambiente cloud).

Per la crescita di questo settore, un ruolo fondamentale, identificato nel 2010 in una percentuale del 40%, sarà, infine, quello giocato dallo storage cloud-based: “vediamo lo storage come l’aspetto potenzialmente più produttivo e prevediamo che il cloud storage sperimenterà la più forte crescita nel segmento delle piattaforme cloud” leggiamo nel report.

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SUAP: convenzione ANCI e Unioncamere

Un passo fondamentale per realizzare, attraverso un unico punto di contatto tra imprese e PA, uno strumento di reale semplificazione amministrativa

Firmata a Roma il 16 dicembre una convenzione tra Sergio Chiamparino, Presidente dell’Associazione Nazionale dei Comuni d’Italia e Ferruccio Dardanello, Presidente di Unioncamere, che precisa le modalità di attuazione, nel 2011, della cosiddetta riforma SUAP (Sportello Unico per le attività produttive).

Un passo importante per implementare questo strumento di semplificazione amministrativa, che, individuando un unico canale di contatto tra imprese e pubblica amministrazione, snellisce non poco le procedure operative.

Previsto dalla direttiva servizi UE e regolato dall’articolo 38 del decreto legge n. 112 del 25 giugno 2008, lo sportello unico «costituisce – ha ricordato Chiamparino – una funzione fondamentale dei Comuni che deve trovare adeguato risalto nel Codice delle Autonomie, in quanto strumento operativo della politica economica locale».

Esso è considerato, come evidenzia Dardanello, «un traguardo di modernità per l’Italia e una delle sfide più impegnative per il sistema camerale nei prossimi anni. La posta in gioco è altissima, perché da una pubblica amministrazione più efficiente e meno costosa dipende una buona fetta della competitività delle nostre imprese e, dunque, del sistema-Paese».

La convenzione, accompagnata da un documento politico congiunto, specifica innanzitutto le forme di co-gestione della modulistica necessaria e del portale impresainungiorno.gov.it e il contributo che ciascuno dei due enti dovrà fornire in tal senso; definisce le modalità di interscambio del portale con i Registri delle imprese delle camere di commercio e i Comuni; chiarisce le regole che governano il passaggio alle Camere di commercio delle funzioni del Suap nei Comuni dove ciò si renda necessario; illustra, ancora, le iniziative di informazione, promozione e formazione da realizzare sul territorio in relazione alla riforma del Suap e le iniziative necessarie per siglare accordi territoriali e nazionali con gli Enti terzi titolari di eventuali procedimenti che facciano riferimento al Suap.

«L’integrazione ed il rafforzamento del sistema di relazioni istituzionali fra rete camerale e Comuni – ha continuato Chiamparino – serve quindi ai territori ma non solo: attraverso di essa si rafforza anche il sistema Paese e la competitività delle nostre imprese. Su questo versante, ANCI assicura quindi la propria disponibilità a svolgere un ruolo di indirizzo, convinta che per la riuscita della riforma del Suap sia necessaria quella interoperabilità fra Amministrazioni che consente il tempestivo aggiornamento informatico da parte di tutte le autorità, centrali e periferiche, coinvolte nei procedimenti di autorizzazione e controllo sulle attività d’impresa».

Si precisano, infine, accanto agli obiettivi e alle responsabilità, anche i principi che dovranno essere seguiti nello sviluppo del portale, fondamentale per la riuscita della riforma: puntare alla massima standardizzazione, sia nella modulistica, sia nelle procedure, rispettando comunque sempre la normativa vigente; dare piena attenzione alle esigenze dell’utenza e risolvere rapidamente le eventuali difficoltà segnalate; semplificare costantemente l’iter procedurale; garantire l’innovazione tecnologica nel funzionamento del Suap e dei suoi servizi.

«La convenzione che abbiamo siglato oggi – sottolinea ancora Dardanello – prende atto con grande realismo delle condizioni indispensabili per la riuscita della riforma, prima fra tutte quella di giungere alla massima standardizzazione possibile delle migliaia di diversi adempimenti locali a carico delle imprese, e dunque pone le basi per partire con il piede giusto in un’ottica di totale collaborazione tra Camere di commercio e comuni sui territori, nell’interesse dello sviluppo».
A garantire l’attuazione della convenzione sarà, infine, un Comitato operativo di gestione, composto da tre membri nominati da Unioncamere e tre nominati da Anci.

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Imprese italiane e ICT: fotografia di una situazione in penombra

Una lettura approfondita dei dati Istat sulla diffusione dell’ICT nelle imprese italiane rivela, accanto a un’informatizzazione di base che pare raggiunta, numerose lacune e mancanze

È uno scenario all’apparenza confortante quello delineato dall’Istat in merito alla diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle imprese con almeno 10 addetti e attive nel settore industriale e dei servizi. Si parla di una diffusione di base “ampiamente consolidata”, facendo riferimento a quel 95,1% di imprese che hanno dichiarato di utilizzare il computer e a quel 93,7% di imprese che possiedono una connessione ad Internet.

Tuttavia, superando l’iniziale entusiasmo, frutto di una lettura superficiale dei dati rilevati, ci si accorge di come la situazione italiana presenti, accanto a risultati davvero positivi, anche numerose carenze e debolezze, sintomo della mancata comprensione, da parte delle imprese, circa le reali e piene potenzialità dei mezzi a loro disposizione.

Entriamo, allora, un po’ più nel dettaglio, sottolineando, innanzitutto, che lo studio in questione fa riferimento a gennaio 2010 per quanto riguarda l’uso dell’ICT, e al 2009 per quanto concerne il commercio elettronico e l’utilizzo on-line dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione.

Il 77,3% delle imprese utilizza una rete aziendale per connettere i propri computer, sia essa interna (Intranet), esterna (Extranet) o una semplice rete locale (LAN). Il territorio nazionale sembra essere largamente fornito di connessione Internet, con leggeri scarti compresi tra la copertura al 95% del Nord-ovest e quella al 91,4% del Mezzogiorno; leggere sono anche le differenze di copertura rilevate con riferimento alla dimensione delle imprese: dal 93,3% delle imprese con meno di 50 addetti al 99,8% di quelle più grandi.

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di rete utilizzata e classe di addetti

Sempre a proposito di disponibilità delle tecnologie di base, un primo dato dovrebbe già indurre ad abbandonare i toni ottimistici: si apprende che, in media, solo il 42,6% degli addetti (quindi quattro su dieci) utilizza un supporto informatico per lo svolgimento delle proprie mansioni, una percentuale che, certo, sale a circa il 90% nel settore tecnologico, che ma che scende al 26,5% nell’ambito delle costruzioni, al 20,2% nelle attività di servizi alle imprese – quali noleggio, ricerca di personale, vigilanza – e al 12,1% nel campo dei servizi di ristorazione.

Veniamo alle modalità di accesso alla rete: l’83,1% delle imprese utilizza connessioni fisse in banda larga e l’84% delle imprese si collega a Internet tramite connessioni veloci fisse o mobili; ciò nonostante preme evidenziare come tre aziende su dieci abbiano dichiarato di utilizzare ancora una connessione meno veloce (dunque modem o Isdn), del tutto inadatta, quindi, a seguire i ritmi di lavoro aziendale, spesso piuttosto frenetici.

Modesta la diffusione nell’uso di connessioni mobile, che coinvolge il 23% delle imprese e risulta piuttosto disomogenea, strettamente legata sia alla dimensione aziendale (si passa da una percentuale di utilizzo del 19,9% per le imprese con meno di 50 addetti, ad una del 71,1% per quelle con oltre 249), sia all’attività economica svolta (ad esempio: 41,7% per le imprese di telecomunicazioni, 8,6% per i servizi di ristorazione). Sempre con riferimento al mobile, prevalgono le connessioni veloci con tecnologia di terza generazione UMTS, CDMA2000, HSDPA (18,6%) rispetto a quelle mobili non in banda larga, come GSM, GPRS, EDGE (11,6%).

Il Web rappresenta, o almeno dovrebbe rappresentare, per ciascuna azienda, uno strumento fondamentale a livello operativo e commerciale; si è cercato, allora, di capire quanto le aziende diano effettivo seguito a tale consapevolezza: pare che un buon 86,6% usufruisca della rete per accedere a servizi bancari o finanziari on-line, il 65,5% per ottenere informazioni sui mercati, il 55,3% per ottenere servizi e informazioni in formato digitale, il 50,9 per cento per acquisire servizi post-vendita. Solo il 22,6% delle imprese considera la rete per proporre progetti di formazione e istruzione del personale, evidenziando una certa diffidenza nello sfruttamento di canali alternativi a quelli tradizionalmente utilizzati in questo ambito e, di conseguenza, dimostrando una certa incapacità nell’approfittare pienamente delle numerose possibilità offerte dalla rete.

L’83,7% delle imprese utilizza la rete per usufruire dei servizi offerti on-line dalla Pubblica Amministrazione, mentre il 77,7% usufruisce di quelli di tipo non informativo (nelle imprese con almeno 50 addetti, la percentuale di imprese che utilizza i servizi on-line della PA raggiunge oltre il 95%). Un aspetto in parte negativo riguarda, tuttavia, il tipo di servizi utilizzati per la maggior parte, cioè quelli con un minor grado d’interattività: ottenere informazioni (75,6%) e scaricare moduli dai siti della PA (72,5%). Solo particolari settori (come quello ICT con il 68,6% e come i servizi di fornitura  energia e acqua con il 66,1%) sembrano essere capaci di sfruttare i canali davvero interattivi messi a disposizione dalla PA (svolgimento di procedure amministrative interamente per via elettronica, inoltro di moduli compilati via web…).

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di servizio pubblico on-line utilizzato nel corso del 2009 e classe di addetti

Siamo costretti ad evidenziare, inoltre, con riferimento all’intensità di utilizzo della Rete, un primo segnale del forte divario esistente tra piccole (meno di 50 addetti) e grandi (con più di 250 addetti) imprese, in questo caso nell’ordine del 30%.

Tale divario digitale emerge prepotentemente nel corso della ricerca, aggravandosi anche in relazione alla maggiore complessità della tecnologia analizzata: l’utilizzo delle reti Intranet riguarda il 21,3% delle piccole imprese, con quote crescenti all’aumentare della dimensione aziendale, fino a raggiungere il 74,4% nelle grandi unità. Allo stesso modo l’utilizzo di reti Extranet ha interessato il 15,1% delle piccole imprese e il 54,6% di quelle più grandi, mentre i sistemi operativi open source sono stati usati dal 13,9% delle piccole e dal 49,3% delle grandi imprese. Il divario persiste pure in relazione a servizi per i quali non sono necessarie particolari competenze tecniche, come la firma digitale, con percentuali di sfruttamento rispettivamente del 21,7 e del 50%.

Nel contesto digitale il primo e forse più importante biglietto da visita per l’azienda è certamente il sito web: ecco, quindi, che la ricerca arriva ad indagare anche alcuni aspetti ad esso legati. Per prima cosa pare che solo sei imprese su dieci ne possiedano uno, anche se la percentuale sale al 90% considerando le sole aziende con almeno 250 addetti. Il dato varia poi anche in relazione al territorio (65% al Nord, 60,2% al Centro, 51,1% al Sud e Isole) e al settore di riferimento: le presenze maggiori si misurano nell’ICT (80,7%), nei servizi di alloggio (96,8%) e nelle agenzie di viaggio (92,4%). La scarsità nella disponibilità di servizi complessi all’interno dei siti aziendali – quali la personalizzazione dei contenuti da parte dei fruitori (2,5%), la possibilità di progettare prodotti (4,2%) e di effettuare ordini e prenotazioni on-line (13,6%) – rivela la difficoltà nel seguire i dettami del cosiddetto Web 2.0 e la propensione a considerare il sito semplicemente come una risorsa aggiuntiva e utile all’attività quotidiana, non un punto strategico di crescita e innovazione.

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di servizi offerti sul sito web

Stando ancora all’indagine, il sito web rappresenterebbe, poi, lo strumento preferito utilizzato per lo scambio elettronico di informazioni con clienti e fornitori (16,4 per cento), funzionale al processo organizzativo. A tal proposito, il 63,2% delle imprese scambia elettronicamente informazioni con altre imprese in un formato che ne consente il trattamento automatico, mentre il 21,8% condivide per via elettronica informazioni con clienti e fornitori sulla gestione della filiera produttiva. Si scambiano soprattutto informazioni relative alla ricezione di fatture elettroniche (54,4%), con elevate differenziazioni settoriali.

Per quanto riguarda invece lo scambio di informazioni all’interno dell’impresa, sembra che il 40,8% delle imprese condivida automaticamente per via elettronica le informazioni relative agli ordini di vendita ricevuti in qualsiasi forma e il 33,9% quelle relative agli ordini di acquisto trasmessi.

Imprese con almeno 10 addetti che condividono al proprio interno informazioni su ordini di vendita-acquisto per tipologia di funzione aziendale con cui vengono condivise

Solo tre imprese su dieci adottano applicazioni software ERP (Enterprise Resource Planning) per la condivisione di informazioni con altre aree funzionali interne e solo il 23,4% delle imprese utilizza applicazioni di gestione del front office con riferimento alla raccolta, condivisione e analisi delle informazioni ottenute sulla clientela (CRM, Customer Relationship Management).

A commentare i dati esposti è intervenuto Paolo Angelucci, Presidente Assinform, l’associazione italiana per l’Information Technology, il quale, piuttosto ottimista, propone delle soluzioni per giungere ad una reale ottimizzazione del settore: «i dati Istat portano a diverse considerazioni. Innanzitutto, il tasso di alfabetizzazione informatica è ormai molto positivo. L’obiettivo è ora fornire dei servizi internet che siano adeguati alle esigenze delle imprese». Angelucci individua, in particolare, tre possibili poli di crescita. «Il primo riguarda la dematerializzazione dei rapporti tra le imprese e la pubblica amministrazione. Se molti strumenti sono già a disposizione, per esempio la posta elettronica certificata, occorre tuttavia che le regole esistenti vadano applicate. Come secondo punto c’è bisogno di un aumento dell’offerta di servizi e prodotti in rete, e per questo è necessario che arrivi un cambiamento culturale. Terzo punto: mi auspico un aumento dello scambio delle informazioni tra imprese in rete, con la creazione di marketplace e di distretti virtuali di aziende. Per risolvere questa esigenza – conclude – servirebbero interventi di sistema da parte delle istituzioni, come per esempio la creazione di fondi strutturali ad hoc»

L’ottimismo di Angelucci deve, tuttavia, scontrarsi con quelli che sono, forse, i dato più negativi rilevati dall’indagine, quelli cioè relativi al commercio elettronico. Pare, infatti, che solamente il 35,9% delle imprese abbia effettuato acquisti on-line nel 2009, percentuale che sale in riferimento alle imprese di maggiore dimensione (59,1%) e a quelle del Nord-ovest (circa il 39,2%). In particolare la figura 5 evidenzia le attività economiche per le quali l’acquisto elettronico è più importante, capeggiate dalle imprese di telecomunicazioni.

Imprese con almeno 10 addetti che effettuano acquisti on-line nelle migliori prime cinque attività economiche

Ancor più bassa è la percentuale riferita alle vendite on-line realizzate dalle imprese (5%), per un valore complessivo pari al 5,4% del fatturato totale.

Le agenzie di viaggio, i servizi di alloggio e l’editoria sono tra le attività che ricorrono con maggiore frequenza alle vendite on-line, mentre il comparto della fabbricazione di autoveicoli è quello che registra la più alta percentuale di fatturato on-line (34,1%).

Imprese con almeno 10 addetti che effettuano vendite on-line nelle ”migliori” prime quattro attività economiche

 Per quanto riguarda, infine, le politiche di sicurezza Ict, l’indagine conferma come solo una minima parte delle realtà aziendali si attivi per la protezione dei dati (il 29,4% dispone di una politica di sicurezza formalmente definita e di un programma di revisione regolare), con forti differenziazioni settoriali e dimensionali (maggior incidenza nelle telecomunicazioni e nelle grandi aziende). Tra le procedure adottate, la più diffusa sembra essere l’autenticazione tramite l’utilizzo di password di tipo ‘forte’ (64%), seguita dal backup dei dati all’esterno (41,8%).

Dall’analisi riportata, complessivamente considerata, si deduce come, in realtà, siano notevoli le lacune del contesto imprenditoriale italiano in materia di ICT. Due ulteriori considerazioni finali non potranno che avvalorare tale consapevolezza.

La prima riguarda il fatto che l’indagine è stata limitata alle imprese con più di dieci dipendenti: se la si fosse estesa all’intero tessuto imprenditoriale italiano, le percentuali sarebbero, forse, molto più preoccupanti.

Valore delle vendite on-line delle imprese con almeno 10 addetti nelle “migliori” prime quattro attività economiche

La seconda considerazione riguarda, invece, il paragone con i dati resi disponibili pochi giorni fa da Eurostat, relativi all’utilizzo delle tecnologie ICT nelle imprese di tutta Europa, nello stesso arco temporale analizzato dall’Istat. Il tasso medio di penetrazione della rete Internet in Europa è del 94%, con ovvi scarti tra le grandi imprese (99%) e le piccole (ferme al 94%). Tale scarto è ancor più evidente in riferimento alle connessioni a banda larga (96% contro 83%) e alla banda larga mobile (67% contro 22%).

Certo la nostra media nazionale risulta perfettamente in linea con quella europea, ma questi dati ridimensionano inevitabilmente l’ottimismo iniziale, che avevamo detto essere proprio di una lettura superficiale dei risultati dell’indagine Istat, e impongono di valutare le reali eccellenze europee (Finlandia, prima in classifica con un tasso di penetrazione pari al 100%, Islanda, Olanda, ma anche Belgio, Germania, Slovacchia e Spagna. L’Italia si colloca al ventesimo posto). Con riferimento al commercio elettronico, poi, l’Italia risulta essere quartultima nella classifica europea relativa alla percentuale di fatturato realizzato tramite questa modalità, in testa solo a Romania, Bulgaria e Cipro.

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Imprese edili e artigiane soffrono maggiormente per i crediti non riscossi

Secondo una ricerca di D.A.S., il Trentino è la regione più tempestiva nei pagamenti alle imprese, mentre, più si scende lungo la Penisole, maggiori sono i ritardi

D.A.S., “la più antica ed esperta organizzazione internazionale specializzata nella Tutela Legale”, legata ad Alleanza Toro S.p.a., ha analizzato le pratiche di recupero crediti avviate, nei sei mesi scorsi, dai clienti titolari della propria polizza Difesa Business, la quale, attraverso una linea di 10 prodotti dedicati, fornisce assistenza, consulenza e tutela legale alle pmi, per gli eventuali inconvenienti che si possono generare nel corso della gestione aziendale. Da tale analisi è emerso che, a soffrire maggiormente per la mancata riscossione dei crediti, sono primariamente le imprese edili, siano esse piccole, medie o grandi, e quelle piccole artigiane.

La medaglia d’oro per la tempestività nei pagamenti alle imprese sembra andare al Trentino Alto Adige, che, con una media di circa 80 giorni – comunque considerata alta se paragonata alle medie dei Paesi Scandinavi, della Germania o delle altre nazioni est-europee, quali Polonia ed Estonia – risulta la regione italiana più affidabile e puntuale.

Relativamente buona anche la situazione di Liguria ed Emilia Romagna, le quali hanno una media di 5 giorni in più rispetto al Trentino. Accettabili anche i tempi riferiti a Friuli-Venezia Giulia, Marche e Veneto.

L’ultima posizione sembra invece essere occupata da Abruzzo – un record in negativo tristemente legato ai recenti disastri naturali che hanno coinvolto questa zona – Basilicata e Calabria, le quali, con un ritardo medio di un mese in più rispetto al Trentino, sono le regioni peggiori per tempi di pagamento. In particolare è la Basilicata a risultare la più lenta in assoluto nei pagamenti, con una media di 3 mesi e 2 settimane; qualche giorno in meno per Puglia e Calabria, mentre in Campania sono state registrate attese medie di poco superiori ai 3 mesi.

Tendenzialmente, quindi, ciò che D.A.S. ha evidenziato è che, più si scende lungo la Penisola, più ampie sono le difficoltà per le imprese ad ottenere gli importi dovuti.

Sottolinea Roberto Grasso, amministratore e direttore generale di D.A.S. Italia, come, dall’indagine realizzata, risulti che «oltre il 70% degli imprenditori e il 78% dei liberi professionisti interpellati aveva manifestato l’esigenza di una polizza di tutela legale per gestire il recupero dei crediti, a riprova di quanto sia in questo periodo un’esigenza prioritaria e legata alla sopravvivenza stessa dell’azienda. Solo quest’anno – continua – su oltre mille pratiche abbiamo recuperato circa 3 milioni di euro, quasi l’80% delle somme dovute ai nostri clienti. Tutti i settori merceologici sono colpiti e interessati dal fenomeno delle insolvenze ma le imprese edili e quelle artigiane di falegnameria o carpenteria metallica ne soffrono più delle altre».

Difesa Business, proposto da D.A.S., si compone di 10 coperture studiate appositamente per le varie tipologie di impresa (Difesa azienda, Difesa impresa edile, Difesa artigiano, Difesa attività commerciale, Difesa impresa agricola, Difesa condominio, Difesa albergo, Difesa professionista) o per singole figure aziendali (Difesa dirigenti&quadri e Difesa amministratori di società). A completare la linea è Difesa al volante, per la tutela delle aziende nell’ambito della circolazione stradale. Un modo, quindi, per rispondere alle specifiche esigenze legate alle differenti attività, attraverso una rete di oltre 1100 tra agenzie e broker.

«La migliore collaborazione che abbiamo ravvisato in Trentino – ricorda ancora Roberto Grasso – è senz’altro dovuta alla maggior conoscenza sul territorio della tutela legale e della nostra compagnia. In questa parte d’Italia e meglio ancora in altri Paesi (es. Germania, Austria) piccoli imprenditori e professionisti italiani hanno capito che a un costo contenuto – bastano 250 euro l’anno – si può ottimizzare la gestione dei rischi aziendali utilizzando le assicurazioni di tutela legale. Del resto anche la via giudiziaria in Italia è molto sconfortante. Da noi la soluzione di un contenzioso economico nei vari gradi di giudizio dura mediamente più di 3 anni e mezzo, collocandoci agli ultimi posti nel mondo. Senza contare, poi, che il 30% del credito si perde, comunque, nelle spese giudiziarie, specie quelle per pagare l’avvocato».

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In aumento le possibilità occupazionali nel settore finanziario-assicurativo

Le stime, relative al primo trimestre del 2011, parlano di un incremento del 7% del tasso occupazionale rispetto allo stesso periodo del 2010 e del 3% rispetto al trimestre precedente

Seppur con toni piuttosto cauti, torna a regnare un certo ottimismo nelle prospettive occupazionali relative al contesto italiano.

In particolare sembra che le maggiori opportunità si registreranno nell’ambito finanziario-assicurativo, che include – è bene ricordarlo – anche il settore immobiliare e quello dei servizi rivolti alle imprese: stando alle statistiche, l’occupazione salirà, nei primi tre mesi del 2011, di ben 7 punti percentuali, un dato che, tuttavia, si traduce in un aumento dell’1%, considerando l’aggiustamento stagionale. Dal confronto con periodi temporali differenti, si delinea, comunque, una tendenza estremamente positiva nel mercato occupazionale dei vari istituti di credito e assicurativi; si stima un incremento del 3% rispetto al trimestre precedente e addirittura del 7% rispetto allo stesso periodo del 2010.
L’Abi, associazione bancaria italiana che “opera promuovendo iniziative per la crescita ordinata, stabile ed efficiente del Sistema bancario e finanziario”, sottolinea come «le banche italiane in questi ultimi anni» abbiano «mantenuto la capacità di favorire una sostanziale tenuta dei livelli occupazionali, anche a fronte del difficile andamento dell’economia. Con una percentuale occupati a tempo indeterminato che si aggira intorno al 96 per cento, non si è profilata alcuna questione precariato».

Con un aumento compreso tra lo 0,5 e l’1% degli occupati negli ultimi anni, il sistema bancario individua, nell’attuale momento storico, nuovi segnali di fiducia nella ripresa economica, segnali che l’Abi spera di veder moltiplicati proprio a partire dai primi mesi del 2011: «per il futuro le prospettive sono legate alla necessità di continuare a conciliare le esigenze di competitività delle imprese bancarie con quelle dei lavoratori. Un equilibrio più che mai necessario per un settore chiamato a confrontarsi a livello internazionale in termini di sviluppo costante del grado di efficienza e di crescita».

Anche con riferimento al comparto immobiliare, che vede impiegati circa 250 mila addetti in 30 mila agenzie, le previsioni sull’occupazione sembrano essere buone, seppur condizionate dall’entrata in vigore di alcune misure normative e fiscali richieste dalla categoria; spiega Paolo Righi, presidente della Fiaip, federazione italiana agenti immobiliari professionali, come le rilevazioni e le analisi fatte segnalino «un incremento del numero degli occupati nell’ordine del 3-4% su base annua. Ma questo è un dato che deve essere rapportato al calo dei lavoratori che si è registrato nel 2010, e che ha visto la chiusura del 10 per cento di tutte le agenzie presenti sul territorio». «Il via libera alla cedolare secca al 20% farebbe rientrare i piccoli imprenditori nel mercato immobiliare ai fini della locazione e rimetterebbe in circolo i 3 milioni di case vacanza che vengono affittate prevalentemente in nero. Di riflesso ci sarebbero degli indubbi benefici sull’occupazione, sia nel nostro settore sia in quelli collegati. Ma la crisi politica e lo spettro di nuove elezioni rischia di minare questo iter normativo-finanziario e il consolidamento del comparto immobiliare».

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Accordo SACE e Mediocredito Trentino Alto Adige

Un plafond di 20 milioni di Euro destinato a favorire i processi di internazionalizzazione all’interno delle piccole e medie realtà imprenditoriali del Nord-Est

Il tessuto portante del sistema economico italiano è rappresentato, lo sappiamo, dalle piccole e medie imprese, le quali – in un contesto ormai globalizzato e caratterizzato dalla sempre maggiore sfumatura dei confini nazionali – desiderano spesso avviare e consolidare rapporti con interlocutori esteri o estendere la propria presenza nei mercati internazionali. Un tale processo di penetrazione non è ovviamente diretto, ma richiede una precisa pianificazione strategica, un elevato e crescente grado di rischiosità e un coinvolgimento dell’intera struttura imprenditoriale. È da questa precisa consapevolezza che è nato l’accordo di collaborazione tra SACE e Mediocredito Trentino Alto Adige, siglato, più precisamente, il 3 dicembre da Simonetta Acri, Direttore della Sede Territoriale di Venezia di SACE e da Franco Senesi, Presidente di Mediocredito.

SACE è un gruppo assicurativo-finanziario che “offre un’ampia gamma di prodotti e servizi per sostenere le aziende e le banche nel loro business sul mercato domestico ed internazionale”; è attivo, in particolare, nell’assicurazione del credito, nel credito all’esportazione, nella protezione degli investimenti, nelle garanzie finanziarie, nelle cauzioni e nel factoring. Offre coperture in ben 181 Paesi e, attraverso una rete di uffici nelle regioni italiane più industrializzate e orientate all’export, risulta sempre più vicina alle piccole e medie realtà imprenditoriali.

Mediocredito Trentino Alto Adige rappresenta una Corporate e Investment Bank che, attraverso il credito a medio e lungo termine, la consulenza finanziaria, le operazioni di finanza straordinaria ed il leasing, si muove in favore delle PMI, per consigliare e assistere negli investimenti in immobili, impianti e macchinari, nelle esigenze di liquidità, nelle ricapitalizzazioni e nelle domande per contributi pubblici.

Lo scopo dichiarato dell’accordo è, allora, quello di sostenere le piccole e medie imprese del Nord-Est Italia nei loro processi di internazionalizzazione ed espansione commerciale all’estero, mettendo loro a disposizione un plafond di 20 milioni di Euro come nuovi finanziamenti da destinare alle attività connesse alla crescita sui mercati esteri. Per avanzare la richiesta di finanziamento, le imprese devono avere un fatturato fino a 250 milioni di Euro, generato per almeno il 10% all’estero e devono presentare un preciso progetto di internazionalizzazione relativamente alla propria attività aziendale.

Le linee di credito vanno da un importo minimo per singolo finanziamento di 50 mila Euro ad un massimo di 2 milioni di Euro e godono della garanzia di SACE fino al 70% dell’importo erogato.

Il finanziamento, che può avere una durata massima di 6 anni, dev’essere finalizzato ad investimenti in Italia e all’estero, relativamente a costi di impianto ed ampliamento, brevetti e marchi, acquisto di immobili, terreni e attrezzature, acquisizione di partecipazioni, realizzazione di joint-venture, costi promozionali e pubblicitari, spese per tutelare il Made in Italy, riqualificazioni e rinnovo degli impianti e dei macchinari e per la realizzazione di impianti per la produzione di energia alternativa.

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Confindustria: entro il 2015 superamento del Digital Devide

In occasione del “Summit 2010 – col ferro e col silicio” si è riflettuto sul rapporto tra imprese e digitalizzazione, sostenendo la necessità di un cambiamento nell’impostazione e di interventi rivolti più specificatamente al territorio

Gestire il passaggio da una situazione di Digital Divide ad una di Digital Prosperity: questo l’obiettivo dichiarato da Confindustria, in occasione del “Summit 2010 – col ferro e col silicio”, organizzato da Aib (Associazione industria bresciana) e Csmt (Centro servizi multisettoriale e tecnologico).

Stando a quanto dichiarato da Gabriele Galateri di Genola, delegato di Confindustria per le Comunicazioni e la Banda Larga, oltre che Presidente di Telecom Italia, fondamentale sarebbe «realizzare entro il 2015 il superamento del divario digitale, garantendo una copertura a 20 mega su tutto il territorio e ultrabroadband per i grandi centri urbani e le aree a forte concentrazione industriale, completando la digitalizzazione della Pa».

L’incontro, presso la sede di Aib, ha riunito rappresentanti e top manager di aziende medio-grandi, responsabili Cio delle multinazionali, vertici della Camera di commercio locale, Università di Brescia, docenti del Politecnico di Milano, come l’Amministratore delegato Cefriel Alfonso Fuggetta, Andrea Masini dell’Hec (l’Ecole des hautes études commerciales Paris). Esso è stato occasione di riflessione sulle opportunità di creazione o trasformazione del business messe a disposizione dalle tecnologie dell’informazione e della comunicazione, nella profonda convinzione che le PMI italiane possano riemergere più forti dall’attuale situazione di cosiddetta “crisi”, grazie anche – e forse soprattutto – all’uso sapiente e innovativo delle tecnologie ICT. Digitale e banda larga sono, sottolinea ancora Galateri di Genola, «strategici per la competitività del paese, con Confindustria impegnata in un progetto di sistema che si traduce in efficienza aziendale, risparmio, dematerializzazione cartacea e business».

Pare che le aziende e gli apparati decisionali italiani stiano iniziando a cogliere l’importanza strategica dei sistemi informatici, investendo risorse e sforzi lungo questo percorso di digitalizzazione; «gran parte delle nostre proposte sono state recepite nel piano del ministro Romani per l’abbattimento del digital divide e nel Piano e-gov 2012 del ministro Brunetta. Tuttavia, ad oggi, anche a causa della crisi economica, questi piani sono stati realizzati solo in parte». Il problema pare essere soprattutto di impostazione: il processo di informatizzazione viene ancora considerato esclusivamente un veicolo di innovazione, non uno strumento utile alla riorganizzazione della gestione, funzionale alla costruzione di nuovi modelli di business. Secondo Galateri di Genola ciò avverrebbe a causa della scarsa «alfabetizzazione digitale».

Conferma il professor Fuggetta: «l’ICT nelle aziende è stato considerato per molto tempo come un’insieme di strumenti per far funzionare meglio l’impresa a supporto dei metodi classici. Era utilizzato soprattutto per la gestione interna e per il sito web ma non incideva direttamente sul funzionamento dell’impresa. Oggi l’informatizzazione aziendale ha però un ruolo diverso, è entrata pesantemente in tutti gli aspetti della vita dell’impresa».

È un divario dal doppio volto, insomma, quello esistente tra chi ha accesso alle tecnologie dell’informazione e chi ne è escluso, implicando non solo carenze nel lato tecnico, ma anche in quello della consapevolezza sulle reali potenzialità. Si pensi, ad esempio, ai risparmi che deriverebbero dalla dematerializzazione dei documenti cartacei della Pa, o dall’utilizzo di fascicoli sanitari elettronici, posta elettronica certificata, firma digitale e fatturazione elettronica. «Secondo il IV rapporto della Fondazione PromoPA il costo delle pratiche burocratiche per una piccola impresa è pari al 7% del proprio fatturato» continua Gabriele Galateri. «In Europa occidentale secondo una analisi di Forrester Research, si passerà dai 68 miliardi di euro del 2009 ai 114,5 miliardi del 2014 per le vendite realizzate con commercio elettronico. E in Europa è stimato un tasso di crescita dell’11% per le vendite online». «Per ogni euro investito nel settore Ict si sviluppa un euro e 45 di Pil (dati Ocse) e gli investimenti in Ict hanno contribuito al 50% della crescita della produttività europea negli ultimi 15 anni».

Da qui la necessità di inserirsi nel flusso di una nuova coscienza gestionale, che faccia dell’ICT il proprio punto di forza: pur conservando «la personalizzazione dei codici e dei procedimenti, per non perdere specificità rispetto alla concorrenza», considera Andrea Masini, «è necessario capire che l’informatizzazione può cambiare il modello di business».

Come strategia per superare il gap digitale nelle piccole e medie imprese, Confindustria sta sviluppando, in collaborazione con Aldo Bonomi (vicepresidente per le Politiche Territoriali) un progetto per la creazione di distretti industriali e, in generale, intende rendere più forte la propria presenza sul territorio, così da poter cogliere e dare soddisfazione alle reali esigenze, anche di natura finanziaria, in capo alle aziende.

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