Aziende italiane e RSI: crescono gli addetti, ma si punta poco sul Web

I professionisti della Responsabilità Sociale d’Impresa sembrano consolidare la propria posizione nel tessuto aziendale italiano, creando interessanti prospettive occupazionali, soprattutto tra le donne. Per contro le imprese si dimostrano incapaci di sfruttare la rete come leva strategica per comunicare i risultati delle proprie azioni di natura sociale, etica e ambientale
Erano gli ultimi giorni di ottobre e il temuto uragano Sandy devastava, con il suo passaggio, la costa nord est degli Stati Uniti, provocando vittime e ingenti danni. Tra l’angoscia e l’abbattimento generale che ne conseguirono, Procter & Gamble si mise a distribuire, alle persone colpite, pannolini, dentifrici, bagnoschiuma, creme, detersivi, pile per le torce elettriche e le radio, per ricaricare pc, tablet e telefoni. L’attenzione mediatica dedicata all’azione fu notevole, amplificata da blogger e cittadini comuni attraverso la rete. Un messaggio di altruismo e solidarietà sociale venne, allora, per giorni, veicolato dai molti brand appartenenti al noto gruppo industriale, contribuendo a rafforzarne l’universo valoriale e il desiderio di appartenenza allo stesso da parte degli utenti. Fare del bene per avere visibilità positiva: pare essere questa la nuova frontiera del marketing etico, la ricetta ideata dalle menti imprenditoriali particolarmente illuminate per combattere la tragicità della contingenza. Compiere azioni utili, connesse alla propria mission, può risultare una strategia vincente anche, e forse soprattutto, in tempi di crisi.
Un simile episodio spinge a interrogarsi sull’importanza della dimensione sociale all’interno dell’agire aziendale. Certo l’analisi di tale dimensione non può limitarsi alle sole scelte di comunicazione e marketing, ma coinvolge piuttosto l’intero percorso di vita dell’impresa. Si tratta della cosiddetta Responsabilità Sociale d’Impresa, RSI (o Corporate Social Responsibility, CSR), che vede nell’articolo 41 della Costituzione (quello che garantisce la libertà dell’iniziativa economica privata, purché non sia “in contrasto con l’utilità sociale” e non rechi “danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”) il suo primario fondamento, con riferimento al nostro contesto nazionale. L’impresa socialmente responsabile è quella che volontariamente integra valori etici, sociali e ambientali nella definizione delle proprie scelte strategiche e di gestione, andando oltre i semplici obblighi di legge e perseguendo il proprio sviluppo secondo un’ottica di sostenibilità. Non ci si riferisce alla semplice pubblicazione di un bilancio sociale o all’adozione di campagne comunicative votate a principi etici e sociali, la CSR impone piuttosto di determinare il proprio orientamento strategico in base a tali principi, renderli parte integrante della visione aziendale: non un obiettivo, dunque, ma un percorso votato a un continuo miglioramento e all’innovazione.
I vantaggi di un simile approccio sono dimostrati: mantenimento di una buona reputazione, maggiore competitività sul mercato, garanzia di coesione tra gli stakeholder, creazione di un ambiente di lavoro più sicuro e motivante, capacità di attrarre personale maggiormente qualificato, possibilità di godere di vantaggi fiscali e semplificazioni amministrative, se previsti.
Negli ultimi anni sembra essere cresciuta l’importanza attribuita ai problemi sociali e ambientali, per questo si sono moltiplicati i professionisti della CSR, i quali, a diverso titolo, hanno trovato una propria collocazione nelle strutture organizzative delle aziende. Il Csr Manager Network, l’associazione che riunisce i responsabili delle politiche sociali, in collaborazione con Altis (Alta scuola impresa e società dell’Università Cattolica di Milano) e ISVI (Istituto per i valori d’impresa), ha cercato, allora, di indagare “La professione della CSR in Italia”, per delinearne le caratteristiche, i percorsi, le attività, la retribuzione e il grado di affermazione. Il 40% delle società quotate – rileva il report – ha già oggi al suo interno un manager della CSR e una su quattro pubblica un bilancio di sostenibilità per far conoscere le proprie attività in ambito, le linee di lavoro e gli obiettivi futuri. Non si tratta di numeri grandissimi, tuttavia i margini di crescita sono molti, se si considera che il report ha identificato 327 persone che fanno della CSR il fulcro della propria attività professionale, contro le 90 identificate nella precedente ricerca del 2005. Una professione che si sta, dunque, consolidando e diventando sempre più autorevole nel tessuto aziendale, creando prospettive occupazionali piuttosto positive.
La ricerca evidenzia alcuni tratti caratteristici della figura: diversamente da quanto accade per le altre funzioni aziendali, prevalgono le donne (56,8%) e coloro che hanno un’età relativamente giovane, compresa tra i 31 e i 50 anni (66% dei casi). Il livello di formazione è solitamente elevato, dato che la maggior parte degli addetti ha conseguito una laurea specialistica (54,1% dei CSR manager e 48,4% dei collaboratori) o un master (29,7% sia dei CSR manager sia dei collaboratori). Vi è la tendenza, inoltre, di assegnare l’incarico a persone già presenti in azienda (70,3% dei CSR manager, 58,8% dei collaboratori).
La maggioranza degli attuali CSR manager ha condotto studi a carattere economico (56,8%), tuttavia una parte significativa ha studi umanistici alla base (18,6%). Prima di occuparsi di CSR essi erano occupati primariamente nel mondo della comunicazione (36,1%) e del marketing (19,4%).Tra i collaboratori dell’Unità di CSR risulta meno rilevante, a livello formativo, la dimensione economica, che si equivale a quella umanistica (entrambe al 31,3%). Emerge una significativa quota di practitioners che ha iniziato la propria attività lavorativa attorno alla CSR (15,6%), mentre il 19,6% proviene dalle aree della comunicazione e l’11,8% dal marketing.
La figura dei CSR manager appare piuttosto articolata, con riferimento alle attività svolte: essa gestisce direttamente le attività di carattere sociale e ambientale connesse alla comunità, fungendo da interfaccia per gli stakeholder presenti nel territorio; si occupa, inoltre, della rendicontazione di sostenibilità (sia del bilancio di sostenibilità, sia della sezione del sito aziendale dedicata alla CSR) e supporta le altre funzioni aziendali in qualità di consulente.
La retribuzione dei CSR manager si aggira sui 79.000 euro lordi l’anno, anche se nel 22,6% dei casi si superano i 120.000 euro. Essi beneficiano anche di una quota di retribuzione variabile legata agli obiettivi, pari in media al 15,7%.
Per quanto riguarda invece i collaboratori dell’unità di CSR, la retribuzione annuale lorda si attesta in media attorno ai 38.000 euro, con la previsione, anche in questo caso, di una quota di retribuzione variabile, pari in media al 7,5% della retribuzione annuale lorda.
Pare quindi che gli stipendi degli addetti alla CSR siano in linea con quelli riferiti ad analoghi ruoli nelle più tradizionali funzioni aziendali.
Spostando la prospettiva sull’ambito Web, è interessante capire come le aziende comunichino, attraverso il proprio sito istituzionale, i risultati delle proprie azioni di natura sociale, etica e ambientale, agli stakeholder. Ad indagare su tale aspetto è la società di comunicazione Lundquist, attraverso la ricerca “CSR Online Awards 2012, che ha preso in esame 252 società in Europa, raggruppate in cinque differenti classifiche. Quella italiana, giunta quest’anno alla sua quinta edizione, ha considerato un campione di 100 aziende, il doppio rispetto agli anni scorsi: dalle 50 società quotate esaminate in precedenza, alle 85 società quotate esaminate ora, alle quali si è scelto di aggiungere anche 15 grandi società non quotate (o succursali italiane di multinazionali) ma comunque dotate di bilancio CSR.
Il protocollo di valutazione si basa sull’analisi di 68 criteri ed è stato suddiviso tre macro aree Contenuti (che copre le principali tematiche sociali, ambientali, di governance e la presentazione del bilancio CSR), User experience (riguarda navigabilità e usabilità del sito e qualità della comunicazione visuale) e Ongoing engagement (valuta interattività, notizie e risorse disponibili, la capacità di rafforzare il dialogo con gli utenti) – per un totale complessivo di 100 punti assegnabili. All’origine del punteggio assegnato vi sono alcuni presupposti che rendono efficace la comunicazione CSR online, riassunti in sette pilastri: il sito deve essere esaustivo (deve soddisfare tutte le esigenze informative degli utenti), integrato (attraverso i link tra le diverse sezioni o rivolti ai canali esterni, come quelli social), aperto (a feedback, discussioni e dibattiti), user friendly (il sistema di navigazione deve essere intuitivo e privo di tecnicismi, i formati devono essere adatti alla lettura su schermo), accattivante (attraverso gli strumenti multimediali), concreto (dati credibili e pertinenti, supportati anche da case-study, non messaggi autoreferenziali), unico (aziende devono comunicare cosa rappresenta la CSR nel contesto specifico delle proprie strategie di business).
Gran parte delle maggiori aziende italiane sembra non tenere il passo con l’evoluzione del Web e solo una parte (59 tra quelle analizzate) pubblica online il proprio bilancio CSR, limitandosi, nella maggior parte dei casi, ad un lavoro di copia-e-incolla dei testi preparati per il bilancio cartaceo.
Il Web non viene, quindi, inteso come leva strategica per la comunicazione della responsabilità sociale d’impresa, non vengono tendenzialmente adottate specifiche soluzioni comunicative, capaci di sfruttare le potenzialità del mezzo in termini di trasparenza, dialogo e confronto. Il punteggio medio del CSR Online Awards Italy 2012 scende, allora, a 34 su 100, rispetto alla media di 44,2 delle 100 società più grandi d’Europa. Deludente il punteggio di 21,4 assegnato alle 15 società non quotate incluse nella ricerca. Il punteggio medio della macro area “Contenuti” sale leggermente al 35% del punteggio massimo, segno che le aziende danno maggiore evidenza online alle loro politiche, performance e iniziative CSR. Il punteggio medio della “User experience” è sceso invece al 38%, a causa del maggiore rigore di alcuni criteri usati, quello della terza area, “Ongoing engagement”, al 28%, per la mancanza di funzionalità interattive e per l’utilizzo scarso dei social network.
Più precisamente i punteggi più alti sono stati ottenuti con riferimento al modo in cui le società presentano il proprio impegno per la responsabilità sociale (priorità, obiettivi…), le informazioni ambientali e i bilanci CSR (punteggio medio pari al 40% del massimo), mentre le performance peggiori riguardano l’interattività (uso di social media, blog, RSS, podcast…) e la comunicazione visuale (17%), che comprende l’uso di video, immagini e grafici interattivi.
Entrando nel vivo della classifica, emerge che la multiutility Hera si posiziona al primo posto, con 76,5 punti su 100 (recupera cioè la posizione del 2010, dopo essere scesa al terzo gradino lo scorso anno), seguita da Telecom Italia (73,25) ed Eni (71,5 punti). Il resto della top 10 comprende: Fiat spa (69), Unicredit (66), Snam (64,75), Fiat industrial (63), Terna (63), Enel (62,5) ed Edison (60,5). Migliorano le prestazioni del Gruppo IREN, che ottiene 14 punti in più rispetto all’anno scorso e sale per questo alla 26esima posizione, quelle di Acea (+6,5 punti) e Autogrill (+3). Mondadori ha pubblicato il suo primo bilancio quest’anno ed è stata la migliore tra i nuovi entrati in classifica, conquistando la 17esima posizione con 49,25 punti. Tra le società non-quotate, è Barilla ad aver posto in essere le performance più elevate, ottenendo 39 punti e guadagnando la 21esima posizione.
La ricerca Lundquist rileva anche come ben il 47% delle maggiori aziende quotate in Italia non investa nella rendicontazione formale di tematiche CSR e come il 30% delle 40 imprese più grandi, incluse nell’indice delle “blue chip” nazionali (FTSE MIB), non rediga un bilancio CSR, segno di scarsa trasparenza. Tra queste: Azimut, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Campari, Diasorin, Mediobanca, Mediaset, Parmalat, Salvatore Ferragamo e Tod’s.
Il dato contrasta con il trend rilevato in Europa, dove tutte le 100 principali aziende pubblicano bilanci di sostenibilità.
Malgrado l’aumento delle società italiane incluse nella ricerca, il numero dei report sul Web è sostanzialmente invariato rispetto all’anno scorso, segno che esso rimane, in questo periodo di difficoltà economica, esclusivo appannaggio delle aziende più grandi (nel 2011 i report online erano 15 per le 50 maggiori aziende quotate, nel 2012 sono 18 per le prime 100).
Metà (30) delle aziende analizzate che pubblicano bilancio online si ferma ad un semplice PDF, 10 dei esse presentano una versione image-based (sfogliabile) del documento in PDF per innalzare il grado di leggibilità sul web. Tra le 100 maggiori aziende europee, invece, solo il 38% pubblica un formato PDF e il 9% una versione image-based (sfogliabile), mentre più della metà è dotata di una versione online (36% offre una versione HTML del report attraverso un mini-sito e il 17% ne offre una versione Web-based, integrandolo alla sezione CSR del sito corporate).
Le aziende italiane non sembrano, in definitiva, aver compreso l’importanza del Web per comunicare efficacemente la propria politica CSR. Il sito corporate dovrebbe rappresentare uno spazio strategico, nel quale l’azienda racconta il proprio percorso verso la sostenibilità e l’impegno sociale, cercando di stimolare il confronto con i propri stakeholder. Ad esso dovrebbero integrarsi i canali social, visti non come semplice veicolo di comunicati stampa e contenuti redazionali, ma come strumento utile a stimolare la riflessione, lo scambio di opinioni e il dialogo con l’utenza.
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La responsabilità sociale dell’impresa nell’era del Web 2.0

La realizzazione di un’enciclopedia virtuale sulla CSR, da parte dell’Osservatorio Socialis, ci spinge a riflettere sulle ultime tendenze studiate in materia, le quali rivelano una presa di coscienza sempre più forte per le imprese
La wikipedia della responsabilità sociale d’impresa”: con questi termini è stata presentata la nuova enciclopedia on line dedicata all’impegno sociale delle aziende italiane e sviluppata dall’Osservatorio Socialis di Errepi Comunicazione, la “piazza virtuale” nella quale vengono messe a disposizione di tutti, analizzate e promosse le informazioni, le buone pratiche e le esperienze dei diversi protagonisti in materia di CSR, sviluppo sostenibile, volontariato, ambiente, cultura, ricerca scientifica, servizi ai cittadini, staff involvement e risparmio di risorse. La nuova piattaforma web raccoglie in ordine alfabetico i 175 termini pubblicati nel Dizionario CSR, presentato il 18 luglio 2011, presso Palazzo Incontro a Roma, su iniziativa di Errepi Comunicazione, con il contributo della Provincia di Roma, della Banca Popolare di Puglia e Basilicata, di Conad, De Cecco e Novartis. Ospite d’eccezione: Renzo Arbore, in qualità di storico testimonial della Lega del Filo D’Oro; l’occasione: il decennale del Libro Verde della Commissione Europea sulla responsabilità sociale delle imprese.

La novità principale dell’iniziativa sta nella ricerca di un coinvolgimento diretto da parte degli utenti (“dai manager ai dipendenti delle imprese, dalle istituzioni, alle Università, dal non profit, ai giornalisti, agli studenti”), i quali sono invitati a contribuire alla crescita della struttura, arricchendola di nuove voci, proponendo spunti di riflessione e lasciando i propri commenti: un progetto culturale concreto, nato con l’intento di promuovere dal basso una profonda azione di sensibilizzazione verso tematiche che, proprio al basso, si rivolgono. Un circolo virtuoso, quindi, pensato in “un’ottica di condivisone e ascolto”, fondamentale “nell’era della comunicazione digitale e del web 2.0”, come ha sottolineato Roberto Orsi, direttore dell’Osservatorio Socialis e Presidente di Errepi Comunicazione, in occasione del sopracitato evento di presentazione. “Proprio la parola Ascolto” – ha proseguito Orsi – “è infatti una delle principali del dizionario perché la comunicazione con gli stakeholders diventa un importante momento di scambio e di coinvolgimento”.

Facciamo un piccolo passo indietro cercando di capire, allora, cosa si intenda per CSR, Corporate Social Responsibility (in italiano RSI, Responsabilità Sociale d’Impresa), e per farlo prendiamo a prestito, ovviamente, la definizione che della stessa viene data nell’enciclopedia virtuale, definizione che a sua volta si rifà a quella contenuta nel Libro Verde del 2001 della Commissione Europea: “Il concetto di responsabilità sociale delle imprese significa essenzialmente che esse decidono volontariamente di contribuire a una società migliore e ad un ambiente più pulito” e che quindi “la CSR è l’integrazione su base volontaria, da parte delle Imprese, delle preoccupazioni sociali e ambientali nelle loro operazioni commerciali e nei loro rapporti con le parti interessate. Essere socialmente responsabili significa non solo soddisfare pienamente gli obblighi giuridici applicabili, ma anche andare al di là investendo ‘di più’ nel capitale umano, nell’ambiente e nei rapporti con le parti interessate”.

È la vendetta del povero Charlot di tempi moderni: il mito economico della creazione di un meccanismo, per così dire, perfetto, che conduca al massimo della produttività, passando per la spersonalizzazione e l’alienazione, viene superato, lasciando il posto ad un approccio ben più illuminato e lungimirante; tale approccio considera le persone e il contesto ambientale non come un mero strumento per l’attuazione delle esigenze commerciali d’impresa, da sfruttare, quindi, in modo massiccio, ma come un patrimonio, da coltivare e far fruttare in senso propositivo, grazie al contributo originale e talvolta inaspettato che qualunque personalità o risorsa può offrire se posta in condizioni ottimali.

Stando ai dati rilevati dal quarto e ultimo “Rapporto sull’Impegno Sociale delle Aziende in Italia”, condotto da Swg per conto dell’Osservatorio Socialis, si tratterebbe di un fenomeno in crescita, come a dire che le imprese hanno capito l’importanza dell’impegno umanitario, della salvaguardia dell’arte e dell’ambiente, del finanziamento alla ricerca scientifica, della tutela dei dipendenti, quali leve strategiche per uno sviluppo durevole, al di là dell’innovazione tecnologica: “meno forma e più sostanza”, riassume Orsi in una nota introduttiva al rapporto.

Nel promuovere una simile tendenza, sempre più importante risulta la capacità di sfruttare le strutture imprenditoriali di rete per lo scambio dei progetti, dei saperi e delle opportunità e sempre più apprezzabili appaiono i riconoscimenti e le risorse messe a disposizione a livello istituzionale, al fine di premiare i comportamenti virtuosi, svincolandoli un po’ dalla forma della volontarietà; “e sarebbe” – sottolinea sempre Orsi nel corso della serata di presentazione – “anche interessante promuovere l’istituzione di una sorta di 5 x mille per le aziende, per dare loro l’opportunità di testimoniare ancora più concretamente l’impegno a favore di iniziative meritevoli”.

Stando al rapporto – realizzata su un campione di 800 aziende con oltre 100 dipendenti – il 69,2% delle imprese (circa 7 su 10), ha investito in iniziative di responsabilità sociale (contro il 65,3% del 2007), confermando in realtà il trend positivo degli ultimi anni (il flusso globale dei finanziamenti, rispetto al 2001, si e? piu? che raddoppiato). Se si limitasse l’analisi alle sole aziende di grandi dimensioni (grandi sia in termini di fatturato, sia di dipendenti), tale percentuale salirebbe fino all’88%. L’asse principale degli investimenti si sposta dal nord al centro sud.

I risultati positivi evidenziati sono riusciti a scongiurare la temuta crisi generalizzata, ma certo pare che la percezione degli intervistati veda come solo marginale l’influenza della crisi nell’incremento della responsabilità sociale d’impresa (solo 4 aziende su 10 crede in questa correlazione): stiamo parlando, quindi, di una tendenza positiva che prescinde dalle mere imminenze del mercato, per rifarsi ad un ideale di socialità sempre più sentito.

Con riferimento alle tipologie di attività poste in essere, pare che le aziende si siano orientate soprattutto verso la “dimensione esterna” della CSR, quella proiettata, cioè, sulla propria comunità di riferimento: al primo posto troviamo le iniziative di solidarietà sociale e le azioni umanitarie, probabilmente in tempestiva risposta ai tragici accadimenti avvenuti nel corso del 2009. Un terzo delle aziende (soprattutto al nord e al centro) è parso, invece, orientato alla dimensione interna della responsabilità sociale, con una serie di servizi tesi, quindi, a migliorare le condizioni dei dipendenti. Le aziende più grandi puntano poi su un approccio multistakeholder, che guarda, cioè, ad entrambe le dimensioni.

La maggior parte degli interventi risultano di natura “passiva” (un terzo del campione si limita a delle erogazioni economiche e/o materiali), ma si fa strada l’idea di mettere a disposizione le proprie risorse o di attivare dei gruppi di lavoro interni, diffondendo questo tipo di cultura anche tra i dipendenti (più del 30% delle imprese risulta averli coinvolti in maniera diretta e/o indiretta, contro il 18% nel 2007).

Questa possibilità di coinvolgimento del personale (staff involvement) prevale anche tra i criteri per la scelta delle iniziative su cui puntare (il 28,5%, quindi quasi tre aziende su 10), accanto alle credenziali dell’ente proponente o beneficiario (27%); quella in corso sembra essere una vera rivoluzione sociale, che considera il buon business come necessariamente legato – non solo idealmente, ma soprattutto con azioni concrete – ad una dimensione sociale, seppur persista una parte di imprese (una su quattro) che punta su simili iniziative solo per averne un feedback in termini di immagini (25,1%).

Tra i requisiti di un buon progetto, al primo posto si piazza la rilevanza sociale e la ricaduta sul territorio (68,9%% del campione).

La mancanza di ritorni immediati è indicata come principale freno allo sviluppo di una responsabilità sociale d’impresa, a conferma della necessità di promuovere iniziative a livello istituzionale, che incentivino questa tendenza. Nella prospettiva, poi, di rafforzare il rapporto con le risorse interne, i due terzi del campione sono d’accordo con l’ipotesi di introdurre la CSR nel Dna di tutte le aziende.

Da quanto detto finora emerge l’importanza non solo dei network aziendali, ma anche delle relazioni, per così dire, interne all’azienda, quelle che si vengono a creare con i collaboratori, i fornitori, i partner e le istituzioni locali, che rappresentano il fulcro attorno al quale ruotano le diverse iniziative a carattere sociale dell’azienda. Conciliare sviluppo economico con sostenibilità ambientale (offrendo al termine “ambiente” un ampio significato, che arrivi a coinvolgere anche le risorse umane che in esso si muovono) risulta essere, in definitiva, una scelta tanto auspicabile, quanto fattibile per le aziende, che sembrano aver intrapreso la strada della consapevolezza relativamente all’importanza di una simile prospettiva. Il passo successivo sarà, ne siamo certi, una reale integrazione con le molteplici possibilità offerte dal web 2.0, che vadano al di là della semplice (ma comunque lodevole) possibilità di commentare le voci di un’enciclopedia virtuale.

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Premio Impresa Ambiente 2011: sono aperte le candidature

Si rinnova anche quest’anno l’appuntamento volto a premiare le eccellenze italiane in materia di sviluppo sostenibile, rispetto ambientale e responsabilità sociale

Torna, per il quinto anno consecutivo, l’importante appuntamento con Premio Impresa Ambiente, il più importante riconoscimento italiano per le imprese pubbliche e private “che si siano particolarmente distinte in un’ottica di sviluppo sostenibile, rispetto ambientale e responsabilità sociale”.

Tale concorso rappresenta la selezione italiana per l’European Business Awards for the Environment, istituito dalla Direzione Generale Ambiente della Commissione Europea nel 1987, allo scopo di dare il giusto riconoscimento alle organizzazioni che si siano dimostrate capaci di promuovere uno sviluppo economico rispettoso dell’ambiente, facendo della politica verde il proprio punto di forza per essere competitive a livello nazionale ed europeo.

Anche nell’edizione 2011 si rinnova la partnership tra Premio Impresa Ambiente ed Ecopolis, la manifestazione internazionale che – promossa dalla Fiera di Roma e dalla Camera di Commercio di Roma, con il patrocinio del Ministero dello Sviluppo Economico, del Ministero dell’Ambiente e della Tutela del Territorio e di Unioncamere – si svolgerà dal 23 e al 25 marzo 2011 e che accoglierà aziende di diversi settori merceologici, legate al tema della sostenibilità e della gestione ambientale degli spazi urbani.

Il Premio si divide in quattro categorie: Migliore Gestione, Miglior Prodotto, Miglior Processo/Tecnologia, Migliore Cooperazione Internazionale; è stato inoltre previsto un Premio Speciale Giovane Imprenditore, riservato ai titolari o ai dirigenti d’impresa al di sotto dei 40 anni che, in concorso per una delle altre categorie, si siano distinti per le proprie capacità imprenditoriali e per aver puntato sull’innovazione o sulla ricerca nell’ambito dello sviluppo eco-sostenibile. Per candidarsi è necessario compilare online un apposito formulario, da spedire poi alla Segreteria Organizzativa del Premio entro lunedì 28 febbraio 2011 e la valutazione spetterà ad una giuria formata da esperti del settore ed esponenti del sistema produttivo, della ricerca e del sistema camerale.

Al Premio possono partecipare tutte le imprese regolarmente iscritte alla Camera di Commercio (siano esse microimprese, piccole, medie e grandi imprese) e le imprese pubbliche (come definite dalla Direttiva 2000/52/CE); solo per la categoria “Migliore cooperazione internazionale per lo sviluppo sostenibile” possono concorrere anche le Amministrazioni pubbliche a qualsiasi livello territoriale, gli Enti non governativi, le istituzioni accademiche e di ricerca, se in partnership con almeno un’azienda avente la propria sede in Italia.

Per ulteriori dettagli e per offrire la propria candidatura si visiti il sito www.premioimpresambiente.it.

 

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EVENTI – Primo Forum CSR Anima

L’associazione non profit promossa dall’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma organizza un momento di incontro su“Responsabilità d’impresa e competitività”

Si terrà il 18 novembre prossimo alle ore 14.30, presso l’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma, Sala Abete, via Andrea Noale 206 e avrà lo scopo di diffondere una precisa cultura imprenditoriale votata alla Responsabilità Sociale: stiamo parlando del primo Forum CSR (Corporate Social Responsibility), dal titolo “Responsabilità d’impresa e competitività”.

Ciò che Anima, promotrice dell’evento, cercherà di fare, sarà porre l’attenzione sul vantaggio competitivo che particolari comportamenti sostenibili possono dare alle imprese, soprattutto a quelle di dimensioni piccole o medie.

Nata nel 2001 e voluta proprio dall’Unione degli Industriali e delle imprese di Roma, “Anima per il sociale nei valori d’impresa” rappresenta un’associazione non profit che unisce manager e aziende con la volontà di diffondere una nuova cultura imprenditoriale, capace, cioè, di coniugare il profitto e lo sviluppo economico con il benessere per la comunità.
Un soggetto, quindi, capace di facilitare – leggiamo nel sito di riferimento – “l’incontro delle aziende profit con l’impegno sociale”, sviluppando “le proprie iniziative attraverso attività dirette al territorio, concentrandosi sulla triangolazione tra istituzioni, imprese e terzo settore e sul ruolo di mediatore culturale” tra le imprese e i diversi stakeholders. “Un club di eccellenze”, un “luogo di virtuoso interscambio tra le esperienze progettuali della grande azienda e l’attenzione al territorio tipica di molte piccole e medie realtà imprenditoriali”.

Apriranno l’incontro Sabrina Florio, Presidente Anima e Coordinatore Forum Territoriali Commissione Cultura di Confindustria, Vincenzo Boccia, Presidente Piccola Industria di Confindustria e Aurelio Regina, Presidente Unione degli Industriali e delle imprese di Roma.

Verrà poi presentato il quadro di riferimento sulla Responsabilità Sociale d’Impresa applicata alle PMI, quadro che dovrebbe sollecitare le imprese nel comprendere e valorizzare tale dimensione sociale all’interno della propria attività aziendale. Seguiranno studi di settore e un’analisi di best practice, nel corso della quale saranno riportate alcune testimonianze di PMI che hanno utilizzato la RSI come leva di competitivita?. Un nuovo progetto definito “Indicatori di sostenibilità per le PMI” verrà, infine, presentato da Marina Migliorato, Responsabile CSR Lab Commissione Cultura di Confindustria e Responsabile CSR e Rapporti con le Associazioni di Enel. A moderare l’intero dibattito sarà Giuseppe De Filippi.

Data evento: 18 novembre 2010
Località evento: Roma – via Andrea Noale 206
Regione: Lazio

Link ufficiale dell’evento: http://www.animaroma.it/web/strillo.asp?idStrillo=9

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L’anno di Eni

La nota società conquista il primo posto nella classifica CSR – Corporate Social Responsibility Online Award Global Leaders

Quello che Eni sta vivendo sembra essere un periodo di conferme in positivo. Dopo essere stata inclusa, per il quarto anno consecutivo, nel Dow Jones Sustainability Index, è riuscita a conquistare, per il secondo anno, il primo posto nella classifica CSRCorporate Social Responsibility Online Award “Global Leaders”.

Andiamo con ordine: come ricorda una nota nel sito di Eni, il Dow Jones Sustainability Index – nato nel 1999 con lo scopo di “tracciare la performance finanziaria di titoli che si distinguono per risultati eccellenti sotto un profilo economico, sociale e ambientale” – rappresenta oggi il “primo e più prestigioso indice borsistico internazionale di valutazione della sostenibilità delle imprese, cui accedono le società eccellenti nella gestione del business secondo criteri di sostenibilità”.

La revisione annuale quest’anno ha coinvolto oltre 2.600 società, tra le quali sono state scelte le 318 realtà leader nella sostenibilità (delle quali, a livello mondiale, solo 12, sulle 112 eleggibili, sono compagnie del settore Oil & Gas, cui appartiene Eni), raggruppate in 19 settori industriali e di servizi. L’inclusione rappresenta, certo, “un elemento distintivo a livello mondiale”, ed esso sembrerebbe dimostrare “la natura integrata del business di Eni e il suo impegno trasversale per uno sviluppo sostenibile”. Non a caso Eni si presenta ufficialmente come impresa votata a “valorizzare le persone, contribuire allo sviluppo e al benessere delle comunità nelle quali opera, rispettare l’ambiente, investire nell’innovazione tecnica, perseguire l’efficienza energetica e mitigare i rischi del cambiamento climatico”.

Legato a tale indice, troviamo un altro riconoscimento, che assume i confini del primato, di cui si parla proprio in questi giorni: la società di comunicazione internazionale Lundquist ha attribuito ad Eni, anche quest’anno, la qualifica di migliore azienda, nel contesto mondiale, per la comunicazione web delle proprie iniziative e attività in materia di responsabilità sociale di impresa. Ad essere stati esaminati sono stati proprio 91 membri del Dow Jones Sustainability Index, mentre 77 sono stati i criteri di valutazione utilizzati. Lo studio ha rivelato come molte aziende manchino nel tenere gli stakeholder aggiornati in un modo “attraete, dinamico e crescente”, dimostrandosi più deboli nel dialogo, nell’interattività e sulle informazioni di governance, etica ed investimenti socialmente responsabili. La società petrolifera italiana ha ottenuto un punteggio di 75,5 su 100, contro una media delle altre aziende di 47,6 (di qualche punto inferiore rispetto alla media dello scorso anno, corrispondente al 49,4). Eni, si legge nella motivazione, “ha mantenuto la propria posizione grazie alla grande e dettagliata sezione dedicata alla sostenibilità. La società offre molta attenzione alla responsabilità sociale di impresa e sostiene tale impegno con informazioni su performance e obiettivi, notizie e video”. Al secondo posto troviamo la statunitense Hewlett-Packard e al terzo la svizzera Nestlè, entrambe con un punteggio pari a 72,5; soltanto un’altra azienda italiana compare nella classifica, Enel, che ottiene il settimo posto, con 66,5.

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