Trovare lavoro con i Social Network: la situazione nel Veneto

Pubblico di seguito alcuni dei risultati emersi a termine del sondaggio da me diffuso in tema di lavoro e social network. Quanti fossero interessati a conoscere una versione più ampia di questo resoconto possono inviare una richiesta via mail all’indirizzo robertabarbiero2@gmail.com. Grazie di cuore a quanti hanno generosamente contribuito al mio lavoro, rispondendo al questionario!


Con la precisa intenzione di indagare se e in quale misura il social recruiting fosse diffuso nella regione che da sempre mi accoglie, il Veneto, ho scelto di stilare e diffondere un questionario sul tema. Esso analizza il fenomeno dal punto di vista degli effettivi o potenziali candidati e cerca primariamente di comprendere il livello di consapevolezza o scetticismo vigente in merito alle potenzialità dei Social Network nelle attività di ricerca attiva o passiva di un’occupazione.

Del questionario ho realizzato sia una versione cartacea sia una versione online, affidandone le sorti della diffusione al passaparola, oltre che alla distribuzione diretta.

Il periodo di somministrazione è stato di poco superiore a un mese, dall’8 agosto al 17 settembre 2014 e, per raccogliere maggiori adesioni e per avere più certezze circa la veridicità delle risposte, ho assicurato ai rispondenti il totale anonimato. Nella raccolta ho scelto di concentrarmi sulla fascia d’età che va dai 15 ai 64 anni, allo scopo di analizzare la cosiddetta “forza lavoro” o “popolazione attiva”, cioè quella porzione della popolazione potenzialmente occupata o alla ricerca di un’occupazione Hanno risposto al mio invito a partecipare al sondaggio in 825 persone residenti in Veneto.

Cerchiamo allora di conoscere le principali tendenze emerse, precisando che il mio campione, rispetto alle medie effettive della Regione, ricavate dalle più recenti stime Istat, toglie alcuni punti percentuali di rappresentatività alla fascia più anziana dei 55-64 – e in parte anche a quelle dei 45-54enni e dei 35-44enni – e li consegna direttamente alla fascia dei 25-34enni, denotandosi, allora, come un campione leggermente più giovane rispetto alla media della popolazione reale della Regione. Inoltre il mio è un campione decisamente più istruito rispetto alla media territoriale e da ciò deriva una probabile maggiore alfabetizzazione al mezzo informatico e alle sue manifestazioni più recenti, quali sono appunto le piattaforme di Social Networking. Possiamo anche ipotizzare che il divario rispetto al dato regionale dipenda primariamente dal metodo utilizzato e dai riscontri ottenuti nella rilevazione, che hanno visto protagonista il Web e il suo bacino di utenti.

Attraverso il mio questionario, ho cercato innanzitutto di comprendere quali siano i canali che hanno effettivamente permesso alle persone occupate di trovare lavoro. Le risposte fornite dai partecipanti veneti confermano la tendenza generale delle imprese tricolori a far ricorso, per il reclutamento, soprattutto a canali di tipo informale: il 40% dei rispondenti occupati dichiara di aver trovato lavoro primariamente grazie a parenti e ad amici e il 38% grazie a contatti professionali precedentemente allacciati. Seguono, nella classifica dei canali più efficaci per trovare un’occupazione, gli strumenti tradizionali di contatto con l’azienda (ad esempio comunicazioni via posta, fax, telefono o visite di persona), con un 20% di rispondenti occupati principalmente grazie a questi, i concorsi pubblici (14%), gli annunci online (13%), gli strumenti online più classici di contatto con l’impresa, come l’email o la sezione career del website aziendale (12%), le agenzie per il lavoro e le società di ricerca e selezione (10%). Ancora molto bassa la percentuale di efficacia relativa al canale che questo sondaggio ha inteso esplorare, le piattaforme di Social Network: con un 5%, esso non viene certo promosso nella rosa dei prediletti, ma conquista pur sempre una posizione non trascurabile, nel confronto con gli altri canali. Piuttosto marginale appare, invece, l’utilità degli annunci offline (come quelli presenti su giornali e riviste specializzate o acclamati alla radio e alla televisione, al 3%), dell’Ufficio stage universitario, di Informagiovani e dei Centri per l’impiego (tutte e tre le alternative restano ferme al 2%), infine dei Career day e degli eventi HR (che ottengono appena l’1%).

1_Efficacia dei canali per la ricerca di lavoroPrima di esplorare nello specifico le prassi fruitive degli utenti social, con una particolare attenzione alle loro implicazioni nell’incontro domanda/offerta di lavoro, ho voluto comprendere la reale entità della diffusione del fenomeno Social Network, chiedendo ai partecipanti di indicare se e a quante piattaforme fossero iscritti. Ne è emerso che la metà (pari a 412 persone) è iscritta e utilizza uno o due piattaforme, il 19% (cioè 160 individui) a tre o quattro piattaforme e il 9% (73) addirittura a più di quattro. Il restante 22% (pari a 188 rispondenti) dichiara di non essere iscritto e di non utilizzare alcuna rete sociale online. Declinando i dati relativi alla diffusione delle piattaforme social alle diverse fasce d’età cui appartengono i rispondenti, emerge come quella social sia una febbre che sembra aver colpito tutta la popolazione veneta attiva, pur delineandosi come un fenomeno proprio delle classi d’età più giovani.2_Diffusione dei Social network

 Alla seconda parte del mio sondaggio, quella che entra nel vivo della questione, erano invitati a rispondere i soli iscritti e fruitori di Social Network, al fine di comprendere la reale consapevolezza in capo a questi ultimi circa le potenzialità del mezzo. Vediamo alcune delle evidenze emerse.

Ho innanzitutto cercato di capire quali siano le specifiche piattaforme che raccolgono il maggior favore di pubblico e che risultano, dunque, più diffuse, in via generale: medaglia d’oro per Facebook (utilizzato dall’88% dei fruitori di reti sociali online), argento per LinkedIn (48%) e bronzo per Youtube (33%); appena più in basso troviamo il cinguettante Twitter (32%), seguito da Google+ (28%) e dal gusto un po’ vintage di Instagram (24%). Espansione, infine, piuttosto bassa per Pinterest (7%) e del tutto residuale per Myspace e Xing (entrambi al 2%).

3_Piattaforme Social Network più diffuseMi sono poi concentrata sul tema primario della mia tesi, interrogando direttamente il mio campione in merito all’effettivo utilizzo dei Social Network per la ricerca di lavoro: la maggior parte (il 63%) sostiene di non aver mai sfruttato le piattaforme a tale scopo, ma un buon 37% riporta di averlo fatto almeno una volta.

4_Utilizzo dei Social Network per la ricerca di lavoroTra i motivi di resistenza al ricorso a tali mezzi per cercare lavoro, emerge innanzitutto la scarsa efficacia che si ritiene essi abbiano in questo senso: quasi la metà (44%) di quanti non hanno mai sfruttato i social per trovare un’occupazione riporta di non averlo fatto perché crede siano strumenti poco utili allo scopo, seguiti da un 16% che crede che un utilizzo di questo tipo sia pericoloso per la propria privacy. Un lieve, ma comunque significativo, 11% rivela l’intenzione di farvi ricorso presto, mentre il 6% ammette di non averli usati semplicemente perché non ne è capace. Un frettoloso 7% pone la causa del mancato utilizzo nella scarsità della risorsa tempo, infine un fortunato 38% semplicemente non ha cercato lavoro.

5_Motivi di resistenza all'uso dei Social network per la ricerca di lavoroIl sondaggio ha cercato poi di approfondire il punto di vista di quanti hanno effettivamente usato questi network per favorire l’incontro domanda/offerta di lavoro. A questi è stato innanzitutto chiesto quali fossero le piattaforme impiegate a tale scopo e le risposte hanno visto, come prevedibile protagonista il network professionale LinkedIn (67%), seguito, con uno scarto abbastanza significativo, da Facebook (50%). Ridotto, invece, il ricorso alla piattaforma appartenente al colosso di Mountain View, Google+ (12%) e ai cinguettii di Twitter (8%). Piuttosto irrilevanti anche le percentuali riferite a Youtube (4%), al business Social Network Xing, a Pinterest (entrambi al 3%) e a Instagram (2%). Nessuno ha utilizzato Myspace per scopi professionali.

6_Social Network più usati per la ricerca di lavoroQuali sono, allora, le motivazioni che hanno spinto primariamente i job seekers veneti a cercare lavoro tramite piattaforme di Social Network? In primo luogo troviamo una particolare propensione ad aggiornare il proprio profilo con informazioni professionali e a dare, quindi, visibilità al proprio CV e al proprio percorso formativo e di carriera (52%). In secondo luogo vi è la volontà di costruire una rete di relazioni professionali (38%). Gli aspetti di scambio interpersonale ricorrono anche in quel 23% di rispondenti che sostengono un uso finalizzato al collegamento con un potenziale datore di lavoro o con il responsabile HR aziendale, in quel 15% che vede l’utilità del mezzo nell’opportunità di ottenere un contatto con un selezionatore, infine in quell’ulteriore 15% che punta sullo scambio di opinioni in ambito professionale. Tali risposte, per nulla trascurabili, sono certamente simbolo di un utilizzo – almeno nelle intenzioni – piuttosto evoluto del mezzo, non limitato alla semplice ricerca di annunci di lavoro. Quest’ultima continua comunque ad avere un peso rilevante: il 36% del campione afferma di sfruttare il mezzo sociale per trovare più offerte di lavoro sulle pagine aziendali e il 23% per trovarvi offerte di lavoro più interessanti rispetto a quelle raggiungibili tramite altri mezzi. Un ulteriore dato dovrebbe poi destare particolare attenzione in capo alle aziende del territorio: il 27% dei rispondenti usa i media sociali per recuperare e verificare le informazioni relative all’azienda prima di procedere con l’invio di una propria candidatura; molto importanti possono rivelarsi, allora, le strategie di employer branding poste in essere dalle imprese su queste piattaforme, per diffondere un’immagine positiva del proprio ambiente di lavoro, al fine di attrarre i potenziali talenti. Malgrado l’attenzione primaria data dai job seekers veneti alla diffusione social delle informazioni relative alla propria esperienza lavorativa, solo il 13% di essi dichiara, infine, di servirsi del mezzo per monitorare la propria reputazione professionale online, dimostrando, quindi, una non piena consapevolezza circa la centralità che questa sta assumendo nelle scelte reali dei recruiters.

7_Motivi di utilizzo dei Social Network per la ricerca di lavoro

Arriviamo ora alle stime forse più significative, quelle relative alla concreta efficacia delle reti sociali nel favorire l’incontro tra chi cerca e chi offre un impiego: l’azione di ricerca social dei job seekers veneti arriva al bersaglio-azienda o è destinata a fare un buco nell’acqua? Cerchiamo di comprenderlo: il 16% del campione rivela di aver ottenuto un lavoro anche grazie a queste piattaforme e un minuscolo – ma pur sempre attraente – 1% di averlo ottenuto esclusivamente per loro merito. Si tratta ovviamente di percentuali solo residuali, ma assolutamente non irrisorie, poiché rivelano una tendenza che – seppur in fase ancora embrionale – comincia a farsi strada e a trovare il favore di aspiranti lavoratori e Responsabili HR. Ai dati abbastanza incoraggianti appena riportati, va, inoltre, aggiunto un buon 34% di rispondenti che ha riferito di essere stato contattato da un’azienda raggiunta tramite i Social Network, anche se poi il contatto non si è concretizzato nella stipulazione di un effettivo accordo di lavoro. Buona parte del campione analizzato (più della metà se si sommano le percentuali appena citate) ha, dunque, ottenuto un riscontro da parte delle aziende contattate, aziende che sembrano, allora, avere una presenza forte nelle piattaforme: esse osservano, intuiscono, cercano e rispondono agli utenti. Se si considerano l’attuale mercato del lavoro, che di certo non brilla per opportunità occupazionali, e l’ampia diffusione che i canali prima definiti “informali” hanno nelle prassi di reclutamento aziendale, è possibile ritenere che il social recruiting sia un canale, tutto sommato, abbastanza efficace per l’incontro domanda/offerta lavoro in Veneto. Certo quel restante 49% del campione, che afferma di non aver ricevuto alcun feedback da parte delle imprese contattate col mezzo social, ci ricorda quanto sia ancora lunga la strada da percorrere prima che i Social Network possano elevarsi al rango di protagonisti delle varie fasi che compongo il reclutamento in azienda, tuttavia i segnali che lasciano ben sperare non sono pochi.

8_Efficacia dei Social Network nella ricerca di lavoroA conclusione del mio sondaggio, ho scelto di indagare la percezione che gli utenti hanno circa l’utilità del mezzo social per l’incontro tra domanda e offerta di lavoro. La maggior parte dei rispondenti veneti (44%) afferma di credere nella loro utilità in futuro, relegandoli, nel presente, ad un ruolo solo secondario; un buon 34% si dichiara tuttavia convinto della loro efficacia anche nell’attuale contesto storico, decretando una buon livello di lucidità circa le potenzialità di queste piattaforme. Solo il 9% non crede affatto nella loro utilità, mentre il 13% non è in grado di formulare un’opinione in merito.

9_Percezione dell'utilità dei Social Network per incontro domanda:offerta lavoroA chiusura di questa operazione di indagine, possiamo dire che, anche nel territorio regionale veneto, si conferma l’ampio successo che le piattaforme di Social Networking sembrano avere a livello nazionale e internazionale; in particolare, nel contesto veneto, l’importanza degli aspetti relazionali sottesi alle piattaforme inizia ad essere percepita nelle pratiche di ricerca attiva di un lavoro e questi network non vengono più sfruttati semplicemente come mero moltiplicatore di annunci di lavoro.

Malgrado sia presumibile immaginare che molte persone si siano iscritte ai network sociali semplicemente sulla spinta di una prassi ormai diffusa, per estendere, oltre il lato fisico, la forza dei propri legami reali, per passare il tempo libero, dunque senza particolari pretese per la propria qualità di vita o di carriera, pare che l’evoluzione delle pratiche fruitive stia andando nella direzione di utilizzo sempre più strumentale e funzionale del mezzo. Non sembra, allora, insensato ritenere che, con l’avanzare del tempo, il mondo del lavoro – e in particolare il momento dell’incontro tra chi offre e chi cerca un’occupazione – possa gradualmente conquistare uno spazio sempre più considerevole, orientando le scelte di condivisione degli utenti. Certo è facile prevedere che le aziende italiane faticheranno ad abbandonare i canali informali per le proprie scelte di reclutamento, ma altrettanto certamente un ruolo di estrema rilevanza sembra attendere i Social Network, alla stregua degli annunci online presenti sui portali o delle agenzie per il lavoro.

Sondaggio sull’uso dei Social Network per la ricerca di lavoro in Veneto

BUONGIORNO!

Come i miei fedelissimi già sanno, sto frequentando un master in Diritto del Lavoro presso l’Università Ca’ Foscari di Venezia… Nell’ambito di questo percorso formativo, con l’intenzione di approfondire i miei precedenti studi in Comunicazione, ho scelto di indagare una delle più attuali tendenze relative alle dinamiche dell’ incontro tra domanda e offerta di lavoro, cioè il reclutamento di lavoratori attraverso le piattaforme di social networking (per gli amanti dei tecnicismi, parliamo di “Social Recruiting”)…

Ho predisposto un sondaggio per approfondire, in particolare, il punto di vista dei Jobseeker veneti su questa tendenza. Chiedo a tutti voi internauti residenti nel territorio veneto la cortesia di concedermi cinque minuti del vostro tempo per rispondere alle domande che seguono e vi invito a fornirmi qualsiasi opinione, impressione o richiesta di informazioni, commentando questo post o inviandomi una mail all’indirizzo robertabarbiero2@gmail.com! Grazie a tutti, Roberta

Imprenditori: 36 suicidi da inizio anno… 12 solo nel Veneto

Hanno creato una certa risonanza i dati diffusi dalla Cgia di Mestre, con un invito, rivolto alle istituzioni nazionali, ad intervenire. Una questione così drammatica non può, tuttavia, ridursi ad un semplice rapporto di causa-effetto

Un tema certo difficilissimo da trattare, di recente salito alla ribalta dei mezzi di informazione grazie alla forza dirompente dell’accusa. Una questione spesso liquidata in un rapporto di causa-effetto che, oltre a nascondere una scarsa capacità di analisi, banalizza, a mio avviso, delle dinamiche in realtà molto complesse e a volte impenetrabili.

Le cronache dei molti suicidi in queste ultime settimane ci stanno forse aiutando a salutare definitivamente anche l’ultimo tabù rimasto nella nostra società, quello della morte. L’idea perversa di autoinfliggersi una pena così estrema non può sicuramente essere compresa in pieno e tantomeno spiegata, la stessa Chiesa si è dimostrata inadeguata nel darne una connotazione morale, la stessa legislazione (o almeno quella italiana) ha rinunciato a punire chi, alla fine dei conti, tenta di attivare un processo socialmente scorretto, il cui scopo è togliere la vita ad un cittadino; per contro punisce, giustamente, chi istiga o agevola il suicidio di qualcun altro. I titoli dei principali quotidiani italiani sembrano, allora, voler scatenare un vero e proprio processo mediatico contro chi ha istigato, appunto, questi aspiranti (e non solo) suicidi. Imputato: la crisi economica.

La Cgia (l’Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre ha tentato – strategicamente sostiene qualcuno – di tradurre la questione in numeri, quasi a voler offrire una dimostrazione empirica degli effetti distruttivi procurati dall’attuale congiuntura economica negativa. Il quadro delineato appare inevitabilmente allarmante. Stando ai dati diffusi lunedì 7 maggio dalla Cgia, infatti, sarebbe salito a 34 il numero di suicidi tra gli imprenditori italiani avvenuti in questa prima parte del 2012.

Il numero sale addirittura a 36, se si contano anche i due casi avvenuti in seguito al conteggio fatto dall’associazione: il commerciante 48enne di Bologna impiccatosi lunedì nel retrobottega del negozio di articoli casalinghi del quale era co-titolare, probabilmente a causa – si è detto dalla questura e hanno ripetuto i giornali – delle pendenze fiscali con Equitalia; poi l’imprenditore 60enne titolare a Cesate, al confine tra le province di Milano e Varese, di un’azienda a conduzione familiare in crisi (organizzava corsi di formazione professionale per società di telecomunicazioni), trovato martedì senza vita da alcuni passanti nel parco delle Groane, con un biglietto in cui motivava il gesto con le difficoltà a pagare i debiti.
Tra questi 36 casi, ben 12 (pari a circa il 33,3% del totale)  hanno riguardato i titolari d’azienda del Veneto. Da gennaio 2009, dunque dall’inizio di questa ondata di crisi, sono stati ben 37, stima ancora la Cgia, i suicidi per motivi economici registrati nel solo Veneto tra i piccoli imprenditori.

Difficile comprendere pienamente le cause di queste tragedie, tuttavia esse, prosegue l’associazione mestrina, rivelano tutte un comune denominatore, il grande senso di ingiustizia, cioè, che questi imprenditori stanno subendo, “vuoi per il mancato pagamento da parte dei committenti, siano essi amministrazioni pubbliche o imprese private, vuoi per la mancanza di liquidità, visto che molti istituti di credito, anche se l’azienda risulta essere sana e solvente, si vedono chiudere inaspettatamente i rubinetti del credito”, come sottolinea il segretario della CGIA Giuseppe Bortolussi.

Da qui la richiesta di porre rimedio, a livello nazionale, a “questa escalation” che “sembra non aver fine”, attraverso un fondo di solidarietà per l’erogazione di mutui in favore di piccoli e medi imprenditori “in chiara situazione di difficoltà economica e finanziaria e privi di accesso al credito bancario o ai quali siano stati revocati affidamenti da parte di banche o intermediari creditizi”.

“Chiediamo – esorta Bortolussi – al Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, di intervenire facendo capire che le istituzioni sono vicine a chi quotidianamente è chiamato, tra mille difficoltà, a fare impresa”.

La stessa sollecitazione, mossa un paio di mesi fa alla Regione Veneto, aveva condotto la giunta ad approvare, lo scorso 17 aprile, l’istituzione di un fondo soprannominato “fondo anti-suicidi”, su proposta dell’assessore allo Sviluppo economico Isi Coppola (Pdl). Con tale piano sono state, di fatto, estese le finalità del fondo di rotazione istituito presso Veneto Sviluppo S.p.A. (destinato in origine alle sole aziende interessate ad investire) anche a quelle imprese che possono dimostrare di avanzare crediti dalla pubblica amministrazione o da altre aziende private. Esso prevede finanziamenti agevolati da 25 a 500 mila euro (300 mila euro per le imprese artigiane non manifatturiere): con questi fondi regionali si interviene fornendo il 50% del finanziamento (l’altro 50% dalla banca) e riducendo della metà gli interessi passivi.

Molte stime ufficiali – l’abbiamo visto – hanno dimostrato come sia particolarmente difficile l’attuale situazione dell’imprenditoria italiana, in particolare per quelle realtà di dimensione più piccola e appartenenti al settore artigianale; al di là dei numeri, chiunque se ne sarà concretamente reso conto nell’ambito delle relazioni professionali che quotidianamente allaccia. Posta questa oggettiva considerazione, trovo che la trattazione della tematica “suicidio” non possa ridursi, come molti hanno cercato di fare, ad una semplice questione di azione-reazione. Ognuno di quei 36 imprenditori e delle molte altre persone giunte alla medesima disperata conclusione merita di riappropriarsi della propria dignità di singolo, dietro vi sono delle individualità che per giorni, mesi, anni hanno respirato la tensione e la preoccupazione di una vita percepita come sgretolata. Difficile mantenere il sorriso quando le cose vanno storte, impensabile controllare le emozioni quando i problemi si fanno insormontabili, impossibile ammettere di essere fragili come e più degli altri. Non so se sia la paura o al contrario il coraggio a spingere verso una decisione così insopportabilmente estrema, non è questa la sede migliore per stabilirlo, ma certamente ciò che va detto è che “la crisi” non può essere additata come unica e incontrastata causa del fenomeno. Almeno non con le stime attualmente a disposizione, eccessivamente semplicistiche.

Gli ultimi dati statistici diffusi un paio di mesi fa dall’Istat, riferiti ai suicidi e ai tentativi di suicidio denunciati alle forze dell’ordine italiane, relativamente all’anno 2010, distinguono, tra gli altri, anche i cosiddetti “suicidi per motivi economici”. Tali dati non permettono di riconoscere la professione svolta da queste persone, dunque di capire quando si tratta di imprenditori, tuttavia offrono una testimonianza importante del fenomeno considerato e valgono, per questo, la pena di essere riportati. Secondo l’Istat, allora, i gesti estremi per motivi economici nel 2010 (ultimo anno disponibile) sono stati 187 (182 uomini e 5 donne), mentre i tentativi di suicidio 245 (191 uomini e 54 donne).

La Cgia sottolinea, a questo punto, l’aumento dei numeri rispetto al 2008, quando i suicidi di questo tipo sono stati 150 (141 uomini e 9 donne, il che significa un aumento di 24,6 punti percentuali nel 2010) e i tentativi di suicidio 204 (154 uomini e 50 donne, con un +20% nel 2010). Tuttavia l’associazione dimentica si riportare i dati riferiti al 2009: 198 suicidi per motivi economici (188 uomini e 10 donne) e 245 tentativi (198 uomini e 47 donne). Se si analizza, dunque, la tendenza in corso, in base agli ultimi (pur non aggiornatissimi) dati disponibili, i suicidi per motivi economici sembrano, seppur lievemente, essere in diminuzione.

Nel criticare l’attuale morboso attaccamento mediatico alla tematica del suicidio, molti si concentrano sul cosiddetto “effetto Werther”, il fenomeno di emulazione per il quale la notizia di un suicidio pubblicata nei media provocherebbe una catena di altri suicidi. Non sono molto d’accordo, il compito dei mezzi di informazione dovrebbe essere, appunto, quello di informare, non trovo ci sia nulla di sbagliato nel registrare dei fenomeni che si considerano di rilevanza sociale. Credo però sia necessario prestare una particolare attenzione quando si decide di affrontare un tema così delicato che mette in gioco non una ma moltissime variabili, attenzione che spesso la retorica giornalistica sembra aver dimenticato.

Pubblicato su: PMI-dome

1 milione e 360 mila euro per promuovere la sicurezza nelle imprese artigiane

Siglato un protocollo d’intese tra direzione veneta dell’INAIL ed Enti bilaterali veneti, che prevede una serie di misure volte alla promozione, sensibilizzazione, consulenza e assistenza in materia di sicurezza nei luoghi di lavoro

Con l’obiettivo di promuovere la sicurezza sul lavoro all’interno delle imprese artigiane, la direzione regionale veneta dell’INAIL e gli Enti bilaterali e paritetici veneti hanno siglato un protocollo di intese, che prevede lo stanziamento di 1 milione 360 mila euro complessivi (475.000 a carico di INAIL, 885.000 a carico degli enti bilaterali e paritetici), da investire nel triennio 2011-2013 per – si legge in una nota ufficiale – “check up aziendali, progetti di assistenza e consulenza, formazione ed informazione sul tema centrale della sicurezza nei luoghi di lavoro”.

Stando alle parole degli stessi promotori, si è cercato di cogliere al volo “l’intenzione dell’Istituto di valorizzare forme di collaborazione con le Parti Sociali e con le Istituzioni del territorio per offrire ai lavoratori dell’artigianato un progetto completo condiviso e soprattutto unico”. È di consapevolezza comune, infatti, il fatto che non esista “una politica della salute e sicurezza al di fuori di una cultura della prevenzione”, ed è proprio in nome di questa cultura che si è scelto di unire tutte “le risorse a disposizione per dare più continuità e struttura alle attività”.

A firmare e formalizzare l’accordo, presso la sede veneziana dell’INAIL, sono stati il dr. Antonio Traficante, direttore della sezione veneta dello stesso Istituto di Assicurazione contro gli Infortuni sul Lavoro, e i rappresentanti degli Enti bilaterali veneti: Stefano Stenta per Ebav, Luigi Fiorot e Umberto Zerbini per il Cobis, Marino Pistolato e Federico Salvatore per il CPR edilizia, Virginio Piva e Leonardo Zucchini rispettivamente per Ceav e Ceva.

Ogni aspetto relativo alla tutela della sicurezza nei luoghi di lavoro verrà preso in considerazione dalle misure previste dall’intesa, misure che intendono principalmente diminuire il tasso di infortuni registrati dalle aziende e migliorare le condizioni lavorative. Secondo le intenzioni, verranno realizzati almeno 868 check up aziendali, di cui 428 specifici per la sola edilizia, e almeno 330 progetti di assistenza e consulenza per migliorare la sicurezza nelle imprese artigiane; tali progetti saranno votati, in particolare, all’intervento sui quattro processi ritenuti fondamentali per diminuire il tasso infortunistico: gestione degli infortuni, degli incidenti e dei comportamenti pericolosi; gestione della manutenzione; gestione dei dispositivi di protezione individuale; gestione dell’informazione, formazione ed addestramento. Ci si preoccuperà, poi, della formazione rivolta ai lavoratori e agli imprenditori in materia di sicurezza, con particolare attenzione soprattutto a quei settori a più alto tasso infortunistico (settore edile, metalmeccanico e settore legno). A tal proposito, verranno redatti anche dei manuali e dei documenti di facile consultazione per i lavoratori, differenziati in base ai diversi settori produttivi e relativi alle norme antincendio e di sicurezza; sarà distribuito, tra il personale di ogni reparto, materiale di natura informativa e di sensibilizzazione, utile a promuovere una presa di coscienza e una precisa cultura della responsabilità. È stata prevista, infine, un’azione di monitoraggio quali- e quantitativo su tutte le attività realizzate e i risultati di questo monitoraggio dovranno essere inviati alla sezione Veneta dell’INAIL e al Comitato Misto di Coordinamento.

Pubblicato su: PMI-dome