L’editoria si tinge di rosa

In un contesto economico caratterizzato dal forte divario tra il ruolo maschile e quello femminile, il settore editoriale sembra favorire sempre più l’ingresso delle donne

In occasione della celebrazione, l’8 marzo, del ruolo della donna nella società italiana, si è da più parti posto l’accento sull’esigenza di ridurre le discriminazioni di genere e i soprusi e di favorire l’ingresso dell’universo femminile nel mondo del lavoro, consentendo, in particolare, alle madri una reale conciliazione tra lavoro e famiglia.

Ad apertura del secondo convegno organizzato lo scorso 7 marzo dalla Banca d’Italia sul ruolo delle donne nell’economia italiana, il governatore Ignazio Visco ha sottolineato la necessità, per il nostro Paese, di ideare e attuare delle riforme strutturali, affinché gli sforzi fatti per il raggiungimento di una stabilità finanziaria possano dirsi realmente efficaci e affinché si possa sperare di raggiungere l’obiettivo, condiviso a livello europeo (strategia “Europa 2020”), di una crescita “intelligente, sostenibile ed inclusiva”.

Tali riforme dovrebbero essere volte a recuperare una serie di divari, primo tra tutti quello relativo all’occupazione femminile. Ricorda Visco come nel Mezzogiorno le donne occupate siano solo tre su dieci e come nel Centro-Nord, dove il tasso di occupazione femminile appare più elevato (55%), lo scarto con il tasso maschile sia di circa 18 punti percentuali; sugli oltre due milioni di giovani che oggi in Italia non studiano, non lavorano e non partecipano a un’attività formativa, prosegue Visco, ben 1,2 milioni sembrano essere donne. Impegno comune dev’essere, allora, quello di comprendere e rimuovere i fattori alla base di questa carenza strutturale, “anche se in qualche caso ciò significa contrastare rendite di posizione o interessi particolari”: “recuperare i divari rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro femminile, alla mancata valorizzazione di queste competenze, trasformare una grave debolezza in una straordinaria opportunità è un obiettivo che non possiamo non porci”, “ne va del nostro futuro”.

Stando alle stime recentemente esposte da Bankitalia, vi sarebbe una relazione positiva tra aumento del tasso di occupazione femminile, crescita del PIL e conseguente riduzione del rischio di povertà: un’occupazione al 60%, definito a livello europeo dal Trattato di Lisbona, comporterebbe – anche ipotizzando un effetto negativo della produttività di 0,3 punti percentuali, dovuto ad un ingresso così massiccio di forza lavoro – un aumento del PIL pari al 7%.

Alcuni dati Eurostat hanno, poi, rivelato come, in tutti gli Stati appartenenti all’Unione Europea, il rischio di povertà o di esclusione sociale sia più alto tra le donne che tra gli uomini: seppur più numerose degli uomini (257 milioni di donne, contro 245 milioni di uomini; la proporzione relativa è di 105 donne ogni 100 uomini, proporzione che aumenta con l’avanzare dell’età, arrivando a 138 donne ogni 100 uomini per gli over 65), le donne a rischio di povertà o di esclusione sociale sembrano essere, in base agli ultimi dati disponibili, ben 62 milioni (pari al 24,5% del totale di tutte le donne), contro i 54 milioni di uomini (22,3% del totale). Le differenze più marcate in tal senso si registrano proprio in Italia, dove il rischio è riferito al 26,3% delle donne, contro il 22,6% degli uomini; seguono Austria (rispettivamente 18,4% e 14,7%) e Slovenia (20,1% e 16,5%). Le differenze minori si evidenziano, invece, in Estonia, Lettonia, Lituania e Ungheria, dove il gap è inferiore ad un punto percentuale.

Con riferimento, poi, al tasso di occupazione nei Paesi dell’Europa 27, l’Eurostat ci dice che esso è pari al 63,8% fra le donne (dai 25 ai 64 anni), contro il 77,5% degli uomini, per uno scarto del 13,7%. Le differenze, tuttavia, si riducono in relazione al livello di istruzione: ad un basso livello di istruzione, corrisponde un’occupazione del 43,3% tra le donne e del 65,2% tra gli uomini (21,9% il gap); ad un’istruzione media, il tasso è del 66,6% per le donne e del 79,1% per gli uomini (12,5% il gap); ad un livello di istruzione elevata, infine, il tasso è dell’80,6% fra le donne e all’87,4% fra gli uomini (il gap si riduce al 6,8%). In Italia, in particolare, la percentuale di occupazione sembra essere del 51.4% per le donne e del 75.8% per gli uomini: con un livello di istruzione basso, il tasso di occupazione femminile è del 32.5%, quello maschile del 68%, con una differenza di ben 35,5 punti percentuali; tra coloro che hanno un’istruzione media, lo scarto rimane piuttosto elevato, pari a circa 20 punti percentuali, mentre, tra coloro che possiedono un elevato livello di istruzione, esso si attesta sui 10,6 punti percentuali (73.6% per le donne e 84.2% per gli uomini).

In un contesto di così difficile attuazione per gli ideali di pari opportunità, alcune recenti indagini riferite al contesto italiano sembrano, tuttavia, offrire qualche spiraglio di speranza.

Abbiamo già riportato le stime diffuse dall’Osservatorio dell’imprenditoria femminile di Unioncamere, stando alle quali le imprese rosa presenti in Italia a fine dicembre 2011 sarebbero state quasi 7mila in più rispetto all’anno precedente, con un incremento dello 0,5% e con un saldo complessivo di 1.433.863 imprese femminili (pari al 23,5% del totale imprese italiane); tale incremento ha permesso di compensare le cattive performance registrate dall’imprenditoria maschile, in riduzione, nel 2011, di circa 6mila unità.

Declinando l’attenzione su uno specifico ambito disciplinare, una seconda indagine capace di offrire una fotografia piuttosto rassicurante è quella curata da Gianni Peresson, responsabile dell’Ufficio studi AIE (Associazione Italiana Editori), e da Elisa Molinari; basandosi su dati riferiti al 2011, essa ha inteso, in particolare, analizzare la portata di quote rosa all’interno del settore editoriale, estendendo l’analisi non solo alle pratiche di lettura e di acquisto, ma anche alle tendenze occupazionali e di gestione. Vediamo nel dettaglio quanto emerso.

La distanza tra uomini e donne nella lettura di libri sembra essere oggi pari a 18 punti percentuali, in forte aumento sul 2008 (quando lo scarto era pari a circa 12 punti percentuali, tra il 50% di donne lettrici e il 37,7% di uomini lettori) e, ancor di più, sul 1988 (quando lo scarto era di 6 punti, tra il 39,3% di donne lettrici e il 33,7% di uomini lettori). Questa constatazione sembra essere vera con riferimento a tutte le fasce età; in quelle giovani spesso il divario risulta, anzi, ancor più pronunciato: tra i 18-19enni esso sale a più di 19 punti percentuali (leggono il 63,8% delle ragazze e il 44,5% dei ragazzi), tra i 20-25enni si attesta a quasi 22 punti (62,5% le lettrici e 40,6% i lettori), mentre tra i 15-17enni arriva a quasi 29 punti percentuali (legge il 73,2% delle ragazze, contro il 44,5% dei ragazzi). Tra i più piccoli si riduce, invece, lo scarto: quasi 14 punti per la fascia compresa tra gli 11 e i 14 anni (69,2% lettrici e 55,3% lettori) e soli 4 punti per la fascia tra i 6 e i 10 anni (53,8% le lettrici e 49,8% i lettori).

Oltre a leggere di più, le donne sembrano anche frequentare maggiormente i canali di vendita: il 54% di chi acquista libri in Italia è di sesso femminile (contro il 46% riferito al sesso maschile) e il volume degli acquisti di libri è pari al 57% per le donne, contro il 43% per gli uomini.

Il report passa poi ad analizzare la situazione occupazionale in Italia nel mondo editoriale, confrontandola innanzitutto con quella europea: nel 2001 il tasso di occupazione femminile in Italia risultava essere del 41,1%, quello europeo del 54,3%, nel 2006 le percentuali erano rispettivamente del 46,3% e del 57,2%, mentre nel 2009 esse sono del 49,7% e del 62,5%; nel 2009 il gap di genere appare in diminuzione di 2,5 punti percentuali sul 2004, con riferimento al contesto italiano, e di 2,9 punti, con riferimento al contesto europeo.

Cresce la presenza di donne non solo nelle attività redazionali e di segreteria, ma anche nei ruoli direttivi; mentre nel 1991 coprivano il 27% degli incarichi direttivi e nel 2008 il 36%, nel 2011 esse arrivano a coprirne il 40,2%. Negli ultimi vent’anni sono, quindi, aumentate le quote rosa in tutte le attività considerate di direzione: in quella tradizionale di ufficio stampa (dal 1991 a oggi si è registrato un +21,5%) in quella di direttore commerciale (+18,1% tra 1991 e 2011), in quella di direttore editoriale (+47,3%) e, infine, in quella di presidente, amministratore delegato, amministratore unico e direttore generale (+98%).

Ancor più incoraggianti sembrano essere le prospettive future del ruolo femminile in editoria, dato che i nuovi ingressi di donne si sono attestati, da un decennio, all’incirca al 60% (nel 2011 essi risultano, in particolare, il 64%).

Le donne sono, inoltre, più attente all’aggiornamento professionale, poiché ben 12 punti percentuali le separano dai colleghi uomini, nella scelta di frequentare corsi (56% contro 44%).
A registrare gli esiti migliori è soprattutto la piccola editoria, dove la presenza femminile in ruoli direttivi è oggi superiore di nove punti rispetto alla media del settore (49% rispetto a 40%), in aumento di tre punti sul 2008. I ruoli, in particolare, che hanno visto una presenza femminile maggiore rispetto alla media sono stati quello di direttore editoriale (nel 2011 le donne sono il 13,9%, registrando un +51,4% sul 2008) e di direttore commerciale (le donne sono il 7,7%, pari al +23,1% sul 2008).

L’analisi si concentra, infine, sul mondo delle librerie: le libraie risultano essere il 71,8%, sopravanzando notevolmente gli uomini (28,2%).

Questa fotografia 2012 “conferma e accentua – sottolinea Gianni Peressonle tendenze che avevamo visto nel 2009”. Le ragioni di simili incrementi degli addetti in gonnella nel settore editoriale sono da rilevare nelle “maggiori abilità” e “competenze nel gestire le relazioni e nell’organizzare il lavoro”, necessarie in “alcune attività – dall’ufficio stampa a quelle editoriali, fino alla gestione della libreria”. “Senza dimenticare – prosegue Peressan – una miglior cultura di base – hanno letto di più rispetto ai loro coetanei maschi lungo tutta la carriera di studio – qualcosa significherà! – e una maggior curiosità e flessibilità. Si tratta – conclude – di paradigmi concettuali oggi ancor più importanti di fronte ai cambiamenti che le nuove tecnologie pongono davanti alle imprese editoriali”.

Un modo diverso di fare libri? Si interrogano i promotori. Forse.
Dal canto nostro possiamo sperare che la particolare sensibilità e la forte intuizione tradizionalmente attribuite alla figura femminile siano in grado di apportare intensi benefici ad un’industria che, tra conferme positive e stime disattese, sarà costretta ad affrontare sfide sempre più impegnative, dettate dallo sviluppo tecnologico e dal mutamento delle prassi fruitive e d’acquisto tra gli utenti.

Pubblicato su: PMI-dome

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Tendenze di mail marketing

Il volume di diffusione, il comportamento degli internauti, l’integrazione con le piattaforme sociali e con i siti di gruppi d’acquisto

Nello sviluppo di una campagna di email marketing, si tende spesso a sottovalutare l’importanza dei network sociali per la condivisione dei contenuti veicolati dalla propria campagna. Sempre più necessaria ed efficace risulta essere, invece, la ricerca di una reale integrazione tra le diverse piattaforme potenzialmente coinvolte nell’azione virale, in modo da sfruttarne la complementarietà e i punti di forza. Gli utenti italiani sembrano, infatti, rispondere bene ad un simile approccio e, per capirlo, basta considerare, ad esempio, che ben il 26% di essi ha utilizzato un form di registrazione presente su una FanPage di Facebook per iscriversi ad un servizio di newsletter.

Questo è solo il primo sorprendente dato rilevato dallo European Email Marketing Consumer Report 2011, l’indagine presentata da ContacLab – l’azienda italiana “leader nell’offerta di soluzioni e consulenza di e-mail, sms e digital direct marketing” e presente in Europa con uffici a Milano, Parigi, Monaco di Baviera, Madrid e Londra – e giunta alla sua terza edizione, dopo aver subito una serie di riformulazioni, necessarie a registrare i cambiamenti in atto nel settore. La prima indagine, risalente al 2008, aveva inteso semplicemente offrire un “quadro completo dell’utilizzo della posta elettronica” nell’ambito territoriale italiano, attraverso informazioni dettagliate ed aggiornate. La seconda, invece, del 2009, estese la propria prospettiva al livello europeo, arrivando a coinvolgere nell’analisi, oltre all’Italia, anche Francia, Spagna, Germania e Regno Unito e cercando di far emergere vicinanze e distanze tra i diversi comportamenti riscontrati nell’utilizzo di email e newsletter all’interno dei diversi mercati considerati. Questa terza e ultima edizione, riferita al 2011, ha compiuto un ulteriore passo in avanti nell’approfondimento, poiché ha indagato – spiegano i promotori – il “rapporto tra email marketing, e-commerce, social network, considerando la costante crescita dei dispositivi mobili e la novità rappresentata dai siti di gruppi di acquisto online”; se a tutto questo si aggiunge anche l’analisi comparata dei dati riferiti a contesti territoriali differenti, emergono delle tendenze che possono essere prese in seria considerazione nella definizione di una fruttuosa strategia di emailmarketing aziendale. Vediamo di seguito alcune di tali tendenze.

Il campione statistico che si è scelto di indagare – composto complessivamente di 5.004 abitanti – appare rappresentativo della popolazione europea avente accesso a internet, stimata in 157 milioni di persone, 25,6 milioni delle quali sono italiane, 19,9 milioni spagnole, 30,3 milioni francesi, 45,7 milioni tedesche e 35,9 milioni inglesi. Si tratta in prevalenza di uomini (54%, contro il 46% dei fruitori di sesso femminile), che appartengono alla fascia d’età compresa tra i 25-34 anni (25%, seguiti dagli appartenenti alla fascia 35-44 anni, che costituiscono il 23%; da quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni e tra i 45 e i 54 anni, entrambi al 18%; infine dagli ultra cinquantacinquenni, al 16%) e che si connettono con un’alta frequenza alla rete (94%, contro il restante 6% riferito a chi si connette con bassa frequenza).

Il report analizza innanzitutto il volume di diffusione e l’utilizzo abituale che gli utenti fanno della posta elettronica: 5,3 miliardi è il dato riferito all’ammontare complessivo di mail ricevute dagli internauti ogni giorno (707 milioni in Italia, 579 milioni in Spagna, 1.407 milioni in Francia, 1.606 milioni in Germania, 1.118 milioni nel Regno Unito), pari ad una media di 28 mail per ogni singolo utente; tale media sale con riferimento al contesto francese (39 mail pro capite al giorno) e – seppur in misura notevolmente inferiore – a quello tedesco (29), mentre scende gradualmente con riferimento al Regno Unito (26), alla Spagna (24) e all’Italia (che, con una media di 22, si presenta come il Paese in cui si ricevono meno mail). Italia e Regno Unito, poi, sono i Paesi in cui le donne ricevono giornalmente più mail rispetto agli uomini.

Visti i continui stimoli digitali diffusi dalle aziende sotto forma di mail, fondamentale sembra essere, per riuscire a catturare l’attenzione degli utenti in una qualsiasi campagna di email marketing, la pertinenza dei messaggi inviati, che devono offrire un reale valore aggiunto e distinguersi, per questa via, dall’enorme flusso informativo.

Complessivamente le caselle di posta elettronica utilizzate sembrano essere 360 milioni, così distribuite: 113 milioni in Germania, 75 milioni nel Regno Unito, 68 milioni in Francia, 63 milioni in Italia e 43 milioni in Spagna. La maggior parte degli utenti intervistati (35%) utilizza abitualmente due caselle, malgrado sia abbastanza rilevante anche la quota di coloro che ne utilizzano una sola o più di due (entrambe le alternative conquistano il 33%); più in particolare, nel 2011 in Italia sono state utilizzate in media 2,5 caselle di posta, in Spagna 2,2, in Francia 2,3, in Germania 2,5 e nel Regno Unito 2,1 (medie stabili rispetto al 2010, in leggera crescita, di 0,1 punti, con riferimento al contesto francese). Solitamente (nel 61% dei casi) l’utilizzo di più caselle di posta è giustificato dalla destinazione diversa di tale utilizzo (tipicamente: uso professionale da una parte, uso privato dall’altra).

La maggioranza del campione (53%, in leggera crescita sul 2010, quando la percentuale – pur rimanendo maggioritaria – si attestava sul 51%), poi, accede alla propria casella esclusivamente attraverso la rete (casella webmail), dunque attraverso un qualsiasi browser (Explorer, Mozilla, Safari…); tale percentuale sale al 58% nel Regno Unito e al 56% in Spagna, mentre scende al 44% in Germania. Il 16% (in lieve aumento rispetto al 2010, quando la percentuale era del 13%) vi accede, invece, solo tramite uno specifico programma di posta (Mail, Outlook…), percentuale che si innalza al 21% in Germania e al 18% in Francia, ma che diminuisce di 3 punti percentuali con riferimento ad Italia e Regno Unito. Il 30% del campione (in calo di 4 punti percentuali sul 2010) utilizza, infine, entrambe le alternative.

A tal proposito, importante risulta, sottolineano i promotori, testare sempre la visualizzazione delle proprie newsletter sui principali client di posta e web mail, ricordandosi di alternare testo scritto ed immagini e imponendosi di rendere, quindi, maggiormente leggibile e appetibile l’informazione veicolata.

Tra i domini che offrono caselle di posta, il più utilizzato, se si considera l’intero campione, è Hotmail (il 58% dei rispondenti possiede almeno una casella e tra essi il 36% la consulta spesso), seguito da Gmail (38% possiede una casella, ma solo il 20% la utilizza spesso) e Yahoo! (il 36% ha una casella, 18% la consulta spesso). La Spagna fa registrare, poi, le percentuali più alte nell’utilizzo di Hotmail (83%, seguita da Regno Unito,62%, Francia, 60%, Italia, 50%, e Germania, 28%) e di Gmail (53%, seguita da Italia, 44%, Regno Unito, 41%, Francia, 32%, e Germania, 23%), mentre, con riferimento a Yahoo, è il Regno Unito a detenere il primato (47%, seguito da Spagna, 37%, Italia, 34%, Germania, 30% e Francia, 28%). Nel nostro contesto nazionale, oltre a Hotmail, che, in linea con la media europea, risulta il dominio più sfruttato, è Libero ad ottenere i maggiori consensi, guadagnandosi il secondo posto, seguito da Gmail. In Germania, invece, gli internauti sembrano offrire la propria preferenza alle caselle di posta appartenenti a domini locali (Web.de, GMX).

Il 69% degli intervistati iscritti ad almeno una newsletter dichiara di richiedere la cancellazione del proprio indirizzo nel momento in cui non si sente più interessato ad avere quei particolari aggiornamenti informativi e tale percentuale sale al 77% in Francia e al 76% in Germani; per questo motivo è importante rendere sempre ben visibile il link alla procedura unsuscribe, che dev’essere semplice e immediata, alla portata di un solo clic.

Il 53% del campione, poi, afferma di sapersi difendere dalle minacce di pishing, il 72% di cancellare senza nemmeno leggere le email non desiderate che riceve e il 59% degli internauti iscritti ad una newsletter fa la stessa cosa quando si stufa di riceverla (68% in Francia, 64% nel Regno Unito); il 36% degli iscritti ad una newsletter, invece, quando si stufa, devia le comunicazioni di quel canale nella cartella antispam.

Nel 2011 la maggior parte degli utenti (il 36%) appartenenti ai 5 Paesi analizzati è risultata iscritta ad un numero di newsletter compreso tra tre e dieci, il 19% tra venti e trenta e il 17% tra dieci e venti (dati stabili rispetto al 2010). In Francia si registra il maggior numero di newsletter pro capite ricevute in una giornata (10), seguita da Italia (8), Spagna e Germania (entrambe 6) e Regno Unito (5). Le tematiche che principalmente spingono all’iscrizione sono: i servizi di viaggio e turismo (38%, che in Italia e in Spagna si innalza al 42%), le offerte di lavoro (32%, in Spagna 47%), salute e bellezza (32%, 41% in Francia), gli aggiornamenti di online community di cui si è parte (27%, 32% nel Regno Unito), la tecnologia (26%), l’informazione e l’attualità (26% che sale al 39% in Francia), la grande distribuzione organizzata (25%, 40% in Germania), gli eventi culturali (22%), le novità di operatori di telefonia o internet (20%) e il meteo (19%).

Per l’iscrizione alla newsletter, gli internauti dei 5 Paesi analizzati utilizzano primariamente il proprio indirizzo di posta elettronica personale, principale (67%) o secondario (18%); il 9% dichiara di aver creato un indirizzo appositamente destinato a tali comunicazioni, mentre solo il 2% preferisce riceverle sull’indirizzo di posta aziendale. Quasi un quarto del campione (23%) dichiara di essersi iscritto almeno una volta ad una newsletter tramite il form di registrazione presente su una Fanpage di Facebook (la percentuale, abbiamo visto all’inizio, sale al 26% in Italia e al 30% in Spagna), anche se molti (20%) confessano di non essere a conoscenza di questa possibilità o di non possedere un profilo di Facebook (25%). Il 47% degli intervistati inizialmente non vede le immagini contenute della newsletter, ma decide poi di attivare questa funzione e, tra questi, solo il 37% lo fa sempre, mentre la maggior parte (il restante 63%) lo fa solo se conosce il mittente o se l’aggiornamento informativo è di suo interesse.

Il report, a questo punto, si concentra sull’analisi dell’email marketing all’interno dei social network: solo l’8% del campione (il 55% del quale è di sesso femminile) dichiara di aver condiviso una newsletter con i propri amici tramite una piattaforma sociale, mentre il 17% lo ha fatto utilizzando dei metodi più tradizionali, come l’inoltro (forward) della mail attraverso il proprio programma di posta (11%) e il tasto “tell a friend / invia ad un amico” (6%). Il motivo principale che spinge alla condivisione sono i contenuti veicolati dalla newsletter, ritenuti particolarmente interessanti (57% nel 2011, in calo di 2 punti sul 2010), anche se sembra aumentare la percentuale di coloro che condividono newsletter perché qui vengono proposti sconti e promozioni su particolari prodotti o servizi (dal 36% del 2010 al 45% del 2011, con picchi del 52% nel Regno Unito e del 51% in Spagna). Fondamentale risulta, allora, per i promotori di campagne di email marketing, facilitare i meccanismi di passaparola, rincorrendo la completa integrazione tra le diverse piattaforme (posta elettronica e vari network sociali) e attivando degli strumenti di condivisione automatica (come il bottone “share this”); l’8% del campione (11% in Italia), infatti, dichiara di non aver mai diffuso newsletter su un social network proprio per l’assenza di tali strumenti di condivisione capaci di rendere più immediata l’operazione. I motivi principali della scelta di non diffondere messaggi su un network rimangono comunque l’aspetto promozionale dei messaggi veicolati (56% nel 2011, in calo di 3 punti percentuali sul 2010) e la mancanza di interesse verso i contenuti (dal 15% del 2010 al 20% nel 2011). Ancora troppo elevata (complessivamente 15%, in lieve miglioramento sul 17% del 2010) la percentuale di utenti che non sanno in che modo effettuare una condivisione, soprattutto in Spagna (21%), nel Regno Unito (19%) e tra i 35-45enni (23%).

I dispositivi maggiormente utilizzati per la consultazione della propria posta elettronica sono il computer fisso (70%, in calo rispetto al 76% del 2010) e il computer portatile, notebook (60%, in calo di 4 punti percentuali sul 2010); in aumento l’utilizzo di mini-computer portatili, netbook (dall’11% al 12%), e dei dispositivi mobili come smartphone (dal 15% del 2010 al 26% del 2011, con incrementi maggiori rilevati in Italia, dal 18% al 29%, in Spagna, dal 11% al 22% e nel Regno Unito, dal 21% al 37%), Apple ipod (dal 4% al 5%) e Apple iPad (dal 2% al 5%), mentre conoscono una leggera inflessione palmari e tablet (dal 3% all’1%). Tra gli smartphone più utilizzati per la consultazione vi sono i dispositivi Nokia in Italia (40%), i dispositivi Android in Spagna (32%) e Germania (31%) e i dispositivi Apple in Francia (38%) e Regno Unito (30%).

L’analisi si sposta poi alla determinazione del ruolo dell’email marketing nella propensione all’acquisto online degli utenti: più della metà (56%) degli iscritti ad una newsletter che abbiano già avuto esperienza di acquisto dichiarano di averlo fatto perché stimolati proprio da un’offerta interessante veicolata da una newsletter e la percentuale sale particolarmente con riferimento alla Germania (63%), dove, inoltre, ben il 91% degli utenti dichiara di aver fatto esperienza di acquisto online, contro una media complessiva del 76%. Il 59% degli iscritti ad almeno una newsletter ha scelto per tale iscrizione anche siti e-commerce; poco più della metà (47%, il 43% dei quali ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni) degli acquirenti iscritti ad una newsletter dichiara di aver proceduto all’acquisto dopo aver seguito un link all’interno della comunicazione. Il fattore che maggiormente conduce all’acquisto è la convenienza veicolata dal contenuto informativo del messaggio (63%), ma abbastanza importanti, in tal senso, sono anche la capacità di presentare i servizi in maniera convincente e la fiducia che si prova nei confronti del mittente (entrambe le alternative al 33%); per il 23% seguire le indicazioni della newsletter per procedere all’acquisto permette di risparmiare tempo.
Il report analizza, in ultima battuta, le nuove tendenze di acquisto online, i gruppi di acquisto, cioè, rilevando come ben il 42% (50% in Spagna, 49% in Italia) degli intervistati risulti iscritto a siti di questo tipo e come ben il 48% (57% in Germania, 51% in Spagna) di essi abbia già effettivamente acquistato buoni sconto o coupon. Il più diffuso tra questi siti è sicuramente Groupon, soprattutto in Francia (88%) e Regno Unito (85%), mentre in Italia il più diffuso è Groupalia (74%). La maggior parte (50%) degli acquisti tramite queste piattaforme è destinata a sé stessi, il 16% a qualcun altro come regalo, il 34% a entrambe le alternative.

Con riferimento all’esito dell’acquisto, il 79% dichiara di aver utilizzato il buono/coupon e di esserne stato soddisfatto, il 13% di averlo utilizzato ma di non esserne stato del tutto soddisfatto a causa della non coincidenza tra proposta del coupon ed effettiva prestazione, l’8% (10% in Francia) ammette di aver acquistato il coupon ma di non averlo poi effettivamente utilizzato, o perché se ne è scordato, non ha avuto occasione (6%) o per mancanza di disponibilità da parte dell’erogatore del servizio (2%). I motivi principali che fungono da disincentivo all’acquisto tramite questi siti sembrano essere, infine, secondo il report, la mancanza di promozioni davvero interessanti (66%) e, dato più preoccupante, la mancanza di chiarezza nelle condizioni e caratteristiche delle offerte proposte (16%); l’11% preferisce pagare un servizio nel momento in cui gli viene effettivamente fornito, a prescindere dal risparmio, e il 9% non possiede una carta di credito.

European Email Marketing Consumer Report 2011, ContactLab – Novembre 2011

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La promozione virtuale impone la cura della propria identità reale

Alcune recenti indagini dimostrano come gli utenti dei principali social network interagiscano con i propri contatti replicando di fatto i modelli fruitivi propri della loro quotidianità, rendendo sempre più sfumati i confini tra virtualità e realtà

Identità virtuale cercasi. Solida, credibile e, soprattutto, sopportabile.

Pare questi siano tempi particolarmente duri per i maghi di age- e genderswitching, per chi ama, insomma, fingersi qualcun altro, in un eterno – a volte spassoso, altre volte dannoso – carnevale virtuale. Gli utenti dei network sociali, sempre più disincantati, non sembrano, nelle proprie scelte di condivisione, cercare un approccio generalizzato, ma, al contrario, privilegiano quelle relazioni che, in un modo o in un altro, possiedono per loro un qualche legame con la propria personale quotidianità.

Alcune recenti indagini hanno mostrato come si sia assottigliato il confine tra mondo reale e mondo digitale, teorizzando una sostanziale compenetrazione tra le due e una singolare manifestazione del concetto di “realtà aumentata”: la simulazione sottesa all’utilizzo dello strumento web muta, allora, la propria essenza e si fa realtà essa stessa; la rete diventa uno spazio sociale in cui si realizzano delle pratiche fruitive legate, in primo luogo, all’universo di appartenenza e all’identità reale degli attori coinvolti, con delle conseguenze che devono inevitabilmente essere prese in considerazione da chi si occupa di comunicazione e marketing online.

In un articolo pubblicato sulla rivista dell’Accademia Nazionale delle Scienze Pnas (Proceedings of the National Academy of Sciences) sono stati riportati i risultati di uno studio condotto da alcuni ricercatori della Harvard University che ha inteso indagare quanto le similitudini rilevate tra profili “amici” sui social network siano da ricondurre all’effetto cosiddetto “virale” dei contenuti veicolati e quanto dipendano, invece, da altri fattori. Ad esser stati presi in esame sono i comportamenti e le abitudini di duecento studenti di college, seguiti su Facebook per quattro anni di vita accademica, dal 2006 al 2010.

Viene confermata l’importanza del network virtuale nell’avvicinare persone che hanno una certa affinità di pensiero e di passioni, come avviene, del resto, anche al di fuori dell’ambito digitale. Tuttavia pare molto improbabile ai ricercatori di Harvard che possano essere mutuati gusti, interessi e preferenze dei propri amici digitali, se non inizialmente condivisi.
Si inverte, dunque, il processo: le vicinanze tra profili non sarebbero conseguenza dell’amicizia virtuale, ma ne costituirebbero la causa. Stando a tale interpretazione, inoltre, sarebbe necessario abbandonare l’idea di piattaforma aperta, inclusiva e potenzialmente in grado di connettere chiunque, per ripiegare, al contrario, su una visione ghettizzante del mezzo, che vede confermata la segmentazione sociale ed economica propria della vita reale.

Alcune critiche sono state avanzate circa il metodo utilizzato per l’indagine, basato sull’utilizzo dei dati segnalati come preferiti nelle schede informative personali dei profili analizzati e non anche sui contenuti postati, forse maggiormente rappresentativi delle reali inclinazioni dei soggetti. Allo stesso modo alcuni sostengono la fondamentale importanza dei network sociali – ai fini di una qualunque campagna marketing – come strumento di data mining, a prescindere dalla loro forza virale. Tuttavia l’esito delineato dalla ricerca, frutto di un canale istituzionale, non può essere ignorato da chi giornalmente spera nel contagio virale e sociale di un proprio messaggio, magari di velata natura commerciale o funzionale alla creazione della brand identity.

A risultati in parte simili conduce anche una recente indagine di NM Incite, la società di ricerca fondata dalla Nielsen e dalla McKinsey, attiva nella raccolta dati e consulenza marketing; tale indagine (titolata “State of Social Media Survey”) ha cercato di circoscrivere i fattori che spingono gli utenti dei social network ad accettare o cancellare qualche profilo dai propri contatti e le motivazioni che portano alla creazione stessa di un proprio profilo sociale. Si è scelto di analizzare – per un periodo compreso dal 31 marzo al 14 aprile 2011 – un campione rappresentativo composto da 1.865 individui adulti e utenti di social media, intendendo, con questo termine, chiunque sia solito condividere informazioni e partecipare a discussioni sul web, tramite Facebook, Twitter e altre piattaforme di social networking.

Veniamo ora ai risultati: in media un utente di Facebook possiede 130 contatti e, in linea con la tendenza evidenziata, le principali motivazioni che spingono gli utenti ad aggiungere qualcuno ai propri amici sono la conoscenza reale della persona (82% di preferenze) e l’esistenza di amicizie comuni (60%). Al terzo posto le questioni di lavoro – l’11% chiede o accetta il legame sociale per l’esistenza di un legame di collaborazione effettivo o per sfruttare la conoscenza a livello professionale – mentre l’attrazione fisica influenza solo l’8% del campione nella scelta di accettare o meno l’amicizia. Smentiti, dunque, tutti i luoghi comuni che vedono nella virtualità di questi mezzi un luogo privilegiato per l’approccio sociale e l’estensione a non finire della propria rete reale di amicizie. In penultima posizione, con il 7% ciascuna di preferenze, troviamo la volontà di incrementare le proprie conoscenze, la qualità della foto di profilo visualizzata (una versione contemporanea della cosiddetta “prima impressione”, che, in questo caso, pare non essere così importante) e la prassi di accettare la richiesta di amicizia da chiunque provenga. Infine un misero 4% si dichiara influenzato nella scelta dal numero di contatti rientranti nella cerchia di chi ha avanzato la richiesta.

La ricerca ha poi analizzato le motivazioni che spingono a chiudere un contatto virtuale su Facebook: anche in questo caso in testa alla classifica si collocano la scasa conoscenza nella realtà della persona (41%) e la pubblicazione di commenti considerati offensivi (55%) e, dunque, potenzialmente lesivi della propria social identity. Al terzo posto (36%) troviamo il tentativo di vendere qualcosa, a conferma dell’impossibilità di utilizzare i network sociali a scopi puramente commerciali e della necessità, al contrario, di identificare nuove forme di diffusione dei messaggi aziendali. Nel 23% dei casi, poi, la rottura avviene perché non si riesce più a sopportare i commenti tristi e depressi postati in bacheca dal contatto, nel 20% per mancanza di interazione effettiva con esso e nel 14% per un eccesso di messaggi politici.
Dovrebbero riflettere su questo dato, in particolare, i molti personaggi della sfera politica impegnati nella discesa in campo social, in particolare quelli meno conosciuti, che non possono contare sulla visibilità mediatica per strappare un’amicizia: per incrementare i propri consensi, la tecnica potrebbe, forse, essere quella di alternare, ai messaggi di stampo prettamente politico, quelli di natura più personale, relativi ai gusti e alle abitudini quotidiane, messaggi che – volenti o nolenti – raccolgono maggiormente l’attenzione di chi abita i network sociali.

Una rottura o un divorzio nella vita reale costituisce la causa dell’eliminazione per l’11% del campione, mentre per l’8% questa va rintracciata nel mancato interesse che si nutre verso gli amici del contatto che si decide di eliminare.
L’eccessiva invadenza del contatto (modificare troppo frequentemente il proprio profilo e chiedere l’amicizia a troppe persone) conduce il 6% degli utenti ad eliminare lo stesso, mentre la prassi di modificare solo raramente il proprio profilo è quasi ininfluente (3%).

La ricerca ha poi approfondito un altro aspetto riferito alle piattaforme sociali, l’uso, cioè, che gli utenti fanno delle stesse. Pare che i motivi principali di utilizzo siano la necessità di rimanere in contatto con la propria famiglia (89%), la volontà di ritrovare o mantenere vecchie amicizie (88%) e la voglia di cercare nuove conoscenze (70%). Con riferimento alla sfera dell’entertainment e lifestyle, il sondaggio ci dice che il 67% degli utenti si collega ad un social network per semplice divertimento e intrattenimento, il 64% come sbocco di creatività, il 47% per giocare, il 45% per offrire e ottenere informazioni, il 35% per seguire qualche celebrità e il 16% per trovare l’anima gemella.

Per quanto riguarda, invece, l’area prodotti/servizi, ci si connette principalmente per leggere i feedback degli altri consumatori (66%) o per avere informazioni e dettagli in merito ai prodotti prima di procedere con l’acquisto (60%), il 58% lo fa per sfruttare promozioni e acquistare coupon convenienti, il 54% per offrire un proprio feedback positivo e il 51% per offrirne uno negativo. Un po’ meno diffuso, invece, è l’utilizzo per motivi di lavoro: il 48% vede nei network un mezzo per mantenere contatti professionali e il 28% un modo per trovare un lavoro.

Vita digitale e vita reale dai confini sempre più sfumati, quindi. Un’amara consapevolezza per chi ha sperato e ancora spera di trovare un riscatto personale nella virtualità: curare la propria quotidianità e i propri rapporti reali sembra essere, in definitiva, la forma migliore di promozione sociale, per ottenere il successo ricercato in rete.

Pubblicato su: PMI-dome

Agroalimentare made in Italy: contrastando il falso, esportazioni triplicate

Record di esportazioni per il 2011, ma anche la persistenza di prassi illecite, colpevoli di bloccare la libera iniziativa economica

Pizza, mafia e mandolino. Ci siamo quasi: stereotipi che si confermano, primati che ci incoraggiano, stime che un po’ sorprendono e spiragli di ripresa. In questo sembra riassumersi l’attuale contesto dell’agroalimentare italiano.

Cominciamo con un dato positivo: stando ad un’analisi diffusa da Coldiretti e basata sugli andamenti registrati nel commercio estero agroalimentare dall’Istat, il valore delle esportazioni nel settore avrebbe raggiunto nei primi nove mesi del 2011 il suo massimo storico, arrivando a circa 30 miliardi, con una crescita di 9 punti percentuali. Destinatari di tali esportazioni sono stati principalmente i Paesi dell’Unione Europea, dove si sono concentrati i 2/3 del fatturato estero complessivo (con un rialzo dell’8%), gli Stati Uniti, dove l’esportazione del Made in Italy nelle tavole ha incrementato il proprio valore di dieci punti percentuali, e i mercati emergenti come quelli asiatici, dove l’aumento è stato addirittura del 18%, arrivando quasi a toccare la quota statunitense.

A rafforzare il proprio trend di crescita sono stati soprattutto i comparti più tradizionali dell’agroalimentare Made in Italy: il vino, ad esempio, ha aumentato il proprio valore d’esportazione di 25 punti percentuali; il formaggio – soprattutto grana e parmigiano reggiano, i più apprezzati – di ben 26 punti; l’olio di oliva ha registrato un +9%, la pasta un +7%, stabile, invece, l’ortofrutta.

Colpiscono, tuttavia, alcuni risultati, come quelli riferiti all’export della birra italiana in Gran Bretagna (grande produttrice della bevanda), in crescita record del 18%, o all’export dello spumante in Russia – con un +40% che rende quest’ultima al quarto posto tra i Paesi esteri di destinazione – o, ancora, quelli relativi all’esportazione di formaggi italiani in Francia (+22%), tradizionalmente molto nazionalista in questo ambito.

Le performance positive registrate sui mercati internazionali dal settore più rappresentativo dell’economia reale dimostra” – sottolinea Sergio Marini, Presidente di Coldiretti – “che il Paese può tornare a crescere solo se investe nelle proprie risorse che sono i territori, l’identità, la cultura e il cibo”. Recuperare, dunque, le proprie radici per ridare slancio e vitalità all’economia italiana, puntando sull’esternalizzazione, sulla diffusione all’esterno di modelli produttivi e di consumo: questa, in estrema sintesi, l’interpretazione offerta ai dati riportati. L’agroalimentare – conclude Marini – “è una leva competitiva formidabile per trainare il Made in Italy nel mondo”.

Il prodotto più importante dell’export agroalimentare nazionale si rivela essere il vino, con oltre la metà del fatturato realizzato dalle aziende italiane all’estero nei primi 9 mesi del 2011, stimato in quasi 4 miliardi di euro, con un aumento del 13,6% rispetto all’anno precedente. Cresce parallelamente il numero di ettolitri esportati, arrivando a quota 17 milioni e registrando, di conseguenza, un +13%.

Ad apprezzare il nostro vino sono, come già accennato, principalmente i Paesi dell’Unione europea, con aumenti in valore pari al 13% e con in testa la Germania. Gli Stati Uniti sono, invece, destinatari di poco meno di un quarto del fatturato estero, registrando nel 2011 un aumento record in valore pari al 17%. Sorprendenti gli incrementi registrati nei Paesi asiatici, in particolare in Cina, dove il valore delle esportazioni sembra essere praticamente raddoppiato (+87%).
Tale primato nelle esportazioni sembra stridere, in realtà, con i dati diffusi dall’Istat, ed elaborati da Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo-Alimentare) e Uiv (Unione Italiana Vini), relativamente alla produzione di vino in Italia, stabilizzatasi nel 2011 su livelli ai minimi storici; a fronte di una produzione stimata, a metà dicembre 2011, attorno ai 40 milioni di ettolitri (contro i 42 milioni indicati a settembre), è stata, infatti, registrata una caduta record del 14,2% sul 2010 (quando si erano contati 46,7 milioni di ettolitri).

Dal punto di vista qualitativo, oltre il 60% della produzione è stato destinato a uno dei 517 vini Docg, Doc e Igt riconosciuti in Italia. Questa tendenza negativa ha imposto una revisione della classifica mondiale dei Paesi produttori di vino, con la conseguente perdita, da parte dell’Italia, della propria supremazia produttiva, a favore della Francia, che, con i suoi 50,2 milioni di ettolitri (in aumento di 11 punti percentuali rispetto al 2010), raggiunge il primo posto. I 39,9 milioni di ettolitri prodotti in Spagna (con un leggero calo del 2%) rende anche questo Paese un potenziale pericolo per l’Italia, essendo lo scarto tra Roma e Madrid pari ad appena 218 mila ettolitri.

Al quarto posto della classifica mondiale dei produttori di vino, si attestano gli Stati Uniti, con 18,7 milioni di ettolitri, in calo di 6 punti percentuali sul 2010 (ha pesato, in particolare, il -10% registrato in California, primo polo produttivo della zona). In calo anche la vendemmia in Argentina, al quinto posto, con un -10% e 14,6 milioni di ettolitri prodotti. L’Australia, in sesta posizione, ha totalizzato all’incirca gli stessi quantitativi del 2010, mantenendosi sui 10 milioni e mezzo di ettolitri. Cresce, invece, a due cifre la produzione nel Cile – con un + 15,5% e oltre 10 milioni e mezzo di ettolitri realizzati – che arriva, così, a raggiungere la settima posizione. Superano i 10 milioni prodotti anche la Cina (in ottava posizione, con 10,4 milioni di ettolitri, in calo di 4 punti percentuali sul 2010) e il Sudafrica (con un +2% sul 2010).
Riprende, dopo un 2010 in forte decrescita – la produzione in Nord Europa e nei Peco (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale), tanto da rendere probabile – conclude l’analisi Ismea-Uiv – il fatto che “il 2012 vedrà smorzarsi le forti richieste di vino sfuso effettuate da questi Paesi sia in Italia che in Spagna”: crescono Germania (+28%) e Austria (+45%), ma anche Romania (+31%), Bulgaria (+55%), Ungheria (+27%), Repubblica Ceca e Slovacchia.

Tornando al contesto italiano, si rileva, poi, dal punto di vista dei prezzi di scambio, un aumento – nei primi cinque mesi della campagna di commercializzazione, da agosto a dicembre 2011 – dei valori medi dei vini comuni di oltre 28 punti percentuali, rispetto allo stesso periodo del 2010: per il comparto dei rossi è stato registrato un +28,8% (il prezzo di scambio è stato in media 3,65 euro per ettolitro/grado, franco cantina), mentre per quello dei bianchi un +27,6% (3,81 euro per ettolitro/grado).

I buoni risultati rilevati sul settore esportazioni non sembrano attualmente aver portato adeguati benefici alle imprese agricole, confermando – conclude Coldiretti – le “pesanti distorsioni che permangono nel passaggio degli alimenti lungo la filiera dal campo alla tavola”.

L’andamento positivo delle esportazioni potrebbe, inoltre, essere ulteriormente ottimizzato se si riuscisse a combattere efficacemente la cosiddetta “agropirateria” internazionale e, ancor più, “l’Italian sounding”, la tendenza, cioè, a sfruttare economicamente parole, immagini, denominazioni e ricette che evocano il contesto italiano, pur essendo legate a prodotti alimentari che nulla hanno a che vedere con le produzioni nostrane; a differenza dell’agropirateria, la contraffazione vera e propria perseguibile penalmente, l’Italian sounding si muove in una zona grigia che può essere eliminata solo attraverso regole e accordi internazionali che impongano l’assoluta trasparenza sulla qualità delle materie prime e sui processi produttivi utilizzati dagli operatori dell’intera filiera.

Se sul piano nazionale sono stati recentemente scoperti la falsa mozzarella di bufala dop, vino ed olio etichettati come doc e dop senza documenti di tracciabilità, a livello internazionale le più copiate al mondo – prosegue Coldiretti – sono le denominazioni Parmigiano Reggiano e Grana Padano (con “il Parmesan diffuso in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia fino al Giappone”, o il “Parmesao in Brasile, il Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesao in tutto il Sud America, ma anche Pamesello in Belgio o Parmezan in Romania”), ma anche il Romano, l’Asiago e il Gorgonzola, prodotti negli Stati Uniti; anche alcuni marchi storici trovano una loro imitazione estera, come la mortadella San Daniele e il prosciutto San Daniele prodotti in Canada; e ancora: vino “tarocco”, come il barbera bianco romeno o il Chianti californiano, l’olio Romulo venduto in Spagna con tanto di lupa capitolina, imitazioni di soppressata calabrese e pomodori San Marzano negli States, il provolone del Wisconsin, il pesto tailandese “Spicy thai” e una strana “mortadela” siciliana prodotta in Brasile. Gli esempi sono molti e capaci di strappare facilmente un sorriso, ma si tratta pur sempre di un riso piuttosto amaro: stando, infatti, alle stime riportate da Coldiretti (sulla base della prima relazione sulla contraffazione nel settore alimentare, elaborata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale e presentata nel corso di un incontro presso la sede romana di Coldiretti, lo scorso giovedì 19 gennaio 2012, al quale hanno partecipato, tra gli altri, il Ministro per le Politiche Agricole Mario Catania, il Procuratore Antimafia Pietro Grasso e il Presidente della Coldiretti Sergio Marini), il falso alimentare Made in Italy fatturerebbe ben 60 miliardi di euro, con tre prodotti alimentari italiani falsi su quattro. A spingere verso una simile prassi ingannevole è la volontà dei produttori esteri di assicurarsi un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, potendo contare sulla risonanza positiva che certi nomi detengono, sul sistema di valori riconosciuti e apprezzati a livello internazionale che essi veicolano. Si tratta di un vero e proprio danno – non solo economico, ma anche di immagine – inflitto alla nostra industria agroalimentare, banalizzata nella sua autentica tradizione ed eccellente qualità.

Con una radicale azione di contrasto al falso Made in Italy, che porti ad un recupero delle quote di mercato estero per un controvalore economico pari al 6,5% dell’attuale volume d’affari delll’“Italian sounding”, le esportazioni agroalimentari potrebbero addirittura triplicare, pareggiando la bilancia commerciale del settore. Si stima, inoltre, che dalla lotta alla contraffazione potrebbero derivare fino a trecentomila nuovi posti di lavoro.

Secondo i dati Coldiretti/Eurispes contenuti nella relazione sulla contraffazione, il volume d’affari delle agromafie ammonterebbe oggi a ben 12,5 miliardi di euro, pari al 5,6% dell’intero business criminale.

Le imprese agricole e i consumatori – precisa la Coldiretti – subiscono l’impatto devastante delle strozzature di filiera su cui si insinua un sistema di distribuzione e trasporto gonfiato e alterato troppo spesso da insopportabili fenomeni di criminalità che danneggiano tutti gli operatori. L’effetto è un crollo dei prezzi pagati agli imprenditori agricoli, che in molti casi non arrivano a coprire i costi di produzione, e un ricarico anomalo dei prezzi al consumo che raggiungono livelli tali da determinare un contenimento degli acquisti”.

Dal campo alla tavola, il prezzo dei prodotti viene triplicato, anche a causa dell’illecito intervento della malavita organizzata: le agromafie reinvestono i loro proventi soprattutto in attività agricole, “nel settore della trasformazione alimentare, commerciale e nella grande distribuzione”, condizionando la libera iniziativa economica e incrementando la concorrenza sleale. Oltre ad un aumento dei prezzi, le conseguenze negative per i consumatori riguardano anche la qualità dei beni acquistati, spesso spacciati come Made in Italy, ma ottenuti in realtà con materie prime importate e di bassa qualità.

La Commissione parlamentare d’inchiesta ha verificato, in particolare, come le nostre tasse finanzino addirittura la realizzazione di prodotti italiani solo nel nome, attraverso la “Società italiana per le imprese all’Estero Simest s.p.a.”, controllata dal ministero dello Sviluppo economico, senza alcun beneficio per il nostro Paese, ma incrementando, anzi, i comportamenti di concorrenza sleale prima descritti. Tali attività di delocalizzazione sottraggono opportunità di lavoro e occupazione al sistema Italia: è il caso dell’azienda casearia Lactitalia (partecipata da Simest al 29,5%), che produce in Romania formaggi con nomi italiani Caciotta e Pecorino, e della vendita all’estero del salame calabrese prodotto negli Stati Uniti e venduto a New York dalla salumeria Rosi del Gruppo Parmacotto.

Non è politicamente, economicamente e moralmente accettabile” – conclude il Presidente Sergio Marini – “che lo Stato, che rappresenta tutti i cittadini italiani, finanzi direttamente o indirettamente la produzione o la distribuzione di prodotti alimentari che contaminano il valore del territori facendo concorrenza sleale a tutte le produzioni tipiche vere espressioni di quei territori”; è per questo motivo che “la lotta alla contraffazione e alla pirateria” devono rappresentare per le istituzioni “un’area di intervento prioritaria per recuperare risorse economiche utili al Paese” e a “generare occupazione”.

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