1minuto.info. Intervista all’ideatore

La Redazione di PMI-Dome ha intervistato per i suoi lettori Paolo Conti, amministratore delegato di Loft Media Publishing e ideatore di 1minuto.info
Giovedì 5 luglio è stato lanciato ufficialmente il progetto 1minuto.info appartenente alla Loft Media Publishing di fronte alla platea del Social Case History Forum di Milano. Si tratta di sistema interattivo e multicanale a metà strada tra l’informazione e la formazione. In sostanza il sistema propone una raccolta di video lunghi un minuto nei quali alcuni tra i più accreditati esperti italiani del mondo digitale e imprenditoriale rispondono a delle domande inerenti il proprio ambito di competenza. Per maggiori approfondimenti vi rimandiamo al nostro articolo “Informazione e formazione. Tutto in 1minuto“.
La Redazione di PMI-Dome ha intervistato per voi l’ideatore del progetto, Paolo Conti, amministratore delegato della Loft Media Publishing.
Da dove nasce l’idea di 1minuto.info e a quale mission aziendale corrisponde?
Tutto è nato da una chiacchierata l’hanno scorso con un pubblicitario. Pensavamo a come proporre in rete un format pubblicitario alle aziende che durasse esattamente 1minuto. A lui è piaciuta, ma alla fine, ripensandoci, mi sono detto che non era quello che volevo. Ma l’idea di 1minuto ha continuato a frullarmi in testa. Io sono un giornalista. Quindi ho fatto 2+2 ed ecco fatto! La mission aziendale? Fare in modo che tutti possano accedere a informazioni di qualità in un tempo adatto ai temi in cui viviamo. Difficile trovare qualcuno che dedica più di 1 minuto a imparare qualcosa di nuovo…
Quello di Loft Media Publishing è un nuovo modo di intendere l’editoria: autentico desiderio di innovazione o bisogno di “sopravvivenza”? A spingervi in questa direzione è, insomma, solo un desiderio di sperimentazione o credete si tratti di una via pressoché obbligatoria per quanti – al di là dei grandi nomi – intendano operare con successo nel settore? 
Certamente 1minuto non è l’unica strada: ci mancherebbe! Nessuno sa ancora con certezza come cambierà l’informazione con lo sviluppo dei nuovi media. Sperimentazione, quindi. Ma anche l’ambizione di costruire destinata a crescere nel tempo con il contributo di chiunque voglia partecipare, suggerendo domande nuove o candidandosi per aiutarci a filmarle.
In quali modi credete sia possibile avere un ritorno in termini economici da un’iniziativa imprenditoriale come 1minuto.info?
La verità? In questo momento non lo so ancora. Ma io ho sempre pensato “Se hai un’idea che sembra interessante, utile e che ti piacerebbe realizzare, falla e basta! Se è buona come pensavi, un modo per portarla avanti lo troverai”.
Ad una settimana dal lancio ufficiale della piattaforma, potete dirvi soddisfatti dei risultati di pubblico? Riesce a darci qualche cifra?
Sinceramente, finora risultati stanno superando le nostre aspettative. Dare dei numeri al momento non avrebbe molto senso: sono trascorsi solo pochi giorni. Ma alcune delle risposte che abbiamo pubblicato sono già schizzate al primo posto su Google…
Prevedete di ampliare la componente di crowdsourcing del progetto, aprendo ad esempio dei contest su specifiche tematiche anche a giornalisti o creativi della rete non interni alla vostra redazione?
È esattamente la direzione in cui vogliamo andare. La Loft non ha e non avrà mai le risorse necessarie a raccogliere migliaia di risposte. Ma se riusciremo a mettere in modo il meccanismo di cui lei parla (che è esattamente il nostro obiettivo) 1minuto.info potrà diventare una piattaforma di formazione/informazione davvero rilevante. Incrociamo le dita, quindi!
Mi sembra di poter rilevare una sorta di paradosso nella vostra piattaforma: nonostante gli utenti siano interessati alla risposta fornita dai vostri esperti, è la domanda che assume l’importanza principale nella logica fruitiva imposta: sbagliare una domanda, renderla troppo generica o poco d’appeal, potrebbe implicare la perdita di una visualizzazione, dunque di un like, di una parte di viralità. E’ d’accordo?
Ho sempre pensato che molto spesso non è la risposta, ma la domanda a fare la differenza. Se chiedi a qualcuno la cosa giusta, avrai la risposta giusta, a patto che quel qualcuno sappia di cosa sta parlando. È per questo che stiamo chiedendo a tutti di suggerirci domande: le selezioneremo e sottoporremo quelle di interesse più ampio ai migliori esperti che riusciremo a identificare.
Lei cosa farebbe in 1 minuto da non dimenticare?
Questa domanda è davvero diabolica 🙂 Mi lasci pensare… Credo che trascorrerei quel minuto baciando una donna che amo.
Pubblicato su: PMI-dome
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Informazione e formazione. Tutto in 1minuto

Nasce il nuovo format editoriale, creato da Loft Media Publishing, basato sulla realizzazione di video dalla durata di 60 secondi, nei quali noti esperti del mondo digitale e imprenditoriale rispondono a precise domande

La rivoluzione digitale ha imposto una trasformazione rapida, radicale e quasi sicuramente irreversibile nell’interazione tra le persone, che ha sovvertito le tradizionali pratiche, per condurre ad un sistema comunicativo molti-a-molti, multimediale e globale, in cui a vincere è in primis un’ottica di tipo collaborativo. Il web 2.0 ha imposto a molte aziende di rivedere i propri modelli di business, di ideare, progettare, sviluppare prodotti e servizi in modo profondamente differente rispetto al passato, offrendo – tra le altre – una risorsa dal costo piuttosto basso e allo stesso tempo florida e vitale, la collaborazione: ciascuna mano imprenditoriale può attingere ad un bacino pressoché illimitato di talenti, per trarne idee e innovazioni anche di altissimo livello.
Alcune delle realizzazioni digitali più entusiasmanti attualmente in circolazione sono il risultato del lavoro di team composti da migliaia o forse milioni di individui (si pensi, molto banalmente, a Linux, a Wikipedia, a Youtube). Interi settori economici, tra i quali l’editoria, l’intrattenimento, i servizi finanziari, l’industria, stanno subendo una trasformazione vera e propria, spesso fondata sul principio della peer production. Da qui la critica costante alla rete, mossa da chi si erge a custode dei tradizionali (o meglio obsoleti) veicoli della conoscenza, gli unici – a detta dei “custodi” – in grado di garantire una diffusione qualitativamente apprezzabile. La rete sembra voler abolire, o perlomeno attenuare, i modelli imprenditoriali gerarchici, favorendo meccanismi di creazione fluidi ed eterogenei, che permettono a tutti di esprimersi piuttosto liberamente. L’ideale massimo al quale si aspira è quello di un’economia più partecipata, che Don Tapscott e Anthony D. Williams già nel 2006 definivano “Wikinomics”.
Resistere alla tentazione di innalzare anacronistiche barricate e anzi percorrere strade sempre nuove alla ricerca dell’innovazione, mettendo magari a frutto proprio quel frizzante capitale umano a disposizione nel web, sembra essere la sfida posta dalla virtualità a dirigenti e professionisti. Ed è proprio allo scopo di cogliere questa sfida e rilanciarla in una nuova formula – non wiki, ma comunque aperta – che pare muoversi l’azione della casa editrice (nel senso meno tradizionale del termine) milanese Loft Media Publishing, fondata nel gennaio del 2009 come frutto dell’esperienza maturata, nel corso dei tre anni precedenti, dai fondatori dell’associazione senza fini di lucro “Cedites” (Centro Studi per la Divulgazione della Tecnologia e della Scienza).
Degno di attenzione è in particolare il suo ultimo progetto, 1minuto.info, lanciato ufficialmente lo scorso giovedì 5 luglio di fronte alla platea del Social Case History Forum di Milano. Esso mantiene le sue radici nel solido deposito del sapere, facendosi in qualche modo carico della qualità di quanto veicolato, ma rinnega le classiche logiche di chiusura, allargandosi, al contrario, in un sistema interattivo e multicanale. Editoria, dunque, come sinonimo di cultura e conoscenza diffusa attraverso i valori della viralità e della liquidità, pur conservando alla base alcuni punti fermi – inevitabili per un’attività che possa dirsi appunto editoriale – come la garanzia di autorevolezza.
In cosa consiste 1minuto? 
Nel descriverla, i suoi promotori collocano la piattaforma a metà strada tra la formazione e l’informazione, pur chiarendo la distanza da “un sito di e-learning in senso classico”. “Risposte d’autore. In video”, si legge nell’intestazione della homepage.
In sostanza ci troviamo di fronte ad una raccolta organizzata di video lunghi un minuto (a volte – com’è inevitabile – si sfora di qualche secondo), nei quali alcuni tra i più accreditati esperti italiani del mondo digitale e imprenditoriale rispondono a delle domande inerenti il proprio ambito di competenza.
Per facilitare la ricerca, i contributi sono stati suddivisi in base a quattro tematiche o “Aree di conoscenza”: “ICT”, “Social Media”, “Ricerca e Innovazione” e “Startup e Impresa” e a tre “Livelli di conoscenza” (“Per principianti”, “Per professionisti” e “Per guru”).
I video attualmente disponibili sono circa un centinaio. Si tratta comunque – sostengono i promotori – di un numero destinato a “crescere esponenzialmente, poiché chiunque può sottoporre una nuova domanda o candidarsi per identificare l’esperto adatto e filmarne la risposta, che verrà poi elaborata e pubblicata dalla redazione”.
Un progetto tutto italiano che sfida Wikipedia sul suo stesso terreno, ma con regole diverse”. “Un modo nuovo di trasmettere la conoscenza in un’era in cui a maggior parte di noi ha poco, pochissimo tempo a disposizione per imparare”, si evidenzia. Su 1minuto “rispondono solo persone che non hanno un interesse economico nel farlo”, si legge ancora nel sito: “professori universitari e ricercatori, consulenti indipendenti e analisti di mercato…” che hanno accettato “di raccontare in un solo minuto quello che di solito raccontano in due ore di lezione, in un’ora di intervento in un seminario, in una giornata di formazione professionale”.
Nei 6 mesi che hanno preceduto il lancio ufficiale del progetto, la redazione di 1minuto ha coinvolto molti tra i più noti esperti italiani dei settori di riferimento, da Carlo Alberto Carnevale Maffè a Umberto Bertelè, da Marco Zamperini a Stefano Quintarelli, passando da Alfonso Fuggetta, Davide Casaleggio, Giorgio De Michelis e Leonardo Bellini.
Qualcosa di simile era già stato fatto da Jacopo Paoletti e Maria Petrescu con Intervistato.com  e annesse “rubriche” StartupID e 10minuticon. Alla base vi è cioè l’idea di diffondere le informazioni in modo libero, di sperimentare in modo concreto il concetto di social journalism, dove l’utente finale può entrare a pieno regime nel sistema di produzione dell’informazione stessa, proponendo domande e esperti da contattare.
Un’idea che esprime il potenziale della piattaforma nel senso del crowdsourcing, l’attività di esternalizzazione della creatività. Tuttavia si sottolinea come il coinvolgimento dell’utente nell’atto produttivo non sia casuale, l’intento sembra essere cioè quello di raccogliere il più ampio numero possibile di stimoli dalla rete, attraverso i molti canali resi disponibile dalla multimedialità, operando però su tali stimoli una valutazione e dunque selezione, capace di esprime e veicolare la mission e i valori e aziendali. In questo passaggio risiede forse l’abilità imprenditoriale dell’editore illuminato. Rete dunque non come overload informativo, ma come fonte cui attingere per cogliere umori, esigenze conoscitive, suggerimenti, iniziative effettive. “Noi crediamo” – si legge sul sito – “che il crowdsourcing, la partecipazione collettiva alla creazione della conoscenza sia una gran cosa. E ci piace. Ma crediamo anche che ci siano cose a cui non tutti sanno rispondere”: “1minuto.info ha scelto quindi di selezionare domande capaci di sollevare l’interesse di un gran numero di persone (o almeno, così ci auguriamo) e di trovare per ognuna di esse non un esperto qualunque, ma quello che a quanto ci è dato di sapere è la persona giusta per rispondere”.
Si muove invece in direzione del pieno crowdsourcing, pur con una logica promozionale alla base, un contest lanciato sulla pagina Facebook della piattaforma, “1 Minuto Video Contest”, con tanto di hashtag #1MVC, da usare per diffondere i contenuti rientranti nel concorso: in pratica si chiede agli internauti di raccontare in un video “Cosa faresti in 1 minuto da non dimenticare mai”. I partecipanti avranno tempo fino al 21 ottobre per accumulare like, share e commenti, alla fine il contenuto dalla portata maggiormente virale sarà premiato con ben 3.000 euro.
Un concetto di marketing dunque piuttosto nuovo, che cerca nella sperimentazione la sua strada principale. Stesso discorso vale per la scelta, all’interno del sito, di rendere visibili alcuni elementi accessori ai video (trascrizione scritta della risposta, biografia dell’esperto che parla) solo dopo che l’utente abbia condiviso il video su uno dei propri canali social.
Social journalism e crowdsourcing, dunque, ma non solo: il format creato per 1minuto sembra voler fare propri molti dei fenomeni che attualmente animano la rete, unendoli in una formula del tutto originale. Esso rilancia, ad esempio, il successo dei servizi di Q&A, rappresentati in Italia dall’arcinoto Yahoo! Answers e, più recentemente, da Responsa, una soluzione Saas che permette di inserire nel proprio sito un sistema di domande e risposte, appunto. Nel contesto statunitense il rimando è a Quora, social network strutturato sul medesimo meccanismo. In parte 1minuto potrebbe, allora, colmare, limitatamente alle tematiche trattate, l’assenza di una soglia qualitativa sui contributi inseriti dai fruitori di tali servizi Q&A, concentrandosi esclusivamente sull’esigenza di soddisfare bisogni informativi reali e concreti.
Altra tendenza raccolta dal nuovo format di Loft Media Publishing è la miniaturizzazione dell’informazione. Quest’ultima viene ora resa disponibile in pillole singole e piccolissime, che comunque si dimostrano esaurienti. Conseguenza diretta di questo è la ricerca di una specificità sempre più spiccata negli argomenti di volta in volta trattati: in un minuto non ci si potrebbe di certo permettere un eccesso di argomentazione, per questo si punta a colmare precise lacune conoscitive.
Poi la creazione di una fidelizzazione, attraverso l’arma dell’aspettativa: 1minuto – si legge nel sito – “si arricchirà di 2 nuove risposte ogni settimana: il lunedì e il giovedì, alle 9 di mattina in punto”. Infine l’ottima fruibilità consentita dalla piattaforma: contenuti video veloci e arricchiti da un sistema di catalogazione e tag che agevola la navigazione. All’interno dei singoli contributi audiovisivi, inoltre, ricorre un artificio grafico decisamente efficace, una sorta di conto alla rovescia, che, oltre a offrire efficace riconoscibilità al format, spinge inevitabilmente l’utente a interrogarsi sul “Ce la farà in un minuto?”.
Insomma gli ingredienti per decretare il successo di questa nuova piattaforma fondata sul “poco ma buono” ci sono tutti, ora non rimane che vedere quale sarà l’accoglienza riservatale dal popolo virtuale e a quali sviluppi condurrà.
Per comprendere maggiormente il retroscena e la portata innovativa del progetto, abbiamo posto alcune domande a Paolo Conti, amministratore delegato di Loft Media Publishing e ideatore di 1minuto.info le cui risposte potrete leggerle nell’articolo “1minuto.info. Intervista all’ideatore“.
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POLTRONE – Michela Bellini è il nuovo Client Manager di TheBlogTV

Un curriculum fatto di preziose collaborazioni e stretto contatto con il web, per la new entry della prima social media company in Europa
Le temperature glaciali di questi giorni pare abbiano portato pure una ventata di cambiamento ai vertici di TheBlogTV – la prima social media company in Europa, fondata nel 2006 dall’italiano Bruno Pellegrini ma attiva, oltre che in Italia, anche in Francia, Spagna e Regno Unito – che dà il benvenuto a Michela Bellini, nuovo Client Manager.

Di TheBlogTV abbiamo già parlato: si tratta di una società specializzata innanzitutto nella realizzazione di progetti partecipativi, capaci, cioè, di creare valore attraverso la partecipazione attiva delle communities dei propri clienti (brand, imprese, istituzioni e organizzazioni); essa è, inoltre, attiva anche nella produzione di social video content per la televisione e per la rete, in modalità tradizionale (sfruttando le potenzialità del web partecipativo) o in modalità crowdsourcing, user generated, attraverso Userfarm.

Cerchiamo ora di conoscere un po’ meglio la new entry della società e il bagaglio d’esperienza che essa vi introdurrà.
Una formazione – laurea in Architettura al Politecnico di Milano e Master in Marketing presso la SDA Bocconi – che un tantino si discosta dal ruolo che andrà a ricoprire, ma che sicuramente l’avrà aiutata nel maturare l’intenso approccio creativo obbligatorio per operare in un ambiente così dinamico. Gli esordi e l’intera carriera professionale si rivelano a stretto contatto con la rete e le sue problematiche, attraverso una prima esperienza, iniziata nel 1998, presso Madeinitaly.com, uno dei primi portali b2b italiani, e attraverso successive collaborazioni con agenzie internazionali quali E-tree, Dada e Zodiak Media Group.

Per giungere a TheBlogTV la Bellini lascia il suo ruolo di Direttore Clienti (particolarmente orientato a strategia di contatto con il pubblico basate sulle piattaforme social) presso l’agenzia di comunicazione integrata IAKI. Impreziosisce, infine, il suo curriculum la gestione del rapporto con clienti di grosso calibro, quali Intesa Sanpaolo, RCS, Seat Pagine Gialle, Unilever; anche per TheBlogTV sarà chiamata ad occuparsi della relazione con alcuni tra i clienti di maggiore rilevanza, come, ad esempio, Wind e Lottomatica, recentemente acquisito.

Michela è una professionista che stimo”, afferma Bruno Pellegrini, amministratore delegato di TheBlogTV, accogliendo la nuova arrivata. “Il suo arrivo contribuirà a dare un ulteriore forte impulso allo sviluppo di progetti partecipativi per i nostri clienti corporate, che potranno anche disporre della nuova piattaforma proprietaria TheBlogTV — Mangusta — per la realizzazione di branded communities ed ecosistemi ‘social’ proprietari fortemente integrati con i principali social network”.

Non ci resta, a questo punto, che augurare in bocca al lupo alla nuova formazione di TheBlogTV.

Pubblicato su: PMI-dome

Crowdsourcing: sfruttare il potenziale creativo della Rete

L’esempio di TheBlogTv spinge a riflettere sulle implicazioni positive e negative veicolate da questo nuovo modello di business e comunicazione aziendale

Facendo zapping in questi giorni potrebbe esser capitato a qualcuno di voi di imbattersi in un nuovo format crossmediale e innovativo, capace di creare una reale sinergia tra TV e Web, un ponte tra tradizione e sperimentazione. Mi riferisco a Top 5, un programma di Giorgio Carpinteri, prodotto da RAI 5 – il giovane canale Rai dedicato alla cultura e all’intrattenimento – in collaborazione con TheBlogTV, in onda dal lunedì al venerdì (la prima puntata era del 17 ottobre), alle ore 17:00, in replica più volte nella giornata.

L’idea alla base del progetto (mutuata, rivelano i promotori, dal romanzo “High Fidelity” di Nick Hornby) è di per sé piuttosto semplice: ideare un’originale classifica composta da cinque posizioni e capace di rappresentare pienamente la propria personalità e le proprie inclinazioni. La particolarità, tuttavia, sta nella ricerca di un linguaggio fondato sull’ironia e sul paradosso e nella volontà di coinvolgere nella creazione tutti gli utenti potenzialmente in grado di fare delle riprese e un rapido montaggio.

A realizzare il programma sono, infatti, di fatto, “video-maker, video-artisti, illustratori, designer, ecc. rintracciati sul web e attraverso le principali scuole di creatività come lo IED o il Centro Sperimentale di Cinematografia”: un contest realizzato su Nuovi talenti, il portale di talent-scouting della Rai, invita chiunque a scegliere un tema qualsiasi e ad offrirne un personale punto di vista in una classifica, appunto, con la promessa, per i risultati migliori, di ottenere una finestra televisiva nel nuovo programma Rai; allo stesso modo un “contest privato Top 5” presente su Userfarm Italia – “il network di videomakers numero 1 in Europa” di proprietà di TheBlogTV – riserva a tutti i Videomakers Pro (degli utenti privilegiati del canale, che, per merito, godono di particolari vantaggi sull’accesso ai progetti e sulla remunerazione per gli stessi) la possibilità di veder trasmessa sul canale Rai la propria classifica a 5 posti.

Telespettatore, utente web, creativo, creatore, geek, aspirante attore, sceneggiatore, regista, ideatore: tutti questi ruoli sembrano fondersi e rendersi interscambiabili, in una forma di intrattenimento fondata su una logica collaborativa che pare apportare benefici a tutti i soggetti che liberamente vi prendono parte e che pare rivelare, se estesa nel giusto senso, un modello comportamentale per molte realtà aziendali italiane. Per i creatori si tratta di un’opportunità di crescita professionale, di confronto con gli altri partecipanti, di possibile guadagno, di rendersi visibili in importanti vetrine. Per brand e aziende si traduce nella possibilità di ridurre costi e di accedere ad un immenso bacino di idee, dando origine anche a durature collaborazioni.

Linguaggi rinnovati come quello appena descritto rispondono, in sostanza, alle esigenze di un nuovo pubblico sempre meno incline ad accettare passivamente una campagna comunicativa, ad essere un bersaglio facile da colpire, e sempre più propenso, al contrario, a rendersi parte attiva nel processo produttivo e distributivo. Gli sviluppi più attuali della rete mostrano come ci si stia un po’ alla volta slegando completamente dai supporti fisici e dal concetto di bene di consumo, per passare all’esperienza del consumo in senso stretto; tale esperienza rappresenta, allora, l’unica reale fonte di interesse per degli utenti continuamente sottoposti a nuovi stimoli, tanto da mettere in dubbio il tradizionale binomio pavloviano stimolo-risposta, rendendo di fatto impossibile l’automatismo e, di conseguenza, necessaria un’attività di selezione attiva del soggetto cui gli stimoli stessi si rivolgono. In un simile contesto, una delle parole chiave sembra essere proprio la condivisione, sulla quale si fonda, ad esempio, la forza dei più famosi network sociali. Condivisione e co-creazione, nell’intento di sfruttare in senso positivo l’immenso e ricchissimo patrimonio umano che abita la rete.

La vera parola d’ordine che si sta affermando – ha sottolineato Giovanni Trotto, Head of marketing & community, Userfarm è ‘consumer engagement’, aprirsi verso l’esterno non solo per trarre vantaggio dal potenziale creativo e di idee che una moltitudine di persone esperte ti può dare, ma anche per far interagire i tuoi clienti o potenziali tali in maniera diretta con il tuo brand. Questo è un approccio sottovalutato da molte aziende in Italia ma all’estero, soprattutto nel mondo anglosassone, va per la maggiore ed ha permesso ad alcuni brand di trarre vantaggi di comunicazione enormi partendo da un investimento molto basso. Il crowdsourcing semplifica e snellisce i processi, porta un vantaggio sia in termini economici che in termini temporali, dunque perché un’azienda dovrebbero fare a meno di servirsene?

Userfarm rappresenta in sostanza una piattaforma internazionale di video crowdsourcing (raccoglie oltre 25.000 videomaker), facente capo a TheBlogTV, la prima social media company in Europa, fondata dall’italiano Bruno Pellegrini ma attiva, oltre che in Italia, anche in Francia, Spagna e Regno Unito.

Per quanti non avessero familiarità con il tecnicismo, sottolineiamo come il termine crowdsourcing derivi dalla sintesi delle parole “crowd”, folla, e “outsourcing”, la pratica di affidare all’esterno alcune attività. Consegnato alla storia da Jeff Howe che nel giugno 2006 titolava un suo articolo su Wired US “The Rise of Crowdsourcing” (seppur esempi di crowdsourcing siano rintracciabili ben prima della definizione ufficiale), esso sta, allora, ad indicare una prassi commerciale in cui un marchio, un’azienda o un’istituzione decide di delegare l’ideazione e/o la creazione di un particolare progetto o prodotto ad un insieme di persone organizzate in una comunità virtuale. Per certi versi potremmo considerarla un’attività di esternalizzazione della creatività, risorsa sempre più fondamentale alla sopravvivenza o allo sviluppo aziendale. D’altro canto esso ha imposto la formalizzazione di un vero e proprio nuovo modello di business, rintracciabile in numerosi portali web.

Il crowdsourcing rappresenta ormai un orientamento imperante in rete e il successo dei vari Wikipedia, Zoopa e Saperlo.it ne è la manifestazione più lampante; a ben vedere, poi, la logica alla base dei portali di crowdsourcing è la stessa su cui si fondano numerose campagne marketing sviluppate dai grandi marchi tramite i network sociali, nelle quali si cerca di coinvolgere il cliente per la creazione di contenuti e per la diffusione dell’universo di valori veicolato dal brand. Dal diventare “fan del mese con Scotty”, all’applicazione Fb “Crea il tuo Panino”, sviluppata da Panino Giusto, che ha offerto la possibilità ai fan di creare il proprio panino scegliendo tra diversi ingredienti e dando un nome alla propria creazione, con la promessa, per la miglior combinazione, di essere presente per una settimana nel menù del locale convenzionato scelto dal vincitore; dalla celebre campagna Unhate di Benetton, al concorso Personal Shopper di Goldenpoint; dal continuo coinvolgimento dei propri utenti nell’ideazione creativa delle t-shirt prodotte e vendute da Threadless (@threadless), fino alla possibilità offerta ai fan di Activia di scegliere il gusto del prossimo yogurt da distribuire nei banco frigo.
Si tratta di strategie diverse ma che hanno in comune il fatto di essere consumer driven, dunque l’aspirazione a creare qualcosa di concreto – se non altro un insieme di valori capaci di generare significato per i clienti – attraverso l’arma dello user generated content, dell’invito, rivolto ad un pubblico potenzialmente esteso, a partecipare.

Pensiamo al film di McDonald prodotto da Ridley Scott, Life in a Day: nessuna gara creativa, ma tanti contenuti di qualità, che si inseriscono in uno script e in una regia precisa per costruire un linguaggio completamente nuovo.

La mission dichiarata di TheBlogTv è, allora, “creare valore ‘partecipativo’ coinvolgendo e attivando le community grazie alle potenzialità del web 2.0 e a un innovativo modello di business: il Crowdsourcing”.

Tre, in particolare, le linee su cui si concentra l’attività della società. Innanzitutto “la gestione a 360° di value based community”, delle piattaforme partecipative in cui si delinea un’utenza ben definita e che, attraverso la collaborazione dei partecipanti, intende creare valore, misurabile secondo ritorni e parametri economici: vengono gestite tutte le fasi di vita della community, “dallo sviluppo alla produzione di contenuti, dal community management al social media marketing”. Ne sono esempi: Wind Business Factor, Nokia Play, Mamme nella rete e Sony Ericsson Mobile Festival, un progetto, quest’ultimo, piuttosto particolare, poiché l’azienda – per promuovere il nuovo smartphone – ha scelto di premiare cortometraggi e videoclip girati esclusivamente tramite un telefono cellulare con una somma in denaro e con la possibilità di ottenere proiezione al Circuito Off Venice International Short Film Festival 2012.

TheBlogTV si occupa, poi, della produzione di social video content per la televisione e per il web, in modalità tradizionale o, infine, in modalità crowdsourcing, dunque user generated, attraverso, appunto, Userfarm.
Sempre più applicato alla comunicazione aziendale di grandi marchi, il crowdsourcing è stato e continua ad essere accolto con pareri contrastanti dai vari pensatori nel web, come evidenzia perfettamente Stefano Torregrossa nel suo e-book gratuito “Masse Creative – Il fenomeno crowdsourcing: rivoluzione o fregatura?“.

Da una parte si tende ad elogiare una forma di business dalla quale tutti i soggetti coinvolti sembrano trarre vantaggio: per le aziende che commissionano un progetto non si tratta semplicemente della possibilità di aver libero accesso a risorse che, diversamente, sarebbero costrette a pagare rivolgendosi a ditte esterne; per le aziende il crowdsourcing si traduce anche nella comodità di una gestione completamente virtuale (si evitano eccessivi spostamenti e riunioni), nel potere di espandere notevolmente l’entità creativa dei propri progetti e la dimensione virale dei propri messaggi, nella capacità di entrare in contatto con i reali desideri dei propri consumatori (la community stessa può diventare un focus group), nella possibilità, infine, di sperimentare nuovi approcci aziendali, che le pongano sullo stesso livello dei propri utenti.

Allo stesso modo i cosiddetti “creativi” possono sperare di venire ricompensati, se particolarmente meritevoli, per la propria opera, oppure possono contare sulla visibilità che deriva dalla loro partecipazione; hanno la possibilità di lavorare con grandi brand (poiché ad essi non vengono richiesti requisiti particolari) e di crescere professionalmente, attraverso il confronto con gli altri membri e attraverso l’attivazione di una serie di contatti.

Infine i benefici si palesano anche per le società proprietarie delle piattaforme di condivisione in cui hanno luogo i contest: esse acquisiscono forza e fama al crescere della propria community, guadagnano per ogni progetto pubblicato, fanno emergere utenti creativi altrimenti sconosciuti e, grazie a essi, possono contare sul vantaggio di visibilità che deriva dal passaparola.
Anche la medaglia del crowdsourcing rivela, tuttavia, il proprio rovescio; esso, infatti, può essere visto come una minaccia per l’azienda che senta violate le proprie risorse, copyright e proprietà intellettuali. La riduzione del gap tra professionisti e dilettanti espone, poi, le aziende al rischio che i risultati ottenuti si collochino nel piano della mediocrità (o, peggio ancora, che siano copiati e plagiati, con pessime ripercussioni in termini di immagine), che un progetto venga scelto esclusivamente “perché è bello”, non perché sia realmente efficace. Si elimina il rapporto diretto tra azienda e committente e l’intero scopo della campagna aziendale cui si deve offrire soluzione si riduce a poche generiche righe di presentazione.
Una svalutazione della professionalità, dunque, che può voler dire – per il creativo che decida di prendere parte a simili pratiche – la perdita dei diritti sulla sua stessa creatività, l’incertezza sull’esito dei propri sforzi, la frustrazione dal vedersi superare da un dilettante, magari per logiche contorte di assegnazione della vittoria non al più meritevole, ma al più furbo; i tempi ristretti di scadenza, poi, impongono un’urgenza che mal si presta con la bontà di realizzazione, con possibili ripercussioni negative per la propria immagine.

Infine le piattaforme, terzo soggetto coinvolto nel crowdsourcing, sembrano, da certi punti di vista, legittimare una sorta di speculazione sul lavoro altrui, sfruttando creativi e offrendo alle aziende risultati a volte inadeguati; esse, inoltre, diffondo l’idea sbagliata secondo la quale una creatività remunerativa sia appannaggio di chiunque.

Sollecitato in merito alle possibili implicazioni negative derivanti dalla parificazione tra professionisti e dilettanti, Giovanni Trotto ha rassicurato: “il crowdsourcing si sta imponendo proprio perché questo gap […], grazie all’internet e alle possibilità tecniche e di apprendimento che oggi abbiamo si fa sempre più sottile. Rispetto a 10 anni fa è abbastanza evidente come il numero di persone in grado di girare video di alta qualità sia letteralmente esploso. Allo stesso tempo è aumentata anche la domanda di contenuti video da parte delle aziende. Se il cliente ha bisogno di video di altissima qualità, apriamo una call per gli utenti Pro che garantiscono l’eccellenza qualitativa. Ma a volte il cliente è interessato a ricevere una moltitudine di video amatoriali, per esempio per trovare ispirazione per i propri prodotti e in quel caso possiamo mobilitare un enorme numero di creativi”.

Nessuna implicazione negativa – almeno per Userfarm – nemmeno con riferimento ai diritti d’autore sulle “opere scartate”, non selezionate: “nel nostro caso”, prosegue Trotto, “rimangono di proprietà dell’utente, che può quindi scegliere di utilizzarle in altri contesti. A meno che non scelgano di eliminarle, restano pubblicate come contenuti dell nostra community, che serve ai videomaker anche come veicolo di promozione”.

Quali, allora, infine, le specifiche opportunità nel crowdsourcing per le piccole e medie realtà imprenditoriali, alla base del tessuto economico italiano?

Le piccole e medie imprese dovrebbero”, conclude Trotto, “sentire l’urgenza di aprirsi ad internet e di comunicare e competere su scala globale, dando così vitalità al commercio. Purtroppo, da questo punto di vista, abbiamo un’arretratezza di 4-5 anni rispetto ai paesi più all’avanguardia e questo è l’aspetto che più mi fa temere per la tenuta del nostro tessuto economico.
Le opportunità offerte dal crowdsourcing sono molteplici, prima di tutto i bassi costi rispetto ai metodi produttivi tradizionali, e secondo il potenziale di creatività illimitato. Per fare un esempio, se io azienda voglio promuovere il mio sito aziendale e quello che ho da offrire, farlo tramite un video è ciò che mi può portare più vantaggio (così dimostra la ricerca). Ma fare un video di qualità tramite i canali produttivi tradizionali costa troppo, e questo è il motivo per cui i risultati amatoriali abbondano, e questo non aiuta certo il business…
Il nostro sito permette di ottenere a basso costo non uno, ma più risultati di qualità tra cui scegliere, con la possibilità di avere il video di cui ho bisogno prodotto in più lingue. Se per esempio voglio attirare clienti americani il video posso farlo produrre a videomaker americani. La nostra community ospita oltre 25.000 videomakers da 125 paesi diversi, quindi le opportunità non mancano.
Alle piccole aziende in particolare suggerisco di provare il nostro self-service di prossima introduzione, facilissimo da usare e dai costi molto ridotti. Alle medie aziende invece consiglio una call tradizionale per ottenere video promozionali di alta qualità, oltre che a una consulenza di esperti di marketing online che li aiuta a definire la campagna ideale per trarre il massimo vantaggio dai video”.

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