Il Brasile: la meta ideale per il Made in Italy

KPMG ha monitorato la presenza imprenditoriale italiana in territorio brasiliano, attualmente in fase di forte sviluppo e rafforzamento economico

“Si è soliti affermare che il Brasile sia il Paese del futuro, e sempre lo sarà. Tuttavia sembra che ora il futuro del Paese sia arrivato. Recentemente definito la ‘prossima superpotenza economica mondiale’, non c’è nulla, neppure una crisi economica mondiale, che possa porre fine alla crescita del Paese”.

Sono le parole con cui KPMG ha presentato un approfondimento tematico – dal titolo “What does it take to win in Brazil?” – sulle possibili strategie e i modelli innovativi per entrare nel mercato brasiliano.

Data la forte stabilità della crescita in Brasile, supportata da uno sviluppo demografico intenso, dall’ascesa della classe media, dalla stabilità finanziaria e dagli acuti investimenti nelle infrastrutture, non stupisce il fatto che molte imprese stiano prendendo in considerazione la possibilità di espandere il proprio business in questa terra e, certo, le ultime stime sembrano dar ragione a simili intuizioni imprenditoriali: si parla, per i prossimi anni, di un aumento annuale del PIL superiore ai 4,6 punti percentuali, inoltre il Brasile rappresenta la settima economia mondiale, le fluttuazioni del tasso di cambio del real e l’inflazione sono sotto controllo da oltre dieci anni.

Negli ultimi tre anni, 45 milioni di brasiliani si sono spostati nella classe media e, con questa loro ascesa ad un nuovo status sociale, si sono venute a creare delle rinnovate opportunità di consumo: gli appartenenti alla nuova classe – sottolinea KPMG – “stanno comprando di tutto, dai telefoni cellulari ai frigoriferi, stanno usando internet con una frequenza maggiore rispetto alla precedente classe media e stanno comprando case per la prima volta nella loro vita”; essi rappresentano la forza trainante per la crescita del mercato consumer. Il piccolo consumo privato dovrebbe raggiungere la media annua del 7,8%, superando l’inflazione, stimata per il 2014 al 4,5%.

Il Brasile dovrebbe, inoltre, trarre beneficio da ciò che è stato chiamato “bonus demografico”, che starebbe ad indicare l’aumento, nei prossimi 20 anni, dell’attuale popolazione giovanile in età da lavoro, capace di produrre ricchezza e potenziare, di conseguenza, la crescita economica. L’età media di 29 anni dovrebbe arrivare a 34 nel 2020 e a 38 nel 2030, una trasformazione simile a quella avvenuta in precedenza negli Stati Uniti. Tale bonus sarà il risultato di una riduzione dei tassi di natalità: la quota di abitanti fino a 14 anni si ridurrà, mentre la parte produttiva di popolazione (dai 15 ai 64 anni) sarà in continua espansione.

Secondo gli economisti Cassio Turra e Bernardo Queiroz dell’Università federale di Minas Gerais (UFMG), il potenziale di crescita del Brasile, esclusivamente a seguito di tale bonus demografico, sarebbe di 2,5 punti percentuali all’anno.

Il reddito personale disponibile è destinato a crescere a un tasso dell’1,5%, mentre la disoccupazione pare diminuirà ad un tasso del 3,0%.

La forza di questa nuova economia del consumo dovrà essere sostenuta da politiche economiche capaci di offrire innanzitutto stabilità. Dal 2008 a oggi, nel pieno della crisi internazionale, il Brasile ha viaggiato in controtendenza, arrivando ad inserirsi in quella rosa di dodici Paesi (Bolivia, Filippine, Ecuador, Uruguay, Colombia, Giamaica, Indonesia, Hong Kong, Libano, Israele e Angola sono gli altri undici) che hanno ottenuto dei giudizi migliorativi dalle tre principali agenzie di rating (Moody’s, Standard and Poor’s e Fitch).

Ad aprile 2011 la Fitch ratings ha promosso il Brasile da BBB- a BBB, parlando di un percorso di crescita nel medio termine che resterà “relativamente robusto” e riconoscendo i meriti del ministro della Finanza brasiliana Guido Mantega, secondo il quale il rating positivo rifletterebbe, appunto, la solidità che l’economia brasiliana ha saputo dimostrare negli ultimi anni. Per confermare e rilanciare questo trend di crescita, il settore pubblico e quello privato sono ben consapevoli della necessità di realizzare massicci investimenti nelle infrastrutture: dal 2007 è in corso, ad esempio, la costruzione a São João da Barra del Superporto do Açu, un progetto il cui budget è stimato attorno ai 3 miliardi di reais e che è stato sviluppato dalla società di logistica LLX, alla quale si sono poi aggiunti altri investitori brasiliani e stranieri. L’impianto verrà presumibilmente completato entro il 2012, sviluppandosi su un’area complessiva di 90 chilometri quadrati, e la sua funzione sarà di stimolo agli scambi commerciali, dunque di sviluppo del business locale: alcune stime parlano di oltre 50.000 posti di lavoro generati, aumento del PIL dell’area di 500 punti percentuali, incremento stesso della popolazione che raggiungerà i 250.000 abitanti entro il 2025, rendendo necessaria la costruzione di 84.000 nuove case.

Complessivamente gli investimenti realizzati in infrastrutture ammontano a 1.100 miliardi di reais, pari, peraltro, solo a un terzo dell’importo complessivo necessario da qui al 2022; per i Mondiali di calcio 2014 e per le Olimpiadi 2016 si stima che il Brasilia arriverà a spendere circa 28 miliardi di euro.

Gli investimenti esteri diretti al Brasile, poi, sono notevolmente aumentati negli ultimi anni, sintomo di un crescente interesse economico mondiale nei confronti di questa terra.

L’invito rivolto alle imprese italiane da parte di KPMG – il “network globale di società di servizi professionali, attivo in 150 paesi nel mondo con 138 mila persone” – è, allora, a puntare sul Brasile per l’internazionalizzazione della propria attività professionale nei prossimi quattro, cinque anni. Esso è, infatti, tra quelli emergenti, il Paese che maggiormente dimostra di apprezzare i marchi italiani: “è la spendibilità del Made in Italy – sottolinea Roberto Giovannini, partner KPMG – dal design al cibo, passando per la moda. In nessun altra parte del mondo è così apprezzato come in Brasile. La somiglianza di gusti è notevole, i supermercati brasiliani sono pieni di prodotti italiani a prezzi folli, e non c’è nessun bisogno di riposizionare l’offerta. In Cina, per intenderci, la pizza per antonomasia è quella americana di Pizza Hut, e gli spaghetti sono quelli di riso. In Brasile non c’è possibilità di malinteso”.

Allo scopo di sviluppare le relazioni bilaterali tra Italia e Brasile dal punto di vista economico, scientifico e culturale e con la volontà di consolidare la già favorevole presenza del made in Italy in Brasile, i due capi di Stato, il Presidente Lula e il Presidente Belusconi, hanno ufficializzato, attraverso la Dichiarazione Congiunta del 29 giugno 2010 a San Paolo, il cosiddetto “Momento Italia-Brasile”, un ricco programma di eventi, inaugurato il 15 ottobre a Rio de Janeiro; esso prevede circa 474 manifestazioni che si svolgeranno in 18 stati della Federazione brasiliana e che si concluderanno a giugno del prossimo anno. Ad ottobre avranno invece luogo a Roma la quinta edizione della Conferenza Italia-America Latina e il sedicesimo meeting internazionale dal tema “Rapporti economici e integrazione di Brasile e Italia”, organizzato dalla Lide (l’associazione imprenditoriale che riunisce le più grandi aziende che operano in Brasile, presieduta dall’uomo d’affari brasiliano Joao Doria Jr.) insieme a Confindustria (dal 5 all’11 ottobre) e al quale parteciperanno 160 Ceo di imprese brasiliane.

KPMG ha, allora, monitorato, per conto della Farnesina, la presenza economica dell’Italia in Brasile, tenendo conto anche dei cosiddetti “assenti ingiustificati” (cioè aziende che, pur non essendoci, potrebbero trarre esclusivamente beneficio da una presenza massiccia nel territorio) e realizzando un e-book che verrà presentato nel corso dell’appuntamento romano. Qualche anticipazione: si contano attualmente quasi 600 aziende italiane in quel territorio, un terzo delle quali comprendono veri e propri impianti produttivi, mentre circa 220 sono le filiali commerciali. La maggior parte di queste aziende (più della metà) si situa nella zona di San Paolo ed è inserita nel settore della meccanica. Quelle di piccole e medie dimensioni sono 450. I settori nei quali si è consolidata la presenza italiana sono: alimentare (con una crescita annua del 3,7%), materiali da rivestimento (crescita annuale del 5,5%), infine tessile e nautico.

Tuttavia, sottolinea Giovannini, non tutte le aziende italiane potrebbero trarre vantaggio dall’inserimento in questo nuovo mercato, poiché se, da una parte, tale vantaggio viene assicurato alle imprese operanti nel made in Italy più tradizionale, dall’altra parte, le aziende che si muovono in altri settori non devono sottovalutare la presenza di competitors troppo forti o aggressivi: “chi fa elettrodomestici no, per esempio – spiega – perché un marchio italiano non ha nessun vantaggio competitivo su Bosch o su Whirpool, e in più non gode nemmeno di un forte supporto da parte del Sistema Paese”.

Altro fattore critico è rappresentato dalla complessità del sistema fiscale brasiliano (imposte federali, statali e municipali e regole che variano da un paese all’altro); la maggiore difficoltà di inserimento in questo mercato da parte degli imprenditori stranieri è rappresentata dalle tasse e dagli ingenti dazi imposti: “in Brasile la capacità di consumo aumenta spaventosamente di giorno in giorno – prosegue Giovannini – il Governo lo sa ed è per questo tenta di favorire la crescita delle imprese nazionali proteggendole dalla concorrenza estera. In media, i dazi fanno raddoppiare il prezzo di una merce così come arriva ai confini brasiliani”.

Due sono, allora, secondo KPMG le categorie di imprese che primariamente dovrebbero entrare nel mercato brasiliano: “quelle che possono permettersi, accanto al prodotto di punta di fascia alta, una seconda linea dal prezzo più contenuto ma pur sempre con l’appeal del marchio made in Italy; e, in secondo luogo, quelle che vanno a produrre direttamente in Brasile».

La scelta migliore sarebbe l’acquisizione di un’attività già avviata, o la partnership con una società locale; a quegli investitori che, tuttavia, preferiscano partire da zero con le sole proprie forze, si consiglia di andare oltre Rio e San Paolo: «lungo la costa – conclude Giovannini – ci sono molti stati che si stanno rendendo competitivi a colpi di incentivi finanziari e fiscali. Di solito, ogni stato li riserva solo ad alcuni settori: la Bahia, per esempio, offre condizioni vantaggiose per l’auto, per la trasformazione della plastica e per la metallurgia. Tra gli stati più aggressivi segnalerei Santa Catarina, Parà, Maranhão».

Pubblicato su: PMI-dome

 

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Legge e Rete, due binari troppo spesso separati

La chiusura temporanea di Wikipedia, pur suscitando pareri contrastanti, ha imposto una riflessione circa le reali capacità del legislatore nazionale di creare delle regole condivise sulla rete, capaci di distribuire equamente diritti e doveri

Nel 2007 il prestigioso quotidiano britannico “The Times” titolava un articolo dall’intenso piglio sarcastico “Un assalto geriatrico ai blogger italiani”, accusando il disegno di legge cosiddetto “ammazzablog”, presentato da Ricardo Franco Levi – l’allora sottosegretario alla Presidenza del Consiglio e successivo autore della Legge 27 luglio 2011, n. 128, recante “Nuova disciplina del prezzo dei libri”, la cosiddetta “anti Amazon” – e da Romano Prodi – l’allora presidente del Consiglio dei Ministri – di essere figlio di legislatori incapaci a comprendere l’innovazione tecnologica e la filosofia interna alla rete, causa l’eccessiva senilità e la conseguente scarsa conoscenza del mezzo. Le polemiche sul Ddl, rimbalzate dalla rete alle istituzioni, si concentravano, in particolare, sulla definizione data di prodotto editoriale e di attività editoriale e dei relativi obblighi (iscrizione al ROC, aggravante dell’utilizzo del mezzo stampa) in capo ai soggetti coinvolti: una definizione onnicomprensiva, che arrivava ad includere, almeno a livello teorico, anche blog e siti amatoriali, realizzati a puro scopo di intrattenimento, educativo e di informazione e a titolo gratuito. In seguito alle polemiche e a molte altre vicissitudini, Levi preferì cancellare dal disegno il breve capitolo riguardante la rete, ma certamente, da allora, molte sono state le proposte che, nell’intento di offrire un ordine al paventato caos digitale, hanno finito per “imbavagliare” – per usare un termine in auge nella prassi giornalistica corrente in materia – la rete.

Lo sviluppo tecnologico ha permesso la creazione di nuove forme di utilizzazione per le opere letterarie, artistiche e musicali e di nuove modalità di espressione, le quali hanno imposto alle normative vigenti nei vari Paesi di rivedere i propri criteri e le proprie definizione, non potendo più, come un tempo, basarsi sul presupposto dell’identificazione e identificabilità del supporto materiale o sul principio di territorialità, ma dovendo necessariamente confrontarsi con fenomeni quali la smaterializzazione e la delocalizzazione.

Nel cercare di offrire soluzione ai molti problemi implicati dall’ascesa del web, il legislatore italiano si è, tuttavia, posto spesso in un modo che potremmo definire “arrogante”, cercando di calare gli strumenti classici di tutela giuridica in una realtà completamente nuova, una realtà che ha tra i propri imperativi la parità di acceso e di espressione degli utenti. Il legislatore ha quindi dimostrato, in più occasioni, una scarsa conoscenza e sensibilità verso la reale natura del nuovo mezzo, continuando a privilegiare alcuni diritti rispetto ad altri; alla base della questione vi è, infatti, proprio questo nodo: il web sembra porre in conflitto tra loro alcuni diritti ugualmente bisognosi di protezione, protezione che non può essere offerta se non attraverso una totale ridefinizione dei tradizionali metodi valutativi.

Un primo motivo di scontro è rappresentato, ad esempio, dalla necessità, da una parte, di garantire i fondamentali diritti morali e patrimoniali d’autore e, dall’altra, di permettere agli utenti di accedere ai contenuti in modo libero, plasmato sul mezzo: il rispetto dei citati diritti d’autore legittima una compressione di altri diritti fondamentali, come la libertà d’espressione o la tutela della privacy?

La rete è poi, fondamentalmente, un mezzo di comunicazione e come tale non può prescindere dalle opinioni, dai pensieri e dalle manifestazioni dei suoi stessi utenti; si tratta, però, di un mezzo nuovo e non paragonabile ad altri ed è in questo che si inserisce un secondo motivo di scontro: come rimediare ai possibili reati cui gli utenti vanno incontro in nome della propria libera manifestazione del pensiero? Una delle questioni di più delicata risoluzione in tal senso è quella relativa all’applicabilità delle leggi sulla stampa ai siti web e l’assenza di leggi che chiaramente stabiliscano le differenze di diritti e doveri in capo ai siti tenuti da privati e quelli organizzati in forma imprenditoriale crea non pochi problemi interpretativi. Imporre alla rete di indossare delle regole pensate, ad esempio, per la carta stampata significa non cogliere il mutamento in atto o, ancor peggio, perseguire degli interessi personali che vanno nella direzione opposta allo sviluppo. Particolari difficoltà sono state poi espresse nella distribuzione delle responsabilità, in un mezzo che non rende immediata l’individuazione della persona che ha materialmente compiuto un’azione: chi punire, allora, per un reato di diffamazione? Chi per una riproduzione illecita di materiale coperto da diritti d’autore?

Due realtà (legge da una parte e rete dall’altra) che appaiono inconciliabili, sia per tempistiche sia per logiche sottese, e che probabilmente lo sono, se non a patto di una riformulazione, quella che buona parte del popolo della rete chiede da più anni a gran voce.

Un popolo che, bisogna ammetterlo, non resta a guardare, non si lascia controllare passivamente, ma reagisce promuovendo raccolte firme, petizioni, proteste, linkando, informando, copiando e incollando, riuscendo persino, talvolta, ad ottenere ascolto. È questa, ridotta ai minimi termini, la questione Wikipedia, che nei giorni scorsi ha scosso le coscienze dei più. Molti i plausi all’iniziativa provocatoria e dimostrativa di oscuramento, molti anche i biasimi, ma certo tutti sono stati costretti ad ammettere la forza d’impatto che, nel bene o nel male, avrebbe avuto una simile soluzione, se fosse stata definitiva.

Fondata da Jimmy Wales e Larry Sanger, “Wikipedia” rispecchia, in parte, l’antico mito della biblioteca universale, un luogo privilegiato in cui concentrare e archiviare l’intero scibile umano; essa si autodefinisce come “un’enciclopedia multilingue collaborativa, online e gratuita, nata con il progetto omonimo intrapreso da Wikimedia Foundation, una organizzazione non a scopo di lucro statunitense. Etimologicamente Wikipedia significa cultura veloce, dal termine hawaiano wiki (veloce), con l’aggiunta del suffisso di origine greca -pedia (formazione)”. A fare la forza di Wikipedia sono il suo carattere collaborativo e gratuito, il suo essere un sistema aperto e continuamente modificabile, la trasversalità ed eterogeneità delle tematiche trattate e la chiarezza espositiva (anche grazie ai continui rimandi tra una voce e l’altra). Essa è in grado di colmare le lacune informative di qualsiasi utente, ma ovviamente – nessuno ha mai osato affermare il contrario – sono necessari ulteriori approfondimenti su fonti ufficiali o maggiormente autorevoli, ai fini di studio e ricerca.

Sono bastati un paio di giorni – quelli in cui qualunque voce dell’enciclopedia è stata sostituita da un comunicato stampa di allarme e protesta contro il comma 29 dell’art.1 del Ddl sulle intercettazioni in discussione in Parlamento in questi giorni – perché qualunque utente della rete si trovasse spiazzato dall’essere impossibilitato a capire cosa significhi quel termine o a conoscere i dettagli di quella vicenda. Un sito presente in oltre 200 Paesi al mondo decide di scioperare proprio in Italia, mettendo ulteriormente in dubbio la credibilità internazionale di cui gode la nostra attuale classe dirigente.

Il comma 29 incriminato, il nuovo “ammazzablog”, recita: “per i siti informatici, ivi compresi i giornali quotidiani e periodici diffusi per via telematica, le dichiarazioni o le rettifiche sono pubblicate, entro quarantotto ore dalla richiesta, con le stesse caratteristiche grafiche, la stessa metodologia di accesso al sito e la stessa visibilità della notizia cui si riferiscono”.

L’intenzione pare essere, dunque, quella di estendere a tutti i gestori di “siti informatici”, l’applicabilità dell’obbligo di rettifica disciplinato dall’articolo 8 della Legge 8 febbraio 1948, n. 47, la vecchia legge sulla stampa: secondo un meccanismo piuttosto contorto, si continua ad adattare l’impostazione di una legge ideata dall’assemblea costituente ad un contesto storico e sociale radicalmente cambiato, invece di pensare ad un aggiornamento della legge stessa in relazione alle caratteristiche specifiche del mezzo digitale. La legge sulla stampa disponeva, come noto, gli adempimenti a cui sono soggette le pubblicazioni nel nostro ordinamento ed era stata integrata, per quanto riguarda l’ambito virtuale, dalla Legge 7 marzo 2001, n. 62, con la quale il legislatore aveva inteso espandere gli obblighi di registrazione alle testate telematiche, sollevando legittimi dubbi su che cosa dovesse essere ritenuto una testata telematica e sulla necessita? di estendere anche ai siti amatoriali gli stessi obblighi.

Con il comma 29, l’obbligo a rettificare tempestivamente ogni genere di informazione pubblicata, fondata che sia o meno la richiesta, se non rispettato, potrebbe portare il gestore ad incorrere in una sanzione fino a dodicimila Euro.

È la terminologia prescelta, “siti informatici”, ad aver sollevato intense critiche e timori in merito all’effettiva portata della disposizione, che potrebbe avere delle implicazioni anche con riferimento alla registrazione e alla presenza di figure quali direttore e vice direttore responsabile per i siti che testate telematiche non sono; inoltre l’individuazione del gestore di contenuti di un sito informatico, al quale rivolgere la richiesta di rettifica, obbliga questo stesso gestore ad identificarsi, seppur non esista attualmente una legge che imponga tale obbligo e ne spieghi le modalità attuative. Non bisogna dimenticare il fatto che la rete rappresenta una piattaforma aperta (Wikipedia ne è l’esempio più plateale) e non una struttura monolitica come, invece, una testata giornalistica cartacea o televisiva. Ulteriori interrogativi si pongono, poi, circa le modalità con cui la parte offesa potrebbe esercitare il suo diritto, non essendoci attualmente il modo di avere prova legale di invio della richiesta.

Non si può non sottolineare come il nostro ordinamento preveda già che, a richiesta del magistrato, i contenuti eventualmente diffamatori vengano rimossi: sarebbe ragionevolmente più efficace operare una rimozione invece che una rettifica, strumento che ha davvero senso solo nei mezzi analogici, poiché serve a porre rimedio ad una soluzione passata non modificabile; sul web tale strumento rischia, al contrario, di ledere ancor più una reputazione, poiché finisce per incrementare la visibilità del contenuto lesivo. Tutto questo denota, è palese, una totale mancanza di conoscenza circa le potenzialità del mezzo internet da parte dei promotori del comma, i quali, inoltre, hanno inteso estendere gli obblighi ma non le garanzie riservate ai media tradizionali, quei media che hanno alle loro spalle un solido corpus legislativo ed organizzativo.

È facile capire, a questo punto, come l’entrata in vigore della disposizione bloccherebbe, di fatto, l’attività dell’enciclopedia online, vista l’ovvia incapacità a garantire tempi di risposta così rapidi per le molte informazioni caricate quotidianamente dagli utenti.

Eppure c’è anche chi si è rallegrato per la momentanea chiusura di Wikipedia, come Alberto di Majo, dalle file del Tempo, secondo il quale “la nuova legge sulle intercettazioni potrebbe avere un merito inaspettato: far scomparire Wikipedia”, accusata di essere “piena di strafalcioni e di fonti incerte” e di aver “fatto impallidire studiosi, spaventato accademici e depistato studenti convinti di avere a portata di mouse una Treccani”. Oppure come Massimiliano Parente (il Giornale), al quale “già solo il principio di Wikipedia fa schifo”: “è la deresponsabilizzazione assoluta, dove viene scambiato per «censura» l’intento di impedire una dittatura dell’anonimato, il contrario della libertà di stampa e di espressione”. Continua: “In generale, d’altra parte, internet funziona così: puoi scrivere tutto su tutto, non devi verificare nulla, non devi rispondere di nulla, non devi firmarti, altrimenti è censura. Inoltre, per paradosso, la fonte non controllata e non controllabile, anziché screditarsi da sola, pretende di essere autorevole”.

Quello che, a mio avviso, simili pareri mancano di comprendere è come la disposizione, così presentata, non faccia che intensificare le incertezze in merito agli obblighi e alle garanzie in capo ai gestori di “siti informatici” e costituisca esclusivamente una forzatura anacronistica. La soluzione non è il caos, non è l’anarchia, la soluzione sarebbe una norma in grado di comprendere davvero la rete. È una rete che, l’abbiamo detto, si ribella e, anche in questa occasione, non sono mancate le mobilitazioni che, dai blog più o meno autorevoli, lungo tutti i canali sociali, sono arrivate a raggiungere i canali istituzionali. Molti, allora, gli emendamenti presentati al comma 29 del Ddl intercettazioni, con la finale approvazione, da parte del comitato dei nove, del testo proposto dall’on. Roberto Cassinelli: tale testo distingue le testate giornalistiche online, registrate ai sensi dell’articolo 5 della legge sulla stampa, dai siti di natura amatoriali, lasciando solo ai primi l’obbligo di rettifica. “Rilevo con grande piacere – afferma Cassinelli in un comunicato ufficiale – che il voto del comitato è stato quasi unanime: solamente l’Italia dei Valori, infatti, se ne è inspiegabilmente discostata”.

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