Immigrati imprenditori votati all’integrazione

Un’indagine del CNEL rivela il profilo socio-demografico degli imprenditori immigrati in Italia, valutando le implicazioni economiche e sociali della loro forte presenza

In barba a facili luoghi comuni e a fedi politiche tanto passionali quanto illogiche, pare che gli imprenditori immigrati siano piuttosto diffusi in tutto il territorio nazionale, non solo nelle aree dei distretti industriali del Nord, siano ben integrati con le piccole imprese italiane, assumano personale e collaboratori autoctoni, siano motivati, propensi al rischio e, soprattutto, alla crescita, vista come via preferenziale per il superamento della crisi.

A rivelarlo è stata l’indagine pluriennale titolata “Il profilo nazionale degli immigrati imprenditori”, condotta dal Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro, CNEL – attraverso l’Organismo Nazionale di Coordinamento per le politiche di integrazione sociale degli stranieri e il Dipartimento di studi sociali e politici – e dalle Università di Milano, Pavia e Catania, grazie anche al coinvolgimento, a livello locale, delle principali associazioni di rappresentanza degli interessi degli artigiani e della piccola impresa (Confartigianato e CNA).

Presentata lo scorso 28 novembre presso la sede romana del CNEL, la ricerca ha intesto coniugare approccio quantitativo e qualitativo e ha concentrato, in particolare, la propria attenzione su sei aree locali dove la presenza di imprese di immigrati è più diffusa e caratterizzata settorialmente; in questa sede ci interessa, tuttavia, riportare alcune riflessioni di carattere generale circa le tendenze e le evidenze emerse.

L’Italia rappresenta il Paese con la maggior diffusione assoluta di piccola imprenditorialità in Europa: secondo dati Eurostat, su un totale di 20,9 milioni di Small and Medium Enterprises, SME (definite a livello europeo come le imprese indipendenti con meno di 250 addetti ovvero meno di Euro 50 milioni di fatturato e suddivise in medie imprese, dai 249 ai 50 dipendenti, piccole imprese, dai 49 ai 10 dipendenti, micro imprese, con meno di 10 dipendenti e imprese individuali con nessun dipendente), presenti in Europa (pari al 99,8% del totale imprese), l’Italia contribuisce con ben 3.947.000 unità, di cui il 94,5% sono micro-imprese; in altri termini, le imprese italiane rappresentano il 19% circa del totale imprese stimato nei 27 Pesi facenti parte dell’Unione Europea. La diffusione delle micro imprese rappresenta una peculiarità del contesto italiano, le cui cause sono state individuate nelle caratteristiche strutturali della nostra economia e nelle barriere istituzionali colpevoli di imporre costi crescenti al superamento di certe soglie dimensionali; tale peculiarità, in ogni caso, ha rappresentato nel tempo un terreno fertile per l’insediamento e lo sviluppo dell’imprenditorialità immigrata: è stata, infatti, dimostrata una forte correlazione tra diffusione di imprese autoctone e di imprese facenti capo ad immigrati, in un regime di complementarietà tra le due (che non esclude comunque alcuni casi di concorrenza diretta) e di parziale condivisione dei fattori che ne determinano la presenza e le difficoltà.

Il peso delle imprese immigrate nelle economie provinciali sembra essere maggiore nel Nord e nelle aree dei distretti industriali (con qualche eccezione in alcune provincie del Nord-Est) e i fattori che determinano questo peso sembrano essere principalmente tre: il livello di benessere economico provinciale, misurato attraverso il PIL locale pro capite; il grado di integrazione locale degli immigrati, stimato attraverso l’indice di integrazione sociale pubblicato annualmente dal CNEL; infine la dotazione locale di capitale sociale, misurata attraverso una serie di indicatori elaborati nel corso del Progetto ministeriale di rilevante interesse nazionale, PRIN. Tali indicatori di successo – riconducibili, come si nota, solo in parte alla sfera economica e facenti capo in gran parte alla dimensione sociale – sono, di fatto, gli stessi previsti per qualsiasi attività imprenditoriale autoctona.

L’indagine del CNEL è stata condotta nel corso del 2010 su un campione di 200 immigrati imprenditori, provenienti dalla sponda sud del Mediterraneo, dai paesi dell’est europeo (anche paesi neo-comunitari come la Romania), dai paesi dell’Africa sub-sahariana e dai paesi asiatici (Cina e il sub-continente indiano), dunque da quei paesi che maggiormente hanno espresso capacità imprenditoriale; essa ha coinvolto, accanto ad imprenditori propriamente detti, anche un sottocampione di titolari di imprese individuali e i settori considerati sono stati quelli in cui maggiore è la presenza di immigrati (nell’ordine: edilizia, commercio, industria metalmeccanica, industria tessile e abbigliamento, servizi). Lo studio arriva, allora, a delineare il profilo socio-demografico dell’imprenditore immigrato: un uomo (solo nel 10% dei casi si ha avuto a che fare con imprenditrici, concentrate quasi esclusivamente tra gli immigrati cinesi) giovane, di circa 41 anni, inserito in nuclei di convivenza (risulta sposato l’85% degli intervistati, alcuni dei quali, soprattutto egiziani, con italiane) con più figli rispetto all’omologo italiano (l’80% ha figli) ed una formazione scolastica discreta, generalmente maturata nel paese d’origine, seguita da un iter lavorativo che vede delle prime esperienze in qualità di dipendente sempre nel paese d’origine, emigrazione in Italia attorno ai 24 anni, lavoro generico alle dipendenze in Italia e avvio dell’attività imprenditoriale attorno ai 33 anni.

Tra le motivazioni all’immigrazione troviamo innanzitutto il desiderio di promozione (41%), probabilmente grazie a delle condizioni economiche originali tendenzialmente favorevoli (il 37% degli intervistati proviene da famiglie di commercianti, dirigenti, piccoli imprenditori e professionisti, il 18% da famiglie di tecnici o impiegati, l’82% proviene da ambienti sociali urbani abbastanza privilegiati e il 91% dichiara di aver goduto di condizioni economiche originarie superiori o in linea con la media). Persistono, tuttavia, anche motivazioni economiche dettate da un peggioramento della propria situazione (43%); infine il 26% degli intervistati imputa la scelta di spostarsi alla personale propensione al rischio e all’avventura (26%).

La decisione di mettersi in proprio non rappresenta, poi, solitamente, una via d’uscita dalla disoccupazione (condizione che coinvolgeva solo il 12% del campione) o un’induzione da parte del precedente datore di lavoro, ma sembra essere stata libera, dettata dalla volontà di guadagnare di più, di essere autonomo e di valorizzare le proprie capacità e conoscenze nel settore; il 77% degli intervistati ha fondato l’azienda, il 21% l’ha rilevata e il 2% l’ha ereditata.

Fondamentale il ruolo della famiglia nella fondazione e gestione dell’attività (come per la piccola imprenditoria autoctona, del resto): il 58% degli intervistati dichiara di avere un parente a sua volta titolare dell’impresa, nel 19% dei casi i familiari hanno contribuito a fornire il capitale iniziale, un terzo degli imprenditori immigrati coinvolge i parenti nell’attività aziendale e il 30% dell’occupazione totale generata riguarda familiari.

Il 35,5% del campione ha assunto la forma di lavoratore autonomo, privo di dipendenti, il restante 64,5% possiede un’impresa che coinvolge un’occupazione media di 3,7 addetti, con un intervallo che va da 1 a 28 dipendenti (se si aggiungono le varie collaborazioni parasubordinate, stagionali e le varie consulenze, l’occupazione media sale di un punto, con un range da 1 a 36 addetti).

Dal punto di vista dell’innovazione tecnologica, le imprese di immigrati non sembrano essere particolarmente all’avanguardia: solo nel 38% dei casi (39,5% tra gli imprenditori e 35,2% tra gli autonomi) si usa la posta elettronica e nel 15% (18,6% imprenditori contro 8,5% autonomi) si ha a disposizione un sito internet. Il 19% ricorre alla pubblicità (24,8% contro 8,5%) e il 16,5% (24,0% contro 2,8%) utilizzo un marchio che richiama la nazionalità del titolare.
Come avviene per gli imprenditori autoctoni, anche per gli imprenditori immigrati la buona riuscita dell’attività imprenditoriale dipende, in buona parte, dalla capacità di accedere alle tre principali forme di capitale: capitale economico (che consiste nella “disponibilità di risorse monetarie, che possono essere investite”), capitale culturale (che rappresenta l’insieme “delle conoscenze e delle esperienze che l’imprenditore ha acquisito mediante programmi di formazione formale o informale e mediante l’apprendimento delle pratiche decisionali e dei comportamenti appropriati per la soluzione di problemi riguardanti l’attività”) e capitale sociale (la “dotazione individuale di relazioni sociali relativamente stabili e basate sulla reputazione, un grado di essere mobilitate dal soggetto per raggiungere i propri scopi”).
Con riferimento, innanzitutto, al capitale economico, si nota un’elevata capacità di autofinanziamento tra gli immigrati che decidono di dare avvio ad un’impresa, possibile grazie ad un precedente periodo di “accumulazione” alle dipendenze di qualcuno: il 66,8% degli intervistati non ha avuto bisogno di capitali di terzi e il 10,6% coinvolge familiari e parenti nel rischio di impresa. Il sistema creditizio locale si dimostra, poi, particolarmente capace nel sostenere gli investimenti di avvio, per questo motivo gli imprenditori immigrati riescono ad ottenere prestiti dalle banche in misura maggiore rispetto ai prestiti da familiari e parenti (9,0% contro 8,5%). L’accesso al credito iniziale non sembra costituire un problema forse anche perché molte tra le attività avviate non richiedono un’elevata dotazione di capitale iniziale (considerazione vera per il piccolo commercio, ma non per l’attività industriale metalmeccanica o dell’abbigliamento).

Superata la fase iniziale, nel corso del suo sviluppo, le aziende sembrano tuttavia aumentare la propria domanda di capitale: il 69,5% degli intervistati ha richiesto prestiti e nel 30,5% dei casi si sono rivolti a banche o ad associazioni di categoria.

Per quanto riguarda il capitale culturale, emerge che la preparazione scolastica media dei soggetti è di 12,4 anni di studio, con un titolo conseguito per la maggior parte dei casi nel paese di origine. Il 16% degli intervistati risulta laureato. L’anzianità dell’attività imprenditoriale, indicativa della specifica esperienza maturata, è di oltre 7 anni e la conoscenza delle lingue – dell’italiano in particolare – risulta fondamentale, anche se esistono esempi (come la realtà imprenditoriale cinese di Prato) in cui si colma questa mancanza attraverso l’assunzione di personale autoctono.

Infine vediamo la dotazione di capitale sociale. Si evidenzia come l’ampiezza della rete di relazioni sia maggiore nelle aziende di più ampie dimensioni, tra gli imprenditori piuttosto che tra i lavoratori autonomi e tra le imprese che hanno meglio resistito alla crisi in termini di fatturato.

Appartengono a questo network di relazioni in primis italiani (39,6%), seguono familiari e parenti (37,4%), connazionali (18,9%) e stranieri non connazionali (solo 4,1%). Del resto i buoni rapporti con gli autoctoni sono dichiaratamente considerati fondamentali per avere successo negli affari, molto più importanti dei rapporti con connazionali e familiari. Le relazioni interpersonali sono, poi, considerate più rilevanti rispetto all’adesione formale a qualsiasi associazione di categoria (con riferimento a quest’ultima, si nota come gli imprenditori immigrati privilegino le associazioni italiane di categoria, piuttosto che quelle tra connazionali).

Il rapporto ha inteso valutare, inoltre, il grado di integrazione economica e sociale degli imprenditori immigrati.
Con riferimento al primo parametro, si evidenzia come il 66,5% dei clienti siano italiani e come nella metà dei casi si abbia a che fare con un numero di clienti non superiore ai 5. Il 77,3% degli intervistati si rivolge a fornitori italiani, mentre le reti co-etniche di subfornitura interessano soltanto l’11,1% dei casi e soprattutto le imprese con dipendenti (15,7%, contro un 2,8% riferito ai lavoratori autonomi). Le funzioni contabili, amministrative e di applicazione della normativa vengono implementate attraverso la strategia del make or buy: solo le competenze informatiche provengono dall’interno, le altre tendono ad essere esternalizzate, con il ricorso prevalentemente a consulenti italiani (fattore che incrementa il mercato delle consulenze aziendali), ma anche ad associazioni imprenditoriali locali.
Dunque l’integrazione economica passa attraverso il rapporto diretto con operatori italiani e si fa in parte subalterna per i lavoratori autonomi, che spesso “dipendono” da un solo cliente, ma cercano riscatto attraverso l’ala protettiva associazionista.

Con riferimento all’integrazione sociale, emerge che il 14% degli intervistati ha ottenuto la cittadinanza italiana, il 4,5% vive con un partner di nazionalità italiana e, tra coloro che hanno famiglia, l’83,9% ha figli; quasi la metà (47,7%) ha almeno tre figli (dato superiore alla media italiana). Da questi dati deriva, dunque, un buon livello di radicamento sociale. Il 6,6% degli imprenditori intervistati ha, inoltre, assunto dipendenti italiani (percentuale che sale al 22,2% se si considera l’intera vita aziendale) e il 5,1% si avvale di rapporti di collaborazione con italiani.
Al di là di alcune questioni tipicamente legate alla loro condizione – corsi di italiano e di formazione per la gestione, semplificazione amministrativa per il permesso di soggiorno, diritti politici e previdenziali (pensione fruibile anche nel Paese d’origine), discriminazione e diffidenza di istituzioni e singoli – gli immigrati condividono con gli autoctoni numerose problematiche legate all’attività imprenditoriale: richiesta di riduzione delle tasse e di agevolazioni finanziarie e creditizie, richiesta di maggiori controlli per evitare comportamenti sleali, richiesta di aiuto nel recupero dei crediti.
Al pari delle aziende autoctone, inoltre, quelle immigrate considerano la reputazione sul mercato il principale fattore di forza dell’attività, con la conseguente necessità di puntare più sulla qualità che sul prezzo; esse, poi, considerano la concorrenza con le altre imprese straniere e la dipendenza da pochi clienti le principali fonti di debolezza.
Il 16% degli intervistati, infine, mantiene rapporti d’affari con il Paese d’origine (soprattutto cinesi e senegalesi), acquistando beni e servizi o vendendo i propri prodotti o facendo investimenti.

I risultati della ricerca mostrano, allora, in conclusione, che “gran parte degli imprenditori intervistati ha conquistato la cittadinanza economica ed è stato incluso in modo irreversibile nel tessuto delle piccole imprese che operano in Italia, con l’auspicio che queste piccole imprese diventino progressivamente medie imprese”; “il percorso verso la cittadinanza sociale […] è più lungo e forse coinvolgerà la seconda generazione, quella dei figli nati in Italia”: “per essi indugiare ulteriormente nel riconoscimento dei diritti politici nuocerebbe anzitutto a noi italiani”.

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L’editoria si tinge di rosa

In un contesto economico caratterizzato dal forte divario tra il ruolo maschile e quello femminile, il settore editoriale sembra favorire sempre più l’ingresso delle donne

In occasione della celebrazione, l’8 marzo, del ruolo della donna nella società italiana, si è da più parti posto l’accento sull’esigenza di ridurre le discriminazioni di genere e i soprusi e di favorire l’ingresso dell’universo femminile nel mondo del lavoro, consentendo, in particolare, alle madri una reale conciliazione tra lavoro e famiglia.

Ad apertura del secondo convegno organizzato lo scorso 7 marzo dalla Banca d’Italia sul ruolo delle donne nell’economia italiana, il governatore Ignazio Visco ha sottolineato la necessità, per il nostro Paese, di ideare e attuare delle riforme strutturali, affinché gli sforzi fatti per il raggiungimento di una stabilità finanziaria possano dirsi realmente efficaci e affinché si possa sperare di raggiungere l’obiettivo, condiviso a livello europeo (strategia “Europa 2020”), di una crescita “intelligente, sostenibile ed inclusiva”.

Tali riforme dovrebbero essere volte a recuperare una serie di divari, primo tra tutti quello relativo all’occupazione femminile. Ricorda Visco come nel Mezzogiorno le donne occupate siano solo tre su dieci e come nel Centro-Nord, dove il tasso di occupazione femminile appare più elevato (55%), lo scarto con il tasso maschile sia di circa 18 punti percentuali; sugli oltre due milioni di giovani che oggi in Italia non studiano, non lavorano e non partecipano a un’attività formativa, prosegue Visco, ben 1,2 milioni sembrano essere donne. Impegno comune dev’essere, allora, quello di comprendere e rimuovere i fattori alla base di questa carenza strutturale, “anche se in qualche caso ciò significa contrastare rendite di posizione o interessi particolari”: “recuperare i divari rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro femminile, alla mancata valorizzazione di queste competenze, trasformare una grave debolezza in una straordinaria opportunità è un obiettivo che non possiamo non porci”, “ne va del nostro futuro”.

Stando alle stime recentemente esposte da Bankitalia, vi sarebbe una relazione positiva tra aumento del tasso di occupazione femminile, crescita del PIL e conseguente riduzione del rischio di povertà: un’occupazione al 60%, definito a livello europeo dal Trattato di Lisbona, comporterebbe – anche ipotizzando un effetto negativo della produttività di 0,3 punti percentuali, dovuto ad un ingresso così massiccio di forza lavoro – un aumento del PIL pari al 7%.

Alcuni dati Eurostat hanno, poi, rivelato come, in tutti gli Stati appartenenti all’Unione Europea, il rischio di povertà o di esclusione sociale sia più alto tra le donne che tra gli uomini: seppur più numerose degli uomini (257 milioni di donne, contro 245 milioni di uomini; la proporzione relativa è di 105 donne ogni 100 uomini, proporzione che aumenta con l’avanzare dell’età, arrivando a 138 donne ogni 100 uomini per gli over 65), le donne a rischio di povertà o di esclusione sociale sembrano essere, in base agli ultimi dati disponibili, ben 62 milioni (pari al 24,5% del totale di tutte le donne), contro i 54 milioni di uomini (22,3% del totale). Le differenze più marcate in tal senso si registrano proprio in Italia, dove il rischio è riferito al 26,3% delle donne, contro il 22,6% degli uomini; seguono Austria (rispettivamente 18,4% e 14,7%) e Slovenia (20,1% e 16,5%). Le differenze minori si evidenziano, invece, in Estonia, Lettonia, Lituania e Ungheria, dove il gap è inferiore ad un punto percentuale.

Con riferimento, poi, al tasso di occupazione nei Paesi dell’Europa 27, l’Eurostat ci dice che esso è pari al 63,8% fra le donne (dai 25 ai 64 anni), contro il 77,5% degli uomini, per uno scarto del 13,7%. Le differenze, tuttavia, si riducono in relazione al livello di istruzione: ad un basso livello di istruzione, corrisponde un’occupazione del 43,3% tra le donne e del 65,2% tra gli uomini (21,9% il gap); ad un’istruzione media, il tasso è del 66,6% per le donne e del 79,1% per gli uomini (12,5% il gap); ad un livello di istruzione elevata, infine, il tasso è dell’80,6% fra le donne e all’87,4% fra gli uomini (il gap si riduce al 6,8%). In Italia, in particolare, la percentuale di occupazione sembra essere del 51.4% per le donne e del 75.8% per gli uomini: con un livello di istruzione basso, il tasso di occupazione femminile è del 32.5%, quello maschile del 68%, con una differenza di ben 35,5 punti percentuali; tra coloro che hanno un’istruzione media, lo scarto rimane piuttosto elevato, pari a circa 20 punti percentuali, mentre, tra coloro che possiedono un elevato livello di istruzione, esso si attesta sui 10,6 punti percentuali (73.6% per le donne e 84.2% per gli uomini).

In un contesto di così difficile attuazione per gli ideali di pari opportunità, alcune recenti indagini riferite al contesto italiano sembrano, tuttavia, offrire qualche spiraglio di speranza.

Abbiamo già riportato le stime diffuse dall’Osservatorio dell’imprenditoria femminile di Unioncamere, stando alle quali le imprese rosa presenti in Italia a fine dicembre 2011 sarebbero state quasi 7mila in più rispetto all’anno precedente, con un incremento dello 0,5% e con un saldo complessivo di 1.433.863 imprese femminili (pari al 23,5% del totale imprese italiane); tale incremento ha permesso di compensare le cattive performance registrate dall’imprenditoria maschile, in riduzione, nel 2011, di circa 6mila unità.

Declinando l’attenzione su uno specifico ambito disciplinare, una seconda indagine capace di offrire una fotografia piuttosto rassicurante è quella curata da Gianni Peresson, responsabile dell’Ufficio studi AIE (Associazione Italiana Editori), e da Elisa Molinari; basandosi su dati riferiti al 2011, essa ha inteso, in particolare, analizzare la portata di quote rosa all’interno del settore editoriale, estendendo l’analisi non solo alle pratiche di lettura e di acquisto, ma anche alle tendenze occupazionali e di gestione. Vediamo nel dettaglio quanto emerso.

La distanza tra uomini e donne nella lettura di libri sembra essere oggi pari a 18 punti percentuali, in forte aumento sul 2008 (quando lo scarto era pari a circa 12 punti percentuali, tra il 50% di donne lettrici e il 37,7% di uomini lettori) e, ancor di più, sul 1988 (quando lo scarto era di 6 punti, tra il 39,3% di donne lettrici e il 33,7% di uomini lettori). Questa constatazione sembra essere vera con riferimento a tutte le fasce età; in quelle giovani spesso il divario risulta, anzi, ancor più pronunciato: tra i 18-19enni esso sale a più di 19 punti percentuali (leggono il 63,8% delle ragazze e il 44,5% dei ragazzi), tra i 20-25enni si attesta a quasi 22 punti (62,5% le lettrici e 40,6% i lettori), mentre tra i 15-17enni arriva a quasi 29 punti percentuali (legge il 73,2% delle ragazze, contro il 44,5% dei ragazzi). Tra i più piccoli si riduce, invece, lo scarto: quasi 14 punti per la fascia compresa tra gli 11 e i 14 anni (69,2% lettrici e 55,3% lettori) e soli 4 punti per la fascia tra i 6 e i 10 anni (53,8% le lettrici e 49,8% i lettori).

Oltre a leggere di più, le donne sembrano anche frequentare maggiormente i canali di vendita: il 54% di chi acquista libri in Italia è di sesso femminile (contro il 46% riferito al sesso maschile) e il volume degli acquisti di libri è pari al 57% per le donne, contro il 43% per gli uomini.

Il report passa poi ad analizzare la situazione occupazionale in Italia nel mondo editoriale, confrontandola innanzitutto con quella europea: nel 2001 il tasso di occupazione femminile in Italia risultava essere del 41,1%, quello europeo del 54,3%, nel 2006 le percentuali erano rispettivamente del 46,3% e del 57,2%, mentre nel 2009 esse sono del 49,7% e del 62,5%; nel 2009 il gap di genere appare in diminuzione di 2,5 punti percentuali sul 2004, con riferimento al contesto italiano, e di 2,9 punti, con riferimento al contesto europeo.

Cresce la presenza di donne non solo nelle attività redazionali e di segreteria, ma anche nei ruoli direttivi; mentre nel 1991 coprivano il 27% degli incarichi direttivi e nel 2008 il 36%, nel 2011 esse arrivano a coprirne il 40,2%. Negli ultimi vent’anni sono, quindi, aumentate le quote rosa in tutte le attività considerate di direzione: in quella tradizionale di ufficio stampa (dal 1991 a oggi si è registrato un +21,5%) in quella di direttore commerciale (+18,1% tra 1991 e 2011), in quella di direttore editoriale (+47,3%) e, infine, in quella di presidente, amministratore delegato, amministratore unico e direttore generale (+98%).

Ancor più incoraggianti sembrano essere le prospettive future del ruolo femminile in editoria, dato che i nuovi ingressi di donne si sono attestati, da un decennio, all’incirca al 60% (nel 2011 essi risultano, in particolare, il 64%).

Le donne sono, inoltre, più attente all’aggiornamento professionale, poiché ben 12 punti percentuali le separano dai colleghi uomini, nella scelta di frequentare corsi (56% contro 44%).
A registrare gli esiti migliori è soprattutto la piccola editoria, dove la presenza femminile in ruoli direttivi è oggi superiore di nove punti rispetto alla media del settore (49% rispetto a 40%), in aumento di tre punti sul 2008. I ruoli, in particolare, che hanno visto una presenza femminile maggiore rispetto alla media sono stati quello di direttore editoriale (nel 2011 le donne sono il 13,9%, registrando un +51,4% sul 2008) e di direttore commerciale (le donne sono il 7,7%, pari al +23,1% sul 2008).

L’analisi si concentra, infine, sul mondo delle librerie: le libraie risultano essere il 71,8%, sopravanzando notevolmente gli uomini (28,2%).

Questa fotografia 2012 “conferma e accentua – sottolinea Gianni Peressonle tendenze che avevamo visto nel 2009”. Le ragioni di simili incrementi degli addetti in gonnella nel settore editoriale sono da rilevare nelle “maggiori abilità” e “competenze nel gestire le relazioni e nell’organizzare il lavoro”, necessarie in “alcune attività – dall’ufficio stampa a quelle editoriali, fino alla gestione della libreria”. “Senza dimenticare – prosegue Peressan – una miglior cultura di base – hanno letto di più rispetto ai loro coetanei maschi lungo tutta la carriera di studio – qualcosa significherà! – e una maggior curiosità e flessibilità. Si tratta – conclude – di paradigmi concettuali oggi ancor più importanti di fronte ai cambiamenti che le nuove tecnologie pongono davanti alle imprese editoriali”.

Un modo diverso di fare libri? Si interrogano i promotori. Forse.
Dal canto nostro possiamo sperare che la particolare sensibilità e la forte intuizione tradizionalmente attribuite alla figura femminile siano in grado di apportare intensi benefici ad un’industria che, tra conferme positive e stime disattese, sarà costretta ad affrontare sfide sempre più impegnative, dettate dallo sviluppo tecnologico e dal mutamento delle prassi fruitive e d’acquisto tra gli utenti.

Pubblicato su: PMI-dome

Imprese italiane e ICT: fotografia di una situazione in penombra

Una lettura approfondita dei dati Istat sulla diffusione dell’ICT nelle imprese italiane rivela, accanto a un’informatizzazione di base che pare raggiunta, numerose lacune e mancanze

È uno scenario all’apparenza confortante quello delineato dall’Istat in merito alla diffusione delle tecnologie dell’informazione e della comunicazione nelle imprese con almeno 10 addetti e attive nel settore industriale e dei servizi. Si parla di una diffusione di base “ampiamente consolidata”, facendo riferimento a quel 95,1% di imprese che hanno dichiarato di utilizzare il computer e a quel 93,7% di imprese che possiedono una connessione ad Internet.

Tuttavia, superando l’iniziale entusiasmo, frutto di una lettura superficiale dei dati rilevati, ci si accorge di come la situazione italiana presenti, accanto a risultati davvero positivi, anche numerose carenze e debolezze, sintomo della mancata comprensione, da parte delle imprese, circa le reali e piene potenzialità dei mezzi a loro disposizione.

Entriamo, allora, un po’ più nel dettaglio, sottolineando, innanzitutto, che lo studio in questione fa riferimento a gennaio 2010 per quanto riguarda l’uso dell’ICT, e al 2009 per quanto concerne il commercio elettronico e l’utilizzo on-line dei servizi offerti dalla Pubblica Amministrazione.

Il 77,3% delle imprese utilizza una rete aziendale per connettere i propri computer, sia essa interna (Intranet), esterna (Extranet) o una semplice rete locale (LAN). Il territorio nazionale sembra essere largamente fornito di connessione Internet, con leggeri scarti compresi tra la copertura al 95% del Nord-ovest e quella al 91,4% del Mezzogiorno; leggere sono anche le differenze di copertura rilevate con riferimento alla dimensione delle imprese: dal 93,3% delle imprese con meno di 50 addetti al 99,8% di quelle più grandi.

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di rete utilizzata e classe di addetti

Sempre a proposito di disponibilità delle tecnologie di base, un primo dato dovrebbe già indurre ad abbandonare i toni ottimistici: si apprende che, in media, solo il 42,6% degli addetti (quindi quattro su dieci) utilizza un supporto informatico per lo svolgimento delle proprie mansioni, una percentuale che, certo, sale a circa il 90% nel settore tecnologico, che ma che scende al 26,5% nell’ambito delle costruzioni, al 20,2% nelle attività di servizi alle imprese – quali noleggio, ricerca di personale, vigilanza – e al 12,1% nel campo dei servizi di ristorazione.

Veniamo alle modalità di accesso alla rete: l’83,1% delle imprese utilizza connessioni fisse in banda larga e l’84% delle imprese si collega a Internet tramite connessioni veloci fisse o mobili; ciò nonostante preme evidenziare come tre aziende su dieci abbiano dichiarato di utilizzare ancora una connessione meno veloce (dunque modem o Isdn), del tutto inadatta, quindi, a seguire i ritmi di lavoro aziendale, spesso piuttosto frenetici.

Modesta la diffusione nell’uso di connessioni mobile, che coinvolge il 23% delle imprese e risulta piuttosto disomogenea, strettamente legata sia alla dimensione aziendale (si passa da una percentuale di utilizzo del 19,9% per le imprese con meno di 50 addetti, ad una del 71,1% per quelle con oltre 249), sia all’attività economica svolta (ad esempio: 41,7% per le imprese di telecomunicazioni, 8,6% per i servizi di ristorazione). Sempre con riferimento al mobile, prevalgono le connessioni veloci con tecnologia di terza generazione UMTS, CDMA2000, HSDPA (18,6%) rispetto a quelle mobili non in banda larga, come GSM, GPRS, EDGE (11,6%).

Il Web rappresenta, o almeno dovrebbe rappresentare, per ciascuna azienda, uno strumento fondamentale a livello operativo e commerciale; si è cercato, allora, di capire quanto le aziende diano effettivo seguito a tale consapevolezza: pare che un buon 86,6% usufruisca della rete per accedere a servizi bancari o finanziari on-line, il 65,5% per ottenere informazioni sui mercati, il 55,3% per ottenere servizi e informazioni in formato digitale, il 50,9 per cento per acquisire servizi post-vendita. Solo il 22,6% delle imprese considera la rete per proporre progetti di formazione e istruzione del personale, evidenziando una certa diffidenza nello sfruttamento di canali alternativi a quelli tradizionalmente utilizzati in questo ambito e, di conseguenza, dimostrando una certa incapacità nell’approfittare pienamente delle numerose possibilità offerte dalla rete.

L’83,7% delle imprese utilizza la rete per usufruire dei servizi offerti on-line dalla Pubblica Amministrazione, mentre il 77,7% usufruisce di quelli di tipo non informativo (nelle imprese con almeno 50 addetti, la percentuale di imprese che utilizza i servizi on-line della PA raggiunge oltre il 95%). Un aspetto in parte negativo riguarda, tuttavia, il tipo di servizi utilizzati per la maggior parte, cioè quelli con un minor grado d’interattività: ottenere informazioni (75,6%) e scaricare moduli dai siti della PA (72,5%). Solo particolari settori (come quello ICT con il 68,6% e come i servizi di fornitura  energia e acqua con il 66,1%) sembrano essere capaci di sfruttare i canali davvero interattivi messi a disposizione dalla PA (svolgimento di procedure amministrative interamente per via elettronica, inoltro di moduli compilati via web…).

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di servizio pubblico on-line utilizzato nel corso del 2009 e classe di addetti

Siamo costretti ad evidenziare, inoltre, con riferimento all’intensità di utilizzo della Rete, un primo segnale del forte divario esistente tra piccole (meno di 50 addetti) e grandi (con più di 250 addetti) imprese, in questo caso nell’ordine del 30%.

Tale divario digitale emerge prepotentemente nel corso della ricerca, aggravandosi anche in relazione alla maggiore complessità della tecnologia analizzata: l’utilizzo delle reti Intranet riguarda il 21,3% delle piccole imprese, con quote crescenti all’aumentare della dimensione aziendale, fino a raggiungere il 74,4% nelle grandi unità. Allo stesso modo l’utilizzo di reti Extranet ha interessato il 15,1% delle piccole imprese e il 54,6% di quelle più grandi, mentre i sistemi operativi open source sono stati usati dal 13,9% delle piccole e dal 49,3% delle grandi imprese. Il divario persiste pure in relazione a servizi per i quali non sono necessarie particolari competenze tecniche, come la firma digitale, con percentuali di sfruttamento rispettivamente del 21,7 e del 50%.

Nel contesto digitale il primo e forse più importante biglietto da visita per l’azienda è certamente il sito web: ecco, quindi, che la ricerca arriva ad indagare anche alcuni aspetti ad esso legati. Per prima cosa pare che solo sei imprese su dieci ne possiedano uno, anche se la percentuale sale al 90% considerando le sole aziende con almeno 250 addetti. Il dato varia poi anche in relazione al territorio (65% al Nord, 60,2% al Centro, 51,1% al Sud e Isole) e al settore di riferimento: le presenze maggiori si misurano nell’ICT (80,7%), nei servizi di alloggio (96,8%) e nelle agenzie di viaggio (92,4%). La scarsità nella disponibilità di servizi complessi all’interno dei siti aziendali – quali la personalizzazione dei contenuti da parte dei fruitori (2,5%), la possibilità di progettare prodotti (4,2%) e di effettuare ordini e prenotazioni on-line (13,6%) – rivela la difficoltà nel seguire i dettami del cosiddetto Web 2.0 e la propensione a considerare il sito semplicemente come una risorsa aggiuntiva e utile all’attività quotidiana, non un punto strategico di crescita e innovazione.

Imprese con almeno 10 addetti per tipologia di servizi offerti sul sito web

Stando ancora all’indagine, il sito web rappresenterebbe, poi, lo strumento preferito utilizzato per lo scambio elettronico di informazioni con clienti e fornitori (16,4 per cento), funzionale al processo organizzativo. A tal proposito, il 63,2% delle imprese scambia elettronicamente informazioni con altre imprese in un formato che ne consente il trattamento automatico, mentre il 21,8% condivide per via elettronica informazioni con clienti e fornitori sulla gestione della filiera produttiva. Si scambiano soprattutto informazioni relative alla ricezione di fatture elettroniche (54,4%), con elevate differenziazioni settoriali.

Per quanto riguarda invece lo scambio di informazioni all’interno dell’impresa, sembra che il 40,8% delle imprese condivida automaticamente per via elettronica le informazioni relative agli ordini di vendita ricevuti in qualsiasi forma e il 33,9% quelle relative agli ordini di acquisto trasmessi.

Imprese con almeno 10 addetti che condividono al proprio interno informazioni su ordini di vendita-acquisto per tipologia di funzione aziendale con cui vengono condivise

Solo tre imprese su dieci adottano applicazioni software ERP (Enterprise Resource Planning) per la condivisione di informazioni con altre aree funzionali interne e solo il 23,4% delle imprese utilizza applicazioni di gestione del front office con riferimento alla raccolta, condivisione e analisi delle informazioni ottenute sulla clientela (CRM, Customer Relationship Management).

A commentare i dati esposti è intervenuto Paolo Angelucci, Presidente Assinform, l’associazione italiana per l’Information Technology, il quale, piuttosto ottimista, propone delle soluzioni per giungere ad una reale ottimizzazione del settore: «i dati Istat portano a diverse considerazioni. Innanzitutto, il tasso di alfabetizzazione informatica è ormai molto positivo. L’obiettivo è ora fornire dei servizi internet che siano adeguati alle esigenze delle imprese». Angelucci individua, in particolare, tre possibili poli di crescita. «Il primo riguarda la dematerializzazione dei rapporti tra le imprese e la pubblica amministrazione. Se molti strumenti sono già a disposizione, per esempio la posta elettronica certificata, occorre tuttavia che le regole esistenti vadano applicate. Come secondo punto c’è bisogno di un aumento dell’offerta di servizi e prodotti in rete, e per questo è necessario che arrivi un cambiamento culturale. Terzo punto: mi auspico un aumento dello scambio delle informazioni tra imprese in rete, con la creazione di marketplace e di distretti virtuali di aziende. Per risolvere questa esigenza – conclude – servirebbero interventi di sistema da parte delle istituzioni, come per esempio la creazione di fondi strutturali ad hoc»

L’ottimismo di Angelucci deve, tuttavia, scontrarsi con quelli che sono, forse, i dato più negativi rilevati dall’indagine, quelli cioè relativi al commercio elettronico. Pare, infatti, che solamente il 35,9% delle imprese abbia effettuato acquisti on-line nel 2009, percentuale che sale in riferimento alle imprese di maggiore dimensione (59,1%) e a quelle del Nord-ovest (circa il 39,2%). In particolare la figura 5 evidenzia le attività economiche per le quali l’acquisto elettronico è più importante, capeggiate dalle imprese di telecomunicazioni.

Imprese con almeno 10 addetti che effettuano acquisti on-line nelle migliori prime cinque attività economiche

Ancor più bassa è la percentuale riferita alle vendite on-line realizzate dalle imprese (5%), per un valore complessivo pari al 5,4% del fatturato totale.

Le agenzie di viaggio, i servizi di alloggio e l’editoria sono tra le attività che ricorrono con maggiore frequenza alle vendite on-line, mentre il comparto della fabbricazione di autoveicoli è quello che registra la più alta percentuale di fatturato on-line (34,1%).

Imprese con almeno 10 addetti che effettuano vendite on-line nelle ”migliori” prime quattro attività economiche

 Per quanto riguarda, infine, le politiche di sicurezza Ict, l’indagine conferma come solo una minima parte delle realtà aziendali si attivi per la protezione dei dati (il 29,4% dispone di una politica di sicurezza formalmente definita e di un programma di revisione regolare), con forti differenziazioni settoriali e dimensionali (maggior incidenza nelle telecomunicazioni e nelle grandi aziende). Tra le procedure adottate, la più diffusa sembra essere l’autenticazione tramite l’utilizzo di password di tipo ‘forte’ (64%), seguita dal backup dei dati all’esterno (41,8%).

Dall’analisi riportata, complessivamente considerata, si deduce come, in realtà, siano notevoli le lacune del contesto imprenditoriale italiano in materia di ICT. Due ulteriori considerazioni finali non potranno che avvalorare tale consapevolezza.

La prima riguarda il fatto che l’indagine è stata limitata alle imprese con più di dieci dipendenti: se la si fosse estesa all’intero tessuto imprenditoriale italiano, le percentuali sarebbero, forse, molto più preoccupanti.

Valore delle vendite on-line delle imprese con almeno 10 addetti nelle “migliori” prime quattro attività economiche

La seconda considerazione riguarda, invece, il paragone con i dati resi disponibili pochi giorni fa da Eurostat, relativi all’utilizzo delle tecnologie ICT nelle imprese di tutta Europa, nello stesso arco temporale analizzato dall’Istat. Il tasso medio di penetrazione della rete Internet in Europa è del 94%, con ovvi scarti tra le grandi imprese (99%) e le piccole (ferme al 94%). Tale scarto è ancor più evidente in riferimento alle connessioni a banda larga (96% contro 83%) e alla banda larga mobile (67% contro 22%).

Certo la nostra media nazionale risulta perfettamente in linea con quella europea, ma questi dati ridimensionano inevitabilmente l’ottimismo iniziale, che avevamo detto essere proprio di una lettura superficiale dei risultati dell’indagine Istat, e impongono di valutare le reali eccellenze europee (Finlandia, prima in classifica con un tasso di penetrazione pari al 100%, Islanda, Olanda, ma anche Belgio, Germania, Slovacchia e Spagna. L’Italia si colloca al ventesimo posto). Con riferimento al commercio elettronico, poi, l’Italia risulta essere quartultima nella classifica europea relativa alla percentuale di fatturato realizzato tramite questa modalità, in testa solo a Romania, Bulgaria e Cipro.

Pubblicato su: pmi-dome