«Senza gli investimenti non si cresce»

L’UPI conferma come il Documento di economia e finanza pubblica approvato dal Governo impedisca lo sviluppo economico e sostenibile

«Comprendiamo la necessità di assicurare la tenuta dei conti e la decisione del Governo di garantire la stabilità, ma senza gli investimenti non si cresce e si rischia di indebolire ancora di più il tessuto economico del Paese».

Con queste parole Giuseppe Castiglione, Presidente dell’UPI (Unione delle Province d’Italia), esprime le proprie perplessità circa il Documento di economia e finanza pubblica approvato dal Consiglio dei ministri del 13 aprile e consegnato alle Commissioni Bilancio di Camera e Senato. In una nota diffusa nel sito dell’UPI vengono, infatti, riportati alcuni elementi di criticità rilevate sia sul Piano di stabilità, sia sul Programma di riforme: innanzitutto la “mancata consultazione e partecipazione di Regioni ed Enti locali alla definizione di obiettivi e finalità del DEF”, che – si afferma – “indica una grave sottovalutazione del ruolo e delle funzioni che i governi locali svolgono nel sistema della finanza pubblica e delle politiche di sviluppo del Paese”; le preoccupazioni maggiori sono espresse, tuttavia, con riferimento alla riduzione negli investimenti.

Trent’anni fa, nei ruggenti anni ‘80, gli investimenti fissi della pubblica amministrazione ammontavano, infatti, al 3,5% del Pil, trainando l’economia italiana, mentre, nel documento da poco varato, il governo prevede una percentuale del 2% per il 2011, destinata a scendere ulteriormente nel 2012 e nel biennio successivo, fino all’1,6%. L’ultimo numero di Finanza locale Monitor – realizzato dal servizio studi e ricerche di Intesa San Paolo e curato da Laura Campanini – sottolinea, allora, come “la dimensione della contrazione” sia “significativa” e sia sintomo di “come già l’aggiustamento fiscale dei primi anni Novanta avesse operato in maniera in parte asimmetrica, penalizzando in proporzione più la spesa per investimenti che quella corrente”. Nel rapporto ci si sofferma, in particolare, sugli effetti negativi di un simile “andamento stagnante della spesa pubblica in conto capitale” e dello “schiacciamento della spesa in conto capitale” rispetto alla spesa corrente; prima di tutto sugli effetti quantitativi sullo stock di capitale pubblico: “dati dell’Istat segnalano una leggera ripresa nei primi anni Duemila rispetto alla caduta degli anni Novanta, ma nel complesso si quantifica un dato prossimo al 50% del Pil”.

Del resto, anche secondo le stime UPI, si sarebbe consolidato, negli ultimi anni, un trend negativo nei bilanci delle Province, con un decremento del 25% nelle risorse destinate agli investimenti; questo a causa soprattutto dei “drastici tagli ai trasferimenti subiti con le manovre economiche e dei vincoli imposti dal Patto di stabilità interno”. Dopotutto “energia e ambiente, infrastrutture e sviluppo, sostegno alle imprese sono temi decisivi per la crescita del Paese”, “ma rischiano di rimanere temi sulla carta se agli Enti locali, che sono deputati alla loro realizzazione, si impedisce di svolgere la propria funzione”.
Ecco allora che gli effetti del calo negli investimenti, non coinvolgono solo una dimensione quantitativa, ma ad essere frenato sarebbe – sottolinea nel rapporto della Campanini – uno sviluppo economico inteso “in senso ampio, associando alla nozione di crescita misurata dal reddito, e quindi da indicatori aggregati come il Pil, quella di sviluppo sostenibile a livello sociale e ambientale”.

Lo stesso rapporto passa poi a considerare i molti aspetti che, sommandosi, vanno a costruire ritardo competitivo e sostenibile nei confronti degli altri Paesi europei. Dopo una forte diminuzione nei precedenti vent’anno, dal 1993 ha ricominciato a crescere il numero di pedoni morti o feriti sulle strade italiane, indice del fatto che le nostre città sono poco vivibili, e il numero di chilometri di metro e ferrovie suburbane rimane ben lontano dagli altri Paesi (Milano è undicesima e Roma diciassettesima per numero di chilometri di metro, mentre sono rispettivamente al dodicesimo e tredicesimo posto per le ferrovie di superficie; la Germania possiede complessivamente 32,3 chilometri di metro e ferrovie suburbane per milione di abitanti con 122 linee, l’Italia 12,5 con 43 linee).

A partire dal 2002, si è registrato, inoltre, una contrazione di un terzo nella spesa per investimenti pubblici nelle scuole, spesa che in media corrisponderebbe a 269 euro pro capite. Persistono, a tal proposito, numerose disparità territoriali: nel nord tale spesa è pari a 342 euro, nel centro a 252 euro e nel mezzogiorno a 195 euro.

Le disparità coinvolgono anche altri aspetti del mondo dell’istruzione, come gli edifici scolastici che necessitano di interventi urgenti di manutenzione: essi rappresentano il 45% degli edifici al sud, il 21 % al nord e il 26% al centro, malgrado il fatto che gli edifici nel mezzogiorno siano in media più recenti degli altri.

Al sud, infine, la percentuale di comuni coperti dal servizio di asilo nido è inferiore al 33% (4% in Molise, 10% in Calabria e 13% in Sardegna e Campania), contro l’82% della Val d’Aosta e il 66% della Toscana.

«È evidente – conclude Castiglione – che con queste scelte non solo non si permette la ripresa della crescita economica, ma si impedisce agli Enti locali di investire in opere che sono invece fondamentali per il Paese, impoverendo l’imprenditoria locale e deteriorando un sistema di infrastrutture che avrebbe invece davvero bisogno di interventi di modernizzazione, messa in sicurezza ed efficientazione».

Pubblicato su: PMI-dome

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