Venture capital in Italia: un mercato dinamico e in crescita

Ecco il profilo degli investimenti early stage realizzati nel 2011: 43 nuove operazioni (+ 40% sul 2010), soprattutto in Lombardia e nel settore dell’ICT

Il processo di sviluppo economico di un Paese passa anche attraverso politiche e iniziative capaci di creare un mercato del credito sano e vivace, dove sia reso agevole il momento di incontro tra domanda e offerta. Permettere alle imprese, soprattutto a quelle piccole e medie, un adeguato accesso al credito rappresenta la base fondamentale per favorire processi di innovazione, crescita e incremento occupazionale all’interno dell’iniziativa aziendale.
Il ricorso a soggetti terzi in grado di offrire il necessario sostegno finanziario rappresenta, allora, per le imprese, un metodo efficace e a volte imprescindibile per gestire alcuni passaggi critici del proprio ciclo di vita. Il sistema bancario fatica, infatti, a finanziare, in questo preciso momento storico, attività ad alto contenuto immateriale, per questo sempre più importante diventa l’attività degli operatori di venture capital, capaci di costruire una nuova via per la ricerca di nuove opportunità di business e per la creazione di valore all’interno dell’impresa.
Recentemente il comparto del venture capital ha manifestato la propria vitalità e dinamicità, pur essendo ancora lontano da certi modelli europei, sintomo di una logica economica lontana da movimenti esclusivamente speculativi e votata piuttosto alla crescita attraverso la sperimentazione.
A confermare questa tendenza è la quarta edizione del rapporto di ricerca stilato dall’osservatorio Venture Capital Monitor (VeM) attivo presso la LIUC – Università Cattaneo di Castellanza, presentato lo scorso 16 luglio a Milano. Lo studio – realizzato in collaborazione con AIFI, Associazione Italiana del Private Equity e Venture Capital, con lo studio legale Bird & Bird e grazie al contributo di SICI – Sviluppo Imprese Centro Italia SGR e di Dedalus SpA – vuole rappresentare un utile strumento per l’analisi approfondita delle dinamiche che hanno interessato il mercato del venture capital nel corso del 2011.
Coloro che scelgono di compiere degli investimenti in capitale di rischio, possono farlo nella fase iniziale di creazione dell’azienda (early stage) oppure in un secondo momento (later stage), quando l’azienda è già attiva ma necessita di risorse per espandersi, o quando l’azienda si trova in fase di ristrutturazione aziendale, o è pronta a fare delle acquisizioni. Alla fase di avvio viene ricondotta l’attività propriamente detta di venture capital, mentre quelle di sviluppo e cambiamento aziendale rientrano nel segmento del private equity.
Nel report appena diffuso sono stati in particolare presi in considerazione i soli investimenti “initial” realizzati da investitori istituzionali nel capitale di rischio di matrice privata, classificabili come operazioni di early stage (seed capital e start-up). Esclusi, dunque, dalla rilevazione gli investimenti rientranti nel segmento del later stage (expansion, buy out, replacement e turnaround), oggetto di monitoraggio continuo da parte dell’Osservatorio Private Equity Monitor (PEM).
Il peso che il venture capital ha avuto sull’intero comparto del capitale di rischio italiano risulta, con riferimento al 2011, in crescita: il rapporto ci dice che sono state 43 le nuove operazioni di investimento realizzate nel segmento dell’early stage, contro le 85 operazioni evidenziate dall’osservatorio PEM nel later stage, il che significa che il segmento del venture ha rappresentato, per la prima volta dopo molti anni, oltre un terzo dell’intero mercato (43 su 128 deals totali).
Le 43 operazioni concluse nel 2011 segnano un incremento in termini assoluti di 40 punti percentuali sul 2010 (quando le operazioni realizzate erano state 31) e di oltre 100 punti percentuali sul 2009 (20 deals).
Rispetto alle 43 società target, gli investitori attivi in Italia nel 2011 sono stati complessivamente 23, per un totale di 55 investimenti: in media ciascun operatore ha quindi posto in essere 2,4 investimenti, in forte incremento rispetto agli scorsi anni.
Si è determinato di conseguenza un maggior grado di concentrazione degli investimenti, dato che il 53% degli stessi sono riconducibili ai primi 6 operatori, contro i 9 del 2010 e in linea con i 5 del 2009. Circa un quinto delle operazioni realizzate nel 2011 vede, inoltre, la contemporanea partecipazione di due o più investitori nella medesima società target.
Estrema concentrazione delle operazioni anche a livello geografico: Lombardia e Toscana hanno insieme rappresentato quasi il 50% dell’intero mercato (28% la prima e 21% la seconda). Crescono gli investimenti nel Sud Italia, che arrivano ora a rappresentare il 30% del mercato, contro il 16% del 2010 e il 15% el 2009.
Si conferma la propensione dei venture capitalists ad acquisire partecipazioni significative, ma comunque di minoranza (in media la quota è del 40%). Per l’acquisto di tale partecipazione tuttavia ciascun operatore ha impiegato in media 1 milione di Euro, importo più che dimezzando l’importo del 2010 (2,7 milioni di Euro). Si fa ricondurre tale fenomeno all’aumento, rispetto al passato, degli investimenti in seed capital (quelli cioè funzionali allo sviluppo dell’idea stessa di business, prima ancora che l’azienda nasca): questi hanno riguardato 19 delle operazioni rilevate (pari al 44%), contro le 24 riconducibili alla categoria start-up (56%).
Con riferimento alla deal origination, il 2011 segna un incremento delle iniziative a carattere privato, le quali tornano – dopo un 2010 in decrescita – a rappresentare la quasi totalità del mercato (80%). Seguono gli spin-off universitari (15%) e gli spin-off di matrice corporate (5%), il cui peso è, in entrambi i casi, in calo sul 2010 (quando costituivano rispettivamente il 25% e il 10%).
Per quanto riguarda i settori d’intervento, i 2011 ha visto un nuovo rilancio per l’ICT (40%), in particolare per le iniziative legate alle web e mobile applications (soprattutto quelle riguardanti selezione e segnalazione di offerte su beni di consumo), dopo un 2010 in cui l’ICT sembrava aver perso appeal. Per contro si ridimensionano proprio quei settori predominanti del 2010, cleantech, biofarma e sanità. Il comparto dei beni industriali conquista poi il 15% del mercato, dunque il venture capital comincia a vedere nell’eccellenza manifatturiera nazionale nuove opportunità d’investimento. Seguono cleantech, bio farmaceutico e sanità (tutti con il 9%) e il terziario (7%).
Con riferimento alle dimensioni delle società target, l’ammontare di ricavi (in base all’ultimo bilancio disponibile) risulta pari a circa 1,5 milioni di euro, inferiori rispetto ai 2 milioni di euro del 2010. Il numero di dipendenti delle aziende target è in media pari a 11. Le società target hanno in media all’attivo 2 anni di operatività prima che l’investitore decida di compiere il suo ingresso nella compagine azionaria (il doppio rispetto al passato).
Il report passa infine ad esaminare le caratteristiche legali delle operazioni di investimento realizzate nel 2011.
Con riferimento alla forma giuridica delle società target, prevalgono le srl (56%), seguite dalle spa (42%). Gli investitori hanno sottoscritto in prevalenza partecipazioni dotate di particolari diritti statutari: le azioni di categoria speciale (in caso di investimenti in società per azioni) o le quote dotate di particolari diritti (in caso di investimenti in società a responsabilità limitata) sono state lo strumento finanziario maggiormente utilizzato (72%). Limitato, invece, il ricorso a strumenti finanziari diversi dalle azioni o dalle quote, quali le obbligazioni convertibili o i finanziamenti convertibili in capitale (7%).
Quasi tutti gli statuti esaminati prevedono alcune protezioni a favore dell’investitore in merito alla governance delle società target: diritto di veto su alcune delibere di carattere straordinario da parte dei soci (quali, modifiche statutarie, operazioni sul capitale, distribuzione di dividendi, nomina degli organi sociali) o del consiglio di amministrazione (approvazione di budget e business plan, attribuzione di deleghe agli amministratori, assunzione e remunerazione di dirigenti, acquisto o cessione di asset aziendali, assunzione di finanziamenti); diritto di nominare uno o più componenti del consiglio di amministrazione e del collegio sindacale; diritto di ricevere un’informativa periodica sulla situazione patrimoniale, finanziaria e di business della target; infine protezione dagli effetti diluitivi sulla propria partecipazione, in caso di successivi aumenti di capitale effettuati ad un valore inferiore a quello sottoscritto dall’investitore (c.d. antidilution).
Oltre la metà degli statuti prevede il diritto di prelazione per limitare il trasferimento delle partecipazioni detenute dai soci diversi dall’investitore. Frequente è anche l’imposizione di un divieto assoluto al trasferimento per un determinato periodo di tempo (di solito, 2 anni per le quote di società a responsabilità limitata e 5 anni nel caso di società per azioni) e del divieto a costituire vincoli sulle partecipazioni (esempio pegni). In alcuni casi il trasferimento delle partecipazioni deve superare il preventivo gradimento dei soci o degli organi sociali.
Le eventuali controversie vengono disciplinate dagli statuti attraverso il ricorso alla clausola compromissoria che delega la competenza delle stesse a un collegio arbitrale o ad un arbitro unico (nel 71% dei casi) piuttosto che al Tribunale del luogo in cui la società ha sede (29%).
Con riferimento infine alla disciplina dell’exit, due sono le clausole maggiormente presenti negli statuti delle società target. In primis si prevede la co-vendita cioè il diritto per l’investitore di partecipare alla vendita nel caso in cui gli altri soci decidano cedere la propria partecipazione (c.d. tag-along) oppure il diritto di obbligare gli altri soci a vendere la loro partecipazione ad un terzo individuato dall’investitore (c.d. drag along). Molto usata anche la liquidation preference, cioè il diritto riservato all’investitore di ricevere, in forma prioritaria rispetto agli altri soci, un importo pari almeno a quanto investito, in caso di liquidazione o cessione a terzi della target.
Il settore del venture capital rappresenta, in conclusione, una risorsa fondamentale per intraprendere la via della crescita. L’attività del venture capitalist non si esaurisce nel semplice apporto di risorse finanziarie, ma egli mette a disposizione dell’azione aziendale anche il proprio know how manageriale, i propri contatti, le proprie collaborazioni e il proprio prestigio, con ricadute positive anche in termini di immagine per l’azienda target. Il mercato italiano di riferimento presenta ancora grandi potenzialità, “il cui pieno sfruttamento” – sottolinea Innocenzo Cipolletta Presidente di AIFI – “dipenderà, da una parte, dalle capacità degli stessi soggetti che ne compongono l’offerta e la domanda e, dall’altra, dal quadro istituzionale e giuridico che il nostro ordinamento riuscirà a predisporre”.
Pubblicato su: PMI-dome
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