India capofila della crescita economica globale

Malgrado alcune stime rivelino una lieve riduzione nel tasso di incremento del PIL indiano, l’India continua a rimanere un partner strategico per le imprese italiane

Nell’ultimo World Economic Outlook, il rapporto sullo stato dell’economia mondiale pubblicato dal Fondo Monetrario Internazionale, sono state leggermente riviste le stime sulla crescita economica mondiale diffuse a gennaio, alla luce dei recenti e drammatici eventi di rilevanza globale – il terremoto in Giappone e le rivolte nel mondo arabo – che, pur con delle inevitabili conseguenze nelle economie avanzate, non sembrano al momento destinati ad avere effetti particolari sulla crescita. Fermo restando un aumento del PIL mondiale pari al 4,4% nel corso del 2011 e al 4,5% nel 2012, si valuta che le economie dei paesi cosiddetti avanzati conosceranno un incremento del 2,4% nel 2011, cioè 0,1 punti percentuali in meno rispetto alle stime di gennaio; per questi ultimi, tuttavia, ci si attende un miglioramento di un decimo di punto nel 2012 rispetto alle stime precedenti, con un PIL in rialzo del 2,6%.

A trainare la ripresa internazionale saranno, sempre secondo il WEO, Cina e India. La crescita dell’economia cinese resta ferma al 9,6% per il 2011 e al 9,5% per il 2012, mentre la previsione d’incremento del PIL in India ha subito un leggero rallentamento: il tasso di crescita sarà dell’8,2% nel 2011 (due decimi di punto in meno rispetto alle stime di gennaio) e del 7,8% nel 2012 (anche in questo caso 0,2 punti percentuali in meno rispetto a quanto in precedenza calcolato).

Tale rallentamento è stato poi confermato dalle ancor più attuali misurazioni di questi giorni, che hanno valutato una crescita del 7,8% nel primo trimestre del 2011, ben al di sotto, quindi, dell’8,2% stimato e dell’8,3% misurato nel trimestre precedente (si tratta dell’incremento del PIL più basso degli ultimi cinque trimestri). La colpa sarebbe da imputare ad una serie di rialzi dei tassi di interesse – nove rialzi in soli quindici mesi, l’ultimo dei quali di ben 50 punti base – realizzati dalla banca centrale (la Reserve Bank of India) allo scopo di frenare le spinte inflazionistiche e scongiurare l’esplosione di bolle.

Malgrado il trend dal segno negativo evidenziato dalle ultime stime, quella indiana rimane sicuramente una delle economie mondiale più brillanti, rilevanti e in fermento. Stiamo parlando di una crescita che, seppur diseguale tra i diversi gruppi sociali e le diverse zone territoriali, è stata costante negli ultimi due decenni e risulta oggi particolarmente appetibile per le spinte all’internazionalizzazione delle piccole e medie imprese italiane.

Delle incoraggianti prospettive in tal senso si è parlato, in particolare, nel corso di un convegno dal titolo “Fare impresa nel mondo che cambia: l’India”, organizzato da Bnl-Gruppo Bnp Paribas in collaborazione con Assolombarda, presso la sede della fondazione Forma per la fotografia di Milano. L’appuntamento si inserisce nell’ambito del progetto “Women changing India”, una mostra fotografica realizzata per celebrare il 150° anniversario di presenza del Gruppo Bnp Paribas in India (attiva in più di 80 paesi, BNP Paribas possiede delle succursali in ben 8 grandi città nel territorio indiano, una partecipazione nella società di intermediazione mobiliare Geojit BNP Paribas e una partnership con la State Bank of India): 130 immagini catturate da sei fotografi dell’agenzia Magnum, i cui scatti hanno inteso raccontare, nelle sue diverse forme, “la forza delle donne indiane, capaci di cambiare e rivoluzionare il loro Paese”, come leggiamo in un comunicato stampa ufficiale. Una presa di coscienza, quindi, circa la forza che le quote rosa hanno anche nel contesto imprenditoriale indiano, che rispecchia il forte impegno del Gruppo BNP Paribas per superare le barriere della disuguaglianza sociale. Esso, infatti, leggiamo ancora nel sito, “ha recentemente accordato un’importante operazione di rifinanziamento a favore di Swayam Krishi Sangam (SKS), uno dei principali istituti di microfinanziamento in India, che assegna finanziamenti a circa 450.000 imprenditori, per lo più donne”. Attraverso SBI Life, una joint venture tra BNP Paribas e la State Bank of India, il Gruppo ha, inoltre, creato “prodotti di microassicurazione, come Grameen Shakti e Grameen Super Suraksha, progettati per gruppi di auto-aiuto, il 90 per cento dei quali sono creati da donne”. Geojit BNP Paribas ha poi “aperto le agenzie di intermediazione al dettaglio in diverse città indiane esclusivamente dedicate alle donne e con personale interamente rappresentato da donne”. Infine si sottolinea come BNP Paribas svolga anche pienamente “il proprio ruolo di banchiere finanziando l’economia reale unitamente ad importanti aziende indiane. Alcune, tra cui Thermax, Britannia Industries, HT Media, Rajshree Sugars e TAFE, sono dirette da donne, le quali mantengono stretti legami con il nostro Gruppo”.

L’intenzione dichiarata dell’incontro dello scorso lunedì è stata la predisposizione di un tavolo di incontro e confronto tra Bnl e imprenditori, per esplorare assieme nuove possibili iniziative di espansione delle attività all’estero: la Banca si è posta, infatti, come un vero e proprio partner delle aziende, per accompagnarle verso la dimensione internazionale, sfruttando la presenza del Gruppo Bnp Paribas in tutti i continenti. Ad uscirne vincente è stata una visione sicuramente ottimistica delle possibilità di mercato offerte dal territorio indiano, considerato moderno e avviato ad uno sviluppo inarrestabile: «l’India rappresenta una eccezionale opportunità per il mondo delle imprese italiane. E’ un paese che cresce, con una classe media che si sta affermando, con un potere di acquisto più rotondo e necessità di investimenti, a partire dalle infrastrutture», ha commentato Fabio Gallia, Amministratore Delegato di Bnl. A discuterne sono intervenuti, oltre a Gallia, il Presidentete di Assolombarda, Alberto Meomartini, il giornalista e scrittore Federico Rampini, il Ceo & Country Manager di Bnp Paribas in India, Jacques Michel, il Ceo del Gruppo Bonfiglioli, Sonia Bonfiglioli, e il Ceo di Vrv Group, Alessandro Spada. «Questa nostra iniziativa – ha continuato Gallia – è volta a promuovere una maggiore conoscenza delle occasioni di sviluppo all’estero per le imprese italiane»: «noi ci proponiamo di aiutare i nostri imprenditori ad approcciare questo mercato e ad aiutarli concretamente». «Bnl, grazie alla rete di Bnp Paribas presente in oltre 80 Paesi al mondo, è in grado di accompagnare e sostenere concretamente le imprese nei propri progetti di internazionalizzazione, offrendo servizi bancari, consulenziali e informativi direttamente in quei Paesi», ha proseguito Gallia.

Il tailleur sostituisce, quindi, il tradizionale sari, mentre i numeri snocciolati dagli analisti di Bnl diventano i nuovi incantatori di serpenti. Si sono riportati alcuni dati del Fmi, i quali hanno evidenziato, tra il 2006 e il 2011, un incremento del PIL reale indiano pari al 50%, incremento che potrebbe arrivare al 120% nel decennio 2006-2016, contro un 14% stimato per la Germania e un 4% per l’Italia (tasso di crescita trenta volte inferiore a quello indiano).

Si è sottolineato, poi, come l’India possa contare su un capitale umano fondamentalmente giovane e in crescita dal punto di vista qualitativo: le persone al di sotto dei 15 anni rappresentano il 30% del totale, contro il 20% misurato in Cina e il 14% in Italia; la spesa in istruzione sarebbe, poi, pari al 4% del PIL, il doppio rispetto alla Cina. Quello indiano è anche un popolo di risparmiatori, con percentuali di “saving rates” stimate tra il 30 e il 40% del reddito. Allo stesso tempo si è notata un’apertura ai consumi per la classe media, con redditi annui compresi tra i sei e i trentamila dollari.

L’India rimane certo un paese rurale – l’agricoltura pesa per il 17% del PIL, contro il 2% dell’Italia – ma è anche l’unico ad vere tre proprie città tra le prime dieci megalopoli del mondo: Delhi, Mumbai e Kolkata hanno complessivamente un numero di abitanti che si avvicina ai 60 milioni (pari all’intera popolazione italiana). A capeggiare lo sviluppo indiano sono gli investimenti infrastrutturali: il piano quinquennale 2007-12 del governo prevede una spesa di 482 miliardi di dollari e, attualmente, oltre la metà degli interventi sono stati realizzati. Le previsioni per il prossimo piano quinquennale 2013-2017 parlano di progetti per 1,1 trilioni di dollari (la metà del PIL dell’Italia). Ad esempio, i piani di modernizzazione della rete stradale indiana prevedono la realizzazione di oltre 50mila chilometri l’anno (20 chilometri di nuove strade al giorno).

Il Department of Industrial Policy & Promotion del ministero del Commercio e dell’Industria indiano ha recentemente pubblicato la nuova normativa in materia di investimenti diretti esteri, entrata in vigore il 1° aprile 2011, con l’obiettivo di attrarre investimenti produttivi capaci di accrescere l’industrializzazione, l’innovazione tecnologica e lo sviluppo socio-economico del paese e di offrire ai potenziali investitori stranieri un contesto normativo trasparente, semplice e non eccessivamente burocratizzato. Nella nuova normativa si identificano, in particolare, i settori nei quali non è possibile investire (commercio al dettaglio, eccetto il commercio di un prodotto a marchio unico, business delle lotterie e dei casinò, real estate, energia atomica, settore ferroviario, settore del tabacco…) e i settori per i quali esistono limiti in termini di quote di capitale o di formalità nella registrazione dell’operazione (agricoltura, settore minerario, energia, partecipazioni nelle PMI, difesa, aviazione civile, settore bancario, assicurativo, ICT…).

Malgrado questo sforzo in nome della trasparenza e della semplificazione, alcune recenti stime dell’istituto nazionale per il commercio estero sugli investimenti esteri diretti in India non sembrano essere particolarmente incoraggianti: ci si riferisce, in particolare, agli investimenti nel settore dei servizi (finanziari e non finanziari), che contribuiscono per più della metà alla crescita del PIL e che sarebbero diminuiti del 22.5% nell’anno finanziario 2010-2011, attestandosi a 3,4 miliardi US$, contro i 4,39 miliardi US$ del periodo 2009-2010. Le cause di una simile riduzione – ricorda l’ICE – sono da ricondurre ai problemi finanziari globali, presenti soprattutto nei mercati europei, problemi che hanno comportato un atteggiamento più cauto da parte degli investitori esteri. Ad aver investito maggiormente sul mercato indiano nel periodo in esame sono stati, in ordine: Mauritius, Singapore, USA, UK, Paesi Bassi, Giappone, Germania e EAU.

I segnali negativi, abbiamo visto, non mancano, ma essi – in conclusione – si legano ad una tendenza generalizzata e certo non possiamo non concordare sul fatto che l’India, capofila della crescita globale, rappresenti per l’Italia un partner commerciale strategico, grazie al quale essa potrebbe fruttuosamente esportare quel suo particolare know-how della struttura produttiva, basata sulle piccole e medie imprese.

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La strategia di rilancio economico per uscire dalla crisi

Una relazione della Commissione europea presenta lo scenario relativo agli ostacoli che impediscono un accesso libero ed equo al mercato globale

Il 3 marzo 2010 la Commissione europea presentava la propria strategia di rilancio economico per uscire dalla crisi, denominandola Europa 2020 e indicando tre linee prioritarie di crescita da seguire: crescita intelligente (“sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione”), crescita sostenibile (“promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva”) e crescita inclusiva (“promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale”).

Obiettivi condivisi e sensati che, tuttavia, non possono esaurirsi nella sola dimensione interna dell’UE, ma che, inevitabilmente, finiscono per coinvolgere l’intero sistema di scambi e investimenti rivolti ai Paesi terzi.

Affinché tali obiettivi si realizzino pienamente, l’Ue deve essere in grado di garantire l’ampia apertura ed equità nelle condizioni di accesso ai mercati globali e questo è tanto più vero se si considera il fatto che la stessa Unione rappresenta “la maggiore potenza commerciale al mondo e la più importante fonte e destinazione di investimenti esteri diretti”, così come si legge nella Relazione 2011 sugli ostacoli agli scambi e agli investimenti della Commissione al Consiglio Europeo (la prima su questa fondamentale tematica). A ciò si aggiunga che, stando alle ultime stime, entro il 2015 il 90% della crescita mondiale sarà generato al di fuori dell’Europa, stime che impongono all’Ue una rinnovata strategia commerciale, caratterizzata da un “approccio più assertivo” e capace di permettere alle imprese europee di accedere ai mercati e di far valere i propri legittimi diritti, partendo da condizioni equilibrate.

Priorità dell’Unione deve diventare, allora, aiutare le imprese ad accedere ai mercati dei Paesi terzi, eliminando gli ostacoli e realizzando un’agenda di negoziazione in un rinnovato spirito di collaborazione tra Stati e imprese, capace di offrire, oltre agli ovvi vantaggi economici, anche un importante contributo alla dimensione esterna degli obiettivi di “Europa 2020”.
“La Commissione – si assicura da Bruxelles – seguirà la realizzazione della suddetta agenda con decisione e fermezza. La Commissione è inoltre determinata a continuare la lotta contro il protezionismo. Proprio perché crede nei vantaggi di un mercato aperto in Europa e all’estero, l’UE deve poter coinvolgere i suoi partner nella realizzazione dei suoi obiettivi, in uno spirito di reciprocità e di mutuo vantaggio”.

Le esportazioni europee potenzialmente oggetto di restrizioni e ostacoli di varia natura ammontano a cifre comprese tra i 96 e 130 miliardi di euro (tra il 9 e il 12% delle esportazioni totali nel 2009), mentre le importazioni UE di materia prime potenzialmente colpite coinvolgono circa 6 miliardi di euro.

Ma quali sono questi ostacoli?
Leggendo la relazione ci si rende conto di come essi non siano, per la maggior parte, collegati ai costi diretti, e quindi alla necessaria riduzione dei dazi applicati alle merci. Certo, gli ostacoli tradizionali di tipo doganale continuano ad esistere, ma le sfide maggiori sono legate ad altre questioni.

Innanzitutto a quella normativa, con riferimento, cioè, ai regolamenti tecnici e alle norme tecniche spesso in contrasto tra Paesi diversi. Talvolta le difficoltà derivano semplicemente da differenze nell’approccio, differenze che riflettono l’evoluzione storica dei Paesi; tuttavia, in molti casi, tali difficoltà (ad esempio quelle legate alle eccessive formalità documentarie richieste) sono frutto di una prassi volta esclusivamente a favorire o proteggere la produzione nazionale: “mentre – sottolinea la Commissione – quest’ultimo problema va affrontato con energia, impegno e decisione, il primo richiede […] una strategia più sistematica, la cooperazione ed il dialogo a lungo termine, per migliorare in particolare la trasparenza e la prevedibilità dei sistemi normativi”.

Le imprese dell’UE partecipano sempre più alle catene di approvvigionamento globale e le differenze di questo tipo aumentano il costo da sostenere per tale partecipazione, riducendo, di conseguenza, la competitività delle imprese locali sull’economia globale.

Un secondo ostacolo riguarda il mercato degli appalti pubblici, mercato sottoposto ad un regime di forte asimmetria, nel quale cioè l’Ue si è dimostrata molto più aperta rispetto ai propri partner commerciali, i quali mantengono una forte chiusura alla partecipazione estera. Nella relazione si ricorda come solo 14 Paesi abbiano sottoscritto l’accordo sugli appalti pubblici (GPA) e come, dopotutto, questi stessi Paesi abbiano negoziato notevoli limitazioni dei loro impegni di apertura del mercato, stabilendo delle soglie minime o delle esclusioni di settori o di entità. Sarà necessario, ricorda a tal proposito la Commissione, esercitare “una forte pressione per ottenere un maggiore accesso agli appalti pubblici, in particolare per quanto riguarda i nostri partner strategici che non hanno assunto impegni reciproci a quelli dell’UE”. Sarà necessario, inoltre, “adoperarsi con maggiore decisione per ampliare gli impegni internazionali, sia nell’ambito delle attuali negoziazioni GPA e l’adesione di nuovi paesi, sia tramite gli accordi di libero scambio negoziati dall’UE o attraverso iniziative bilaterali mirate”.

Un terzo ordine di problemi è legato all’esigenza di tutelare e attuare i diritti di proprietà intellettuale (DPI). In un’economia globalizzata il vantaggio competitivo dell’economia UE è sempre più spesso costituito “dall’elevato valore aggiunto e dai beni e servizi cui si applica la tutela dei DPI” e, di conseguenza, la crescita, l’occupazione e l’innovazione nell’UE sono strettamente legati alla tutela dei DPI, contro la pirateria e la contraffazione delle idee, dei marchi e dei prodotti europei.

Un quarto ostacolo coinvolge l’approvvigionamento sostenibile di materie prime. Le importazioni di materie prime costituiscono circa un terzo delle importazioni dell’UE e, per la produzione e l’esportazione di molti prodotti ad alta tecnologia e più ecologici, l’industria dell’UE dipende in gran parte dalle importazioni di specifiche materie prime. Il ricorso a restrizioni negli scambi di tali merci può, quindi, compromettere la competitività nell’industria dell’UE: stando alle stime relative al 2009, tali restrizioni hanno colpito le importazioni di materie prime dell’UE per un valore di 6 miliardi di Euro. Cina, Russia, Argentina e Ucraina risultavano, in quell’anno, i Paesi ad imporre il più elevato numero di misure, mentre i settori maggiormente colpiti sembravano essere quelli dei prodotti agricoli, dei minerali, delle sostanze chimiche, delle pelli gregge, del legno e dei prodotti del legno nonché il settore dei metalli. Se la produzione di una determinata materia prima è concentrata, poi, in un numero limitato di Paesi, le restrizioni delle esportazioni hanno un notevole impatto sul mercato globale della materia prima in questione poiché spingono gli altri esportatori a proteggere nello stesso modo la propria industria nazionale, scatenando una reazione a catena che fa aumentare i prezzi.

Gli ultimi due settori su cui si concentrano le preoccupazioni della Commissione sono quello dei servizi e quello degli investimenti.

Con riferimento al primo, si ricorda come esso contribuisca per i tre quarti al PIL dell’UE, creando oltre il 70% dei posti di lavoro e realizzando circa il 30% delle esportazioni dell’UE. Si tratta di un settore “in rapida espansione e contribuisce più di ogni altro settore alla crescita economica e all’occupazione a livello mondiale”. In questo ambito l’UE assume il ruolo di leader mondiale, avendo realizzato nel 2009 il 27% delle esportazioni mondiali ed il 25% delle importazioni mondiali. Tuttavia su tale vantaggio competitivo gravano gli ostacoli agli scambi di servizi (che coinvolgono il solo 20% del commercio mondiale), sottoforma di “discriminazione diretta tra fornitori di servizi nazionali ed esteri o di barriere normative che si applicano a tutti i fornitori ma che creano, de facto, ulteriori ostacoli per i fornitori esteri”.

Con riferimento, invece, al settore degli investimenti, si sottolinea come esso costituisca “uno dei fattori principali di promozione della crescita economica, anche per i paesi in via di sviluppo” e come esso sia fondamentale nel garantire l’occupazione nell’UE. Nella fase di globalizzazione attuale è importante mantenere delle catene integrate di approvvigionamento globale, e a tale scopo sono fondamentali gli investimenti esteri diretti (IED). Gli ostacoli agli investimenti esteri sono stati classificati dall’OCSE in tre ampie categorie: “restrizioni alla proprietà estera di capitale azionario”; “procedure obbligatorie di controllo e approvazione che aumentano i costi d’ingresso”; “restrizioni operative quali limitazione del numero di cittadini stranieri che lavorano nelle filiali oppure requisiti relativi alla nazionalità e alla residenza per i membri del consiglio di direzione, restrizioni degli input e regolamenti governativi discriminanti, oppure restrizioni sulla rimpatrio dei profitti”.

La relazione della commissione concentra, inoltre, la propria attenzione sugli ostacoli presenti in sei particolari partner strategici, con delle considerazioni che di seguito cercheremo di riassumere.

Viene presa innanzitutto in considerazione la Cina, che rappresenta “il secondo maggiore partner commerciale dell’UE”, mentre l’UE rappresenta “il maggiore partner commerciale della Cina”. Fonte di beni di consumo a basso prezzo e di fattori di produzione per le nostre industrie manifatturiere, la Cina è diventata il mercato a più rapida crescita per le esportazioni di beni e servizi dell’UE: nonostante la crisi, nel 2009 il valore delle esportazioni era pari a 82 miliardi di euro, con un incremento di 4 punti percentuali rispetto al 2008, mentre alla fine di ottobre 2010 le nostre esportazioni erano salite del 38% su base annua; più in generale, tra il 2005 e il 2010, il livello di esportazione è più che raddoppiato (121%). Tuttavia sussistono numerosi ostacoli che impediscono agli esportatori ed investitori europei di partecipare integralmente alla fortissima crescita economica cinese: misure restrittive nel mercato delle materie prime (dazi all’esportazione e contingenti), che nel 2009 hanno colpito le importazioni UE per circa 1,2 miliardi di euro, pari al 6% delle importazioni totali di tali beni dell’UE; prescrizioni formali più severe per l’attuazione dei DPI delle imprese estere (ad esempio l’obbligo di registrare i propri DPI in Cina), soprattutto di quelle che operano in settori creativi ed innovativi; contesto degli appalti pubblici “incompleto e privo di trasparenza” (positivo, da questo punto di vista, il fatto che la Cina stia negoziando la propria adesione all’accordo GPA); una politica di “innovazione interna” volta a sostenere le imprese cinesi; richiesta di conformità a specifiche norme cinesi e a relative onerose procedure di prova e certificazione da parte di terzi, spesso in contrasto con norme e prassi internazionali; mancanza, infine, di trasparenza e prevedibilità nel settore degli investimenti (soprattutto per quanto riguarda l’ambito delle energie rinnovabili), con un vasto potenziale inutilizzato (gli oltre 5 miliardi di euro investiti in Cina dalle imprese europee nel 2009 rappresentano, in realtà, il solo 3% del flusso totale di investimenti in uscita).

Il secondo Paese indagato è l’India, “una delle economie mondiali a più rapida crescita” (tasso annuo tra +8 e +10%), con un reddito pro capite più che raddoppiato nel periodo compreso tra il 1990 e il 2005. Gli scambi tra UE e India sono aumentati del 31% tra il 2005 e il 2009 (fino a raggiungere gli oltre 53 miliardi di euro nel 2009) e gli investimenti UE in India sono più che quadruplicati dal 2003 (raggiungendo 3,1 miliardi di euro nel 2009). Il potenziale mercato rimane, tuttavia, ben al di sotto delle potenzialità a causa di: ostacoli tariffari e procedure doganali lunghe e complicate; la proposta di nuove disposizioni di sicurezza che impongono requisiti onerosi relativi alle licenze e che influiscono soprattutto nel settore delle telecomunicazioni (ad esempio l’obbligo di sostituire ingegneri stranieri con ingegneri indiani); le recenti misure sulla restrizione delle esportazioni di cotone, con notevoli ripercussioni sull’offerta mondiale del cotone e dunque sul rialzo dei prezzi, visto che l’India è il secondo produttore mondiale di cotone (nonché prima fonte d’importazione di prodotti di cotone per l’UE); politiche che disincentivano gli investimenti esteri, per garantire il massimo vantaggio alle imprese locali; prescrizioni sanitarie e fitosanitarie per le importazioni, che vanno oltre gli standard internazionali ma sono prive di giustificazione scientifica (soprattutto su pollame, carni suine, verdura, frutta e legno).

Con una quota del 4% circa nel 2009, il Giappone rappresenta, poi, il settimo mercato d’esportazione di beni e servizi per l’UE ma, nel periodo compreso tra il 2005 e il 2009, le esportazioni verso il Giappone sono diminuite del 6% – malgrado i dazi siano generalmente bassi – per il persistere di alcuni problemi all’accesso: barriere negli investimenti e negli appalti pubblici, nonostante il Paese abbia sottoscritto l’accordo GPA dell’OMC; difficoltà nell’introduzione di dispositivi medici sul mercato giapponese, per il mancato riconoscimento degli standard internazionali e per le lunghe procedure di omologazione; con riferimento ai servizi finanziari, infine, le preferenze accordate dai regolamenti ai player nipponici a discapito delle compagnie assicurative europee.

Nell’ambito del Mercosur, sono presi in considerazione dalla Commissione altri due soggetti strategici: Brasile e Argentina. Con riferimento al Brasile, si sottolinea come esso rappresenti il decimo partner commerciale dell’UE, con esportazioni di merci dall’UE per oltre 21 miliardi di euro; l’UE rappresenta, invece, il maggiore partner commerciale del Brasile, che effettua con l’Unione circa un quarto dei suoi scambi. Il Brasile è anche il principale esportatore di prodotti agricoli verso l’UE e l’UE è il più grande investitore estero in Brasile; ciononostante l’accesso equo è limitato da tariffe doganali elevare (in media almeno del 12%) e da una nuova legge che ha istituito un margine preferenziale del 25% per beni e servizi locali ed ha riservato ai fornitori nazionali gli appalti di beni e servizi ritenuti di interesse strategico nazionale.

Anche per l’Argentina l’Unione rappresenta il principale investitore estero in Argentina, tuttavia non mancano le restrizioni dovute ad una politica commerciale che ha reagito alla crisi economica incrementando le misure protezionistiche a partire dal 2008. Tale politica ha esteso il sistema di licenze non automatiche (prima riservato ai prodotti tessili, alle calzature e ai giocattoli) ad un’ampia gamma di prodotti, con perdite per gli esportatori europei quantificate in almeno 45 milioni di euro.

Sia in Brasile che in Argentina sono state applicate, poi, limitazioni del trasporto marittimo, che direttamente colpiscono le imprese europee, e misure di restrizione nell’esportazione di materie prime, soprattutto prodotti agricoli (ad esempio le tasse di esportazione per la soia raggiungono in Argentina il 35% e ad esse si aggiungono delle procedure onerose e le lungaggini di registro alla frontiera), pelli gregge e pelli “wet blue” (l’industria dei pellami dell’UE è fortemente dipendente dall’approvvigionamento dal Brasile).

I flussi di scambi bilaterali con la Russia sono cresciuti, ricorda ancora la Commissione, in modo sostenuto fino alla metà del 2008, quando la Russia ha adottato misure unilaterali di restrizione degli scambi in risposta alla crisi economica e finanziaria, allo scopo di proteggere le industrie nazionali. Alcuni dati aiutano a comprendere il danno conseguente nella relazione commerciale: dal 2007 al 2009 le esportazioni di merci dall’UE alla Russia sono passate dagli 89,1 miliardi di euro ai 65,6 miliardi di euro e le importazioni dalla Russia da 144,5 miliardi a 115 miliardi. In particolare gli ostacoli individuati riguardano: aumento dei dazi all’esportazione su molte materie prime, quali legname e cascami di metalli ferrosi e non ferrosi; procedure doganali onerose, comprendenti valutazioni arbitrarie e ricordo a prezzi minimi; pirateria e violazioni sistematiche di brevetti che impediscono l’attuazione dei DPI; politica di investimenti che intende tutelare le industrie nazionali; misure del settore sanitario e fitosanitario non conformi agli standard internazionali e prive di fondamento scientifico.

Gli Stati Uniti, infine, rappresentano il più grande partner dell’UE per il commercio e gli investimenti, con un alto grado di integrazione e reciprocità. Nel 2009 le esportazioni di merci e servizi commerciali dall’UE agli Stati Uniti ammontavano a 322 miliardi di euro (pari al 20,6% delle esportazioni totali UE), mentre le importazioni di beni e servizi dagli Stati Uniti ammontavano a 281,9 miliardi di euro (pari al 17,6% delle importazioni totali UE). I dazi sono piuttosto bassi (in media inferiori al 3%), tuttavia persistono alcuni problemi di tipo non tariffario, come ad esempio, il basso livello di apertura dei mercati degli appalti pubblici, dovuto, in parte, alla portata ridotta degli impegni assunti dagli USA nell’ambito del GPA (pari al 3,2% del mercato statunitense, contro il 15% dell’UE), in parte all’iniziativa Buy American e alle nuove disposizioni discriminanti ad essa legate, in parte, infine, al divieto di acquisti governativi presso le “inverted companies” (cioè imprese passate da una giurisdizione fiscale statunitense a quella di un altro Paese). Un altro problema è relativo alle prescrizioni cosiddette “100% scanning”, che andranno a regime entro il 1° luglio 2012 e che prevedono un controllo totale di tutti i container destinati agli USA, con l’intenzione di abbattere la minaccia terroristica nel traffico internazionale.

Conclude la Commissione la sua relazione augurandosi un impegno proattivo di tutte le parti in causa: “un’azione concertata ai massimi livelli politici può fare la differenza a vantaggio delle esportazioni e degli investimenti delle imprese europee e, in ultima analisi, della crescita e dell’occupazione in Europa”.

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