Le Costruzioni del Nord Africa

Gli aspetti principali di un mercato in crescita dopo la Primavera araba. Ma quali opportunità ci sono per le imprese italiane?

Le molte sommosse e rivoluzioni che nei mesi scorsi hanno coinvolto i paesi protagonisti della cosiddetta “Primavera araba” non sono servite ad eliminare le prospettive dal segno positivo per il futuro economico di alcuni tra quei paesi; rivela un’indagine condotta da Unioncamere e Cresme Ricerche come, con riferimento al mercato delle costruzioni, l’area del Nord Africa sia destinata a conoscere, nel corso del prossimo anno, una crescita straordinaria del 5%, esercitando, di conseguenza, un influsso positivo nei confronti di tutte quelle imprese italiane che guardino a queste zone motivate da interessi e aspirazioni di natura commerciale.

Appena qualche settimana fa, nel corso del Made expo 2011, Federcostruzioni presentava il suo secondo Rapporto sul Sistema italiano delle costruzioni, sottolineando il permanere, nel 2010 e con riferimento al nostro mercato interno, di “una situazione di forte crisi che, secondo le valutazioni dell’Ance proseguirà anche nel 2011 e nel 2012”; tra le cause rilevate: il basso livello della domanda privata, la progressiva riduzione delle risorse pubbliche per nuovi investimenti, la stretta creditizia operata dagli istituti bancari e i forti ritardi nei pagamenti alle imprese, da parte delle amministrazioni pubbliche, per lavori eseguiti.

A sorreggere il mercato, tuttavia, sembrano essere intervenute le esportazioni, alle quali è stato destinato mediamente il 35% del valore della produzione nei settori collegati alle costruzioni: “se si esclude il settore delle costruzioni in senso stretto, che per definizione produce esclusivamente per il territorio nazionale, gli altri settori del sistema italiano delle costruzioni mostrano una forte propensione all’export”. A spingere verso tale tendenza è stato innanzitutto il settore delle piastrelle e ceramica sanitaria, con una percentuale di destinazione esterna pari al 72% dell’intera produzione; a seguire, la produzione di macchine per il movimento terra, con una propensione del 61% nel 2010, in rialzo rispetto al 58% individuato nel 2009; poi il comparto delle tecnologie meccaniche per le costruzioni (dal 49% al 51%), l’elettronica per l’edilizia (dal 37% al 38%), il settore del legno e dell’arredamento (dal 35% al 36%), la siderurgia (33%), i servizi di ingegneria, architettura, analisi e consulenza tecnica (28%), il settore della chimica per l’edilizia (22%), i prodotti vetrari (15%), il settore stradale e del bitume (13%), la filiera del cemento e del calcestruzzo (3%), i laterizi (1%) e, infine, il commercio macchine per il movimento terra, da cantiere e per l’edilizia (0%).

Ecco, allora, che la prospettiva delineata da Unioncamere e Cresme sembra quasi proseguire idealmente il filone dell’indagine di Federcostruzioni e offrire un’alternativa commerciale alle imprese italiane che operino nel settore delle costruzioni.

I tempi di crisi, si sa, impongono la ricerca di nuove opportunità legate alle trasformazioni in corso e sono proprio le imprese che si dimostrano capaci di cogliere tali opportunità – penetrando in mercati e settori dalle forti potenzialità ancora parzialmente o quasi totalmente inespresse – che usciranno meno indebolite dalla difficile situazione attuale.

Una piccola premessa: come evidenzia uno studio realizzato dall’Area Research della Banca Monte dei Paschi di Siena – attraverso il quale si è cercato di analizzare “l’impatto che le turbolenze politiche hanno avuto sui sistemi bancari locali e come stia proseguendo il processo di bancarizzazione” – dopo una crescita del 3,8% del PIL nordafricano nel 2010, le previsioni per il PIL 2011 sono di una modesta crescita per Tunisia (+0% rispetto al +3,1% del 2010) ed Egitto (+1,2% rispetto al +5,1% del 2010) e di un calo a doppia cifra per la Libia. Algeria e Marocco, scosse in misura inferiore dal movimento rivoluzionario, dovrebbero attestarsi su una crescita di circa i4 punti percentuali, in linea con il 2010.

Veniamo ai dati dell’indagine Unioncamere-Cresme: complessivamente considerate, Libia, Tunisia, Algeria, Marocco ed Egitto hanno conosciuto un incremento annuo medio (a valori costanti) degli investimenti in edilizia pari al 5,6%, nell’intervallo temporale compreso tra il 2000 e il 2009; il valore totale di questo mercato è giunto nel 2010 quota 57 miliardi di euro, dei quali ben 48 miliardi (la quasi totalità) sono riferiti a nuove costruzioni e il cui valore è pari quasi quanto l’intero mercato del nuovo in Italia (intorno ai 63 miliardi).

A causa della crisi, nel 2009, si è registrata in Occidente una contrazione, talvolta fino al 15-20%, degli investimenti e, allo stesso modo, anche il Nord Africa (a esclusione della Libia) ha conosciuto, a partire dall’inizio del 2010, una forte riduzione del proprio mercato (-0,9% negli investimenti complessivi in costruzioni: -1,3% in Algeria, -5,0% in Egitto, +5,5% in Marocco, -1,2% in Tunisia).

L’incertezza politica lamentata con particolare forza nell’anno in corso avrà, poi, conseguenze negative sul comparto costruzioni ancor più marcate, con la previsioni di una riduzione dell’1,4% dell’ammontare complessivo di investimenti nel 2011.

Grazie, tuttavia, al graduale stabilizzarsi della situazione economica, il 2012 pare sarà caratterizzato da una ripresa della crescita a ritmi simili a quelli registrati nel periodo precedente alla crisi: le stime parlano di un aumento complessivo annuale degli investimenti in costruzioni pari al 4,9% nel 2012 (così suddiviso: +7,1% in Algeria, +2,5% in Egitto, +4,7% in Marocco e +3,2% in Tunisia), al 4,7% nel 2013 (+ 4,2% in Algeria, +4,8% in Egitto, +5,7% in Marocco e +4,1% in Tunisia), al 5,1% nel 2014 (+3,8% in Algeria, +6,7% in Egitto, +5,8% in Marocco, +4,3% in Tunisia).

Nel 2007 gli investimenti pro-capite sono stati superiori ai 600 euro, quota che sale ai 680 euro nel 2009, per poi riscendere ai 650 euro nel 2010 (comunque 158 euro a persona in più rispetto al 2000): lo scarto evidente con gli standard occidentali (dove le stime parlano di circa 2.000 euro pro-capite) lascia intendere quanto elevati siano i potenziali margini di crescita per il settore.

Nel Nord Africa si sono concentrati anche molti investimenti esteri diretti, registrando il passaggio dai 3 miliardi del 2000 ai 13 miliardi di euro nel 2009.

Nonostante la crisi, risultano pressoché raddoppiate le importazioni tra il 2000 (quando raggiungevano i 75 miliardi di euro) e il 2009 (arrivavano a 152 miliardi di euro), e, nello stesso intervallo temporale, sono risultate in crescita anche le esportazioni (passate da 81 a 125 miliardi di euro).

Nel periodo compreso tra il 2000 e il 2010, l’economia nordafricana è salita di quasi 55 punti percentuali in termini di Pil reale e di 30 punti percentuali in termini di ricchezza pro-capite.

La popolazione attuale, ancora molto “giovane”, è di oltre 163 milioni di persone e gli analisti evidenziano il trend di un vero e proprio boom anagrafico, trend che potrebbe condurre tra quattro anni al superamento dei 177 milioni di persone.

Il peso del turismo è oggi maggiore del 4% del Pil (pari a 17 miliardi di euro nel 2008), con un percentuale che supera – giusto per rendere l’idea – quella riferita al contesto italiano, a quello spagnolo e a quello francese. La crescita stimata è del 9% tra il 2005 e il 2008 e le prospettive sembrano essere notevolmente positive, grazie al probabile incremento dei flussi turistici ad opera dei Paesi emergenti quali Cina, India e Russia. Non bisogna dimenticare, tuttavia, come gli effetti della “Primavera araba” siano stati avvertiti anche in questo settore così strategico: se per Egitto e Tunisia rappresenta addirittura il 10% del PIL, dall’inizio del 2011 esso ha visto crollare gli arrivi del 40% per l’Egitto ed in misura più significativa per la Tunisia, come evidenzia lo studio della Banca Monte dei Paschi di Siena.

Unioncamere e Cresme hanno, poi, concentrato la propria attenzione sulle prospettive del mercato delle costruzioni in Libia, teatro delle più recenti sommosse: dopo il brusco arretramento registrato negli ultimi due anni, pare che, a partire dal 2012, il settore conoscerà un intenso rilancio, con investimenti vicini ai 4 miliardi di euro, dovuto primariamente alla progressiva stabilizzazione e democratizzazione del Paese. Il governo, scosso dalle distruzioni portate dalle lotte armate, dovrà, procedere alla ricostruzione di vaste aree e si presume continuerà nell’operazione d’infrastrutturazione avviata dal precedente apparato dirigente.

Veniamo ai numeri: prima dello scoppio della guerra, il reparto costruzioni complessivamente considerato valeva, in termini di investimenti, più di 5 miliardi di euro (più precisamente: 5,1 miliardi nel 2007, 5,6 miliardi nel 2008, 6,7 miliardi nel 2009 e 5,3 miliardi nel 2010). Scomponendo gli investimenti in maniera più dettagliata, le stime parlano di: un settore residenziale valutato 1,2 miliardi di euro nel 2007, nel 2008 e nel 2010 e 1,6 miliardi nel 2009 (anno d’oro per il mercato delle costruzioni in Libia); un settore delle infrastrutture che coinvolge quasi la metà dell’intero mercato costruzioni, con investimenti che da 1,9 miliardi nel 2007 sono passati a 3,0 miliardi nel 2008, addirittura 3,2 miliardi nel 2009 e 2,3 miliardi nel 2010; infine il settore del non residenziale che valeva 2,1 miliardi nel 2007, 1,3 miliardi nel 2008, 1,9 nel 2009 e 1,7 nel 2010.

In dieci anni (tra 2000 e 2010) gli investimenti in opere pubbliche sono stati di entità pari a circa 26 miliardi di euro, corrispondenti a più di 5.500 Euro pro-capite (a parità di potere d’acquisto), dunque – ci dicono Unioncamere e Cresme –  quasi il doppio rispetto alla media mondiale.

La difficile situazione dell’anno in corso ha più che dimezzato il valore del mercato costruzioni, tuttavia le previsioni vedono un ritorno, entro due o tre anni, ai livelli precedenti la crisi: gli investimenti coinvolgeranno primariamente le attività di nuova costruzione, nel settore residenziale e dell’ingegneria civile. Stando alle stime, si passerà dai 3,8 miliardi di Euro impiegati nel 2012 (così suddivisi: 0,9 miliardi nel settore residenziale, con un incremento dell’82,7% rispetto all’anno precedente; 1,9 miliardi nelle infrastrutture, con un +77,8% annuale; 1 miliardo nel non residenziale, pari ad un +81,6%) ai 3,9 miliardi investiti nel 2013 (0,9 miliardi nel residenziale, 1,9 miliardi nelle infrastrutture e 1,1 miliardi nel non residenziale), ai 4,1 miliardi nel 2014 (1 miliardo nel residenziale, 2 miliardi nelle infrastrutture e 1,1 miliardo nel non residenziale) e alla stessa cifra spesa anche nel 2015 (suddivisione per settori uguale all’anno precedente).

I segnali per uno sviluppo, quindi, l’abbiam visto, ci sono: si tratta di uno sviluppo non solo economico, ma anche sociale, per un contesto in cui anche le imprese italiane hanno giocato e potrebbero giocare una parte tutt’altro che marginale.

Oggi l’Africa non rappresenta più un grande bacino di risorse naturali al quale attingere per sostenere il proprio sviluppo economico, ma un potenziale mercato di sbocco per le esportazioni italiane, soprattutto per quelle riferite ai settori tipici del made in Italy.

Pubblicazione: PMI-dome

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