Il successo degli imprenditori in gonnella

Le imprese in rosa aumentano di quasi 9mila unità nel settembre 2011

Mi permetto […] di fare presente che […] sono affidati a personalità femminili ministeri di grande rilievo: il ministero dell’Interno, il ministero della Giustizia e il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari opportunità”.

Sono le parole pronunciate dal neopresidente del Consiglio, Mario Monti, nel presentare – dopo aver accettato l’incarico del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – la lista dei ministri eletti; sono parole rimbalzate dai principali siti di informazione online alle prime pagine dei quotidiani cartacei; parole che, a ben vedere, dovrebbero servire ad interrogarsi sul perché, alle porte del 2012, si sia ancora costretti a precisare, e quasi giustificare, la presenza di donne ai vertici direttivi statali.

La parabola del bunga bunga e la tendenza tipicamente italiana alla mercificazione del corpo femminile per scopi commerciali non hanno di certo contribuito a dare reale corso agli ideali di pari opportunità professati dalle menti più illuminate. Tuttavia alcuni dati diffusi recentemente dall’Osservatorio dell’imprenditoria femminile di Unioncamere sembrano comprovare un riscatto effettivo del ruolo delle donne nell’economia e nella società italiane, evidenziando, in particolare, la forza effettiva del loro voler fare impresa. Lo stesso Monti, del resto, ha fatto più volte riferimento, nei suoi discorsi di insediamento, alle donne, viste come reale motore del Paese. Vediamo di seguito qualche cifra significativa.

1.435.716: questa, secondo Unioncamere, la “quota rosa” complessiva dell’imprenditoria italiana nel terzo trimestre 2011, pari al 23,4% del totale aziende (6.134.117) e contro una quota di imprese a conduzione maschile di 4.698.401 unità. Le concentrazioni maggiori, in termini assoluti, si registrano in Lombardia (193.903 imprese, pari al 13,5% del totale imprese rosa), in Campania (149.471, cioè il 10,4%), in Lazio (143.012, 10,0%), Sicilia (115.404, 8,0%), Piemonte (112.555, 7,8%), Veneto (110.447, pari al 7,7%) ,Toscana (100.351, 7,0%) ed Emilia Romagna (98.551, cioè 6,9%).

Consideriamo ora la questione in termini di variazioni temporali dei dati.
Alla fine di settembre 2011 le imprese femminili sarebbero aumentate di quasi 9 mila (precisamente 8.814) unità rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, segnando un incremento di 0,6 punti percentuali; per comprendere l’ampiezza del dato è sufficiente confrontarlo con quello riferito alle nuove imprese maschili sorte, pari a 9.980 unità, in aumento di 0,2 punti percentuali nel periodo considerato. Su un saldo totale di nuove imprese registrate alle Camere di commercio tra settembre 2010 e settembre 2011 pari a 18.794 (+0,3% rispetto al 2010), le nuove realtà femminili rappresentano, allora, una fetta piuttosto consistente, il 47%.
Si sottolinea, poi, la maggiore dinamicità della componente imprenditoriale femminile, con quindici regioni che registrano variazioni positive, delle quali nove superiori alla media: solo Basilicata (-1,4% e -245 imprese feminili), Molise (-1,1% e -117 imprese), Valle D’Aosta (-1,1%, con -39 realtà), Sicilia (-0,4% e -479 aziende) e Liguria (-0,1%, con -51 imprese) sembrano aver risentito della crisi, presentando percentuali di decremento rispetto al 2010.
Le risalite maggiori per l’imprenditoria rosa dell’ultimo anno si sono manifestate soprattutto in Lazio, con un +1,4% di nuove realtà, pari, in termini assoluti, a 1.934 unità; seguono Umbria (+1,3%, con 311 nuove imprese), Calabria (+1,2% e 542 aziende) e Veneto (+1,2%, 1.280 nuove entità), con dei segni più che, a differenza del Lazio, sono stati di portata maggiore rispetto all’imprenditoria maschile.
Considerando, invece, le nuove imprese in termini assoluti, sono le regioni a più diffusa presenza di imprese a collocarsi in cima alla classifica; seguono, allora, il Lazio: la Lombardia (+1.411 pari al +0,7%), il Veneto, la Toscana (+1.080, pari a +1,1%) e l’Emilia Romagna (+1.054, +1,1%).

Restringendo la prospettiva alla dimensione provinciale, le variazioni positive più rilevanti stimate nel terzo trimestre 2011 rispetto al 2010 si sono avute a Prato (8.401 imprese nel 2011, contro le 8.163 nel 2010, con un +2,9%), Monza e Brianza (14.350 contro 13.950, pari a +2,9%), Fermo (5.364 contro 5.223, +2,7%), Messina (13.874 contro 13.512, +2,7%) e Arezzo (9.230 contro 9.041, +2,1%). 29, invece, di cui 13 collocate nel Mezzogiorno, le province in cui si registra una riduzione delle imprese a conduzione rosa: le contrazioni maggiori in termini percentuali si hanno a Caltanissetta (-5,7%), seguita da Avellino (-3,2%), Trapani (-2,8%), Vibo Valentia (-2,8%) e Lodi e Palermo (entrambe -2,4%).
Tuttavia “il Mezzogiorno – ci dice Unioncamere – si conferma comunque il territorio con i valori più elevati di femminilizzazione del tessuto imprenditoriale”, intendendo con il termine “femminilizzazione”, “il peso relativo delle imprese femminili sul totale” del tessuto economico. Il tasso maggiore si registra in Molise (30,1%), seguito da Basilicata (27,8%), Abruzzo (27,7%) e Campania (26,9%). Al di fuori del Sud, la regione più femminile è l’Umbria (26%), mentre il primato tra le regioni settentrionali è detenuto dalla Liguria (24,6%).

Unioncamere ha inteso evidenziare anche le variazioni riportate, nell’intervallo temporale che va da settembre 2010 a settembre 2011, in termini di struttura delle imprese a conduzione femminile: ciò che salta all’occhio è il forte trend di aumento delle società di capitali (registrano un +4,1%, contro un +3,0% rilevato per le imprese maschili), mentre salgono di soli 0,2 punti percentuali le impresa individuale (a fronte di un – 0,3% per le imprese maschili), che rimangono comunque la forma giuridica più utilizzata in termini assoluti dalle imprenditrici italiane (60,4% di tutte le iniziative guidate da donne). Calano, invece, le società di persone (-0,7%, contro -2,2% per imprese maschili).

Infine l’analisi si è dedicata ai settori economici interessati dalle quote rosa. Si sottolineano, in questo senso, due tendenze dal segno opposto: da una parte il rafforzamento di compartimenti tradizionalmente appannaggio del mondo femminile, come quello dell’Istruzione (+462 imprese tra 2010 e 2011, pari ad un +6%), quello della Sanità e Assistenza sociale (+571, +4,3%), quello delle Attività artistiche e di intrattenimento (+554, +3,3%), infine quello delle Attività professionali, scientifiche e tecniche (+1.320 unità, cioè +3.2%). Il commercio, di solida padronanza femminile, registra, invece, solo un leggero +0,1%, con 313 nuove aziende, anche se – bisogna sottolinearlo – il dato riflette l’attuale difficile congiuntura economica; allo stesso modo perde punti anche un altro settore tipicamente rosa, l’agricoltura (-6.441 unità, pari a -2,5%), che, tuttavia, mostra da tempo, complesso considerato, un andamento in negativo.
La seconda tendenza rilevata è la lenta ma costante diffusione della componente rosa in settori a tradizionale vocazione maschile: nelle Costruzioni (1.722 nuove imprese, cioè +2,7%) e nel trasporto e magazzinaggio (+358 realtà, +1,8%).
I dati evidenziati sono stati presentati in occasione dell’avvio del “Giro d’Italia delle donne che fanno impresa”, un’iniziativa promossa da Unioncamere assieme alle Camere di commercio e ai Comitati per l’imprenditoria femminile, con l’intento di creare uno spazio di riflessione, nuove opportunità e progetti di sviluppo economico e sociale: la prima delle sette tappe lungo le quali si svolgerà il “Giro” è stata Macerata, il 14 novembre scorso (Arezzo, Vicenza, Ferrara, Avellino, Reggio Calabria e Aosta sono le altre sedi).
Oggi più che mai – ha dichiarato il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanelloa queste imprenditrici occorre guardare con grande attenzione, sostenendole nel loro percorso di rafforzamento. Il loro impegno è una grande risorsa sulla quale il Paese può scommettere per riprendere, dopo la bufera di questi mesi, la via dello sviluppo”.
A ben vedere, questi stessi dati diffusi da Unioncamere si collocano in controtendenza rispetto agli alti livelli di disoccupazione femminile evidenziati, all’incirca un mese fa, dall’Osservatorio sull’imprenditoria femminile curato dall’Ufficio studi di Confartigianato. In quell’occasioni le stime sono state, infatti, tutt’altro che incoraggianti, con un tasso di inattività delle donne italiane pari al 48,9%, contro una media europea del 35,5%: “in pratica – rileva Confartigianato – siamo in ritardo di 23 anni rispetto all’Europa”, visto che “il nostro attuale tasso di inattività delle donne è uguale a quello registrato nel 1987 dai Paesi dell’allora Comunità europea”.
La disoccupazione femminile sembra essere maggiore nel Mezzogiorno: a livello regionale, si evidenzia un record di inattività per la Campania, la quale, con il 68,9%, fa registrare il più alto tasso tra le 271 regioni europee. Sul lato opposto si colloca, invece, la Provincia autonoma di Bolzano, con un tasso del 34,9%.
A livello provinciale è Napoli a segnare un primato in negativo, con un 72,4%, mentre a Ravenna si registra la percentuale più bassa (30,7%).

La causa principale della complessa situazione italiana viene identificate nel “basso investimento in quei servizi di welfare che dovrebbero favorire la conciliazione tra attività professionali e cura della famiglia”; siamo, infatti, al 23° posto per interventi statali rivolti a famiglia e maternità, con il solo 1,3% del PIL destinato a tale scopo, pari a 320 euro ad abitante, cioè 203 euro in meno rispetto alla media europea; si pensi, ad esempio, che in Germania gli investimenti per famiglia e maternità corrispondono al 2,8% del PIL, in Francia al 2,5% e lo scarto si rafforza nel confronto con i Paesi del Nord Europa: in Danimarca la percentuale sul PIL è del 3,8%, in Irlanda del 3,1%, in Finlandia e Svezia è del 3%.
Altre motivazioni all’esclusione delle donne italiane dal mercato del lavoro vengono identificare nella “carenza di servizi pubblici per l’infanzia (asili nido, micronidi o servizi integrativi)”, utilizzati dal solo 12,5% della popolazione, e nella insufficienza di “servizi di cura e assistenza agli anziani” (appena il 4,3% del totale degli individui con almeno 65 anni è trattato in assistenza domiciliare integrata, ADI).
Sono queste, allora, alcune delle più importanti sfide con le quali la nuova formazione “tecnica” di governo dovrà confrontarsi nei prossimi mesi, con la speranza che sappia cogliere realmente l’importanza fondamentale di questa forza colorata (non solo di rosa, ci terrei a sottolineare) in costante ascesa. Misure concrete, dunque, per una voglia di impresa che si è dimostrata altrettanto concreta e potenzialmente fruttuosa per il benessere economico complessivo del Paese.

Pubblicato su: PMI-dome

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