Cultura, la nuova via per lo sviluppo occupazionale

Analizzando i dati Istat e Unioncamere, è possibile individuare le più recenti tendenze relative all’andamento occupazionale italiano. Diminuiscono le previsioni di assunzione per gli stranieri, mentre crescono quelle provenienti dalle imprese della cultura

In questi mesi l’economia italiana è stata caratterizzata dal perdurare di alcune criticità e debolezze, che si sono inevitabilmente riversate sulle dinamiche del mercato del lavoro. È scattato l’allarme occupazionale tra i giovani, soprattutto tra quelli residenti nel Mezzogiorno, sono diminuite le previsioni di assunzione per i lavoratori stranieri, si è lamentato un forte immobilismo nelle scelte occupazionali delle imprese, frutto in primis dell’incertezza e della sfiducia per gli esiti delle decisioni del governo in materia di politica economica e sociale.
Eppure alcuni indizi permettono di delineare una nuova strada per lo sviluppo nazionale. Collocarsi strategicamente in questa nuova strada nel corso delle proprie scelte di formazione e di professione potrebbe rappresentare una sorta di salvezza, nella speranza che intervengano presto anche interventi consapevoli dall’alto.
Cerchiamo però di andare con ordine e di analizzare nel dettaglio, dati alla mano, tutte le più recenti tendenze individuate nell’andamento occupazionale italiano.
Occupati e tasso di occupazione
Gli ultimi dati certi resi disponibili dall’Istat riguardano il secondo trimestre 2012, quando il numero degli occupati in Italia ha registrato, rispetto allo stesso trimestre dello scorso anno, una diminuzione dello 0,2%, pari a -48.000 unità (passando da circa 23.094.000 a 23.046.000 occupati). Il dato è dovuto principalmente a un calo dell’occupazione maschile (-1,5%, cioè -199.000 unità), diffuso in tutto il territorio nazionale e compensato solo in parte dal protrarsi, soprattutto al Nord e nel Mezzogiorno, di un andamento positivo per l’occupazione femminile (+1,6%, pari a 151.000 unità).
Per la fascia compresa tra i 15 e i 64 anni, il tasso di occupazione (dato dal rapporto tra gli occupati e la popolazione di riferimento) si attesta, allora, nel secondo trimestre 2012, al 57,1%, calando di 0,1 punti percentuali rispetto al secondo trimestre 2011, con intensità leggermente più ampia nel Mezzogiorno (-0,2 punti percentuali, dove il tasso si posiziona al 44,2%) e con riferimento agli uomini (-1,1%, pari a un tasso del 66,8%); sale parallelamente al 47,5% il tasso di occupazione femminile (+0,8%).
Diminuisce l’occupazione giovanile, con un tasso che scende dal 45% del secondo trimestre 2011 al 43,9% del secondo trimestre 2012, per i 15-34enni, e dal 19% al 18,9% per i 15-24enni. Al calo dell’occupazione per i più giovani e per i 35-49enni, si contrappone l’aumento per gli over 50, soprattutto per quelli a tempo indeterminato.
Confrontando il secondo trimestre 2012 con quello 2011, il tasso di occupazione degli stranieri segnala una significativa riduzione (dal 63,5% al 61,5%), a fronte di un intenso calo per gli uomini (dal 77,5% al 72,7%) e di un contenuto accrescimento per le donne (dal 50,9% al 51,5%).
Tuttavia, considerando le stime su base annuale, se da una parte prosegue la significativa riduzione dell’occupazione italiana, con -133.000 unità (anche in questo caso pesa in primis la componente maschile, con -196.000 unità), dall’altra cresce quella straniera (+85.000 unità).
Alla modesta crescita delle posizioni lavorative dipendenti si contrappone il persistente calo di quelle autonome. Con riferimento ai diversi settori, si nota come l’agricoltura abbia registrato una crescita del numero di occupati nelle posizioni lavorative dipendenti e autonome del Nord e nelle sole posizioni alle dipendenze del Mezzogiorno. L’industria ha conosciuto una nuova e più robusta riduzione (-2,2% nel secondo trimestre 2012, rispetto allo stesso periodo del 2011, pari a -104.000 unità) su tutto il territorio e coinvolgendo sia dipendenti che indipendenti, soprattutto nelle imprese di medio- grande dimensione; anche nelle costruzioni l’occupazione continua a diminuire (-5,1%, pari a -98.000 unità), soprattutto per i dipendenti residenti nel Centro e, ancor più, nel Mezzogiorno. Il terziario riporta, infine, un moderato aumento (+0,6%, pari a 101.000 unità), dovuto esclusivamente all’aumento dell’occupazione dipendente, in particolare della componente più adulta (55 anni e oltre) e di quella a tempo parziale.
Calano, nel secondo trimestre 2012, le figure lavorative a tempo pieno (-2,3%, pari a -439.000 unità rispetto al 2011), soprattutto tra i lavoratori autonomi (-3,8%, pari a -196.000 unità) e tra quelli dipendenti a tempo indeterminato (-1,9%, pari a -236.000 unità), a fronte della sostanziale stabilità tra quelli a tempo determinato.
Aumentano parallelamente gli occupati a tempo parziale (del 10,9% su base annua, segnando un +391.000 unità), anche se si tratta principalmente di part-time involontari, accettati, cioè, in mancanza di alternative full-time.
Continua poi a crescere il numero dei dipendenti a termine (+4,5% pari a 105.000 unità), ma esclusivamente nelle posizioni a tempo parziale, coinvolgendo per circa i due terzi lavoratori di età inferiore a 35 anni e soprattutto nell’agricoltura, negli alberghi e ristorazione, nella sanità.
Disoccupati e tasso di disoccupazione
Cresce in modo considerevole, nel secondo trimestre 2012, il numero di disoccupati in cerca di occupazione (+38,9% rispetto allo stesso periodo del 2011, pari a +758.000 unità), fenomeno che coinvolge sia uomini sia donne e l’intero territorio nazionale, con un picco, in termini assoluti, a Sud, dove sono stati individuati 339.000 disoccupati in più, contro i 288.000 in più al Nord e i 132.000 in più al Centro (in termini percentuali è invece il Nord ad aver visto l’aumento più alto della disoccupazione, pari a +43,8%, seguito rispettivamente da Centro e Sud). I disoccupati in Italia si attestano, così, a 2.705.000 (1.475.000 sono uomini e 1.231.000 sono donne).
Circa la metà di tale aumento della disoccupazione è da ricondursi a persone con almeno 35 anni, mentre sono 586.000 i disoccupati tra i 15 e i 24 anni (152.000 in più rispetto al secondo trimestre 2011), pari al 9,7% della popolazione totale appartenente a questa fascia di età
Si amplia anche la disoccupazione straniera, con +58.000 uomini e +34.000 donne alla ricerca di lavoro, su base annua.
L’incremento dei disoccupati riguarda soprattutto persone che hanno perso la precedente occupazione (+48,1% nel secondo trimestre 2012 in confronto all’anno prima, pari a 448.000 unità), le quali arrivano a rappresentare il 51% del totale dei disoccupati. Sembra, tuttavia, innalzarsi pure il numero degli inattivi che, in possesso di passate esperienze lavorative, sono ora nuovamente alla ricerca di una professione (+32,6%, pari a 150.000 unità) e il numero delle persone alla caccia del primo impiego (+28,8%, pari a 159.000 unità).
Aumenta anche la disoccupazione di lunga durata (dodici o più mesi), che sale dal 52,9% del secondo trimestre 2011 all’attuale 53,1%.
Il tasso di disoccupazione (dato dal rapporto tra le persone in cerca di un lavoro e la corrispondente popolazione di riferimento, esclusi gli inattivi) risulta allora in crescita di 2,7 punti percentuali rispetto allo scorso anno, assestandosi al 10,5% (dal 6,9% del 2011 all’attuale 9,8% per gli uomini e dal 9% all’11,4% per le donne).
Al Nord la crescita percentuale del tasso di disoccupazione (dal 5,2% al 7,3%) è dovuta principalmente alla componente maschile, al Centro (dal 6,6% all’8,9%) le differenze di genere non appaiono rilevanti, infine nel Mezzogiorno l’incremento coinvolge soprattutto gli uomini (dall’11,6% al 16%), ma in misura significativa anche le donne (dal 15,6% al 18,9%).
Cresce il tasso di disoccupazione per gli stranieri (del 10,9 del 2011 al 13,6% del 2012), sia uomini (dall’8,5% al 12,1%) che donne (dal 14,1% al 15,4%).
Il tasso di disoccupazione dei 15-24enni sale dal 27,4% del secondo trimestre 2011 al 33,9% del 2012, con un picco del 48% per le giovani donne del Mezzogiorno.
Inattivi e tasso di inattività
Rispetto al 2011, si riduce del 4,9% il numero degli inattivi (cioè i non occupati che non sono alla ricerca di un lavoro) tra i 15 e 64 anni, pari a -729.000 unità, frutto di un forte decremento della componente italiana (-809.000 persone, la maggior parte delle quali, 501.000, donne), solo in parte compensato dall’incremento di quella straniera (+80.000 unità). In base agli ultimi dati certi disponibili, si attestano a quota 14.288.000 gli inattivi in Italia.
La riduzione dell’inattività riguarda in misura maggiore le donne e, in termini assoluti, coinvolge principalmente il Mezzogiorno (– 334.000 unità pari a -4,9%) e il Nord (- 268.000 unità, cioè -4,8%), meno il Centro (-127.000 unità, comunque pari a -4,9%).
Diminuiscono soprattutto quanti non cercano e non sono disponibili a lavorare e, in quattro casi ogni dieci, si riducono gli inattivi della fascia tra i 55 e i 64 anni, rimasti presumibilmente nell’occupazione a causa dei vincoli sempre maggiori per l’accesso alla pensione.
Con riferimento alle motivazioni date per la mancata ricerca del lavoro, si rileva una crescita dello scoraggiamento (+15,3%, pari a 221.000 unità) e dei motivi non compresi tra quelli indicati (+6,5%, pari a 102.000 unità) e, per contro, una flessione dei motivi di studio (-2,6%), di quelli familiari (-8%, pari a -197.000 unità), di coloro che attendono l’esito di passate ricerche (-11,2%) e soprattutto delle persone non interessate a trovare un lavoro (-14,6%, pari a -675.000 unità).
Il tasso di inattività si attesta, allora, nel secondo trimestre 2012, tra i 15-64enni, al 36,1%, riducendosi di 1,8 punti percentuali sul 2011. Il calo coinvolge in misura maggiore le donne (dal 48,6% al 46,3%) rispetto agli uomini (dal 27% al 25,8%) e il Mezzogiorno (dal 48,8% al 46,6%). Il trend in discesa riguarda poi anche le donne straniere (dal 40,7% al 39,1%), mentre gli uomini stranieri conoscono un aumento del tasso di inattività (dal 15,3% al 17,2%).
Dati Unioncamere-Ministero del Lavoro: previsioni occupazionali
Se i dati pubblicati nei giorni scorsi dall’Istituto nazionale di statistica lasciano intravedere ben pochi spiragli di ripresa per l’occupazione nazionale, le stime riferite ai prossimi mesi e diffuse recentemente da Unioncamere e Ministero del Lavoro non fanno che confermare il difficile scenario, soprattutto per le più deboli economie meridionali.
Il clima di preoccupazione e instabilità che attualmente contraddistingue l’economia italiana – sostengono i promotori dell’indagine – spinge le imprese a improntare alla massima cautela i propri programmi di assunzione. In termini assoluti, sono, infatti, poco più di 631.000 le assunzioni di dipendenti che le imprese prevedono di effettuare nel 2012, cioè il 25% in meno rispetto al 2011. Allo stesso tempo si evidenzia una riduzione delle uscite attese (-18%), ferme a quota 762.000, denotando un contesto di crescente staticità occupazionale per le imprese, frutto probabilmente dell’incertezza per l’esito della riforma del mercato del lavoro. Il tasso di entrata (5,5%) risulta comunque inferiore rispetto a quello di uscita (6,7%), per questo il saldo occupati previsto per il 2012 risulta negativo per 130.510 unità. Si tratta – è bene sottolinearlo – di una contrazione occupazionale per i dipendenti relativamente più ridotta rispetto a quella registrata nel 2009-2010, quando si determinarono saldi negativi rispettivamente di 213.000 e 178.000 posti di lavoro. L’allarme occupazionale – ci dice ancora Unioncamere – sembra essere più forte al Sud, dato che sulle 70 province nelle quali il calo dell’occupazione dipendente andrà al di sotto della media nazionale (-1,1%), 35 sono del Meridione, partendo da Enna, Ragusa e Siracusa (che superano o si aggirano intorno al -3%) e finendo con Avellino (-1,3%). Unica eccezione sembra essere Napoli (-0,8%).
Prospettive d’assunzione per gli stranieri
Stime in negativo sono state poi registrate, sempre da Unioncamere e Ministero del Lavoro, anche con riferimento alle prospettive occupazionali degli immigrati nell’industria e nei servizi: nel 2012 le imprese prevedono infatti di assumere 22.420 stranieri in meno rispetto al 2011 (saldo tra i 60.570 posti messi a disposizione quest’anno e gli 82.990 dell’anno scorso, pari al -27%) e il calo si concentrerà maggiormente nelle imprese con meno di 50 dipendenti presenti al Nord. Ciononostante i dati confermano quanto quella immigrata sia ormai una componente fondamentale e strutturale della forza lavoro nazionale: nel 2012 dovrebbe, infatti, aumentare la quota dei lavoratori immigrati sul totale delle assunzioni (passando dal 16,3% dello scorso anno al 17,9% di quest’anno), poiché la domanda di lavoro rivolta al personale italiano dovrebbe calare in misura maggiore rispetto a quella rivolta al personale straniero.
Imprese della cultura dimostrano una tenuta occupazionale
Eppure, affianco a valutazioni e previsioni così poco incoraggianti, Unioncamere e Ministero del Lavoro intravedono anche qualche segnale di ripresa dal punto di vista occupazionale, identificando la strada della cultura come fondamentale per il rilancio. Le imprese che competono grazie alla qualità e alla cultura sembrano, infatti, dimostrare una particolare tenuta occupazionale: il numero di occupati del settore è cresciuto, dal 2007 al 2011, a un ritmo medio annuo dello 0,8% (circa 55.000 posti di lavoro in più complessivamente), a fronte di una flessione media annuale dello 0,4%; anche quest’anno, pur arretrando sotto i colpi della crisi, l’occupazione in queste imprese delinea una resistenza maggiore (-0,7%, pari a -4.900 dipendenti sul 2011) rispetto all’insieme delle altre imprese (-1,2%, pari a -125.600 unità). Le assunzioni stimate dalle imprese della cultura per il 2012 sono, in termini assoluti, 32.250 (di cui 22.880 non stagionali e 9.370 stagionali), pari al 5,6% del totale.
L’occupazione creata dalle imprese della cultura risulta orientata principalmente verso le professioni high-skill (costituiscono il 48,2% del totale assunzioni non stagionali previste, contro il 20% delle altre imprese). Forte attenzione viene posta, di conseguenza, al titolo di studio, ritenuto molto o abbastanza importante da parte di quasi due terzi delle imprese della cultura, a fronte di meno della metà nel caso delle altre aziende: la laurea è richiesta per il 28% delle assunzioni in programma (contro il 13,7% riferito alle altre imprese).
Gli indirizzi di studio più richiesti dalle imprese del sistema produttivo culturale sono quelli dall’elevato contenuto scientifico, tecnologico, e tecnico. Tra i primi cinque indirizzi di laurea richiesti, ad esempio, tre sono legati all’ingegneria (Ingegneria elettronica e dell’informazione è il più richiesto, pari al 36,7% del totale assunzioni di laureati previste), poi vi sono quello scientifico-matematico (6,5%) e quello economico (21,8%).
Le professioni culturali più ricercate sono gli “analisti e progettisti di software” (22%), seguiti dagli “operatori di apparati per la ripresa e la produzione audio-video” (8,8%) e dai “cuochi in alberghi e ristoranti” (6,6%). Elevata attenzione anche a figure in grado di studiare il mercato: previste oltre mille assunzioni non stagionali tra “tecnici della vendita e della distribuzione”, “tecnici del marketing” e “specialisti nei rapporti con il mercato”.
Ancor più importante viene considerata poi l’esperienza: la ritiene importante ai fini dell’assunzione il 63,6% delle imprese della cultura, contro 53,4% della media delle imprese.
Cercando personale altamente qualificato, competente e con esperienza, le imprese della cultura lamentano maggiori difficoltà nel reperire le figure di cui necessitano rispetto alle altre imprese, difficoltà legate principalmente alla carenze di preparazione nei candidati (o alla carenza dei candidati stessi, con riferimento ai profili low-skill richiesti, segno del declino di alcune professioni tra i più giovani).
Infine le imprese della cultura sembrano offrire una maggiore stabilità contrattuale rispetto alle altre imprese (le assunzioni a tempo indeterminato sono circa il 43%, contro il 41%).
Di fronte a simili considerazioni, ci si stupisce di come in Italia manchi “un quadro organico di politiche economiche basate sul potenziale produttivo del settore culturale”, come ha evidenziato Ferruccio Dardanello, presidente Unioncamere, in occasione della presentazione dei risultati. “È ancora diffusa l’idea” – ha proseguito – “che con la cultura non si mangi, ma i successi del Made in Italy, di cui tanta parte discende proprio dalla nostra cultura del fare e del vivere, vengono da questo patrimonio inesauribile”.
Utile sarebbe concentrare proprio sulle molte opportunità che si delineano nell’industria culturale gli sforzi di rinnovamento delle politiche sociali ed economiche del Belpaese. Le imprese italiane sembrano pronte a tendere le braccia a un nuovo paradigma di crescita, fondato sulla qualità, sulla creatività, sul giusto connubio tra innovazione e valorizzazione dei saperi locali. L’importanza strategica della cultura è stata spesso sottovalutata e sacrificata sull’altare dell’urgenza di sanare il debito pubblico. Delineare modelli di sviluppo capaci di comprendere pienamente la tendenza in corso sembra essere allora, in conclusione, la vera grande sfida da rivolgere al sistema politico italiano.
Pubblicato su: PMI-dome
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