Giustizia italiana: un peso che grava sulle imprese

Stando ad un’elaborazione della CGIA di Mestre, il malfunzionamento della giustizia italiana costerebbe alle imprese ben 2,66 miliardi

 

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata […]”.

L’articolo 111 della nostra Costituzione impone una durata “ragionevole” dei procedimenti giudiziari e questo stesso concetto è pure presente nella Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nella quale, all’articolo 6 (rubricato “diritto a un equo processo”), comma 1, si afferma che “ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole […]”.

Tuttavia, com’è noto a tutti, tale previsione viene puntualmente disattesa nella quotidiana pratica giudiziaria, nel normale corso della giustizia italiana, arrivando a gravare, e non poco, sulle casse dello Stato, in virtù del principio di “equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo” introdotto dalla Legge Pinto, la Legge del 24 marzo 2001, n. 89.

Le prime pagine politiche dei quotidiani sono state, in questi giorni, riempite dai resoconti relativi alla portata di quella che, ancora una volta, è stata definita una epocale “riforma della giustizia”, proposta dal ministro della Giustizia Alfano e approvata dal Consiglio dei ministri giovedì 10 marzo. Gli umori che hanno accolto le nuove disposizioni hanno colpito l’opinione pubblica per la loro estrema contrapposizione e, certo, uno sguardo rapido ad alcune dichiarazioni dal fronte del no può aiutare a comprendere la delicatezza della questione. Citando una frase ad effetto di Luigi Ferrarelle, un polemico ed ironico Marco Travaglio ricorda che “i processi lenti fanno diventare i processi ancora più lenti” e sottolinea come “da un lato l’aspettativa di prescrizione incoraggia gli avvocati a escogitare ogni sorta di cavilli per allungare ancor più il brodo. Dall’altro la legge Pinto del 2001 (uno dei capolavori del centrosinistra), che regola le cause di risarcimento per l’eccessiva durata dei processi, ha sortito questo bel miracolo: queste cause, da sole, occupano il 20 per cento dell’attività delle Corti d’appello. Così ogni processo lento sanzionato dalla Corte europea rallenta tutti gli altri. Geniale, no? Sorge persino il sospetto – sicuramente infondato, si capisce – che proprio questo fosse e sia lo scopo della patologica ‘riformite giudiziaria’ che affligge da vent’anni destra e sinistra: paralizzare definitivamente la giustizia con la scusa di velocizzarla”.

La nuova riforma, infatti, evidenzia ancora Travaglio, “se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura”.

Non ci interessa, in questa sede, compiere delle valutazioni circa la bontà o meno delle nuove misure previste per l’ordinamento giudiziario, ciò che ci preme è, invece, aggiungere al fuoco alcune considerazioni in merito alle ripercussioni negative che il sistema sembra avere per l’imprenditoria italiana.

Secondo una stima realizzata dalla CGIA (L’Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre, il cattivo funzionamento della giustizia imporrebbe alle imprese italiane un costo complessivo di oltre 2,664 miliardi di euro. Il dato è riferito all’anno 2007, al momento l’ultimo anno statisticamente disponibile, ed è stato ottenuto sommando i costi subiti dalle aziende a causa dei ritardi maturati nel corso delle procedure fallimentari (che ammontano a circa 1,034 miliardi di euro), i costi dei ritardi nelle procedure civili di primo e secondo grado (pari a 1,098 miliardi di euro) e le spese burocratiche riferite alle sole procedure fallimentari (532 milioni di euro), compreso il compenso del curatore.

L’elaborazione dell’Ufficio Studi CGIA Mestre, basata sui dati ISTAT, ha analizzato innanzitutto le caratteristiche dei procedimenti di cognizione ordinaria di primo grado, arrivando a stabilire che nel 2007 i procedimenti pendenti sono stati 972.555 (quota in lieve ma costante diminuzione, anno dopo anno, a partire dal 2000, quando i processi pendenti erano 1.427.706), corrispondenti a 1.645 ogni centomila abitanti, con una durata media di 904 giorni (pari 2 anni, 5 mesi e 21 giorni). A tal proposito, rilevano i promotori, una piccola nota positiva sembra esserci: la durata dei processi civili di primo grado si è ridotta di 230 giorni nell’intervallo di tempo che va dal 2000 (quando era di 1.134 giorni, cioè 3 anni, 1 mese e 5 giorni) al 2007.

Questi stessi aspetti sono stati poi presi in considerazione con riferimento ai procedimenti di cognizione ordinaria in grado d’appello: 51.081 le procedure pendenti nel 2007 (questa volta in aumento rispetto agli anni precedenti), corrispondente ad 86 ogni centomila abitanti e con una durata media di 822 giorni (pari a 2 anni e 3 mesi). Anche nel caso dei procedimenti civili di secondo grado, la durata, se confrontata con l’anno 2000 (quando la media era di 959 giorni: 2 anni, 7 mesi e 13 giorni), sembra essere in diminuzione, con 137 giorni in meno.

Definita “drammatica”, invece, la situazione dei procedimenti relativi alle istanze di fallimento, con una durata media pari addirittura a 3.035 giorni (cioè 8 anni, 3 mesi e 23 giorni) nel 2007, in aumento di ben 604 giorni rispetto al 2000 (quando la durata era di 2.431 giorni: 6 anni, 7 mesi e 21 giorni). In diminuzione, invece, il numero dei procedimenti per fallimento – 8.868 nel 2007, contro 26.235 nel 2000 – anche se, certo, il dato rischia di essere piuttosto fuorviante, non prendendo in esame il successivo periodo di piena crisi economica.

Soffermandosi poi sulle peculiarità territoriali, la CGIA sottolinea come sia preoccupante soprattutto la condizione del Mezzogiorno, in primis della Basilicata, dove la durata media dei processi civili di primo grado è stata nel 2007 di 1463 giorni, seguita dalla Puglia con 1.335 giorni e Calabria con 1.288. La regione più efficiente, invece, è stata la Valle d’Aosta, la quale ha registrato una durata media di 614 giorni.  È in questa stessa regione, inoltre, che il mondo imprenditoriale ha dovuto sostenere complessivamente gli oneri inferiori a causa del malfunzionamento della giustizia (2,71 milioni di euro), mentre quella in cui tali oneri sono stati maggiori è la Lombardia, con 614,29 milioni di euro complessivi, così suddivisi: 246,08 milioni per i ritardi nelle procedure di fallimento, 184,98 milioni per i ritardi nei procedimenti di primo e secondo grado (in questo particolare caso il primato va, però, al Lazio, con costi pari a 192,12 milioni) e 183,23 milioni per le spese burocratiche relative alle sole procedure di fallimento.

A commentare i dati pubblicati, è intervenuto Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre, secondo il quale “la necessità di rendere il nostro sistema giudiziario italiano più efficiente è una necessità sempre più avvertita dal nostro sistema economico. Non solo per i costi aggiuntivi che devono sopportare ma, soprattutto, perché il cattivo funzionamento della giustizia costituisce un grosso ostacolo che allontana gli investitori stranieri dal nostro Paese”.

Del resto anche l’ultimo rapporto Doing Business 2011 non sembra lasciare scampo all’ottimismo, classificando l’Italia al 157° posto nel recupero del credito per via giudiziaria, su 183 Paesi presi in considerazione: le procedure necessarie a far rispettare i contratti (enforcing contracts) richiedono ben 1.200 giorni nel nostro contesto nazionale, contro i 517 della media Ocse. Si tratta di un rapporto annuale stilato da International Finance Corporation e World Bank a partire dal 2004 e dedicato all’analisi del business con riferimento a differenti contesti territoriali. L’indagine sistematica cerca di cogliere, in particolare, il grado di competitività e la facilità nel fare impresa, valutando, ad esempio, il numero di pratiche e i costi necessari per aprire e chiudere un’attività o per richiedere un credito, la bontà del sistema fiscale, la protezione degli investitori e della proprietà intellettuale, la qualità nei rapporti di lavoro, il rispetto dei contratti.

La nostra posizione è, in quest’ultimo resoconto presentato, addirittura peggiorata rispetto alla classifica 2010 (dati riferiti al periodo che va da giugno 2008 a maggio 2009), nella quale l’Italia si collocava al 156° posto per quanto riguarda i tempi di giustizia, e, dopotutto, quest’ultimo rappresenta solo uno dei 9 indici presi in considerazione dalla Banca Mondiale per stimare l’attrattiva esercitata da uno Stato come possibile destinatario di business, in una classifica generale che ci vede all’80° posto, in discesa di quattro posizioni rispetto allo scorso anno (nella classifica 2010 compariva alla 76° posizione e in quella del 2009 alla 74°). I fattori più critici individuati nel nostro sistema Paese sono, in particolare, oltre a – come abbiamo visto – l’inefficacia del sistema giudiziario civile, la difficoltà nel pagamento delle imposte e nell’accesso al credito e la rigidità del mercato del lavoro. Ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che una simile umiliazione morale (alla quale gli italiani pare stiano facendo l’abitudine, ma questa è forse un’altra storia…) si accompagna ad un concreto svantaggio pratico, poiché la classifica fornisce, appunto, dei parametri di riferimento agli operatori internazionali, per valutare su quali Paesi concentrare i propri investimenti e concludere affari.

La lentezza nel recupero crediti si inserisce, inoltre, è bene sottolinearlo, “in un contesto in cui il contenzioso ha raggiunto i 6 milioni di procedimenti arretrati, a cui se ne aggiungono circa 3 milioni all’anno” (da “Corriereconomia”, inserto del “Corriere della sera” di lunedì 7 febbraio 2011).

La linea ideologica lungo la quale si muove l’analisi del “Doing business” è la necessità di avere a che fare con un’attività economica basata su buone regole, trasparenti ed accessibili a tutti, anche se, ricorda Enrico Forzato, “non tutti i fattori rilevanti per il business vengono […] presi in considerazione”, “ad esempio, nel definire la classifica non si valutano le condizioni macroeconomiche, le infrastrutture, o le competenze della forza lavoro”. Una frase, inoltre, nella relazione – sottolinea ancora Forzato – rende un po’ meno amara la lettura: “L’Italia ha intrapreso riforme che daranno frutti solo nel lungo periodo, come quella del settore giudiziario o della procedura fallimentare”. Un po’ meno amara, certo, consolatoria decisamente no, viste le moltissime polemiche che accompagnano attualmente i passi del mondo politico in direzione di una riformulazione nella giustizia italiana.

Proviamo ad allargare un attimo la prospettiva, riportando qualche dato riferito alla situazione estera: sempre secondo il “Doing Business 2011”, l’85% dei 183 business analizzati ha semplificato, negli ultimi 5 anni, il contesto economico in cui operano le proprie imprese e i maggiori progressi si sono registrati in Cina, in India e nell’Africa sub sahariana. Questo grazie soprattutto alle nuove politiche adottate dai vari governi nazionali nel corso nel 2010 per sconfiggere la crisi internazionale, favorendo le piccole e medie imprese e sostenendo l’occupazione: più della metà delle riforme hanno cercato di facilitare lo start up di un’impresa, di semplificare le regole commerciali e di pagamento tasse, di snellire le procedure fallimentari; inoltre la massiccia diffusione nell’impiego di nuove tecnologie ha permesso di ridurre i costi e di portare maggior trasparenza nei processi di tipo burocratico-amministrativi. A capeggiare la classifica generale troviamo, per il quinto anno consecutivo, Singapore, seguito da Hong Kong, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti; il tasso di crescita maggiore rispetto l’anno precedente si è registrato in Kazakistan (che ha guadagnato ben 15 posizioni), Tajikistan (+10) e Ungheria (+6).

Date queste promesse, quindi, numerosi sono i dubbi circa la capacità delle ultime misure in materia di giustizia di migliorare la situazione, poiché tali misure non sembrano centrare il reale problema dell’estrema lunghezza nei processi italiani, cioè le ripercussioni economiche di una simile prassi: come sottolinea Gerardo D’Ambrosio, l’ex pm e senatore democratico intervistato dalle file de “Il nuovo Riformista”, “il difetto della giustizia è soprattutto nei tempi. E tutto ciò di cui si parla non incide minimamente su questo aspetto. Si parla di riforma ‘epocale’ e poi tutto continuerà a funzionare come funziona adesso. E lo Stato continuerà a pagare fior di milioni per i ritardi, in virtù della legge Pinto […]. I tempi della giustizia dipendono anche dalla pessima distribuzione dei tribunali. Dunque, per abbreviarli, si potrebbe iniziare a ripensare le circoscrizioni giudiziarie. Invece, qui si rimette in discussione il principio della obbligatorietà della azione penale che dovrebbe invece essere indiscutibile”.

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Riforma della disciplina condominiale

Il testo della proposta di legge approvata al Senato e in esame alla Camera intende colmare le lacune dell’attuale disciplina condominiale, inserendo numerose novità che di seguito vi elencheremo

Nella mattinata di mercoledì 26 gennaio è stato approvato al Senato il disegno di legge che, proposto dalla seconda Commissione permanente (giustizia) a firma di Franco Mugnai (Pdl), rinnova in 32 articoli la disciplina sul condominio: l’assemblea di Palazzo Madama ha dato il via libera al testo, con voto favorevole, per alzata di mano e in prima lettura, di Pdl, Lega e Pd, mentre i senatori dell’Idv e del Terzo polo (Fli, Udc, Api e Mpa) si sono astenuti. Affinché diventi legge a tutti gli effetti il testo dovrà superare, ovviamente, anche l’esame e l’approvazione da parte della Camera, dove, peraltro, è presente un altro disegno di legge presentato dalle file del Partito Democratico – più precisamente dall’onorevole Lino Duilio – disegno che, come vedremo, si allontana da quello approvato al Senato in pochi ma non trascurabili punti.

Tuttavia, cercando di ragionare in prospettiva, possiamo provare a cogliere gli aspetti più significativi della riforma, che “interessa oltre 40 milioni di italiani” (come si legge in una nota ufficiale) e che intende offrire un vero e proprio punto di svolta alle regole che sovrastano il vivere condominiale. Basti pensare al potenziamento dato al ruolo dell’amministratore, al quale corrisponde, per una sorta di moderna attuazione della teoria dei pesi e contrappesi, un parallelo rafforzamento del potere di controllo da parte dei condomini; si pensi, ancora, all’obbligo, previsto per gli amministratori, di iscriversi ad uno specifico elenco presso le Camere di commercio; si pensi, infine, all’importanza delle misure volte a “rendere più snella e trasparente la gestione condominiale” e a ridurre l’elevato grado di litigiosità presente attualmente tra condomini: le liti di questo tipo rappresentano, infatti, una delle principali fonti di contenzioso civile, perciò la riforma interviene proprio laddove è presente una reale e contingente esigenza.

Una disciplina più completa e analitica dei supercondomini e delle parti comuni”, stando alle parole di Elio Vito, Ministro per i Rapporti con il Parlamento, e certo, al di là di qualsiasi giudizio e di qualsiasi valutazione, la portata e la rilevanza del nuovo testo sono facilmente intuibili se si considera il fatto che esso, nel caso in cui diventasse concreto, andrebbe a riscrivere buona parte dei 22 articoli dedicati alla materia del condominio all’interno del Codice Civile (artt. 1117-1139, Capo II “Del condominio negli edifici”, Titolo VII “Della comunione”, Libro Terzo “Della proprietà”).

È stata sottolineata, in particolare, la volontà di porre rimedio alle numerose lacune o imprecisioni presenti nelle disposizioni del lontano 1942. Giusto per fare un esempio, ricordiamo come le eventuali infrazioni alle norme poste nel regolamento di condominio possano essere oggi sanzionate con il pagamento di una somma di denaro solitamente stabilita nel regolamento stesso, il cui importo, secondo l’art.70 del Regio Decreto 30/03/1942, N. 318 (Disposizioni per l`attuazione del Codice Civile e disposizioni transitorie), deve essere al massimo “fino a cento lire”, una misura decisamente obsoleta, sia nella forma, sia nella sostanza. Certo è lecito concludere che questo importo possa essere messo in discussione, stando al successivo art. 72 – che non include l’art. 70 tra gli articoli inderogabili – e che un regolamento di tipo contrattuale (approvato da tutti o predisposto dal costruttore del palazzo) possa, di conseguenza, prevedere sanzioni più alte; tuttavia i giudici si sono dimostrati incerti in merito a tale possibilità e una sentenza della Cassazione ha ribadito il principio secondo cui “il regolamento di condominio non può prevedere, per l’infrazione alle sue disposizioni, sanzioni pecuniarie di importo superiore a lire cento” (Cass. Civ. 948/1995).Un intervento chiarificatore e di adeguamento all’attuale situazione italiana non può che essere, allora, salutato con favore: con le nuove regole la multa base salirebbe fino a 100 euro, che potrebbero arrivare ai 1.000 in caso di recidiva, ed è prevista l’eventualità di procedere con decreto ingiuntivo al fine della riscossione. A tal proposito, un’altra rinnovata disposizione sembra aver ricevuto apprezzamenti da più parti: stiamo parlando dell’obbligo di comunicare all’amministratore qualsiasi variazione dei dati anagrafici, di recapito o catastali, entro 60 giorni e in forma scritta, pena un’esposizione economica diretta da parte del condomino coinvolto, per il recupero delle informazioni. Tale procedura porrebbe rimedio alle difficoltà, spesso incontrate dall’amministratore, nel sapere con precisione chi sono i veri proprietari degli appartamenti ed eviterebbe di indirizzare eventuali decreti ingiuntivi contro le persone sbagliate.

Cerchiamo di entrare un po’ più nel dettaglio della questione per cercare di cogliere gli elementi di maggiore novità introdotti dal nuovo sistema.

Cambia innanzitutto l’ambito d’applicazione delle norme sul condominio (ad opera dell’art. 2, comma 1), attraverso l’introduzione dell’art. 1117-bis del Cod. Civ., il quale chiarisce come queste non si applichino esclusivamente in senso “verticale”, ma trovino applicazione “in tutti i casi in cui più unità immobiliari o più edifici ovvero più condominii di unità immobiliari o di edifici abbiano parti comuni”.

I compiti dell’amministratore, il cui periodo d’incarico si allunga da uno a due anni, sono specificati agli articoli 9, 10, 20, 26, 27, i quali prevedono una serie di dati e strumenti di conoscenza e di pubblicità che l’amministratore deve mettere a disposizione dei condomini, per consentire loro una reale valutazione delle sue qualifiche e del suo operato.

Egli è obbligato “ove richiesto” all’atto dell’accettazione della nomina, a presentare “una polizza di assicurazione a garanzia degli atti compiuti nell’espletamento del mandato”, “sotto pena di nullità della nomina stessa” (art. 9); certo l’inciso “ove richiesto” introduce in tal senso una deroga della quale si farà presumibilmente un vastissimo uso, visti i costi elevati delle polizze assicurative.

È stabilito l’obbligo (art. 9) per l’amministratore di agire, salvo espressa dispensa da parte dell’assemblea, per la riscossione forzosa delle somme dovute dagli obbligati entro quattro mesi (un termine giudicato da molti troppo breve) dalla data in cui esse diventano esigibili, rispondendo dei danni a lui imputabili per il ritardo.

Se l’amministratore ora può, di fatto, scegliere come elaborare la contabilità, la nuova disciplina prevede (art. 11 che introduce l’art. 1130-bis del Cod. Civ.) che questa venga elaborata per cassa (somme incassate e pagate nell’anno) e per competenza (debiti e crediti maturati), che siano istituiti un registro con i movimenti, un riepilogo finanziario e una nota esplicativa e che i condòmini e gli inquilini abbiano diritto di vedere e fotocopiare (a proprie spese) tutti i relativi documenti, ricevute e fatture (da conservare “per dieci anni dalla data della relativa registrazione”). L’amministratore dovrà usare un conto corrente postale o bancario intestato al condominio (art. 9) e, a pena di revoca, dovrà convocare l’assemblea per l’approvazione del rendiconto entro 180 giorni dalla fine dell’esercizio (art. 10).

Per le deliberazioni ordinarie oggi, in seconda convocazione, serve la maggioranza dei presenti, che rappresenti almeno un terzo dei condomini e un terzo dei millesimi, mentre con la riforma sarà sufficiente avere gli stessi millesimi, anche se la maggioranza dei votanti corrisponde a meno di un terzo di tutti i condomini.

Stando all’art. 5, per le innovazioni (come l’installazione dell’ascensore), che vanno ora votate da metà +1 dei condomini e da due terzi dei millesimi, sarà previsto un quorum di metà +1 dei partecipanti all’assemblea e di metà del valore dell’edificio. Basterà poi la maggioranza dei presenti e un terzo dei millesimi per opere di sicurezza impianti e «salubrità» (termine considerato “ambiguo”) degli edifici, per eliminare le barriere architettoniche, per il risparmio energetico, per i parcheggi pertinenziali (cala la maggioranza richiesta), le antenne centralizzate (anche paraboliche) e le fibre ottiche.

Gli interventi per il risparmio energetico e le fonti rinnovabili potranno poi essere approvati con la metà +1 degli intervenuti in assemblea e almeno un terzo dei millesimi, senza ulteriori indicazioni: ora sono approvati a maggioranza semplice delle quote millesimali, con certificazione o diagnosi energetica, mentre quelli per la contabilizzazione del calore e la relativa ripartizione delle spese si votano “a maggioranza”, senza bisogno di documentazione.

Si potrà “sostituire” o “modificare la destinazione d’uso” delle parti comuni con il voto di metà +1 degli intervenuti in assemblea e di almeno due terzi dei millesimi, l’assemblea andrà convocata 30 giorni prima e la delibera sarà redatta con atto pubblico. Ora è necessaria l’unanimità (quasi mai raggiungibile) per disporre delle parti comuni e tale unanimità sarà ancora prevista per la vendita delle parti comuni.

L’inquilino voterà poi, salvo patto contrario, su tutto (non come ora solo sulle spese e le modalità di gestione dei servizi di riscaldamento e di condizionamento), tranne manutenzione straordinaria e innovazioni. Diversamente da ora, sia a lui che al proprietario potrà essere richiesto per intero il saldo delle spese relative all’ordinaria amministrazione, in un regime di crescita delle garanzie per il condominio (art. 22).

Aumentano anche le tutele in materia di sicurezza: nel caso in cui vi fosse il ragionevole sospetto che strutture o impianti di un alloggio non rispettino le norme di sicurezza, l’amministratore, anche su ricorso di un solo condomino o inquilino, può chiedere un’ispezione nell’alloggio da parte di un tecnico nominato, in accordo con l’ispezionato (art. 7). I dubbi infondati vengono risarciti da chi ha chiesto l’ispezione: “in tal caso, se vi è stato accesso a proprietà individuali, il medesimo richiedente è tenuto, oltre che al risarcimento del danno, a versare al proprietario che ha subito l’accesso un’indennità di ammontare pari al 50 per cento della quota condominiale ordinaria dovuta dallo stesso proprietario in base all’ultimo rendiconto approvato dall’assemblea”. Si precisa inoltre che l’esibizione di documenti che provano la sicurezza delle opere o degli impianti non potrà salvare il proprietario dall’ispezione.

Non sono stati solo toni entusiastici quelli che hanno accolto il testo. Nel corso delle dichiarazioni di voto, tiepidi sono stati gli stessi commenti di Giovanni Legnini, senatore del Pd e primo firmatario del ddl, secondo il quale, pur trattandosi di «un significativo passo avanti», ci sarebbe voluto più coraggio introducendo «la capacità giuridica del condominio e le semplificazioni per l’istallazione di impianti di energie alternative sulle parti comuni degli edifici». «Il condominio – ha detto Legnini – è uno specchio delle virtù e al contempo dei vizi degli italiani e per questo serviva una seria riforma delle regole».

Particolarmente duro, invece, il giudizio di Giovanni De Pasquale, Presidente nazionale dell’Anaip (Associazione nazionale amministratori immobiliari professionisti): egli parla di una riforma «solo confusa nei principi e nella sostanza giuridica, un testo che crea solo più problemi e costi ai proprietari, agli inquilini e maggiori difficoltà agli amministratori».

Secondo, poi, Confedilizia – l’Associazione di secondo grado costituita nel 1945 da tutte le Associazioni territoriali dei proprietari di casa – si tratta di “una riforma di basso profilo, per nulla ambiziosa, di fatto inutile, ma che – foriera di nuovo contenzioso e sovraccarica di adempimenti cartacei – provocherà maggiori costi per i condòmini senza alcun beneficio per gli stessi”; “la fideiussione che potrà essere richiesta agli amministratori non è – ricordano i responsabili dell’associazione – una scoperta della riforma, che solo la ‘burocratizza’, tant’è che già esiste in molti condominii”. La riforma sarebbe, allora, “non al passo coi tempi”, soprattutto perché non è stata capace di recepisce la proposta, condivisa da diverse organizzazioni della proprietà e degli amministratori condominiali (tra cui Confedilizia ovviamente), “per l’attribuzione al condominio della capacità giuridica, proposta finalizzata a valorizzare l’amministratore di condominio e a facilitare i rapporti in ambito condominiale e con i terzi”.

In particolare viene lamentata la non chiara distinzione tra capacità giuridica e personalità giuridica, che avrebbe “indotto qualcuno a sostenere che, con l’introduzione di quest’ultima, si vorrebbe fare del condomino una società di capitali”: al contrario “attribuire al condominio la capacità giuridica per determinati atti vuol dire, semplicemente, riconoscere allo stesso la possibilità, per specifiche materie, di essere titolare di diritti ed obblighi”.

Tale distinzione sembrerebbe, invece, “ben chiara nella proposta di legge on. Duilio (ed altri) presentata alla Camera dei Deputati, la quale contiene appunto il riconoscimento al condominio della capacità giuridica, come previsto nella maggior parte dei Paesi europei”.

Anche su altri punti si gioca il possibile scontro tra i testi facenti capo ai due diversi rami del Parlamento: l’on. Duilio ha previsto, ad esempio, l’istituzione di un fondo di garanzia “al fine di assicurare un indennizzo ai condomini vittime di ammanchi o di irregolarità gestionali posti in essere dall’amministratore” e alimentato con una percentuale (pari al 4%) sulle loro parcelle; egli ha inteso, inoltre, offrire all’assemblea la possibilità di disporre delle parti comuni, deliberando non solo la permuta o il cambio di destinazione d’uso, ma anche la vendita delle parti comuni “a maggioranza degli intervenuti con un numero di voti che rappresenti i tre quarti del valore dell’edificio”.

Da entrambe le parti, tuttavia, si sottolinea l’imminente attuazione della riforma: «È un testo su cui lavoriamo da nove anni, contando anche le legislature precedenti. L’ampia condivisione ottenuta in aula al Senato mi fa sperare che i tempi possano essere brevi», sottolinea Mugnai; «si dovrà decidere se partire dal testo che arriva dall’altro ramo del Parlamento o costituire un comitato ristretto che tenga conto dell’uno e dell’altro testo», spiega ancora Duilio, ma «nel giro di un mese o un mese e mezzo la Camera potrebbe completare l’esame».

Entro breve, quindi, potremmo essere in grado di vedere implementato un intero nuovo sistema che cerca di adeguare la disciplina in materia di condominio alla nuova realtà economico-sociale, profondamente differente rispetto al periodo in cui furono varate le disposizioni ora vigenti. L’esito di un simile adeguamento non potrà che dipendere dalla “forma” definitiva che verrà data alla riforma e dalla contingenza delle diverse situazioni che di volta in volta necessiteranno di una sua messa in pratica.

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