Le bugie bianche più raccontate online

Una cattiva abitudine. Sui canali social c’è la tendenza a mentire per somigliare al proprio ideale: le donne ritoccano le foto, gli uomini vogliono apparire più intelligenti. Ma c’è anche un lato positivo…

È difficile ammetterlo, ma alla base di qualsiasi relazione sociale vi sono dei segreti, non esiste alcun rapporto interpersonale che possa dirsi esente da tale considerazione: quando parliamo con il giornalaio, quando con il negoziante rilanciamo verso il basso il prezzo di quella borsa che tanto ci piace, mentre cerchiamo di vendere un prodotto al nostro cliente, quando facciamo una confidenza alla nostra migliore amica, mentre siamo a tavola con la nostra famiglia, persino quando cerchiamo la più profonda intimità con il nostro partner. In tutte queste situazioni, rientranti nella sfera della quotidianità, produciamo e proteggiamo dei segreti che, soli, permettono di semplificare i rapporti con gli altri, di crearne di nuovi e di mantenere o rafforzare quelli già esistenti. Può apparire paradossale, ma non vi sarebbero legami stretti (l’istituzione stessa del matrimonio sarebbe inefficace), se ogni azione, ogni intento, fosse trasparente e conoscibile all’altro e rivelare uno di questi segreti potrebbe comportare la definitiva distruzione della relazione di cui esso è parte integrante.

Ogni persona seleziona le informazioni che intende offrire agli altri: in qualsiasi ambito della vita acquisiamo, assieme ad una serie di certezze e conferme, anche una buona dose di ignoranza ed errore, rappresentata da quel lato dell’individualità altrui dal quale siamo stati volontariamente esclusi. Qualsiasi interazione si fonda, in definitiva, su una parte di conoscenza comune ai diversi interagenti e su altri elementi noti in via unilaterale ai soli singoli partecipanti. Se anche si provasse a rivelare agli altri tutto ciò che coinvolge il proprio io, la quantità di informazioni da gestire sarebbe eccessiva e si determinerebbe una sorta di black out sociale.

Il segreto, sottolineava il filosofo e sociologo tedesco Georg Simmel, in epoca ben lontana dall’attuale contesto di convergenza digitale, “è una delle maggiori conquiste dell’umanità”, con esso “si raggiunge un enorme ampliamento della vita”, poiché “il segreto offre per così dire la possibilità di un secondo mondo accanto a quello manifesto, e questo ne viene influenzato nella misura più forte”.

Il sociologo canadese Erving Goffman costruisce, attorno alla pratica dei segreti, l’intera architettura delle sue teorizzazioni più note, che vedono una contrapposizione, nell’interazione umana, tra una ribalta (ciò che è visibile agli altri, lo spazio della nostra “rappresentazione” quotidiana) e un retroscena (lo spazio in cui noi attori abbandoniamo il ruolo che ci siamo imposti verso un particolare pubblico), del tutto simile a quella presente in un teatro.

La spinta dirompente e innovativa della rete ha imposto negli anni una continua revisione delle pratiche comunicative e d’interazione sociale. Si moltiplicano le forme e le manifestazioni esterne della propria individualità, allo stesso modo convergono spesso, in una stessa piattaforma, pubblici diversi, ai quali eravamo abituati a proporre ribalte appositamente differenziate. Questo è vero soprattutto per uno dei più recenti capitoli della dimensione digitale, vale a dire quello social. Come reagiamo allora a tutto questo? Rassegnandoci e liberandoci finalmente di almeno un paio di quelle belle maschere ci eravamo costruiti?

La risposta – secondo la ricerca “UltraYou” promossa dal colosso americano dei microprocessori Intel e condotta da Redshift Research in nove Paesi (Regno Unito, Polonia, Spagna, Italia, Repubblica Ceca, Paesi Bassi, Turchia, Egitto ed Emirati Arabi Uniti) – sarebbe no. Al contrario le nuove piattaforme di social network sembrano rendere ancora più solido e fecondo quel “secondo mondo” simmeliano.

All’interno dei nostri profili sui social media, ci dice l’indagine, è piuttosto diffusa la tendenza a ricorrere a delle “bugie bianche” per creare un alter ego digitale più somigliante all’immagine ideale che vorremmo avere. Un italiano su due dichiara, infatti, di aver “abbellito” almeno una volta la propria vetrina sociale, pur solo con piccole accortezze o comunque in buona fede.

Tra le motivazioni di questa tendenza alla menzogna virtuale, vi sarebbero innanzitutto il desiderio di catturare l’attenzione di amici e conoscenti (55% dei casi) e di nascondere le proprie insicurezze (40%, soprattutto con riferimento all’universo femminile, che si attesta a quota 45%, contro il 34% degli uomini). Un maschio su due crede poi che mentire possa servire a trovare nuovi amori o relazioni, mentre lo stesso vale per una donna su tre. Anche il puro narcisismo (20%) e l’intento di piacere di più a potenziali datori di lavoro (7%) sembrano avere un peso non indifferente.

Le forme attraverso le quali si manifestano poi questi lifting virtuali sono molteplici. L’innovazione tecnologica e la corsa al digitale hanno permesso lo sviluppo di strumenti che, in diverso modo, si fanno complici (dei “compari” in termini goffmaniani) degli utenti “imbroglioni”. Si pensi, ad esempio, alle molte applicazioni per smartphone (Instagram su tutte) che permettono, gratuitamente, con estrema semplicità e in tempo reale, di aggiungere filtri ed elaborare immagini appena catturate, da condividere poi sulla propria bacheca sociale. Schiere infinite di improvvisati fotografi trasformano, allora, più o meno consapevolmente, il proprio aspetto, in funzione del proprio ideale estetico. Le foto personali e il fotoritocco sembrano rappresentare, in particolare, il tarlo principale per le donne (secondo un intervistato su due è la bugia bianca più diffusa tra il gentil sesso), indaffarate nel selezionare le sole immagini più lusinghiere di sé, pronte ad eliminare tag non desiderati e a lasciare lamentosi commenti laddove vengano ritratte in forme poco attraenti.

Le questioni estetiche sembrano invece interessare meno gli uomini (uno su quattro filtra le immagini), preoccupati piuttosto di apparire più divertenti e brillanti di quanto non siano nel quotidiano.

Si mente poi anche per mostrarsi più intelligenti e colti (22%) o per farsi vedere solo in situazioni e luoghi esclusivi o di stile (18%), magari attraverso i servizi di geolocalizzazione (Foursquare in primis). Si ostentano, infine, spesso anche le proprie relazioni d’amore, vere o presunte che siano.

Forse proprio perché il fenomeno è così diffuso, gli utenti sembrano essere piuttosto disincantati, dichiarano per la maggior parte di non cadere nella rete delle bugie altrui, ma di accorgersi dei “fake” o delle semplici “limature” di immagini e post. Il dubbio sorge nel momento in cui qualcosa sembra troppo bello per essere vero (per un intervistato su due), quando si ha a che fare con delle foto malamente ritoccate o, soprattutto in Italia, quando ciò che l’utente dice non riflette le azioni che esso compie (sempre per uno su due)

Solo il 18% dichiara di non riuscire a distinguere facilmente il confine tra bugie e realtà e solo il 4% dice di affidarsi ai commenti degli altri per crearsi una propria idea.

Il desiderio di farsi notare in rete può, inoltre, condurre facilmente all’esagerazione: più della metà degli italiani non sopporta gli utenti che condividono ogni singolo dettaglio delle proprie giornate, soprattutto gli aspetti più intimi. Allo stesso modo non piacciono le foto troppo esplicite o le volgarità e nemmeno gli utenti che si lamentano sempre di tutto e tutti o che fanno troppi errori ortografici. Ben l’80% del campione vorrebbe, poi, venisse introdotta una sorta di una netiquette, capace di garantire la convivenza rispettosa nel web.

La cosa curiosa è che – come già intuito nelle disamine di Simmel – la pratica del mentire in rete influenza concretamente la stessa vita reale, spingendo gli utenti verso il miglioramento: ben il 53% degli intervistati italiani, in particolare tra i maschi, arriva a confessare di voler assomigliare di più all’immagine che di sé racconta online. Non che si tratti di una tendenza tipicamente italiana, lo stesso vale per il resto d’Europa – con la sola eccezione dell’Olanda che mostra una percentuale del 27% – e per il Medio Oriente, in particolare in Egitto, dove la quota sale addirittura al 76%.

La tendenza – sostengono i responsabili di Intel – porterebbe anche a dei benefici per la qualità della propria vita. Si presta, ad esempio, maggiore attenzione a tutti i momenti belli e agli affetti delle proprie giornate. Il 33% degli intervistati dichiara di scattare più foto di sé e della propria famiglia e, in misura minore, di fare più vacanze. Il 31% degli italiani sostiene inoltre di essere più curioso e di leggere di più, allo scopo di trovare spunti da condividere e commentare in rete (si tratta comunque di una percentuale inferiore rispetto alla media europea, pari al 42%, e ancor più rispetto a quella dei paesi del Medio Oriente, Egitto in testa con il 71%). Il 27% dei nostri connazionali dice di fare maggior esercizio fisico, il 15% di curare di più anche l’abbigliamento.

L’ascesa dei social network sembra, inoltre, decretare un rilancio per la “vecchia” televisione, vista in misura maggiore da un italiano su cinque, al fine di avere validi argomenti su cui chiacchierare con gli amici virtuali. La vita digitale spinge poi anche molti giovani a partecipare ad eventi particolari e a cercare di farsi immortalare in compagnia delle persone considerate più “cool”.

Quanto tempo si trascorre, allora, nei panni ideali del proprio io virtuale? Due intervistati su cinque in Italia e in Europa dedicano al loro profilo online più di mezzora al giorno e la metà del campione dichiara addirittura di sentirsi scollegato dal mondo e in qualche modo perso, se posto nell’impossibilità di collegarsi e di condividere o raccogliere informazioni online

Il mezzo più utilizzato per gestire le proprie identità virtuali sembra essere ancora il computer portatile, poiché più comodo, rapido ed efficace di uno smartphone (il cui uso è comunque ampiamente diffuso), soprattutto per aggiungere o creare contenuti multimediali, per gestire più profili contemporaneamente e per aggiungere o rimuovere i “tag” dalle foto. Nella scelta del portatile, infine, le caratteristiche più ricercate sono la durata della batteria (53%), la rapidità di avvio (32%) e l’estrema portabilità e leggerezza (30%).

Pubblicato su: PMI-dome

Parte la Mobile mania

Nell’avvicinarci allo studio delle novità introdotte dai dispositivi mobili, non possiamo prescindere da un approccio interdisciplinare, che consideri le loro implicazioni a livello sociologico e psicologico

Che i dispositivi mobile fossero presenti nel territorio italiano in misura superiore agli stessi abitanti lo si sapeva già da un pezzo: le più recenti stime parlano di oltre 80 milioni di esemplari attivi, tra cellulari, computer, tablet e navigatori satellitari. Allo studio del fenomeno si è interessata pure l’antropologia, a dimostrazione del fatto che quella a cui stiamo assistendo non rappresenta una semplice tendenza passeggera, ma un reale e profondo cambiamento nel nostro approccio alla vita e alle sue molteplici manifestazioni, con conseguenze, dunque, non solo a livello di prestazioni, ma anche di relazioni sociali. Genevieve Bell (antropologa e direttrice dell’Interaction and Experience Research Group degli Intel Labs) – analizzando lo scenario attuale relativo a 17 Paesi dell’area EMEA, compreso il nostro, per conto di Intel e in collaborazione con Redshift Research – ha evidenziato come ben il 40% degli italiani dichiari di non spostarsi mai senza portare con sé almeno due dispositivi tecnologici mobili e il numero sale addirittura a tre o più dispositivi per una persona su cinque. Il 93% del campione considera irrinunciabile il cellulare personale, il 31% il portatile, il 15%, a pari merito, il navigatore satellitare e il cellulare di lavoro, l’11% il netbook e il 4% il giovane tablet.

Il 90% degli italiani considera il proprio comportamento nei confronti dei dispositivi mobili tra il buono e, addirittura, l’eccellente, mentre nessuno lo definisce come migliorabile; ciononostante pare che solo un italiano su cinque adotti un comportamento corretto in tal senso e, sempre uno su cinque, giudica negativamente la condotta dei propri connazionali. Certamente risultiamo una delle popolazioni più autocritiche (più severi di noi solo romeni, cechi ed egiziani), ma il dato è comunque significativo: ad esser considerato il comportamento più scorretto al telefono è, per il 77%, l’atto di leggere e scrivere messaggi mentre si è al volante, seguito dal parlare ad alta voce in pubblico (73%), dall’utilizzo di suonerie invadenti (58%), dal distrarsi con una telfonata (55%) o con la lettura o la risposta ad un messaggio (44%) mentre si sta parlando con qualcuno. Chi è senza peccato scagli la prima pietra, suggerirebbe a questo punto la saggia cultura popolare, dato che, superando le lodevoli intenzioni e scendendo dalla cattedra del giudizio, gli italiani adottano in larga parte comportamenti sconvenienti: uno su tre è solito scrivere messaggi alla guida e uno su due lo fa in compagnia di altri nel bel mezzo di una conversazione, il 50% usa i dispositivi mobili in camera da letto e in compagnia del partner.

Il mobile viene visto da un italiano su due come uno status symbol, tanto che quasi la maggioranza, il 46%, auspica la creazione di una sorta di codice comportamentale, una “etichetta mobile”. La mancanza di educazione mobile arriva ad occupare il secondo posto tra i comportamenti scorretti in pubblico, appena sotto alle dita nel naso e al mordicchiarsi le unghie, ma sopra le parolacce pronunciate ad alta voce e sopra il fumare addosso a chi non fuma: siamo di fronte ad una vera rivoluzione sociale.

L’80% rinuncerebbe per una settimana a caramelle, caffè, the e cioccolato per il proprio dispositivo mobile preferito, il 4% addirittura alla doccia o al partner. I telefonini non vengono mai spenti, il 31% della popolazione controlla il proprio dispositivo solo dopo esser arrivato a lavoro, ma ben il 28% lo fa già nel corso della colazione, il 15% ancor prima di scendere dal letto (soprattutto tra le donne: il 71% sbircia prima di uscire di casa, contro il 67% degli uomini) e il 13% sui mezzi pubblici andando in ufficio.

Il mobile costituisce un canale preferenziale per la fruizione dei social network, che il 68% degli italiani controlla almeno una volta al giorno, anche se un italiano su dieci è passato al controllo ogni ora; si condannano a tal proposito l’utilizzo di identità altrui (63%), la condivisione eccessiva di informazioni online, spesso eccessivamente private (53%), l’inserimento di “tag” sulle proprie foto senza averne chiesto il consenso (52%), l’essere geolocalizzati da servizi e siti web (49%), gli errori grammaticali e di sintassi (35%), le richieste di contatto da parte di sconosciuti (29%).

I dati riportati rivelano, oltre alla forte diffusione della prassi mobile, una mancanza di coerenza tra considerazione ideale e utilizzo effettivo, dunque una mancanza in termini di reale padronanza del mezzo: “le nostre società e le nostre diverse culture – sottolinea Genevieve Bell –  non hanno […] ancora davvero compreso come metabolizzare correttamente tali tecnologie all’interno del vivere civile e quotidiano“. Ovviamente si tratta di considerazioni comunque un tantino precoci, poiché l’evoluzione digitale imporrà sempre più di rivedere completamente le logiche tradizionali nel godimento dei contenuti e delle relazioni umane, superando, per questa via, l’attuale confusione: “questo tipo di normalizzazione sociale, queste nuove regole del vivere civile, o, più semplicemente, l’etichetta, come spesso viene chiamata, sono infatti il frutto di molti anni di evoluzione. Un’evoluzione che passa necessariamente attraverso le generazioni”.

Rimane fermo il fatto che l’evoluzione è già in corso ed ecco, allora, che la marginalità tipicamente affidata alla fruizione mobile cede il posto a quella che è stata definita una vera e propria “ossessione”. Non più un utilizzo limitato agli spostamenti o al tempo libero, non più recupero di informazioni e contenuti di utilizzo immediato, ma una sorta di dipendenza fisica, studiata dagli psicologi alla stregua di una qualsiasi altra psicosi. Lo stereotipo dell’uomo d’affari costantemente impegnato a rispondere ai vari “drin drin” e con un portatile nella ventiquattrore sembra estendere i propri originali confini per arrivare ad abbracciare una dimensione universale. Sembrano essere molti coloro che utilizzano il proprio device in modo compulsivo: la scienza psicologica parla di “abitudine al controllo” (checking habits) e a lanciare l’allarme è stato un recente studio condotto dall’Helsinki Institute for Information Technology, negli Stati Uniti e in Finlandia, e pubblicato sul Personal and Ubiquitous Computing Journal.

Il campione oggetto dell’indagine ha rivelato di effettuare controlli costanti nella propria posta elettronica, nel proprio profilo sociale o nei propri canali informativi, controlli che durano anche meno di trenta secondi, al solo scopo di aggiornarsi circa le novità; ma il passo dalla prassi alla patologia sembra essere breve: “la cosa interessante – ha sottolineato  Antti Oulasvirta, ricercatrice che ha condotto lo studioè che se prendete lo smartphone per trovare stimoli interessanti e rispondere, in questo modo, alla noia, si viene sistematicamente distratti da cose più importanti che accadono intorno a voi. Le abitudini, poi, diventano automaticamente comportamenti e compromettono il controllo consapevole delle abitudini”. Si attivano, cioè, automaticamente dei comportamenti che possono limitare il controllo conscio che alcune situazioni richiedono. “ Gli studi cominciano ad associare l’uso dello smartphone a conseguenze disastrose, come ad esempio gli incidenti d’auto o scarso rendimento sul lavoro. Purtroppo, come dimostrano decenni di lavoro di psicologia, le abitudini non sono facili da cambiare“.

Gli utenti sembrano non rendersi conto del carattere ossessivo dei propri controlli, pur ammettendo di fare un uso eccessivo di smartphone. Applicazioni e funzionalità aggiuntive rendono i dispositivi sempre più affascinanti agli occhi dei possessori e alla funzionalità del mezzo si sostituisce il suo utilizzo anche nel tempo libero, modificando radicalmente le abitudini e la quotidianità, con possibili ripercussioni anche a livello di salute (riscontrati, ad esempio, problemi nel sonno). La preoccupazione è che l’appeal esercitato dalle applicazioni sugli utenti finali possa spingere gli sviluppatori a realizzare sempre nuovi strumenti che prevedano, tra le proprie caratteristiche intrinseche, proprio un utilizzo costante del dispositivo: basti pensare alla geolocalizzazione, una tendenza piuttosto recente che spinge a tenere sotto controllo gli spostamenti della propria cerchia sociale.

L’uso compulsivo di smartphone potrebbe anche condurre ad un danneggiamento nelle normali relazioni interpersonali, prime tra tutte quelle interne al proprio team di lavoro. Stando ad uno studio realizzato da Qumu, in particolare, ad essere in pericolo sarebbero soprattutto le relazioni con i propri colleghi, più di quelle con i propri titolari (l’art. 4 della legge n. 300 del 20 maggio 1970, lo Statuto dei lavoratori, vieta l’uso di tecnologie con l’intento di controllare l’attività dell’impiegato, a meno che non ve ne sia specifica previsione nel contratto sindacale di categoria). Il 74% delle persone che, nella giornata lavorativa, utilizzano internet attraverso i propri device, accedono a siti che non consulterebbero dal computer di lavoro, per questo motivo il 52% del campione intervistato crede che la rete mobile sia utilizzata principalmente per cercare un nuovo lavoro (52%), per consultare materiale pornografico (47%), per cercare informazioni su malattie o condizioni imbarazzanti (37%). Il 47% rivela di aver scoperto almeno un collega nascondere il dispositivo sotto la scrivania e il 42% ritiene che si decida spesso di andare in bagno come scusa per controllare il proprio smartphone.

Lo sviluppo tecnologico impone, in definitiva, non solo una riformulazione negli usi e un ampliamento nelle potenzialità, ma possiede numerosissime implicazioni che coinvolgono altre discipline in apparenza lontane, quali la sociologia e la psicologia. Un approccio interdisciplinare, a questo punto, funzionale alla risoluzione delle criticità evidenziate, risulta essere certo auspicabile.

Pubblicato su: PMI-dome