Blogger made in Italy: quando un’opinione diventa una risorsa aziendale

Imageware indaga la blogosfera tricolore e delinea i contorni di un mondo eterogeno, fatto di personalità e professionalità sempre più influenti, capaci di indirizzare il gusto dei consumatori. Nel rapportarsi ad esse le imprese devono imparare a comprenderne le specificità, costruendo comunicazioni mirate

Degli interlocutori sempre più influenti, votati all’indipendenza d’opinione e interessati a stringere relazioni solide, floride e personalizzate con le aziende. È questa la fotografia essenziale scattata dall’Osservatorio Imageware sui blog italiani, attraverso un questionario online di 15 domande, somministrato ai principali blog italiani (individuati in base al numero di utenti unici o alla qualità dei contenuti) nei primi mesi del 2013. A rispondere sono stati in 125 su 325 invitati.
I promotori dell’indagine si sono innanzitutto prodigati nel mappare la blogosfera tricolore: i temi maggiormente trattati sono la moda (in 63 tra i rispondenti, pari al 50,4%) e il lifestyle (29, pari al 23,2%), seguiti da tecnologia (23, cioè 18,4%), food & wine (16, 12,8%), bellezza & salute (15, 12%), interior design (12, 9,6%), ambiente (8, 6,4%), automobilismo (5, 4%) ed energia (2, 1,6%). In molti, tuttavia, ritengono che la propria attività non possa ricondursi a nessuna di queste categorie, perché il proprio blog tratta argomenti assai diversi tra loro oppure perché l’argomento trattato è alquanto particolare.
Si è poi cercato di comprendere il modo in cui gli intervistati considerano il proprio ruolo, la percezione che essi hanno della propria attività virtuale. La maggior parte (ben 94 appartenenti al campione, pari al 75,2%) si definisce un “blogger”, in 14 “giornalisti” (su 27 giornalisti che complessivamente compongono il campione), pari all’11,2% (appartenenti per la maggior parte alla categoria del food & wine), in 3 (2,4%) “opinionisti”. Quest’ultima definizione, seppur adottata da un numero limitato di rispondenti, evidenzia un aspetto molto importante dell’attività di chi gestisce una vetrina virtuale, l’offrire, cioè, opinioni su particolari argomenti. Altro fulcro di tale attività è la condivisione delle conoscenze, alla base di alcune definizione libere offerte dai rispondenti (“Sono una persona che lavora e condivide le conoscenze del suo lavoro con altri”). A completare la rosa delle diverse anime che dimorano nei blog italiani, vi sono quanti si vedono come semplici “appassionati”, “pseudo blogger”, “amanti”, “specialisti” e “mediattivisti”. Non un approccio unico, non un ruolo definito e inquadrabile, dunque, ma una pluralità di espressioni che impongono di essere approfondite singolarmente.
Con riferimento alle fonti d’informazione utilizzate, emerge come la maggioranza dei rispondenti trovi spunto, per i propri post, dall’esperienza e dai pensieri personali (84%), palesando una certa vocazione all’indipendenza. Alcuni, in particolare, raccolgono idee nel corso della propria attività lavorativa, grazie all’interazione con i protagonisti del settore che occupano. Anche la ricerca su Internet sembra avere un ruolo di primo piano (62,4%), soprattutto per chi si occupa di tecnologia, così come i comunicati stampa e i prodotti inviati dalle aziende o dalle agenzie (53,6%, percentuale che quasi si annulla se si considerano i soli rispondenti che si occupano di food & wine); nel 40,8% dei casi, invece, l’ispirazione per la trattazione proviene da comunicati stampa e prodotti ricercati personalmente . Altre fonti sono poi i libri o gli articoli (42,4%), gli eventi organizzati specificamente per i blogger (33,6%), i post e le conversazioni intercorse con i propri lettori (20,8%). Meno rilevante il contributo di televisione e radio (11%).
A spingere verso la creazione di un blog vi sono innanzitutto una forte passione e la volontà di esprimersi liberamente, per stimolare un confronto interattivo, una discussione o per condividere le proprie esperienze e i propri pareri, fornendo magari informazioni approfondite, difficilmente recuperabili in altro modo in rete. C’è anche chi considera il blog semplicemente un hobby, avendo iniziato il progetto quasi per gioco. Per contro alcuni vedono in simili attività l’opportunità di una crescita professionale.
Interrogati in merito al proprio ruolo, gli intervistati confermano l’importanza primaria attribuita al blog come mezzo per esprimersi (52%), per condividere esperienze e sentimenti personali (38,4%), per trattare le informazioni in maniera aperta e onesta (37,6%) e, in parte, provocare dibattiti (2,4%). Ben 27 sono giornalisti che utilizzano i nuovi media a integrazione della loro professione (21,6%) e non pochi sono gli imprenditori che sfruttano le piattaforme per fare business (17,6%) o marketing (16%).
La comunità dei blogger sembra essere piuttosto unita: l’88% degli intervistati segue altri blog, il 60,8% vi interviene con commenti, il 41,6% inserisce link di altri blog nel proprio (pratica in uso soprattutto tra gli esperti di food & wine). I blogger mantengono i contatti tra loro attraverso la rete (68,8%) e spesso anche personalmente (57,6%).
Quali sono, a questo punto, gli obiettivi di chi gestisce un blog? Sulla scia di quanto detto finora, il 73,6% del campione dichiara di avere come scopo la condivisione di informazioni, conoscenze e pensieri. Emerge, allo stesso tempo, una forte spinta professionale, soprattutto per chi scrive di bellezza e salute (e, in seconda battuta, per chi si occupa di tecnologia e lifestyle): il 60% cerca uno sviluppo professionale, il 36% vorrebbe diventare blogger a tempo pieno, il 30,4% guadagnare denaro. Sono i successi stessi della propria vetrina che spingono verso simili ambizioni, laddove un progetto nato spesso solo come hobby finisce per trasformarsi in una professione vera e propria.
Come guadagnano i blogger italiani? Al di là delle soddisfazioni personali e dei riscontri positivi di pubblico, quali vantaggi materiali si possono ottenere dall’offrire agli altri le proprie conoscenze e il proprio punto di vista? Poco più della metà del campione (51,2%) dichiara di guadagnare attraverso la propria attività di blogger, contro il restante 48,8% che non percepisce alcun privilegio economico. Non stupisce poi il fatto che la pubblicità rappresenti la fonte principale di guadagno (65,1%); molto importanti sono però anche i prodotti ricevuti in regalo (42,9%, destinati principalmente a chi tratta moda, lifestyle, bellezza e tecnologia) e i link inseriti nel proprio sito (31,7% dei blogger viene pagato per questi, soprattutto tra chi si occupa di moda e lifestyle). L’11,1% guadagna attraverso Google marketing e solo il 9,5% riceve un compenso. Il 27% è invitato a eventi e presentazioni (da tale pratica sembrano essere esclusi quanti si occupano di interior design, ambiente ed energia) e al 14% vengono rimborsate le spese di viaggio.
C’è infine chi guadagna indirettamente, grazie alle consulenze offerte alle aziende o ai privati.
Oltre il 91% dei blogger dichiara di essere in contatto con aziende o agenzie che informano o inviano loro prodotti utili alla stesura dei propri post. Tali contatti sembrano essere piuttosto costanti, soprattutto per chi si occupa di moda e tecnologia: la maggioranza del campione (41,9%) riceve quotidianamente email, telefonate o visite da rappresentanti di queste aziende o agenzie e il 28,6% più volte in una settimana. Solo il 19% intrattiene invece contatti saltuari (una volta o meno al mese).
Come avviene il contatto tra blogger e aziende? La maggior parte di queste ultime invia inviti per eventi (78,1%, a cui si aggiunge un 57,1% di aziende che inviano inviti ad eventi dedicati specificatamente ai blogger), informazioni o materiali di marketing (76,2%), prodotti da testare, verificare, assaggiare o commentare (70,5%, soprattutto indirizzati a chi si occupa di vino, tecnologia, bellezza e salute). Il 68,6% dei blogger riceve in anticipo notizie su prodotti in arrivo sul mercato ed è di conseguenza chiamato a dare il proprio parere su di essi, in vista del lancio ufficiale.
Quale legame si crea tra penne del web e aziende? Anche in questo caso a prevalere è un certo spirito di indipendenza, dato che l’81,9% del campione dichiara di mantenere una grande libertà di scelta e di opinione sui contenuti trattati e nessuno afferma di sentirsi obbligato a scrivere una volta invitato a un evento o ricevuta un’informazione. L’attitudine dei blogger verso le aziende è comunque positiva, se si considera che ben il 48,3% di essi ritiene sia un bene mantenere rapporti con queste realtà e il 39,7% desidera ricevere maggiori contatti e informazioni. Solo il 6,9% afferma di avere molti dubbi riguardo alle informazioni che riceve dalle aziende e solo 2 blogger preferiscono non essere contattati. Emergono tuttavia anche alcune criticità nel rapporto con le aziende, che riguardano primariamente la ricerca di pubblicità a costo zero o l’inutilità di alcune informazioni fornite da queste; a ciò si aggiunge un 13,8% del campione che sostiene di ricevere troppo materiale, auspicando una maggiore selezione alla base degli invii. Sono, in particolare, i blogger del food & wine i meno propensi ai contatti con le aziende.
Malgrado il 78,5% del campione creda che i blog abbiano una credibilità maggiore o uguale ai media tradizionali, l’11,3% afferma che oggi è ancora la stampa tradizionale il mezzo più credibile. Interrogati sul futuro della blogosfera, la maggior parte dei partecipanti al sondaggio (68,1%) sostiene che molto dipenderà dalla serietà e professionalità di chi gestisce questi spazi digitali. Per il 55,2% i blog manterranno un ruolo diverso e alternativo ai media tradizionali e per il 33,6% essi aumenteranno la loro popolarità e credibilità (contro un misero 2,6% che ritiene che tale credibilità, al contrario, diminuirà).
Per le aziende riuscire ad avere visibilità nei blog sembra essere oggi sempre più importante. Si tratta di una sfida piuttosto complessa, che impone di dare priorità alle relazioni su ogni altra cosa. Per ottenere una menzione, una recensione e la sperata attenzione è necessario riuscire a mantenere nel tempo buoni rapporti e comprendere la logica del blog cui ci si rivolge, attraverso messaggi mirati. Abbandonare l’abitudine alla standardizzazione e abbracciare la logica della condivisione: questo dovrebbe essere l’imperativo per quanti si prodigano a trovare uno spazio per la propria azienda nella blogosfera. Il feedback che deriva da questi spazi virtuali è da molti ritenuto più potente e duraturo rispetto a quello della mera pubblicità, ciò in primis per la credibilità e il seguito che il blogger notoriamente detiene tra i suoi lettori. Chi nelle imprese si occupa delle relazioni con i media deve prestare particolare attenzione ad ogni singola piattaforma cui si indirizza, selezionare solo quelle che sembrano poter trarre beneficio dalla comunicazione che si intende inviare, in modo da non incorrere nel pericolo di venire considerati banale rumore di fondo, fastidioso, inutile e per questo scartato. Allo stesso tempo non ci si deve dimenticare nemmeno dei blogger meno popolari, soprattutto perché la rete della blogosfera appare piuttosto fitta, fatta spesso di menzioni e link tra una vetrina e l’altra. Conoscere, quindi, in modo approfondito l’universo cui si intende rivolgere la propria comunicazione aziendale è una premessa assolutamente imprescindibile. A differenza di altri professionisti mediatici, i blogger trattano solitamente solo argomenti che riguardano loro da vicino e per i quali hanno un forte interesse: le risposte fornite a Imageware rendono chiaro quanto la loro attività non possa essere orientata e piegata a logiche prettamente commerciali e quanto dietro ogni penna virtuale vi sia una forte personalità o professionalità, che è stata capace di guadagnarsi il rispetto del pubblico.
I blogger hanno contribuito a cambiare radicalmente le pratiche di ricerca delle informazioni degli utenti, rivelando l’importanza crescente attribuita da questi ultimi all’opinione degli altri utenti piuttosto che alla carta patinata della pubblicità. I blog sono in grado di orientare il gusto e dunque la propensione all’acquisto dei propri lettori, grazie all’arma della condivisione e del commento libero da condizionamenti. La raccomandazione di un blogger può essere considerata alla stregua di quella di un amico, dato che egli è in grado di raccogliere attorno a sé una folta schiera di fedelissimi, che lo seguono costantemente. Solo aggrappandosi a simili consapevolezze le aziende potranno costruire solide e floride relazioni con il mondo dei blog e, di conseguenza, con gli internauti-consumatori ad esso legati.
Pubblicato su: PMI-dome
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Informazione e formazione. Tutto in 1minuto

Nasce il nuovo format editoriale, creato da Loft Media Publishing, basato sulla realizzazione di video dalla durata di 60 secondi, nei quali noti esperti del mondo digitale e imprenditoriale rispondono a precise domande

La rivoluzione digitale ha imposto una trasformazione rapida, radicale e quasi sicuramente irreversibile nell’interazione tra le persone, che ha sovvertito le tradizionali pratiche, per condurre ad un sistema comunicativo molti-a-molti, multimediale e globale, in cui a vincere è in primis un’ottica di tipo collaborativo. Il web 2.0 ha imposto a molte aziende di rivedere i propri modelli di business, di ideare, progettare, sviluppare prodotti e servizi in modo profondamente differente rispetto al passato, offrendo – tra le altre – una risorsa dal costo piuttosto basso e allo stesso tempo florida e vitale, la collaborazione: ciascuna mano imprenditoriale può attingere ad un bacino pressoché illimitato di talenti, per trarne idee e innovazioni anche di altissimo livello.
Alcune delle realizzazioni digitali più entusiasmanti attualmente in circolazione sono il risultato del lavoro di team composti da migliaia o forse milioni di individui (si pensi, molto banalmente, a Linux, a Wikipedia, a Youtube). Interi settori economici, tra i quali l’editoria, l’intrattenimento, i servizi finanziari, l’industria, stanno subendo una trasformazione vera e propria, spesso fondata sul principio della peer production. Da qui la critica costante alla rete, mossa da chi si erge a custode dei tradizionali (o meglio obsoleti) veicoli della conoscenza, gli unici – a detta dei “custodi” – in grado di garantire una diffusione qualitativamente apprezzabile. La rete sembra voler abolire, o perlomeno attenuare, i modelli imprenditoriali gerarchici, favorendo meccanismi di creazione fluidi ed eterogenei, che permettono a tutti di esprimersi piuttosto liberamente. L’ideale massimo al quale si aspira è quello di un’economia più partecipata, che Don Tapscott e Anthony D. Williams già nel 2006 definivano “Wikinomics”.
Resistere alla tentazione di innalzare anacronistiche barricate e anzi percorrere strade sempre nuove alla ricerca dell’innovazione, mettendo magari a frutto proprio quel frizzante capitale umano a disposizione nel web, sembra essere la sfida posta dalla virtualità a dirigenti e professionisti. Ed è proprio allo scopo di cogliere questa sfida e rilanciarla in una nuova formula – non wiki, ma comunque aperta – che pare muoversi l’azione della casa editrice (nel senso meno tradizionale del termine) milanese Loft Media Publishing, fondata nel gennaio del 2009 come frutto dell’esperienza maturata, nel corso dei tre anni precedenti, dai fondatori dell’associazione senza fini di lucro “Cedites” (Centro Studi per la Divulgazione della Tecnologia e della Scienza).
Degno di attenzione è in particolare il suo ultimo progetto, 1minuto.info, lanciato ufficialmente lo scorso giovedì 5 luglio di fronte alla platea del Social Case History Forum di Milano. Esso mantiene le sue radici nel solido deposito del sapere, facendosi in qualche modo carico della qualità di quanto veicolato, ma rinnega le classiche logiche di chiusura, allargandosi, al contrario, in un sistema interattivo e multicanale. Editoria, dunque, come sinonimo di cultura e conoscenza diffusa attraverso i valori della viralità e della liquidità, pur conservando alla base alcuni punti fermi – inevitabili per un’attività che possa dirsi appunto editoriale – come la garanzia di autorevolezza.
In cosa consiste 1minuto? 
Nel descriverla, i suoi promotori collocano la piattaforma a metà strada tra la formazione e l’informazione, pur chiarendo la distanza da “un sito di e-learning in senso classico”. “Risposte d’autore. In video”, si legge nell’intestazione della homepage.
In sostanza ci troviamo di fronte ad una raccolta organizzata di video lunghi un minuto (a volte – com’è inevitabile – si sfora di qualche secondo), nei quali alcuni tra i più accreditati esperti italiani del mondo digitale e imprenditoriale rispondono a delle domande inerenti il proprio ambito di competenza.
Per facilitare la ricerca, i contributi sono stati suddivisi in base a quattro tematiche o “Aree di conoscenza”: “ICT”, “Social Media”, “Ricerca e Innovazione” e “Startup e Impresa” e a tre “Livelli di conoscenza” (“Per principianti”, “Per professionisti” e “Per guru”).
I video attualmente disponibili sono circa un centinaio. Si tratta comunque – sostengono i promotori – di un numero destinato a “crescere esponenzialmente, poiché chiunque può sottoporre una nuova domanda o candidarsi per identificare l’esperto adatto e filmarne la risposta, che verrà poi elaborata e pubblicata dalla redazione”.
Un progetto tutto italiano che sfida Wikipedia sul suo stesso terreno, ma con regole diverse”. “Un modo nuovo di trasmettere la conoscenza in un’era in cui a maggior parte di noi ha poco, pochissimo tempo a disposizione per imparare”, si evidenzia. Su 1minuto “rispondono solo persone che non hanno un interesse economico nel farlo”, si legge ancora nel sito: “professori universitari e ricercatori, consulenti indipendenti e analisti di mercato…” che hanno accettato “di raccontare in un solo minuto quello che di solito raccontano in due ore di lezione, in un’ora di intervento in un seminario, in una giornata di formazione professionale”.
Nei 6 mesi che hanno preceduto il lancio ufficiale del progetto, la redazione di 1minuto ha coinvolto molti tra i più noti esperti italiani dei settori di riferimento, da Carlo Alberto Carnevale Maffè a Umberto Bertelè, da Marco Zamperini a Stefano Quintarelli, passando da Alfonso Fuggetta, Davide Casaleggio, Giorgio De Michelis e Leonardo Bellini.
Qualcosa di simile era già stato fatto da Jacopo Paoletti e Maria Petrescu con Intervistato.com  e annesse “rubriche” StartupID e 10minuticon. Alla base vi è cioè l’idea di diffondere le informazioni in modo libero, di sperimentare in modo concreto il concetto di social journalism, dove l’utente finale può entrare a pieno regime nel sistema di produzione dell’informazione stessa, proponendo domande e esperti da contattare.
Un’idea che esprime il potenziale della piattaforma nel senso del crowdsourcing, l’attività di esternalizzazione della creatività. Tuttavia si sottolinea come il coinvolgimento dell’utente nell’atto produttivo non sia casuale, l’intento sembra essere cioè quello di raccogliere il più ampio numero possibile di stimoli dalla rete, attraverso i molti canali resi disponibile dalla multimedialità, operando però su tali stimoli una valutazione e dunque selezione, capace di esprime e veicolare la mission e i valori e aziendali. In questo passaggio risiede forse l’abilità imprenditoriale dell’editore illuminato. Rete dunque non come overload informativo, ma come fonte cui attingere per cogliere umori, esigenze conoscitive, suggerimenti, iniziative effettive. “Noi crediamo” – si legge sul sito – “che il crowdsourcing, la partecipazione collettiva alla creazione della conoscenza sia una gran cosa. E ci piace. Ma crediamo anche che ci siano cose a cui non tutti sanno rispondere”: “1minuto.info ha scelto quindi di selezionare domande capaci di sollevare l’interesse di un gran numero di persone (o almeno, così ci auguriamo) e di trovare per ognuna di esse non un esperto qualunque, ma quello che a quanto ci è dato di sapere è la persona giusta per rispondere”.
Si muove invece in direzione del pieno crowdsourcing, pur con una logica promozionale alla base, un contest lanciato sulla pagina Facebook della piattaforma, “1 Minuto Video Contest”, con tanto di hashtag #1MVC, da usare per diffondere i contenuti rientranti nel concorso: in pratica si chiede agli internauti di raccontare in un video “Cosa faresti in 1 minuto da non dimenticare mai”. I partecipanti avranno tempo fino al 21 ottobre per accumulare like, share e commenti, alla fine il contenuto dalla portata maggiormente virale sarà premiato con ben 3.000 euro.
Un concetto di marketing dunque piuttosto nuovo, che cerca nella sperimentazione la sua strada principale. Stesso discorso vale per la scelta, all’interno del sito, di rendere visibili alcuni elementi accessori ai video (trascrizione scritta della risposta, biografia dell’esperto che parla) solo dopo che l’utente abbia condiviso il video su uno dei propri canali social.
Social journalism e crowdsourcing, dunque, ma non solo: il format creato per 1minuto sembra voler fare propri molti dei fenomeni che attualmente animano la rete, unendoli in una formula del tutto originale. Esso rilancia, ad esempio, il successo dei servizi di Q&A, rappresentati in Italia dall’arcinoto Yahoo! Answers e, più recentemente, da Responsa, una soluzione Saas che permette di inserire nel proprio sito un sistema di domande e risposte, appunto. Nel contesto statunitense il rimando è a Quora, social network strutturato sul medesimo meccanismo. In parte 1minuto potrebbe, allora, colmare, limitatamente alle tematiche trattate, l’assenza di una soglia qualitativa sui contributi inseriti dai fruitori di tali servizi Q&A, concentrandosi esclusivamente sull’esigenza di soddisfare bisogni informativi reali e concreti.
Altra tendenza raccolta dal nuovo format di Loft Media Publishing è la miniaturizzazione dell’informazione. Quest’ultima viene ora resa disponibile in pillole singole e piccolissime, che comunque si dimostrano esaurienti. Conseguenza diretta di questo è la ricerca di una specificità sempre più spiccata negli argomenti di volta in volta trattati: in un minuto non ci si potrebbe di certo permettere un eccesso di argomentazione, per questo si punta a colmare precise lacune conoscitive.
Poi la creazione di una fidelizzazione, attraverso l’arma dell’aspettativa: 1minuto – si legge nel sito – “si arricchirà di 2 nuove risposte ogni settimana: il lunedì e il giovedì, alle 9 di mattina in punto”. Infine l’ottima fruibilità consentita dalla piattaforma: contenuti video veloci e arricchiti da un sistema di catalogazione e tag che agevola la navigazione. All’interno dei singoli contributi audiovisivi, inoltre, ricorre un artificio grafico decisamente efficace, una sorta di conto alla rovescia, che, oltre a offrire efficace riconoscibilità al format, spinge inevitabilmente l’utente a interrogarsi sul “Ce la farà in un minuto?”.
Insomma gli ingredienti per decretare il successo di questa nuova piattaforma fondata sul “poco ma buono” ci sono tutti, ora non rimane che vedere quale sarà l’accoglienza riservatale dal popolo virtuale e a quali sviluppi condurrà.
Per comprendere maggiormente il retroscena e la portata innovativa del progetto, abbiamo posto alcune domande a Paolo Conti, amministratore delegato di Loft Media Publishing e ideatore di 1minuto.info le cui risposte potrete leggerle nell’articolo “1minuto.info. Intervista all’ideatore“.
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