Aziende italiane e RSI: crescono gli addetti, ma si punta poco sul Web

I professionisti della Responsabilità Sociale d’Impresa sembrano consolidare la propria posizione nel tessuto aziendale italiano, creando interessanti prospettive occupazionali, soprattutto tra le donne. Per contro le imprese si dimostrano incapaci di sfruttare la rete come leva strategica per comunicare i risultati delle proprie azioni di natura sociale, etica e ambientale
Erano gli ultimi giorni di ottobre e il temuto uragano Sandy devastava, con il suo passaggio, la costa nord est degli Stati Uniti, provocando vittime e ingenti danni. Tra l’angoscia e l’abbattimento generale che ne conseguirono, Procter & Gamble si mise a distribuire, alle persone colpite, pannolini, dentifrici, bagnoschiuma, creme, detersivi, pile per le torce elettriche e le radio, per ricaricare pc, tablet e telefoni. L’attenzione mediatica dedicata all’azione fu notevole, amplificata da blogger e cittadini comuni attraverso la rete. Un messaggio di altruismo e solidarietà sociale venne, allora, per giorni, veicolato dai molti brand appartenenti al noto gruppo industriale, contribuendo a rafforzarne l’universo valoriale e il desiderio di appartenenza allo stesso da parte degli utenti. Fare del bene per avere visibilità positiva: pare essere questa la nuova frontiera del marketing etico, la ricetta ideata dalle menti imprenditoriali particolarmente illuminate per combattere la tragicità della contingenza. Compiere azioni utili, connesse alla propria mission, può risultare una strategia vincente anche, e forse soprattutto, in tempi di crisi.
Un simile episodio spinge a interrogarsi sull’importanza della dimensione sociale all’interno dell’agire aziendale. Certo l’analisi di tale dimensione non può limitarsi alle sole scelte di comunicazione e marketing, ma coinvolge piuttosto l’intero percorso di vita dell’impresa. Si tratta della cosiddetta Responsabilità Sociale d’Impresa, RSI (o Corporate Social Responsibility, CSR), che vede nell’articolo 41 della Costituzione (quello che garantisce la libertà dell’iniziativa economica privata, purché non sia “in contrasto con l’utilità sociale” e non rechi “danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”) il suo primario fondamento, con riferimento al nostro contesto nazionale. L’impresa socialmente responsabile è quella che volontariamente integra valori etici, sociali e ambientali nella definizione delle proprie scelte strategiche e di gestione, andando oltre i semplici obblighi di legge e perseguendo il proprio sviluppo secondo un’ottica di sostenibilità. Non ci si riferisce alla semplice pubblicazione di un bilancio sociale o all’adozione di campagne comunicative votate a principi etici e sociali, la CSR impone piuttosto di determinare il proprio orientamento strategico in base a tali principi, renderli parte integrante della visione aziendale: non un obiettivo, dunque, ma un percorso votato a un continuo miglioramento e all’innovazione.
I vantaggi di un simile approccio sono dimostrati: mantenimento di una buona reputazione, maggiore competitività sul mercato, garanzia di coesione tra gli stakeholder, creazione di un ambiente di lavoro più sicuro e motivante, capacità di attrarre personale maggiormente qualificato, possibilità di godere di vantaggi fiscali e semplificazioni amministrative, se previsti.
Negli ultimi anni sembra essere cresciuta l’importanza attribuita ai problemi sociali e ambientali, per questo si sono moltiplicati i professionisti della CSR, i quali, a diverso titolo, hanno trovato una propria collocazione nelle strutture organizzative delle aziende. Il Csr Manager Network, l’associazione che riunisce i responsabili delle politiche sociali, in collaborazione con Altis (Alta scuola impresa e società dell’Università Cattolica di Milano) e ISVI (Istituto per i valori d’impresa), ha cercato, allora, di indagare “La professione della CSR in Italia”, per delinearne le caratteristiche, i percorsi, le attività, la retribuzione e il grado di affermazione. Il 40% delle società quotate – rileva il report – ha già oggi al suo interno un manager della CSR e una su quattro pubblica un bilancio di sostenibilità per far conoscere le proprie attività in ambito, le linee di lavoro e gli obiettivi futuri. Non si tratta di numeri grandissimi, tuttavia i margini di crescita sono molti, se si considera che il report ha identificato 327 persone che fanno della CSR il fulcro della propria attività professionale, contro le 90 identificate nella precedente ricerca del 2005. Una professione che si sta, dunque, consolidando e diventando sempre più autorevole nel tessuto aziendale, creando prospettive occupazionali piuttosto positive.
La ricerca evidenzia alcuni tratti caratteristici della figura: diversamente da quanto accade per le altre funzioni aziendali, prevalgono le donne (56,8%) e coloro che hanno un’età relativamente giovane, compresa tra i 31 e i 50 anni (66% dei casi). Il livello di formazione è solitamente elevato, dato che la maggior parte degli addetti ha conseguito una laurea specialistica (54,1% dei CSR manager e 48,4% dei collaboratori) o un master (29,7% sia dei CSR manager sia dei collaboratori). Vi è la tendenza, inoltre, di assegnare l’incarico a persone già presenti in azienda (70,3% dei CSR manager, 58,8% dei collaboratori).
La maggioranza degli attuali CSR manager ha condotto studi a carattere economico (56,8%), tuttavia una parte significativa ha studi umanistici alla base (18,6%). Prima di occuparsi di CSR essi erano occupati primariamente nel mondo della comunicazione (36,1%) e del marketing (19,4%).Tra i collaboratori dell’Unità di CSR risulta meno rilevante, a livello formativo, la dimensione economica, che si equivale a quella umanistica (entrambe al 31,3%). Emerge una significativa quota di practitioners che ha iniziato la propria attività lavorativa attorno alla CSR (15,6%), mentre il 19,6% proviene dalle aree della comunicazione e l’11,8% dal marketing.
La figura dei CSR manager appare piuttosto articolata, con riferimento alle attività svolte: essa gestisce direttamente le attività di carattere sociale e ambientale connesse alla comunità, fungendo da interfaccia per gli stakeholder presenti nel territorio; si occupa, inoltre, della rendicontazione di sostenibilità (sia del bilancio di sostenibilità, sia della sezione del sito aziendale dedicata alla CSR) e supporta le altre funzioni aziendali in qualità di consulente.
La retribuzione dei CSR manager si aggira sui 79.000 euro lordi l’anno, anche se nel 22,6% dei casi si superano i 120.000 euro. Essi beneficiano anche di una quota di retribuzione variabile legata agli obiettivi, pari in media al 15,7%.
Per quanto riguarda invece i collaboratori dell’unità di CSR, la retribuzione annuale lorda si attesta in media attorno ai 38.000 euro, con la previsione, anche in questo caso, di una quota di retribuzione variabile, pari in media al 7,5% della retribuzione annuale lorda.
Pare quindi che gli stipendi degli addetti alla CSR siano in linea con quelli riferiti ad analoghi ruoli nelle più tradizionali funzioni aziendali.
Spostando la prospettiva sull’ambito Web, è interessante capire come le aziende comunichino, attraverso il proprio sito istituzionale, i risultati delle proprie azioni di natura sociale, etica e ambientale, agli stakeholder. Ad indagare su tale aspetto è la società di comunicazione Lundquist, attraverso la ricerca “CSR Online Awards 2012, che ha preso in esame 252 società in Europa, raggruppate in cinque differenti classifiche. Quella italiana, giunta quest’anno alla sua quinta edizione, ha considerato un campione di 100 aziende, il doppio rispetto agli anni scorsi: dalle 50 società quotate esaminate in precedenza, alle 85 società quotate esaminate ora, alle quali si è scelto di aggiungere anche 15 grandi società non quotate (o succursali italiane di multinazionali) ma comunque dotate di bilancio CSR.
Il protocollo di valutazione si basa sull’analisi di 68 criteri ed è stato suddiviso tre macro aree Contenuti (che copre le principali tematiche sociali, ambientali, di governance e la presentazione del bilancio CSR), User experience (riguarda navigabilità e usabilità del sito e qualità della comunicazione visuale) e Ongoing engagement (valuta interattività, notizie e risorse disponibili, la capacità di rafforzare il dialogo con gli utenti) – per un totale complessivo di 100 punti assegnabili. All’origine del punteggio assegnato vi sono alcuni presupposti che rendono efficace la comunicazione CSR online, riassunti in sette pilastri: il sito deve essere esaustivo (deve soddisfare tutte le esigenze informative degli utenti), integrato (attraverso i link tra le diverse sezioni o rivolti ai canali esterni, come quelli social), aperto (a feedback, discussioni e dibattiti), user friendly (il sistema di navigazione deve essere intuitivo e privo di tecnicismi, i formati devono essere adatti alla lettura su schermo), accattivante (attraverso gli strumenti multimediali), concreto (dati credibili e pertinenti, supportati anche da case-study, non messaggi autoreferenziali), unico (aziende devono comunicare cosa rappresenta la CSR nel contesto specifico delle proprie strategie di business).
Gran parte delle maggiori aziende italiane sembra non tenere il passo con l’evoluzione del Web e solo una parte (59 tra quelle analizzate) pubblica online il proprio bilancio CSR, limitandosi, nella maggior parte dei casi, ad un lavoro di copia-e-incolla dei testi preparati per il bilancio cartaceo.
Il Web non viene, quindi, inteso come leva strategica per la comunicazione della responsabilità sociale d’impresa, non vengono tendenzialmente adottate specifiche soluzioni comunicative, capaci di sfruttare le potenzialità del mezzo in termini di trasparenza, dialogo e confronto. Il punteggio medio del CSR Online Awards Italy 2012 scende, allora, a 34 su 100, rispetto alla media di 44,2 delle 100 società più grandi d’Europa. Deludente il punteggio di 21,4 assegnato alle 15 società non quotate incluse nella ricerca. Il punteggio medio della macro area “Contenuti” sale leggermente al 35% del punteggio massimo, segno che le aziende danno maggiore evidenza online alle loro politiche, performance e iniziative CSR. Il punteggio medio della “User experience” è sceso invece al 38%, a causa del maggiore rigore di alcuni criteri usati, quello della terza area, “Ongoing engagement”, al 28%, per la mancanza di funzionalità interattive e per l’utilizzo scarso dei social network.
Più precisamente i punteggi più alti sono stati ottenuti con riferimento al modo in cui le società presentano il proprio impegno per la responsabilità sociale (priorità, obiettivi…), le informazioni ambientali e i bilanci CSR (punteggio medio pari al 40% del massimo), mentre le performance peggiori riguardano l’interattività (uso di social media, blog, RSS, podcast…) e la comunicazione visuale (17%), che comprende l’uso di video, immagini e grafici interattivi.
Entrando nel vivo della classifica, emerge che la multiutility Hera si posiziona al primo posto, con 76,5 punti su 100 (recupera cioè la posizione del 2010, dopo essere scesa al terzo gradino lo scorso anno), seguita da Telecom Italia (73,25) ed Eni (71,5 punti). Il resto della top 10 comprende: Fiat spa (69), Unicredit (66), Snam (64,75), Fiat industrial (63), Terna (63), Enel (62,5) ed Edison (60,5). Migliorano le prestazioni del Gruppo IREN, che ottiene 14 punti in più rispetto all’anno scorso e sale per questo alla 26esima posizione, quelle di Acea (+6,5 punti) e Autogrill (+3). Mondadori ha pubblicato il suo primo bilancio quest’anno ed è stata la migliore tra i nuovi entrati in classifica, conquistando la 17esima posizione con 49,25 punti. Tra le società non-quotate, è Barilla ad aver posto in essere le performance più elevate, ottenendo 39 punti e guadagnando la 21esima posizione.
La ricerca Lundquist rileva anche come ben il 47% delle maggiori aziende quotate in Italia non investa nella rendicontazione formale di tematiche CSR e come il 30% delle 40 imprese più grandi, incluse nell’indice delle “blue chip” nazionali (FTSE MIB), non rediga un bilancio CSR, segno di scarsa trasparenza. Tra queste: Azimut, Banca Popolare dell’Emilia Romagna, Campari, Diasorin, Mediobanca, Mediaset, Parmalat, Salvatore Ferragamo e Tod’s.
Il dato contrasta con il trend rilevato in Europa, dove tutte le 100 principali aziende pubblicano bilanci di sostenibilità.
Malgrado l’aumento delle società italiane incluse nella ricerca, il numero dei report sul Web è sostanzialmente invariato rispetto all’anno scorso, segno che esso rimane, in questo periodo di difficoltà economica, esclusivo appannaggio delle aziende più grandi (nel 2011 i report online erano 15 per le 50 maggiori aziende quotate, nel 2012 sono 18 per le prime 100).
Metà (30) delle aziende analizzate che pubblicano bilancio online si ferma ad un semplice PDF, 10 dei esse presentano una versione image-based (sfogliabile) del documento in PDF per innalzare il grado di leggibilità sul web. Tra le 100 maggiori aziende europee, invece, solo il 38% pubblica un formato PDF e il 9% una versione image-based (sfogliabile), mentre più della metà è dotata di una versione online (36% offre una versione HTML del report attraverso un mini-sito e il 17% ne offre una versione Web-based, integrandolo alla sezione CSR del sito corporate).
Le aziende italiane non sembrano, in definitiva, aver compreso l’importanza del Web per comunicare efficacemente la propria politica CSR. Il sito corporate dovrebbe rappresentare uno spazio strategico, nel quale l’azienda racconta il proprio percorso verso la sostenibilità e l’impegno sociale, cercando di stimolare il confronto con i propri stakeholder. Ad esso dovrebbero integrarsi i canali social, visti non come semplice veicolo di comunicati stampa e contenuti redazionali, ma come strumento utile a stimolare la riflessione, lo scambio di opinioni e il dialogo con l’utenza.
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PMI: le difficoltà nell’ottenere credito

Triplicate le perdite rispetto al 2011. L’Osservatorio sul credito per le imprese del terziario evidenzia l’effettiva incapacità nel far fronte al fabbisogno finanziario

A confermare i timori e gli umori neri circa l’attuale congiuntura economica arrivano, ancora una volta, delle stime ufficiali, all’interno delle quali sembra sempre più difficile riuscire a cogliere dei segnali di ripresa, degli spiragli di ottimismo.

Ad essere stato oggetto d’analisi è il primo trimestre 2012. In questo intervallo temporale è cresciuto – stando a Movimprese, l’analisi statistica trimestrale sulla natalità e mortalità delle imprese italiane condotta da InfoCamere per conto di UnionCamere – il divario tra chi ha scelto di entrare nel mercato con una nuova attività imprenditoriale (120.278 tra gennaio e marzo) e chi, invece, ne è uscito (146.368). Rispetto allo stesso periodo del 2011, le iscrizioni sono diminuite di 5mila unità, mentre le cessazioni sono aumentate di 12mila unità, con un saldo pari a -26.090 imprese, -0,43% in termini percentuali (quasi il triplo del primo trimestre 2011, quando il saldo era di -9.638, cioè -0,16%).

A pagare il prezzo più caro della difficile situazione sono state le imprese più piccole, soprattutto quelle artigiane (al 31 marzo 2012 si registrano 15.226 unità in meno rispetto alla fine di dicembre) e quelle situate nel Mezzogiorno (diminuite di 10.491 unità, pari a -0,52%).

I saldi negativi nel periodo considerato sono abbastanza fisiologici, poiché registrano le chiusure che massicciamente si concentrano a fine anno. Tuttavia, con i risultati emersi nell’ultima rilevazione, si interrompe il percorsi di rientro delle perdite che si stava delineando dopo le pessime performance del 2009 (quando si registrò un saldo negativo di -30.706 unità e un tasso di decrescita dello 0,5%, ovvio risultato della fortissima crisi economico-finanziaria esplosa l’anno precedente).

Un’attenzione particolare merita la situazione delle imprese artigiane: le 32.965 iscrizioni di questo primo trimestre rappresentano il terzo miglior risultato dal 2001 a oggi, tuttavia le 48.191 cessazioni registrate costituiscono un record assoluto, superiore persino all’anno “nero” 2009. Si delinea, dunque, un settore in cui è molto forte la voglia di fare impresa e di mettersi in gioco, ma che al contempo incontra grandissime difficoltà nel mantenere in vita le iniziative già avviate.
Con riferimento alle forme giuridiche, sono le imprese individuali a subire le maggiori perdite, con -30.520 unità (-0,91%, contro il -0,57% del 2011). Minori le riduzioni tra le società di persone (-3.797 unità e -0,33%), mentre crescono le società di capitali (6.911 unità, pari a +0,5%) e le “altre forme” (1.316 in più, di cui 1.005 cooperative, cioè +0,63%).

Per quanto riguarda, poi, i settori considerati, i saldi più negativi si rilevano nell’agricoltura (-13.335 unità), nel commercio (-8.671), nelle costruzioni (-8.328) e nelle attività manifatturiere (-4.929).

Segno positivo, invece, per le attività immobiliari, quelle professionali e i servizi alle imprese (complessivamente +1.655 unità), e, ancora, per i servizi di alloggio e ristorazione (423 imprese in più), sanità e assistenza sociale (+250), informazione e comunicazione (+125). Ottime performance, infine, per il settore dell’energia (+511 unità, pari ad un tasso di crescita del +7,6%), grazie, forse, agli incentivi offerti per la produzione da risorse alternative.

Dal punto di vista territoriale, le perdite maggiori si hanno al Sud e nelle Isole (-10.491 imprese, pari a -0,52%), seguiti da Nord-Est (-8.176 unità, pari a -0,68%). Più contenuti, invece, i cali nel Nord-Ovest (5.661 imprese in meno, -0,35%) e nel Centro (-1.762 unità, -0,14%), grazie soprattutto al Lazio, unica regione a chiudere il trimestre con un saldo imprese positivo.
Lo scenario evidenziato è il risultato più evidente della fase di recessione avviatasi nella seconda metà dello scorso anno e dell’accresciuta e generalizzata difficoltà ad entrare nel mercato.

A ribadire l’esistenza effettiva di tale difficoltà, sono intervenuti anche i dati raccolti dall’Osservatorio sul credito per le imprese del commercio, del turismo e dei servizi, frutto della collaborazione tra Confcommercio-Imprese per l’Italia e Format Ricerche.

Secondo l’Osservatorio, far fronte al proprio fabbisogno finanziario sembra diventare, per le imprese del terziario, sempre più difficile. Diminuisce, infatti, la percentuale delle realtà che si sono dichiarate in grado di farlo senza alcuna difficolta? (36,1%, contro il 41,8% nel trimestre precedente), mentre aumentano la percentuale riferita alle imprese che sostengono di esserci riuscite ma con qualche difficolta? (dal 47,0% al 48,6%) e quella relativa alle imprese che non ce l’hanno proprio fatta (15,3% contro l’11,2%).

Le imprese del Nord-Ovest Italia, più delle altre, sono riuscite a soddisfare il proprio fabbisogno finanziario, ma si dichiarano poco fiduciose di riuscire a fare altrettanto nel secondo trimestre. Nel Nord- Est e del Centro Italia si evidenziano, invece, forti peggioramenti nella capacità di far fronte alla domanda di credito, rispetto al trimestre precedente, e la situazione si conferma negativa anche nel Mezzogiorno.
Le difficoltà maggiori nel recupero di liquidità si sono avute, comunque, tra le piccole e le microimprese, nonché tra le imprese che operano nel settore turismo.
La percentuale di aziende del terziario che, nel primo trimestre del 2012, si sono rivolte alle banche per chiedere un fido, un finanziamento (o la rinegoziazione di un fido, o di finanziamento, esistente) è rimasta pressoché stabile, attestandosi al 18,7%. Tra esse, il 34,2% lo ha ottenuto con un ammontare pari o superiore rispetto a quello richiesto, il 21,4% lo ha ottenuto, ma con un ammontare inferiore rispetto a quello richiesto e il 15,5% ha visto rifiutarsi la propria domanda di credito. Molto alta (19,3%), poi, la percentuale di imprese ancora in attesa di conoscere l’esito della propria domanda, segno della grande cautela con cui le banche si stanno muovendo nei loro confronti. Il 9,6%, infine, ha dichiarato di essere intenzionata a fare domanda di credito nel prossimo trimestre.
Diminuisce la cosiddetta “area di stabilità”, data dalla percentuale di imprese che hanno ottenuto il credito con un ammontare pari o superiore rispetto alla richiesta: 34,2%, come abbiamo visto, per il primo trimestre 2012, contro il 35,8% del trimestre precedente, il 49,8% del terzo trimestre del 2011 e il 55,8% del secondo trimestre 2011.
Aumenta per contro la cosiddetta “area di irrigidimento”, data dalla somma tra la percentuale delle imprese che si sono viste accordare un credito inferiore rispetto a quello richiesto e dalla percentuale delle imprese che non se lo sono viste accordare affatto. Nei primi tre mesi del 2012 è stato colpito da quest’area di irrigidimento il 36,9% delle imprese del terziario, dunque sono state più numerose le imprese che non hanno ottenuto il credito o ne hanno ottenuto meno di quello richiesto, rispetto a quelle che, invece, si sono viste accordare il finanziamento. Non succedeva dal 2008.

Il processo di irrigidimento del credito è stato avvertito in tutta Italia, soprattutto nel Nord-Ovest (dove la quota di imprese che hanno ricevuto il credito con un ammontare pari o superiore rispetto alla richiesta è passata dal 52,6% del trimestre precedente al 32,6%), nel Centro Italia (dal 33,5% al 21,8%) e del Mezzogiorno (dal 32,3% al 19,0%).
L’Osservatorio ha poi rilevato anche un peggioramento nel giudizio che le imprese danno sui principali indicatori che compongono l’offerta di credito (tasso di interesse, costo dell’istruttoria e delle cosiddette “altre condizioni”, durata dei finanziamenti concessi e garanzie richieste dalle banche a fronte del finanziamento).

Le imprese sembrano poi aver avvertito anche un sensibile inasprimento nel costo dei servizi bancari: lo segnala il 42,8% del campione nel primo trimestre 2012 (soprattutto nel Nord-Ovest, del Nord-Est e tra le microimprese), contro il 30,4% del trimestre precedente.

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Turismo: meglio puntare sull’innovazione!

L’industria italiana del turismo sembra essersi mantenuta stabile nel 2011: otto su dieci sono presenti sul Web, circa il 48% offre sistemi di booking online e il 33,3% è presente sui social network

Lo sviluppo passa per l’innovazione. In un periodo di temuti cali di consenso e fatturato, delle politiche aziendali capaci di moltiplicare le possibilità per gli utenti – d’incrementare l’offerta piuttosto che ridurla nel nome di più alti ideali di risparmio – potrebbero fungere da àncora di salvezza per molte realtà imprenditoriali. Tale considerazione sembra valere, in particolare, per il settore del turismo, stando a quanto emerge dalla la VII edizione di “Impresa Turismo”, l’indagine di Isnart (Istituto Nazionale Ricerche Turistiche), curata da Flavia Maria Coccia e Giovanni Antonio Cocco e presentata lo scorso 28 marzo presso la sede di Unioncamere a Roma.


“Il turismo è un settore economico nel quale l’innovazione non è solo un valore aggiunto ma una precondizione, ancor più che in altri comparti produttivi”, commenta Maurizio Maddaloni, presidente Isnart, nella premessa al rapporto. Questo innanzitutto per “la trasversalità del settore”, che vede convivere “imprese anche molto diverse tra loro” e che obbliga, di conseguenza, a rapportarsi con esigenze sempre nuove da parte dei clienti. Necessario, dunque, il costante ripensamento degli strumenti di comunicazione e dei canali di promozione, per un utenza in fermento. Si tratta di un settore, sottolinea ancora Maddaloni, che deve “interagire con le altre filiere produttive del territorio (da quella dell’agroalimentare e dei prodotti tipici, all’artigianato fino al commercio) creando di continuo nuovi servizi e proposte”. Le imprese turistiche, allora, più delle altre, devono far fronte alla tutela e preservazione del territorio in cui operano, inseguendo gli ideali di sviluppo sostenibile e, più in generale, di Corporate Social Responsability. Ideali, cioè, che solo nell’innovazione possono trovare una piena soddisfazione.

Le imprese turistiche, evidenzia poi nella prefazione al rapporto Ferruccio Dardanello, presidente Unioncamere, “hanno dovuto ricercare soluzioni nuove per gestire questo passaggio difficile, spesso ricorrendo a politiche di pricing o di commercializzazione (tradizionale o on-line) che in molte occasioni hanno permesso loro di riconquistare i mercati stranieri o, comunque, di tenere le posizioni almeno quanto basta per sopperire al calo dei consumi interni”.

I risultati dell’indagine mostrano un’industria che, nel suo complesso, sembra aver retto, tutto sommato, i colpi della crisi, mantenendosi nel 2011 abbastanza stabile sull’anno precedente: -0,2% di camere vendute e un tasso medio di occupazione camere pari al 43,8%. Il comparto alberghiero registra delle condizioni più favorevoli, con un incremento del bilancio annuale di camere vendute del +1,5% e un tasso medio di occupazione del 48,4%. Nell’extralberghiero, invece, la situazione è più complessa, con un bilancio di -2,3% rispetto al 2010 e con un 37,6% di occupazione camere.

Per quanto riguarda le aree prodotto, stabili risultano le vendite in tutte le destinazioni, con un vantaggio, sulla media, delle strutture ricettive presenti nelle città di interesse storico artistico (51,1% di vendita delle camere) e nei laghi (45,9%).
Si rinnovano le politiche di promo commercializzazione. Con riferimento al comparto dell’intermediazione delle vacanze, delle agenzie di viaggio e dei tour operator, oltre il 75% degli operatori utilizza il web per veicolare le proprie proposte (più del 37% delle vendite complessive di pacchetti vacanza passa per questo canale). Oltre il 93% dei tour operator a livello mondiale ha un proprio sito web e circa il 30% è presente anche sui grandi portali di promo commercializzazione. Per vendere pacchetti verso l’Italia, oltre il 28% degli operatori utilizza i propri siti web (soprattutto in Europa, 32,2%, e nei mercati asiatici), mentre si sfruttano anche i grandi portali web soprattutto in Russia (20,5%) e in Cina (23,3%). Resta più tradizionale la commercializzazione dell’Italia sui mercati lontani, come il Brasile (82%), l’India (74,2%) e gli Stati Uniti (71%).
Complessivamente, comunque, il 14,8% delle vendite di pacchetti turistici verso l’Italia sono realizzate on-line, con quote massime in Olanda (25,4%), Giappone (25,5%), Russia (21,9%) e Canada (20,6%).

Per attirare flussi ci si affida anche a nuove politiche di pricing, considerando che, in seguito alla notevole riduzione delle tariffe, si è assistito, lo scorso anno, ad un generale riallineamento. In media, le tariffe applicate per una camera doppia in hotel variano dai 74 euro del primo trimestre 2011 ai 76 euro dell’autunno. Sempre nel settore alberghiero, rispetto al 2010, aumentano gradualmente i prezzi nel primo semestre, per raggiungere il picco del +12% nell’estate 2011 (87 euro in media). Nell’extralberghiero, invece, si registra una riduzione complessiva del prezzo medio applicato pari all’11%, forse per rilanciare le basse performance di vendita. Le tariffe medie variano dai 59 euro del primo trimestre ai 52 euro del quarto.
Veniamo ai dati più interessanti: otto imprese ricettive su dieci sono ormai presenti sul web e circa il 48% permette la prenotazione attraverso i sistemi di booking online. Ben il 33,3% è presente sui social network, quota in forte aumento rispetto all’anno precedente (19,8%), e che sale al 37,3% con riferimento alle strutture alberghiere.

Per contro il 20% delle imprese turistiche non è ancora presente online e più della metà degli operatori utilizza la rete semplicemente come un mezzo per ottenere visibilità, non sfruttandone pienamente le possibilità di acquisto e prenotazione.
Eppure, per gli utenti finali, internet rappresenta un mezzo fondamentale per viaggiare. Il 41% dei clienti presenti nelle strutture ricettive nel 2011 ha sfruttato il web per organizzare il proprio soggiorno, in aumento rispetto al 2010 (35,2%). Tra questi, il 21,4% usa ancora strumenti tradizionali, come la mail per prenotare, l’11,2% utilizza i sistemi di booking online e l’8,4% i grandi portali, soprattutto per gli hotel (9,6%).

Le imprese ricettive che consentono il booking online (47,9%), inoltre, ottengono una media di occupazione camere superiore rispetto alle altre.


Complessivamente, comunque, nel 2011 gli operatori registrano in media 10 punti percentuali in più nelle vendite, soprattutto nei mesi di maggio, giugno, settembre e ottobre.
Se nel 2008 la quota di strutture che si affidavano al circuito dell’intermediazione organizzata era del 35,1%, nel 2009 del 32,9%, nel 2010 del 30,4%, nel 2011 si rileva un recupero della stessa, che arriva al 34,1%.

Aumentano in parallelo anche i turisti che si affidano agli operatori dei viaggi organizzati: 11,4% nel 2011, contro il 9,8% del 2010, il 9,4% del 2009 e il 9,3% del 2008.
Sia nel 2010 sia nel 2011, inoltre, le imprese ricettive che hanno stretto accordi con gli intermediari di viaggio hanno registrato un’occupazione delle proprie camere superiore a quelle che non vi hanno fatto ricorso e questo è stato vero soprattutto nei mesi di bassa stagione.
Veniamo, infine, al capitolo relativo ai consumi turistici. Si stima che nel 2011 essi siano stati, nelle destinazioni italiane, pari ad un totale di 69,3 miliardi di euro, 42,7 miliardi dei quali spesi dai turisti delle strutture ricettive (61,7%), 26,5 miliardi da quelli che hanno soggiornato in abitazioni private (38,3%). Circa 36,3 miliardi di euro sono state le spese turistiche degli italiani (52,4%), quasi 33 miliardi di euro quelle degli stranieri (47,6%).
Diminuisce del 5,7% la spesa dei turisti che alloggiano nelle strutture ricettive, a causa principalmente del netto calo nei consumi turistici degli italiani (-22,2%), nonostante la crescita della spesa dei turisti stranieri (+15,6%). Cala anche la spesa dei turisti che alloggiano nelle abitazioni private: 16,5 miliardi di euro provengono dal turismo italiano (-2,6% rispetto al 2010) e 10,1 miliardi da quello internazionale (-1,3%).
Nel 2011 si delinea, dunque, una diminuzione complessiva nei consumi dei turisti italiani rispetto al 2010, pari al -14,4%, a fronte di una crescita nei consumi stranieri del +9,9%. Il dato generale parla, allora, di un -4,3% su tutte le spese dei turisti in Italia.
Per quanto riguarda la distribuzione di tali consumi, si nota che solo il 52,7% è stato indirizzato alle imprese direttamente turistiche (33% nelle strutture ricettive, 14,7% nella ristorazione e 5,1% in bar, caffè e pasticcerie). I turisti hanno destinato il 13,7% delle proprie spese alle attività ricreative, culturali e di intrattenimento, il 10,5% al settore agroalimentare, il 10% a quello dell’abbigliamento e delle calzature, l’8,9% alle altre industrie manifatturiere, il 2,1% ai trasporti, infine il 2,1% all’editoria.


Nel 2011 salgono, tuttavia, rispetto al 2010, i consumi nelle imprese ricettive e ristorative (dal 44,6% al 52,7%), grazie principalmente alle maggiori spese direttamente turistiche di coloro che hanno alloggiato in strutture alberghiere (nel 2010 erano pari al 56,1%, nel 2011 addirittura al 68,1%); per questi turisti aumentano anche le spese nell’agroalimentare (dal 5,3% al 5,7%), mentre cala, di conseguenza, la spesa nelle attività ricreative, culturali e di intrattenimento (dal 13,5% al 9,7%) e nell’abbigliamento e calzature (dal 12,2% al 6,4%).
Aumenta parallelamente, anche per coloro che hanno alloggiato in residenze private, l’incidenza dei consumi nella ristorazione (dal 25,2% al 27,9%) e nell’agroalimentare (da 15,3% a 18,1%), a scapito di quelli nelle attività ricreative, culturali e di intrattenimento (dal 24,3% al 20,1%).
Con riferimento, infine, alle aree prodotto, emerge dal report come le città siano destinatarie di ben il 26,8% dei consumi nelle strutture ricettive (a fronte di una percentuale pari al 18,8% dei posti letti disponibili a livello nazionale) e le località termali del 4,1% (con il 3,1% dei posti letto). Minore rendita, invece, rilevata per il comparto balneare che, pur disponendo nel 34% dei posti letto, raccoglie solo il 31,8% delle spese complessive. Negativo il saldo pure per il turismo diretto alla natura (2,7% i consumi, 4,1% i posti letto), alla montagna (12,9% le spese, 13,5% i posti letto), al lago (5,9% i consumi, 6,6% i posti letto) e alle altre località (15,8% le spese, 19,9% i posti letto).

“Per sfruttare appieno le potenzialità del territorio, attraverso un turismo moderno e sostenibile, dobbiamo avere il coraggio di  ragionare sui nostri punti deboli”, ha sottolineato Dardanello a margine dell’incontro di presentazione. “Tra questi, le infrastrutture, il sostegno al ricorso alle nuove tecnologie, la riduzione del carico fiscale e della burocrazia. Sul fronte del credito, dobbiamo impegnarci a incentivare strumenti finanziari come il credito turistico e promuovere la creazione di fondi di rotazione per le azioni di riqualificazione delle imprese. Senza dimenticare di perseguire una seria politica della formazione, il cui primo obiettivo dovrebbe essere quello di ottenere la scuola di formazione permanente sul turismo, in linea con quanto esiste negli altri Paesi europei. Per far questo, è evidente che dobbiamo accettare la sfida di elaborare una visione strategica del futuro del Paese. E’ – ha concluso – una sfida che possiamo e dobbiamo vincere”.

Le medie imprese italiane resistono alla crisi

I risultati dell’edizione 2012 dell’indagine annuale sulle medie imprese italiane, condotta dal Centro Studi di Unioncamere e dall’Ufficio Studi di Mediobanca

“Proprio grazie alla loro peculiare struttura organizzativa e produttiva, le medie imprese si confermano la punta di diamante del made in Italy all’estero”.

Con queste parole il presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanello, ha presentato lo scorso 13 aprile a Milano i risultati relativi all’undicesima edizione dell’indagine annuale sulle medie imprese industriali italiane, condotta dal Centro Studi di Unioncamere e dall’Ufficio Studi di Mediobanca.

“Le Medie imprese – prosegue Dardanello – rappresentano, anche in questo momento critico, un anello forte della catena organizzativa e produttiva dell’industria italiana. E, pur all’interno di continui percorsi di trasformazione, un nucleo importante mantiene costantemente bilanci in utile e strutture finanziarie solide”. In base alle previsioni formulate, inoltre, la redditività “nel 2012 dovrebbe addirittura aumentare per oltre 1 media impresa su 4”.

Le medie imprese sembrano, infatti, meglio di altre, resistere alla crisi attuale, malgrado persista, nelle percezione di ben il 72% di loro, un problema fondamentale di accesso al credito.

Andiamo però con ordine: oggetto dell’indagine Unioncamere-Mediobanca sono state, appunto, le imprese manifatturiere italiane di medie dimensioni, quelle, cioè, con un numero di dipendenti compreso tra i 50 e i 499 e con un volume di fatturato non inferiore a 15 e non superiore a 330 milioni di euro. In base all’ultimo censimento, esse rappresentano 3220 unità, si concentrano soprattutto nel Nord-Est, nel Centro e il Lombardia e assicurano il 15% circa della produzione manifatturiera italiana a valore (percentuale che sale al 21% considerando anche l’indotto). Le statistiche economico-finanziarie riportate nel rapporto sono il frutto della rielaborazione di dati desunti dai bilanci del periodo 2000-2009.

In questo arco temporale, il bilancio aggregato delle 3220 società considerate si è sempre risolto in utile, nonostante il risultato del 2009 sia stato il più basso, 1,1 punti in meno rispetto al massimo toccato nel 2007. Le esportazioni (nel periodo 2000-2009, con l’aggiunta della stima relativa al 2010) hanno registrato un incremento pari al 55%: nonostante il biennio 2008-2009 abbia conosciuto una decrescita del 18,6%, nel 2010 c’è stato un parziale recupero (+9,9%). La struttura finanziaria delle medie imprese appare solida, il 58,4% di esse merita un rating di tipo “investment grade”, anche se il ricorso alla borsa e al private equity risulta trascurabile (solo lo 0,5% delle società è quotato).

Nel 2009 sono ben 628 le imprese tornate alle piccole dimensioni, mentre 32 sono quelle divenute di grandi dimensioni (contro le 39 che da grandi sono tornate medie). Nell’intero decennio considerato, sono 620 le imprese che hanno oltrepassato la media dimensione, con un aumento parallelo del rischio di fallimento (0,8% il tasso di fallimento per loro, a fronte dello 0,3% delle imprese medie).

Nel decennio analizzato, le medie imprese mantengono il primato di crescita, segnando un incremento del valore aggiunto pari al 20% (contro il -1,8% registrato dalle grandi imprese). Aumenta anche il loro peso nella manifattura nazionale: i dati Istat più recenti (riferiti al 2009) suggeriscono che le medie realtà rappresentano il 14,4% del totale investimenti fissi annui e il 16% delle esportazioni. Nel 2010 le stime relative alle prestazioni di fatturato e margine industriale rimagono comunque al di sotto dei livelli precedenti la crisi.

Nel 2009, per le medie imprese italiane, il Return on Investments (ROI), cioè l’indice di redditività del capitale investito, è stato del 6,1%, contro il 4,5% dei gruppi maggiori. Il turnover del capitale risulta per questi ultimi inferiore di circa 13,5 punti rispetto alle medie aziende. La tassazione continua ad essere punitiva (si stima che l’esclusione del costo del lavoro dall’imponibile Irap produca una riduzione del tax rate di circa 6 punti, da 38% a 32%). Il 29% delle imprese prevede, per il 2012, un aumento della redditività rispetto al 2011.

Due terzi delle medie imprese hanno sede in aree a natura distrettuale: queste sono caratterizzate da una maggiore propensione all’export (che rappresenta il 45,7% del fatturato per le imprese ubicate in distretti veri e propri e il 31,9% per quelle in altri sistemi produttivi locali, contro il 31,5% per quelle localizzate in altre aree) e da una maggiore solidità finanziaria (il 59,6% delle medie imprese con sede nelle province distrettuali raggiungono il livello di “investment grade”, contro il 53,9% delle altre).

Veniamo ora alla congiuntura più recente. Secondo un’indagine svolta a marzo 2012 su un campione rappresentativo delle 3256 medie imprese industriali singole attive al 2009, il 38% di esse prevede, per l’anno in corso, un aumento del fatturato (contro il 50,2% a consuntivo nel 2011) ed il 32,6% un incremento della produzione (contro il 39,7% registrato lo scorso anno).


Forte risulta la propensione all’export: le medie aziende esportatrici sono più del 90%, l’incidenza delle vendite all’estero è pari al 44% del totale e, per il 2012, gli ordinativi esteri sembra saranno in crescita per il 39,8% delle imprese.
“Il continuo impegno nel rafforzamento dell’immagine e del marchio delle produzioni che ci contraddistinguono nel mondo è nel 45% dei casi il sostegno più intenso all’aumento delle esportazioni”, sottolinea Dardanello. All’importanza delle risorse umane proprie delle medie imprese si affiancano, prosegue, “le competenze strategiche dei loro fornitori, che rappresentano una garanzia per la qualità (nel 77% dei casi) e per il contenuto innovativo delle produzioni (nel 37%)”. Anche attraverso l’ispessimento di questo “modello spontaneo di rete”, preannuncia il presidente di Unioncamere, “arriverà quel rafforzamento della presenza all’estero necessario per sostenere la ripresa dell’Italia”.

Le previsioni relative all’andamento del mercato interno sono invece più pessimiste, dato che solo il 15,9% del campione analizzato si aspetta un rialzo rispetto al 2011, contro il 32% di quelle che attendono una flessione. Nel 2011 gli investimenti delle medie imprese sono stati orientati prevalentemente ai macchinari (72,7%), alle apparecchiature informatiche (69,2%), ai software e servizi informatici (68,4%): le stesse direttive che, pare, continueranno ad orientare le linee di investimento del 2012.

Con riferimento alla domanda di credito, il 73% delle medie unità ha richiesto un finanziamento bancario negli ultimi 6 mesi, contro l’81% di un anno fa, ma il 67% di due anni fa. Il 51% di esse dichiara, poi, l’intenzione di richiedere crediti bancari nel primo semestre di quest’anno, per gestire le attività ordinarie (nel 43% circa dei casi), per realizzare nuovi investimenti (34,2%) o implementare quelli già avviati (11,2%), per far fronte ai ritardi nei pagamenti (12%).

Appare, tuttavia, in netta crescita la percezione di difficoltà circa la capacità effettiva di accedere al credito necessario: il 72% delle realtà che intendono farvi ricorso segnala questa problematica (contro il 45% di quelle che nell’ultimo semestre 2011 si sono rivolte alle banche).

“Un tema, quello del credito, da affrontare prioritariamente”, avverte Dardanello. Si tratta di un fronte sul quale si combatte “una battaglia decisiva per tornare a stimolare la crescita di tutto tessuto produttivo. Pur in un momento così difficile, saper scegliere e sostenere quelle progettualità forti, in grado di diffondere esternalità positive sulle rispettive filiere, consentirebbe di minimizzare i rischi sistemici che possono derivare da un ciclo economico troppo lungamente stagnante”. “A questo sforzo – conclude – tutti gli attori, pubblici e privati, sono chiamati a concorrere”.

Infine il capitolo occupazione: se nel 2009 gli addetti assunti all’interno delle medie imprese erano in media 132 e, nel 2011, 165 (compresi stagionali, co.co.pro. e somministrati), nel 2012 si stima una riduzione dell’1,2% (163 unità). Tuttavia circa un quarto del campione continua a creare occupazione e rileva un ampliamento della forza lavoro tra la fine del 2010 e la fine del 2012. Una media impresa su 10 possiede stabilimenti produttivi all’estero e pare che qui, nel 38% dei casi, l’occupazione aumenterà. Non subisce modifiche sostanziali il ricorso ad ammortizzatori sociali, che nel 2012 verranno utilizzati dal 35% delle imprese, contro il 37% nel 2011. Il 17% circa delle aziende adotterà strumenti alternativi per salvaguardare l’occupazione: contratti di solidarietà, modifiche all’orario di lavoro e riqualificazione del personale.

Il richiamo finale del presidente di Unioncamere è alla “coesione e comunione di intenti” di cui necessita il nostro Paese in questo preciso momento storico, oltre “al continuo rinnovarsi di quello spirito di iniziativa e di quel genio della creatività tutto italiano, che tanto è apprezzato nel mondo e che tanto ha contribuito al successo delle nostre medie imprese”.

Il mercato italiano della sicurezza ICT

Hacktivism rivolto a siti governativi, questa la tendenza principale, in una situazione di generale impennata nel numero di attacchi alla sicurezza digitale

L’innovazione tecnologica, in sempre più rapida ascesa, ha portato allo sviluppo di modelli produttivi e di consumo completamente rinnovati, i quali hanno inevitabilmente e radicalmente modificato le nostre vite in qualità di impiegati, imprenditori, semplici cittadini. Nuove prassi, nuovi Know how, nuove tendenze e abitudini, per un processo di trasformazione che deve essere in primis compreso e, cosa ancor più importante, difeso in ogni suo aspetto.

Proprio allo scopo di sensibilizzare l’opinione pubblica circa la necessità di “rendere l’ICT più sicura” e “combattere l’illegalita?”, il CLUSIT (Associazione Italiana per la Sicurezza Informatica) ha di recente pubblicato il Rapporto 2012 sullo stato della sicurezza delle informazioni e dei sistemi in Italia. Si tratta di un tema che, sostiene Danilo Bruschi, Presidente onorario CLUSIT, “sembra dimenticato dai media e, fatto molto più grave, dai decision maker”, nonostante il fenomeno stia “dilagando in termini di severità delle forme di attacco e di dimensioni”.

Ad essere stata delineata è, in particolare, “una realtà paese che nel panorama delle società occidentali risulta essere tra le più arretrate in termini di consapevolezza e pratiche di gestione del rischio informatico”, anche se questo sembra essere dovuto, in parte, al generale ritardo italiano in materia di innovazione e tecnologie ICT.

Eppure, sottolineano i promotori, non esiste, né a livello internazionale né locale, alcun settore strategico che possa dirsi esente da problematiche legate alla sicurezza dei dispositivi informatici. Nel corso dell’anno appena trascorso e dei primi due mesi del 2012, gravissime sono state la quantità e la gravità degli attacchi e degli incidenti informatici registrati. Le stime relative ai ricavi diretti del computer crime market parlano, a livello mondiale, di un valore che va dai 7 ai 10-12 miliardi di dollari all’anno.

Il Rapport CLUSIT ha inteso, allora, sottolinea Gigi Tagliapietra, Presidente CLUSIT, offrire “un importante contributo per assicurare che lo sviluppo della rete, a cui tutti guardano come condizione essenziale alla crescita, possa poggiare su basi sicure, che ne garantiscano la continuità operativa, la qualità e la effettiva fruizione da parte di istituzioni, imprese e cittadini”.

In un contesto di generale aumento degli attacchi informatici, è stato possibile delineare una sorta di quadro relativo alla distribuzione e tipologia degli stessi in Italia, nel periodo compreso tra febbraio 2011 e marzo 2012. A far la parte del protagonista è stato il cosiddetto “attivismo informatico” (hacktivism), alla base di ben 78 attacchi sugli 82 complessivamente rilevati; i restanti quattro sono riconducibili, invece, al Cyber Crime (3 casi) ed al Cyber Espionage.

Con riferimento alla vittima dell’attacco, si nota che nell’oltre 45% dei casi essa è coincisa con siti governativi o di associazioni a carattere politico, in linea, dunque, con la matrice prevalentemente hacktivista. A deludere particolarmente è, poi, il secondo posto tra gli obiettivi, occupato dai siti delle Università; in termini numerici, gli attacchi sono stati solo due, tuttavia è bene sottolineare come, nel solo caso rivendicato il 6 luglio, fossero ben 18 gli Atenei contemporaneamente colpiti. Indipendentemente dalla natura più o meno dimostrativa di tali attacchi e dalla scarsa rilevanza di alcune informazioni trafugate, tale dato esprime l’arretratezza italiana, poiché sono state colpite intimamente delle istituzioni di fondamentale importanza per il nostro paese, prime depositarie della conoscenza necessaria ad una gestione sicura del patrimonio informatico.

L’industria dell’intrattenimento segue, poi, a distanza, nella classifica delle vittime, anche se essa occupa la prima posizione rispetto a tutte le altre categorie; questo soprattutto a causa delle azioni commesse nel gennaio del 2012, sulla scia delle proteste relative al tentativo di far approvare le leggi SOPA/PIPA e alla chiusura di MegaUpload ad opera dell’FBI.

Analizzando il trend annuale degli attacchi, ci si accorge di come esso risenta dell’influenza di fattori esterni: la prima parte del 2011 è stata caratterizzata da azioni di hacktivism legate alla protesta per l’intervento italiano in Libia, contro grandi aziende strategiche e della difesa nazionale. Successivamente, nel periodo maggio-agosto 2011 è stato forte l’impatto emotivo del collettivo LulzSec, che anche qui in Italia ha raccolto proseliti e tentativi di imitazione. Nell’ultima parte del 2011 gli attacchi si sono notevolmente ridotti, per poi riprendere con nuovo vigore a inizio 2012, in corrispondenza alla protesta contro alcune proposte di legge considerate repressive della libertà di espressione in rete. Oltre alle sopracitate SOPA e PIPA, a creare malumori sono stati anche l’ACTA – l’accordo sottoscritto da 22 membri dell’Unione europea e volto a contrastare la contraffazione e la pirateria informatica – e la proposta di legge Fava (declinazione italiana dell’ACTA, poi bocciata alla Camera l’1 febbraio); obiettivi degli attacchi sono stati, in questo caso, quelle organizzazioni considerate depositarie di un ormai obsoleto modello di copyright (SIAE, copyright.it, ministero della Giustizia).

Tra le cause alla base dell’impennata di attacchi nell’ultimo anno, vi sono sicuramente la fruizione, sempre più massiccia, di servizi online tramite dispositivi mobile (un trend inarrestabile, dato che si stima che a fine 2012 il numero di tali dispositivi supererà quello degli abitati del pianeta) e il numero sempre maggiore di utenti connessi ai Social Network, Twitter in particolare (2 milioni i profili a fine 2011), poiché usato primariamente per dare comunicazione dell’esecuzione di un attacco e, nel caso dell’hacktivism, per lo stesso reclutamento di seguaci.

Nonostante tecnologia e normativa vigente spingano sempre più verso una piena convergenza tra identità reale e virtuale, pare che solo il 2% degli utenti web italiani abbia piena consapevolezza dei rischi che certe loro azioni sulla rete possono avere e possieda delle conoscenze adeguate ad attivare processi di protezione, questo stando ad una statistica rilasciata in occasione del Safer Internet Day, lo scorso 7 febbraio. Una simile mancanza di consapevolezza si paga, non solo in termini metaforici, ma anche reali: il cybercrime farebbe sparire dalle tasche degli italiani circa 6,7 miliardi di euro ogni anno (6,1 miliardi per il solo valore del tempo perso dalle vittime per rimediare all’accaduto, 600 milioni per i costi diretti).

Il rapporto CLUSIT ha scelto, poi, di analizzare il mercato italiano della sicurezza ICT, attraverso i risultati di una survey, basata su un campione di 142 aziende italiane di ogni dimensione, delle quali 77 offrono prodotti e servizi ICT (vendors) e 65 utilizzano, invece, tali prodotti e servizi (users).

Innanzitutto un dato incoraggiante emerge dalle dichiarazioni del campione analizzato: il mercato della ICT security sembra destinato a crescere, con un +5% sugli investimenti del 2012 rispetto a quelli del 2011. Se nel 2011 le aziende che hanno aumentato gli investimenti sono state il 19%, nel 2012 esse salgono di ben 5 punti percentuali, arrivando al 24%. Aumentano anche le previsioni di investimenti invariati (dal 68% del 2011 al 70% del 2012), mentre calano, di conseguenza, le ipotesi di riduzione degli investimenti (dal 13% al 6%).

Tra vendors e imprese utenti si riscontrano notevoli divergenze di vedute, dovute in parte al ruolo economico che essi ricoprono (offerta da un lato e domanda dall’altro), in parte ad una concreta diversità  nell’approccio strategico.
Con riferimento alle priorità emergenti nel mercato, secondo i vendors le principali sarebbero la security sui dispositivi personali (tablet, smartphone, pc desk e portatili) e la security nel cloud computing; essi focalizzano, cioè, la loro attenzione in primis sull’evoluzione tecnologica e sulla conseguente riorganizzazione dei processi aziendali.

Per gli Users, invece, l’area di maggiore interesse coincide con l’IT Service management security, vale a dire con i processi di gestione della sicurezza: in questo essi sembrano maggiormente orientati al presente, piuttosto che al futuro.
Se per i vendors la cloud security si piazza al secondo posto, per gli utenti essa occupa la penultima posizione, appena prima di standard e metodologie. La causa va, forse, individuata nel cambiamento organizzativo radicale che la nuova tecnologia impone e che molte aziende non sono, in questa fase economica delicata, disposte a fare.
Anche nei criteri di selezione dei vendors si esprime un punto di vista diverso tra domanda e offerta. Secondo le aziende utenti, la principale caratteristica che deve avere un fornitore per essere scelto è l’affidabilità: storie di successo alle spalle, durata di permanenza sul mercato, solidità finanziaria sono preferibili alla maggiore qualità di servizio e, ancor più, alla maggior convenienza (l’economicità della proposta è solo al terzo posto, al pari di competenza e certificazioni, date ormai per assodate e per questo non ritenute prioritarie).

Opposta la visione dei vendors stessi, i quali vedono proprio nell’economicità il principale criterio di scelta nella fornitura. La qualità per loro è solo al terzo posto, dopo l’affidabilità. Ultima posizione, anche in questo caso, per competenze e certificazioni. Sbagliano, dunque, quei vendors che puntano, nella propria campagna di promozione commerciale, sull’enfatizzazione dell’economicità della propria proposta.

“Riteniamo – dichiarano i promotori del rapporto – che non si sia ancora raggiunta quella consapevolezza che imporrebbe un forte cambiamento nelle scelte di investimento in sicurezza ICT”.

Questo è tanto più vero se si considera che vendors e users nel 2011 hanno mantenuto invariato (61%) o addirittura ridotto (23%) il numero del personale addetto alla security, mentre solo il 16% ha aumentato le risorse. Tale scenario pare, inoltre, destinato, nel corso del 2012, a rimanere abbastanza stabile: la percentuale di aziende che non intendono modificare il numero di addetti salirà al 79%, quelle che prevedono di assumere nuovo personale scendono di un punto (15%), tuttavia diminuiscono al 6% le aziende che ridurranno gli investimenti.

Quali sono, infine, le figure più ricercate nel mercato della sicurezza ICT e quali sono i requisiti professionali maggiormente richiesti?

Le aziende utenti cercano soprattutto figure consulenziali, security auditor, analisti, mentre per i vendors le figure più appetibili sono quelle con competenze tecniche (sviluppatori, amministratori, progettisti). Meno rilevante è, invece, la richiesta di figure di supporto alla gestione, di project e program manager, di advisor.

Tra i requisiti più richiesti dalle aziende al nuovo personale assunto, users e vendors sono concordi nel ritenere che le certificazioni rilasciate da organismi neutrali abbiano un valore più elevato rispetto a 5 anni di esperienza nel settore, caratteristica, quest’ultima, che comunque conquista il secondo posto. Tuttavia per le aziende utenti il possesso di una laurea rappresenta un requisito più importante rispetto alle certificazioni rilasciate da un vendor o ad una esperienza almeno decennale. Per i vendors, invece, è più apprezzabile avere una certificazione rilasciata da altri vendors, mentre si collocano sullo stesso piano laurea ed esperienza almeno decennale.

L’editoria si tinge di rosa

In un contesto economico caratterizzato dal forte divario tra il ruolo maschile e quello femminile, il settore editoriale sembra favorire sempre più l’ingresso delle donne

In occasione della celebrazione, l’8 marzo, del ruolo della donna nella società italiana, si è da più parti posto l’accento sull’esigenza di ridurre le discriminazioni di genere e i soprusi e di favorire l’ingresso dell’universo femminile nel mondo del lavoro, consentendo, in particolare, alle madri una reale conciliazione tra lavoro e famiglia.

Ad apertura del secondo convegno organizzato lo scorso 7 marzo dalla Banca d’Italia sul ruolo delle donne nell’economia italiana, il governatore Ignazio Visco ha sottolineato la necessità, per il nostro Paese, di ideare e attuare delle riforme strutturali, affinché gli sforzi fatti per il raggiungimento di una stabilità finanziaria possano dirsi realmente efficaci e affinché si possa sperare di raggiungere l’obiettivo, condiviso a livello europeo (strategia “Europa 2020”), di una crescita “intelligente, sostenibile ed inclusiva”.

Tali riforme dovrebbero essere volte a recuperare una serie di divari, primo tra tutti quello relativo all’occupazione femminile. Ricorda Visco come nel Mezzogiorno le donne occupate siano solo tre su dieci e come nel Centro-Nord, dove il tasso di occupazione femminile appare più elevato (55%), lo scarto con il tasso maschile sia di circa 18 punti percentuali; sugli oltre due milioni di giovani che oggi in Italia non studiano, non lavorano e non partecipano a un’attività formativa, prosegue Visco, ben 1,2 milioni sembrano essere donne. Impegno comune dev’essere, allora, quello di comprendere e rimuovere i fattori alla base di questa carenza strutturale, “anche se in qualche caso ciò significa contrastare rendite di posizione o interessi particolari”: “recuperare i divari rispetto alla partecipazione al mercato del lavoro femminile, alla mancata valorizzazione di queste competenze, trasformare una grave debolezza in una straordinaria opportunità è un obiettivo che non possiamo non porci”, “ne va del nostro futuro”.

Stando alle stime recentemente esposte da Bankitalia, vi sarebbe una relazione positiva tra aumento del tasso di occupazione femminile, crescita del PIL e conseguente riduzione del rischio di povertà: un’occupazione al 60%, definito a livello europeo dal Trattato di Lisbona, comporterebbe – anche ipotizzando un effetto negativo della produttività di 0,3 punti percentuali, dovuto ad un ingresso così massiccio di forza lavoro – un aumento del PIL pari al 7%.

Alcuni dati Eurostat hanno, poi, rivelato come, in tutti gli Stati appartenenti all’Unione Europea, il rischio di povertà o di esclusione sociale sia più alto tra le donne che tra gli uomini: seppur più numerose degli uomini (257 milioni di donne, contro 245 milioni di uomini; la proporzione relativa è di 105 donne ogni 100 uomini, proporzione che aumenta con l’avanzare dell’età, arrivando a 138 donne ogni 100 uomini per gli over 65), le donne a rischio di povertà o di esclusione sociale sembrano essere, in base agli ultimi dati disponibili, ben 62 milioni (pari al 24,5% del totale di tutte le donne), contro i 54 milioni di uomini (22,3% del totale). Le differenze più marcate in tal senso si registrano proprio in Italia, dove il rischio è riferito al 26,3% delle donne, contro il 22,6% degli uomini; seguono Austria (rispettivamente 18,4% e 14,7%) e Slovenia (20,1% e 16,5%). Le differenze minori si evidenziano, invece, in Estonia, Lettonia, Lituania e Ungheria, dove il gap è inferiore ad un punto percentuale.

Con riferimento, poi, al tasso di occupazione nei Paesi dell’Europa 27, l’Eurostat ci dice che esso è pari al 63,8% fra le donne (dai 25 ai 64 anni), contro il 77,5% degli uomini, per uno scarto del 13,7%. Le differenze, tuttavia, si riducono in relazione al livello di istruzione: ad un basso livello di istruzione, corrisponde un’occupazione del 43,3% tra le donne e del 65,2% tra gli uomini (21,9% il gap); ad un’istruzione media, il tasso è del 66,6% per le donne e del 79,1% per gli uomini (12,5% il gap); ad un livello di istruzione elevata, infine, il tasso è dell’80,6% fra le donne e all’87,4% fra gli uomini (il gap si riduce al 6,8%). In Italia, in particolare, la percentuale di occupazione sembra essere del 51.4% per le donne e del 75.8% per gli uomini: con un livello di istruzione basso, il tasso di occupazione femminile è del 32.5%, quello maschile del 68%, con una differenza di ben 35,5 punti percentuali; tra coloro che hanno un’istruzione media, lo scarto rimane piuttosto elevato, pari a circa 20 punti percentuali, mentre, tra coloro che possiedono un elevato livello di istruzione, esso si attesta sui 10,6 punti percentuali (73.6% per le donne e 84.2% per gli uomini).

In un contesto di così difficile attuazione per gli ideali di pari opportunità, alcune recenti indagini riferite al contesto italiano sembrano, tuttavia, offrire qualche spiraglio di speranza.

Abbiamo già riportato le stime diffuse dall’Osservatorio dell’imprenditoria femminile di Unioncamere, stando alle quali le imprese rosa presenti in Italia a fine dicembre 2011 sarebbero state quasi 7mila in più rispetto all’anno precedente, con un incremento dello 0,5% e con un saldo complessivo di 1.433.863 imprese femminili (pari al 23,5% del totale imprese italiane); tale incremento ha permesso di compensare le cattive performance registrate dall’imprenditoria maschile, in riduzione, nel 2011, di circa 6mila unità.

Declinando l’attenzione su uno specifico ambito disciplinare, una seconda indagine capace di offrire una fotografia piuttosto rassicurante è quella curata da Gianni Peresson, responsabile dell’Ufficio studi AIE (Associazione Italiana Editori), e da Elisa Molinari; basandosi su dati riferiti al 2011, essa ha inteso, in particolare, analizzare la portata di quote rosa all’interno del settore editoriale, estendendo l’analisi non solo alle pratiche di lettura e di acquisto, ma anche alle tendenze occupazionali e di gestione. Vediamo nel dettaglio quanto emerso.

La distanza tra uomini e donne nella lettura di libri sembra essere oggi pari a 18 punti percentuali, in forte aumento sul 2008 (quando lo scarto era pari a circa 12 punti percentuali, tra il 50% di donne lettrici e il 37,7% di uomini lettori) e, ancor di più, sul 1988 (quando lo scarto era di 6 punti, tra il 39,3% di donne lettrici e il 33,7% di uomini lettori). Questa constatazione sembra essere vera con riferimento a tutte le fasce età; in quelle giovani spesso il divario risulta, anzi, ancor più pronunciato: tra i 18-19enni esso sale a più di 19 punti percentuali (leggono il 63,8% delle ragazze e il 44,5% dei ragazzi), tra i 20-25enni si attesta a quasi 22 punti (62,5% le lettrici e 40,6% i lettori), mentre tra i 15-17enni arriva a quasi 29 punti percentuali (legge il 73,2% delle ragazze, contro il 44,5% dei ragazzi). Tra i più piccoli si riduce, invece, lo scarto: quasi 14 punti per la fascia compresa tra gli 11 e i 14 anni (69,2% lettrici e 55,3% lettori) e soli 4 punti per la fascia tra i 6 e i 10 anni (53,8% le lettrici e 49,8% i lettori).

Oltre a leggere di più, le donne sembrano anche frequentare maggiormente i canali di vendita: il 54% di chi acquista libri in Italia è di sesso femminile (contro il 46% riferito al sesso maschile) e il volume degli acquisti di libri è pari al 57% per le donne, contro il 43% per gli uomini.

Il report passa poi ad analizzare la situazione occupazionale in Italia nel mondo editoriale, confrontandola innanzitutto con quella europea: nel 2001 il tasso di occupazione femminile in Italia risultava essere del 41,1%, quello europeo del 54,3%, nel 2006 le percentuali erano rispettivamente del 46,3% e del 57,2%, mentre nel 2009 esse sono del 49,7% e del 62,5%; nel 2009 il gap di genere appare in diminuzione di 2,5 punti percentuali sul 2004, con riferimento al contesto italiano, e di 2,9 punti, con riferimento al contesto europeo.

Cresce la presenza di donne non solo nelle attività redazionali e di segreteria, ma anche nei ruoli direttivi; mentre nel 1991 coprivano il 27% degli incarichi direttivi e nel 2008 il 36%, nel 2011 esse arrivano a coprirne il 40,2%. Negli ultimi vent’anni sono, quindi, aumentate le quote rosa in tutte le attività considerate di direzione: in quella tradizionale di ufficio stampa (dal 1991 a oggi si è registrato un +21,5%) in quella di direttore commerciale (+18,1% tra 1991 e 2011), in quella di direttore editoriale (+47,3%) e, infine, in quella di presidente, amministratore delegato, amministratore unico e direttore generale (+98%).

Ancor più incoraggianti sembrano essere le prospettive future del ruolo femminile in editoria, dato che i nuovi ingressi di donne si sono attestati, da un decennio, all’incirca al 60% (nel 2011 essi risultano, in particolare, il 64%).

Le donne sono, inoltre, più attente all’aggiornamento professionale, poiché ben 12 punti percentuali le separano dai colleghi uomini, nella scelta di frequentare corsi (56% contro 44%).
A registrare gli esiti migliori è soprattutto la piccola editoria, dove la presenza femminile in ruoli direttivi è oggi superiore di nove punti rispetto alla media del settore (49% rispetto a 40%), in aumento di tre punti sul 2008. I ruoli, in particolare, che hanno visto una presenza femminile maggiore rispetto alla media sono stati quello di direttore editoriale (nel 2011 le donne sono il 13,9%, registrando un +51,4% sul 2008) e di direttore commerciale (le donne sono il 7,7%, pari al +23,1% sul 2008).

L’analisi si concentra, infine, sul mondo delle librerie: le libraie risultano essere il 71,8%, sopravanzando notevolmente gli uomini (28,2%).

Questa fotografia 2012 “conferma e accentua – sottolinea Gianni Peressonle tendenze che avevamo visto nel 2009”. Le ragioni di simili incrementi degli addetti in gonnella nel settore editoriale sono da rilevare nelle “maggiori abilità” e “competenze nel gestire le relazioni e nell’organizzare il lavoro”, necessarie in “alcune attività – dall’ufficio stampa a quelle editoriali, fino alla gestione della libreria”. “Senza dimenticare – prosegue Peressan – una miglior cultura di base – hanno letto di più rispetto ai loro coetanei maschi lungo tutta la carriera di studio – qualcosa significherà! – e una maggior curiosità e flessibilità. Si tratta – conclude – di paradigmi concettuali oggi ancor più importanti di fronte ai cambiamenti che le nuove tecnologie pongono davanti alle imprese editoriali”.

Un modo diverso di fare libri? Si interrogano i promotori. Forse.
Dal canto nostro possiamo sperare che la particolare sensibilità e la forte intuizione tradizionalmente attribuite alla figura femminile siano in grado di apportare intensi benefici ad un’industria che, tra conferme positive e stime disattese, sarà costretta ad affrontare sfide sempre più impegnative, dettate dallo sviluppo tecnologico e dal mutamento delle prassi fruitive e d’acquisto tra gli utenti.

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Tendenze di mail marketing

Il volume di diffusione, il comportamento degli internauti, l’integrazione con le piattaforme sociali e con i siti di gruppi d’acquisto

Nello sviluppo di una campagna di email marketing, si tende spesso a sottovalutare l’importanza dei network sociali per la condivisione dei contenuti veicolati dalla propria campagna. Sempre più necessaria ed efficace risulta essere, invece, la ricerca di una reale integrazione tra le diverse piattaforme potenzialmente coinvolte nell’azione virale, in modo da sfruttarne la complementarietà e i punti di forza. Gli utenti italiani sembrano, infatti, rispondere bene ad un simile approccio e, per capirlo, basta considerare, ad esempio, che ben il 26% di essi ha utilizzato un form di registrazione presente su una FanPage di Facebook per iscriversi ad un servizio di newsletter.

Questo è solo il primo sorprendente dato rilevato dallo European Email Marketing Consumer Report 2011, l’indagine presentata da ContacLab – l’azienda italiana “leader nell’offerta di soluzioni e consulenza di e-mail, sms e digital direct marketing” e presente in Europa con uffici a Milano, Parigi, Monaco di Baviera, Madrid e Londra – e giunta alla sua terza edizione, dopo aver subito una serie di riformulazioni, necessarie a registrare i cambiamenti in atto nel settore. La prima indagine, risalente al 2008, aveva inteso semplicemente offrire un “quadro completo dell’utilizzo della posta elettronica” nell’ambito territoriale italiano, attraverso informazioni dettagliate ed aggiornate. La seconda, invece, del 2009, estese la propria prospettiva al livello europeo, arrivando a coinvolgere nell’analisi, oltre all’Italia, anche Francia, Spagna, Germania e Regno Unito e cercando di far emergere vicinanze e distanze tra i diversi comportamenti riscontrati nell’utilizzo di email e newsletter all’interno dei diversi mercati considerati. Questa terza e ultima edizione, riferita al 2011, ha compiuto un ulteriore passo in avanti nell’approfondimento, poiché ha indagato – spiegano i promotori – il “rapporto tra email marketing, e-commerce, social network, considerando la costante crescita dei dispositivi mobili e la novità rappresentata dai siti di gruppi di acquisto online”; se a tutto questo si aggiunge anche l’analisi comparata dei dati riferiti a contesti territoriali differenti, emergono delle tendenze che possono essere prese in seria considerazione nella definizione di una fruttuosa strategia di emailmarketing aziendale. Vediamo di seguito alcune di tali tendenze.

Il campione statistico che si è scelto di indagare – composto complessivamente di 5.004 abitanti – appare rappresentativo della popolazione europea avente accesso a internet, stimata in 157 milioni di persone, 25,6 milioni delle quali sono italiane, 19,9 milioni spagnole, 30,3 milioni francesi, 45,7 milioni tedesche e 35,9 milioni inglesi. Si tratta in prevalenza di uomini (54%, contro il 46% dei fruitori di sesso femminile), che appartengono alla fascia d’età compresa tra i 25-34 anni (25%, seguiti dagli appartenenti alla fascia 35-44 anni, che costituiscono il 23%; da quelli di età compresa tra i 18 e i 24 anni e tra i 45 e i 54 anni, entrambi al 18%; infine dagli ultra cinquantacinquenni, al 16%) e che si connettono con un’alta frequenza alla rete (94%, contro il restante 6% riferito a chi si connette con bassa frequenza).

Il report analizza innanzitutto il volume di diffusione e l’utilizzo abituale che gli utenti fanno della posta elettronica: 5,3 miliardi è il dato riferito all’ammontare complessivo di mail ricevute dagli internauti ogni giorno (707 milioni in Italia, 579 milioni in Spagna, 1.407 milioni in Francia, 1.606 milioni in Germania, 1.118 milioni nel Regno Unito), pari ad una media di 28 mail per ogni singolo utente; tale media sale con riferimento al contesto francese (39 mail pro capite al giorno) e – seppur in misura notevolmente inferiore – a quello tedesco (29), mentre scende gradualmente con riferimento al Regno Unito (26), alla Spagna (24) e all’Italia (che, con una media di 22, si presenta come il Paese in cui si ricevono meno mail). Italia e Regno Unito, poi, sono i Paesi in cui le donne ricevono giornalmente più mail rispetto agli uomini.

Visti i continui stimoli digitali diffusi dalle aziende sotto forma di mail, fondamentale sembra essere, per riuscire a catturare l’attenzione degli utenti in una qualsiasi campagna di email marketing, la pertinenza dei messaggi inviati, che devono offrire un reale valore aggiunto e distinguersi, per questa via, dall’enorme flusso informativo.

Complessivamente le caselle di posta elettronica utilizzate sembrano essere 360 milioni, così distribuite: 113 milioni in Germania, 75 milioni nel Regno Unito, 68 milioni in Francia, 63 milioni in Italia e 43 milioni in Spagna. La maggior parte degli utenti intervistati (35%) utilizza abitualmente due caselle, malgrado sia abbastanza rilevante anche la quota di coloro che ne utilizzano una sola o più di due (entrambe le alternative conquistano il 33%); più in particolare, nel 2011 in Italia sono state utilizzate in media 2,5 caselle di posta, in Spagna 2,2, in Francia 2,3, in Germania 2,5 e nel Regno Unito 2,1 (medie stabili rispetto al 2010, in leggera crescita, di 0,1 punti, con riferimento al contesto francese). Solitamente (nel 61% dei casi) l’utilizzo di più caselle di posta è giustificato dalla destinazione diversa di tale utilizzo (tipicamente: uso professionale da una parte, uso privato dall’altra).

La maggioranza del campione (53%, in leggera crescita sul 2010, quando la percentuale – pur rimanendo maggioritaria – si attestava sul 51%), poi, accede alla propria casella esclusivamente attraverso la rete (casella webmail), dunque attraverso un qualsiasi browser (Explorer, Mozilla, Safari…); tale percentuale sale al 58% nel Regno Unito e al 56% in Spagna, mentre scende al 44% in Germania. Il 16% (in lieve aumento rispetto al 2010, quando la percentuale era del 13%) vi accede, invece, solo tramite uno specifico programma di posta (Mail, Outlook…), percentuale che si innalza al 21% in Germania e al 18% in Francia, ma che diminuisce di 3 punti percentuali con riferimento ad Italia e Regno Unito. Il 30% del campione (in calo di 4 punti percentuali sul 2010) utilizza, infine, entrambe le alternative.

A tal proposito, importante risulta, sottolineano i promotori, testare sempre la visualizzazione delle proprie newsletter sui principali client di posta e web mail, ricordandosi di alternare testo scritto ed immagini e imponendosi di rendere, quindi, maggiormente leggibile e appetibile l’informazione veicolata.

Tra i domini che offrono caselle di posta, il più utilizzato, se si considera l’intero campione, è Hotmail (il 58% dei rispondenti possiede almeno una casella e tra essi il 36% la consulta spesso), seguito da Gmail (38% possiede una casella, ma solo il 20% la utilizza spesso) e Yahoo! (il 36% ha una casella, 18% la consulta spesso). La Spagna fa registrare, poi, le percentuali più alte nell’utilizzo di Hotmail (83%, seguita da Regno Unito,62%, Francia, 60%, Italia, 50%, e Germania, 28%) e di Gmail (53%, seguita da Italia, 44%, Regno Unito, 41%, Francia, 32%, e Germania, 23%), mentre, con riferimento a Yahoo, è il Regno Unito a detenere il primato (47%, seguito da Spagna, 37%, Italia, 34%, Germania, 30% e Francia, 28%). Nel nostro contesto nazionale, oltre a Hotmail, che, in linea con la media europea, risulta il dominio più sfruttato, è Libero ad ottenere i maggiori consensi, guadagnandosi il secondo posto, seguito da Gmail. In Germania, invece, gli internauti sembrano offrire la propria preferenza alle caselle di posta appartenenti a domini locali (Web.de, GMX).

Il 69% degli intervistati iscritti ad almeno una newsletter dichiara di richiedere la cancellazione del proprio indirizzo nel momento in cui non si sente più interessato ad avere quei particolari aggiornamenti informativi e tale percentuale sale al 77% in Francia e al 76% in Germani; per questo motivo è importante rendere sempre ben visibile il link alla procedura unsuscribe, che dev’essere semplice e immediata, alla portata di un solo clic.

Il 53% del campione, poi, afferma di sapersi difendere dalle minacce di pishing, il 72% di cancellare senza nemmeno leggere le email non desiderate che riceve e il 59% degli internauti iscritti ad una newsletter fa la stessa cosa quando si stufa di riceverla (68% in Francia, 64% nel Regno Unito); il 36% degli iscritti ad una newsletter, invece, quando si stufa, devia le comunicazioni di quel canale nella cartella antispam.

Nel 2011 la maggior parte degli utenti (il 36%) appartenenti ai 5 Paesi analizzati è risultata iscritta ad un numero di newsletter compreso tra tre e dieci, il 19% tra venti e trenta e il 17% tra dieci e venti (dati stabili rispetto al 2010). In Francia si registra il maggior numero di newsletter pro capite ricevute in una giornata (10), seguita da Italia (8), Spagna e Germania (entrambe 6) e Regno Unito (5). Le tematiche che principalmente spingono all’iscrizione sono: i servizi di viaggio e turismo (38%, che in Italia e in Spagna si innalza al 42%), le offerte di lavoro (32%, in Spagna 47%), salute e bellezza (32%, 41% in Francia), gli aggiornamenti di online community di cui si è parte (27%, 32% nel Regno Unito), la tecnologia (26%), l’informazione e l’attualità (26% che sale al 39% in Francia), la grande distribuzione organizzata (25%, 40% in Germania), gli eventi culturali (22%), le novità di operatori di telefonia o internet (20%) e il meteo (19%).

Per l’iscrizione alla newsletter, gli internauti dei 5 Paesi analizzati utilizzano primariamente il proprio indirizzo di posta elettronica personale, principale (67%) o secondario (18%); il 9% dichiara di aver creato un indirizzo appositamente destinato a tali comunicazioni, mentre solo il 2% preferisce riceverle sull’indirizzo di posta aziendale. Quasi un quarto del campione (23%) dichiara di essersi iscritto almeno una volta ad una newsletter tramite il form di registrazione presente su una Fanpage di Facebook (la percentuale, abbiamo visto all’inizio, sale al 26% in Italia e al 30% in Spagna), anche se molti (20%) confessano di non essere a conoscenza di questa possibilità o di non possedere un profilo di Facebook (25%). Il 47% degli intervistati inizialmente non vede le immagini contenute della newsletter, ma decide poi di attivare questa funzione e, tra questi, solo il 37% lo fa sempre, mentre la maggior parte (il restante 63%) lo fa solo se conosce il mittente o se l’aggiornamento informativo è di suo interesse.

Il report, a questo punto, si concentra sull’analisi dell’email marketing all’interno dei social network: solo l’8% del campione (il 55% del quale è di sesso femminile) dichiara di aver condiviso una newsletter con i propri amici tramite una piattaforma sociale, mentre il 17% lo ha fatto utilizzando dei metodi più tradizionali, come l’inoltro (forward) della mail attraverso il proprio programma di posta (11%) e il tasto “tell a friend / invia ad un amico” (6%). Il motivo principale che spinge alla condivisione sono i contenuti veicolati dalla newsletter, ritenuti particolarmente interessanti (57% nel 2011, in calo di 2 punti sul 2010), anche se sembra aumentare la percentuale di coloro che condividono newsletter perché qui vengono proposti sconti e promozioni su particolari prodotti o servizi (dal 36% del 2010 al 45% del 2011, con picchi del 52% nel Regno Unito e del 51% in Spagna). Fondamentale risulta, allora, per i promotori di campagne di email marketing, facilitare i meccanismi di passaparola, rincorrendo la completa integrazione tra le diverse piattaforme (posta elettronica e vari network sociali) e attivando degli strumenti di condivisione automatica (come il bottone “share this”); l’8% del campione (11% in Italia), infatti, dichiara di non aver mai diffuso newsletter su un social network proprio per l’assenza di tali strumenti di condivisione capaci di rendere più immediata l’operazione. I motivi principali della scelta di non diffondere messaggi su un network rimangono comunque l’aspetto promozionale dei messaggi veicolati (56% nel 2011, in calo di 3 punti percentuali sul 2010) e la mancanza di interesse verso i contenuti (dal 15% del 2010 al 20% nel 2011). Ancora troppo elevata (complessivamente 15%, in lieve miglioramento sul 17% del 2010) la percentuale di utenti che non sanno in che modo effettuare una condivisione, soprattutto in Spagna (21%), nel Regno Unito (19%) e tra i 35-45enni (23%).

I dispositivi maggiormente utilizzati per la consultazione della propria posta elettronica sono il computer fisso (70%, in calo rispetto al 76% del 2010) e il computer portatile, notebook (60%, in calo di 4 punti percentuali sul 2010); in aumento l’utilizzo di mini-computer portatili, netbook (dall’11% al 12%), e dei dispositivi mobili come smartphone (dal 15% del 2010 al 26% del 2011, con incrementi maggiori rilevati in Italia, dal 18% al 29%, in Spagna, dal 11% al 22% e nel Regno Unito, dal 21% al 37%), Apple ipod (dal 4% al 5%) e Apple iPad (dal 2% al 5%), mentre conoscono una leggera inflessione palmari e tablet (dal 3% all’1%). Tra gli smartphone più utilizzati per la consultazione vi sono i dispositivi Nokia in Italia (40%), i dispositivi Android in Spagna (32%) e Germania (31%) e i dispositivi Apple in Francia (38%) e Regno Unito (30%).

L’analisi si sposta poi alla determinazione del ruolo dell’email marketing nella propensione all’acquisto online degli utenti: più della metà (56%) degli iscritti ad una newsletter che abbiano già avuto esperienza di acquisto dichiarano di averlo fatto perché stimolati proprio da un’offerta interessante veicolata da una newsletter e la percentuale sale particolarmente con riferimento alla Germania (63%), dove, inoltre, ben il 91% degli utenti dichiara di aver fatto esperienza di acquisto online, contro una media complessiva del 76%. Il 59% degli iscritti ad almeno una newsletter ha scelto per tale iscrizione anche siti e-commerce; poco più della metà (47%, il 43% dei quali ha un’età compresa tra i 25 e i 44 anni) degli acquirenti iscritti ad una newsletter dichiara di aver proceduto all’acquisto dopo aver seguito un link all’interno della comunicazione. Il fattore che maggiormente conduce all’acquisto è la convenienza veicolata dal contenuto informativo del messaggio (63%), ma abbastanza importanti, in tal senso, sono anche la capacità di presentare i servizi in maniera convincente e la fiducia che si prova nei confronti del mittente (entrambe le alternative al 33%); per il 23% seguire le indicazioni della newsletter per procedere all’acquisto permette di risparmiare tempo.
Il report analizza, in ultima battuta, le nuove tendenze di acquisto online, i gruppi di acquisto, cioè, rilevando come ben il 42% (50% in Spagna, 49% in Italia) degli intervistati risulti iscritto a siti di questo tipo e come ben il 48% (57% in Germania, 51% in Spagna) di essi abbia già effettivamente acquistato buoni sconto o coupon. Il più diffuso tra questi siti è sicuramente Groupon, soprattutto in Francia (88%) e Regno Unito (85%), mentre in Italia il più diffuso è Groupalia (74%). La maggior parte (50%) degli acquisti tramite queste piattaforme è destinata a sé stessi, il 16% a qualcun altro come regalo, il 34% a entrambe le alternative.

Con riferimento all’esito dell’acquisto, il 79% dichiara di aver utilizzato il buono/coupon e di esserne stato soddisfatto, il 13% di averlo utilizzato ma di non esserne stato del tutto soddisfatto a causa della non coincidenza tra proposta del coupon ed effettiva prestazione, l’8% (10% in Francia) ammette di aver acquistato il coupon ma di non averlo poi effettivamente utilizzato, o perché se ne è scordato, non ha avuto occasione (6%) o per mancanza di disponibilità da parte dell’erogatore del servizio (2%). I motivi principali che fungono da disincentivo all’acquisto tramite questi siti sembrano essere, infine, secondo il report, la mancanza di promozioni davvero interessanti (66%) e, dato più preoccupante, la mancanza di chiarezza nelle condizioni e caratteristiche delle offerte proposte (16%); l’11% preferisce pagare un servizio nel momento in cui gli viene effettivamente fornito, a prescindere dal risparmio, e il 9% non possiede una carta di credito.

European Email Marketing Consumer Report 2011, ContactLab – Novembre 2011

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Agroalimentare made in Italy: contrastando il falso, esportazioni triplicate

Record di esportazioni per il 2011, ma anche la persistenza di prassi illecite, colpevoli di bloccare la libera iniziativa economica

Pizza, mafia e mandolino. Ci siamo quasi: stereotipi che si confermano, primati che ci incoraggiano, stime che un po’ sorprendono e spiragli di ripresa. In questo sembra riassumersi l’attuale contesto dell’agroalimentare italiano.

Cominciamo con un dato positivo: stando ad un’analisi diffusa da Coldiretti e basata sugli andamenti registrati nel commercio estero agroalimentare dall’Istat, il valore delle esportazioni nel settore avrebbe raggiunto nei primi nove mesi del 2011 il suo massimo storico, arrivando a circa 30 miliardi, con una crescita di 9 punti percentuali. Destinatari di tali esportazioni sono stati principalmente i Paesi dell’Unione Europea, dove si sono concentrati i 2/3 del fatturato estero complessivo (con un rialzo dell’8%), gli Stati Uniti, dove l’esportazione del Made in Italy nelle tavole ha incrementato il proprio valore di dieci punti percentuali, e i mercati emergenti come quelli asiatici, dove l’aumento è stato addirittura del 18%, arrivando quasi a toccare la quota statunitense.

A rafforzare il proprio trend di crescita sono stati soprattutto i comparti più tradizionali dell’agroalimentare Made in Italy: il vino, ad esempio, ha aumentato il proprio valore d’esportazione di 25 punti percentuali; il formaggio – soprattutto grana e parmigiano reggiano, i più apprezzati – di ben 26 punti; l’olio di oliva ha registrato un +9%, la pasta un +7%, stabile, invece, l’ortofrutta.

Colpiscono, tuttavia, alcuni risultati, come quelli riferiti all’export della birra italiana in Gran Bretagna (grande produttrice della bevanda), in crescita record del 18%, o all’export dello spumante in Russia – con un +40% che rende quest’ultima al quarto posto tra i Paesi esteri di destinazione – o, ancora, quelli relativi all’esportazione di formaggi italiani in Francia (+22%), tradizionalmente molto nazionalista in questo ambito.

Le performance positive registrate sui mercati internazionali dal settore più rappresentativo dell’economia reale dimostra” – sottolinea Sergio Marini, Presidente di Coldiretti – “che il Paese può tornare a crescere solo se investe nelle proprie risorse che sono i territori, l’identità, la cultura e il cibo”. Recuperare, dunque, le proprie radici per ridare slancio e vitalità all’economia italiana, puntando sull’esternalizzazione, sulla diffusione all’esterno di modelli produttivi e di consumo: questa, in estrema sintesi, l’interpretazione offerta ai dati riportati. L’agroalimentare – conclude Marini – “è una leva competitiva formidabile per trainare il Made in Italy nel mondo”.

Il prodotto più importante dell’export agroalimentare nazionale si rivela essere il vino, con oltre la metà del fatturato realizzato dalle aziende italiane all’estero nei primi 9 mesi del 2011, stimato in quasi 4 miliardi di euro, con un aumento del 13,6% rispetto all’anno precedente. Cresce parallelamente il numero di ettolitri esportati, arrivando a quota 17 milioni e registrando, di conseguenza, un +13%.

Ad apprezzare il nostro vino sono, come già accennato, principalmente i Paesi dell’Unione europea, con aumenti in valore pari al 13% e con in testa la Germania. Gli Stati Uniti sono, invece, destinatari di poco meno di un quarto del fatturato estero, registrando nel 2011 un aumento record in valore pari al 17%. Sorprendenti gli incrementi registrati nei Paesi asiatici, in particolare in Cina, dove il valore delle esportazioni sembra essere praticamente raddoppiato (+87%).
Tale primato nelle esportazioni sembra stridere, in realtà, con i dati diffusi dall’Istat, ed elaborati da Ismea (Istituto di Servizi per il Mercato Agricolo-Alimentare) e Uiv (Unione Italiana Vini), relativamente alla produzione di vino in Italia, stabilizzatasi nel 2011 su livelli ai minimi storici; a fronte di una produzione stimata, a metà dicembre 2011, attorno ai 40 milioni di ettolitri (contro i 42 milioni indicati a settembre), è stata, infatti, registrata una caduta record del 14,2% sul 2010 (quando si erano contati 46,7 milioni di ettolitri).

Dal punto di vista qualitativo, oltre il 60% della produzione è stato destinato a uno dei 517 vini Docg, Doc e Igt riconosciuti in Italia. Questa tendenza negativa ha imposto una revisione della classifica mondiale dei Paesi produttori di vino, con la conseguente perdita, da parte dell’Italia, della propria supremazia produttiva, a favore della Francia, che, con i suoi 50,2 milioni di ettolitri (in aumento di 11 punti percentuali rispetto al 2010), raggiunge il primo posto. I 39,9 milioni di ettolitri prodotti in Spagna (con un leggero calo del 2%) rende anche questo Paese un potenziale pericolo per l’Italia, essendo lo scarto tra Roma e Madrid pari ad appena 218 mila ettolitri.

Al quarto posto della classifica mondiale dei produttori di vino, si attestano gli Stati Uniti, con 18,7 milioni di ettolitri, in calo di 6 punti percentuali sul 2010 (ha pesato, in particolare, il -10% registrato in California, primo polo produttivo della zona). In calo anche la vendemmia in Argentina, al quinto posto, con un -10% e 14,6 milioni di ettolitri prodotti. L’Australia, in sesta posizione, ha totalizzato all’incirca gli stessi quantitativi del 2010, mantenendosi sui 10 milioni e mezzo di ettolitri. Cresce, invece, a due cifre la produzione nel Cile – con un + 15,5% e oltre 10 milioni e mezzo di ettolitri realizzati – che arriva, così, a raggiungere la settima posizione. Superano i 10 milioni prodotti anche la Cina (in ottava posizione, con 10,4 milioni di ettolitri, in calo di 4 punti percentuali sul 2010) e il Sudafrica (con un +2% sul 2010).
Riprende, dopo un 2010 in forte decrescita – la produzione in Nord Europa e nei Peco (Paesi dell’Europa Centrale e Orientale), tanto da rendere probabile – conclude l’analisi Ismea-Uiv – il fatto che “il 2012 vedrà smorzarsi le forti richieste di vino sfuso effettuate da questi Paesi sia in Italia che in Spagna”: crescono Germania (+28%) e Austria (+45%), ma anche Romania (+31%), Bulgaria (+55%), Ungheria (+27%), Repubblica Ceca e Slovacchia.

Tornando al contesto italiano, si rileva, poi, dal punto di vista dei prezzi di scambio, un aumento – nei primi cinque mesi della campagna di commercializzazione, da agosto a dicembre 2011 – dei valori medi dei vini comuni di oltre 28 punti percentuali, rispetto allo stesso periodo del 2010: per il comparto dei rossi è stato registrato un +28,8% (il prezzo di scambio è stato in media 3,65 euro per ettolitro/grado, franco cantina), mentre per quello dei bianchi un +27,6% (3,81 euro per ettolitro/grado).

I buoni risultati rilevati sul settore esportazioni non sembrano attualmente aver portato adeguati benefici alle imprese agricole, confermando – conclude Coldiretti – le “pesanti distorsioni che permangono nel passaggio degli alimenti lungo la filiera dal campo alla tavola”.

L’andamento positivo delle esportazioni potrebbe, inoltre, essere ulteriormente ottimizzato se si riuscisse a combattere efficacemente la cosiddetta “agropirateria” internazionale e, ancor più, “l’Italian sounding”, la tendenza, cioè, a sfruttare economicamente parole, immagini, denominazioni e ricette che evocano il contesto italiano, pur essendo legate a prodotti alimentari che nulla hanno a che vedere con le produzioni nostrane; a differenza dell’agropirateria, la contraffazione vera e propria perseguibile penalmente, l’Italian sounding si muove in una zona grigia che può essere eliminata solo attraverso regole e accordi internazionali che impongano l’assoluta trasparenza sulla qualità delle materie prime e sui processi produttivi utilizzati dagli operatori dell’intera filiera.

Se sul piano nazionale sono stati recentemente scoperti la falsa mozzarella di bufala dop, vino ed olio etichettati come doc e dop senza documenti di tracciabilità, a livello internazionale le più copiate al mondo – prosegue Coldiretti – sono le denominazioni Parmigiano Reggiano e Grana Padano (con “il Parmesan diffuso in tutti i continenti, dagli Stati Uniti al Canada, dall’Australia fino al Giappone”, o il “Parmesao in Brasile, il Regianito in Argentina, Reggiano e Parmesao in tutto il Sud America, ma anche Pamesello in Belgio o Parmezan in Romania”), ma anche il Romano, l’Asiago e il Gorgonzola, prodotti negli Stati Uniti; anche alcuni marchi storici trovano una loro imitazione estera, come la mortadella San Daniele e il prosciutto San Daniele prodotti in Canada; e ancora: vino “tarocco”, come il barbera bianco romeno o il Chianti californiano, l’olio Romulo venduto in Spagna con tanto di lupa capitolina, imitazioni di soppressata calabrese e pomodori San Marzano negli States, il provolone del Wisconsin, il pesto tailandese “Spicy thai” e una strana “mortadela” siciliana prodotta in Brasile. Gli esempi sono molti e capaci di strappare facilmente un sorriso, ma si tratta pur sempre di un riso piuttosto amaro: stando, infatti, alle stime riportate da Coldiretti (sulla base della prima relazione sulla contraffazione nel settore alimentare, elaborata dalla Commissione parlamentare di inchiesta sui fenomeni della contraffazione e della pirateria in campo commerciale e presentata nel corso di un incontro presso la sede romana di Coldiretti, lo scorso giovedì 19 gennaio 2012, al quale hanno partecipato, tra gli altri, il Ministro per le Politiche Agricole Mario Catania, il Procuratore Antimafia Pietro Grasso e il Presidente della Coldiretti Sergio Marini), il falso alimentare Made in Italy fatturerebbe ben 60 miliardi di euro, con tre prodotti alimentari italiani falsi su quattro. A spingere verso una simile prassi ingannevole è la volontà dei produttori esteri di assicurarsi un vantaggio competitivo rispetto ai concorrenti, potendo contare sulla risonanza positiva che certi nomi detengono, sul sistema di valori riconosciuti e apprezzati a livello internazionale che essi veicolano. Si tratta di un vero e proprio danno – non solo economico, ma anche di immagine – inflitto alla nostra industria agroalimentare, banalizzata nella sua autentica tradizione ed eccellente qualità.

Con una radicale azione di contrasto al falso Made in Italy, che porti ad un recupero delle quote di mercato estero per un controvalore economico pari al 6,5% dell’attuale volume d’affari delll’“Italian sounding”, le esportazioni agroalimentari potrebbero addirittura triplicare, pareggiando la bilancia commerciale del settore. Si stima, inoltre, che dalla lotta alla contraffazione potrebbero derivare fino a trecentomila nuovi posti di lavoro.

Secondo i dati Coldiretti/Eurispes contenuti nella relazione sulla contraffazione, il volume d’affari delle agromafie ammonterebbe oggi a ben 12,5 miliardi di euro, pari al 5,6% dell’intero business criminale.

Le imprese agricole e i consumatori – precisa la Coldiretti – subiscono l’impatto devastante delle strozzature di filiera su cui si insinua un sistema di distribuzione e trasporto gonfiato e alterato troppo spesso da insopportabili fenomeni di criminalità che danneggiano tutti gli operatori. L’effetto è un crollo dei prezzi pagati agli imprenditori agricoli, che in molti casi non arrivano a coprire i costi di produzione, e un ricarico anomalo dei prezzi al consumo che raggiungono livelli tali da determinare un contenimento degli acquisti”.

Dal campo alla tavola, il prezzo dei prodotti viene triplicato, anche a causa dell’illecito intervento della malavita organizzata: le agromafie reinvestono i loro proventi soprattutto in attività agricole, “nel settore della trasformazione alimentare, commerciale e nella grande distribuzione”, condizionando la libera iniziativa economica e incrementando la concorrenza sleale. Oltre ad un aumento dei prezzi, le conseguenze negative per i consumatori riguardano anche la qualità dei beni acquistati, spesso spacciati come Made in Italy, ma ottenuti in realtà con materie prime importate e di bassa qualità.

La Commissione parlamentare d’inchiesta ha verificato, in particolare, come le nostre tasse finanzino addirittura la realizzazione di prodotti italiani solo nel nome, attraverso la “Società italiana per le imprese all’Estero Simest s.p.a.”, controllata dal ministero dello Sviluppo economico, senza alcun beneficio per il nostro Paese, ma incrementando, anzi, i comportamenti di concorrenza sleale prima descritti. Tali attività di delocalizzazione sottraggono opportunità di lavoro e occupazione al sistema Italia: è il caso dell’azienda casearia Lactitalia (partecipata da Simest al 29,5%), che produce in Romania formaggi con nomi italiani Caciotta e Pecorino, e della vendita all’estero del salame calabrese prodotto negli Stati Uniti e venduto a New York dalla salumeria Rosi del Gruppo Parmacotto.

Non è politicamente, economicamente e moralmente accettabile” – conclude il Presidente Sergio Marini – “che lo Stato, che rappresenta tutti i cittadini italiani, finanzi direttamente o indirettamente la produzione o la distribuzione di prodotti alimentari che contaminano il valore del territori facendo concorrenza sleale a tutte le produzioni tipiche vere espressioni di quei territori”; è per questo motivo che “la lotta alla contraffazione e alla pirateria” devono rappresentare per le istituzioni “un’area di intervento prioritaria per recuperare risorse economiche utili al Paese” e a “generare occupazione”.

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Il successo degli imprenditori in gonnella

Le imprese in rosa aumentano di quasi 9mila unità nel settembre 2011

Mi permetto […] di fare presente che […] sono affidati a personalità femminili ministeri di grande rilievo: il ministero dell’Interno, il ministero della Giustizia e il ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con delega alle Pari opportunità”.

Sono le parole pronunciate dal neopresidente del Consiglio, Mario Monti, nel presentare – dopo aver accettato l’incarico del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – la lista dei ministri eletti; sono parole rimbalzate dai principali siti di informazione online alle prime pagine dei quotidiani cartacei; parole che, a ben vedere, dovrebbero servire ad interrogarsi sul perché, alle porte del 2012, si sia ancora costretti a precisare, e quasi giustificare, la presenza di donne ai vertici direttivi statali.

La parabola del bunga bunga e la tendenza tipicamente italiana alla mercificazione del corpo femminile per scopi commerciali non hanno di certo contribuito a dare reale corso agli ideali di pari opportunità professati dalle menti più illuminate. Tuttavia alcuni dati diffusi recentemente dall’Osservatorio dell’imprenditoria femminile di Unioncamere sembrano comprovare un riscatto effettivo del ruolo delle donne nell’economia e nella società italiane, evidenziando, in particolare, la forza effettiva del loro voler fare impresa. Lo stesso Monti, del resto, ha fatto più volte riferimento, nei suoi discorsi di insediamento, alle donne, viste come reale motore del Paese. Vediamo di seguito qualche cifra significativa.

1.435.716: questa, secondo Unioncamere, la “quota rosa” complessiva dell’imprenditoria italiana nel terzo trimestre 2011, pari al 23,4% del totale aziende (6.134.117) e contro una quota di imprese a conduzione maschile di 4.698.401 unità. Le concentrazioni maggiori, in termini assoluti, si registrano in Lombardia (193.903 imprese, pari al 13,5% del totale imprese rosa), in Campania (149.471, cioè il 10,4%), in Lazio (143.012, 10,0%), Sicilia (115.404, 8,0%), Piemonte (112.555, 7,8%), Veneto (110.447, pari al 7,7%) ,Toscana (100.351, 7,0%) ed Emilia Romagna (98.551, cioè 6,9%).

Consideriamo ora la questione in termini di variazioni temporali dei dati.
Alla fine di settembre 2011 le imprese femminili sarebbero aumentate di quasi 9 mila (precisamente 8.814) unità rispetto allo stesso periodo dello scorso anno, segnando un incremento di 0,6 punti percentuali; per comprendere l’ampiezza del dato è sufficiente confrontarlo con quello riferito alle nuove imprese maschili sorte, pari a 9.980 unità, in aumento di 0,2 punti percentuali nel periodo considerato. Su un saldo totale di nuove imprese registrate alle Camere di commercio tra settembre 2010 e settembre 2011 pari a 18.794 (+0,3% rispetto al 2010), le nuove realtà femminili rappresentano, allora, una fetta piuttosto consistente, il 47%.
Si sottolinea, poi, la maggiore dinamicità della componente imprenditoriale femminile, con quindici regioni che registrano variazioni positive, delle quali nove superiori alla media: solo Basilicata (-1,4% e -245 imprese feminili), Molise (-1,1% e -117 imprese), Valle D’Aosta (-1,1%, con -39 realtà), Sicilia (-0,4% e -479 aziende) e Liguria (-0,1%, con -51 imprese) sembrano aver risentito della crisi, presentando percentuali di decremento rispetto al 2010.
Le risalite maggiori per l’imprenditoria rosa dell’ultimo anno si sono manifestate soprattutto in Lazio, con un +1,4% di nuove realtà, pari, in termini assoluti, a 1.934 unità; seguono Umbria (+1,3%, con 311 nuove imprese), Calabria (+1,2% e 542 aziende) e Veneto (+1,2%, 1.280 nuove entità), con dei segni più che, a differenza del Lazio, sono stati di portata maggiore rispetto all’imprenditoria maschile.
Considerando, invece, le nuove imprese in termini assoluti, sono le regioni a più diffusa presenza di imprese a collocarsi in cima alla classifica; seguono, allora, il Lazio: la Lombardia (+1.411 pari al +0,7%), il Veneto, la Toscana (+1.080, pari a +1,1%) e l’Emilia Romagna (+1.054, +1,1%).

Restringendo la prospettiva alla dimensione provinciale, le variazioni positive più rilevanti stimate nel terzo trimestre 2011 rispetto al 2010 si sono avute a Prato (8.401 imprese nel 2011, contro le 8.163 nel 2010, con un +2,9%), Monza e Brianza (14.350 contro 13.950, pari a +2,9%), Fermo (5.364 contro 5.223, +2,7%), Messina (13.874 contro 13.512, +2,7%) e Arezzo (9.230 contro 9.041, +2,1%). 29, invece, di cui 13 collocate nel Mezzogiorno, le province in cui si registra una riduzione delle imprese a conduzione rosa: le contrazioni maggiori in termini percentuali si hanno a Caltanissetta (-5,7%), seguita da Avellino (-3,2%), Trapani (-2,8%), Vibo Valentia (-2,8%) e Lodi e Palermo (entrambe -2,4%).
Tuttavia “il Mezzogiorno – ci dice Unioncamere – si conferma comunque il territorio con i valori più elevati di femminilizzazione del tessuto imprenditoriale”, intendendo con il termine “femminilizzazione”, “il peso relativo delle imprese femminili sul totale” del tessuto economico. Il tasso maggiore si registra in Molise (30,1%), seguito da Basilicata (27,8%), Abruzzo (27,7%) e Campania (26,9%). Al di fuori del Sud, la regione più femminile è l’Umbria (26%), mentre il primato tra le regioni settentrionali è detenuto dalla Liguria (24,6%).

Unioncamere ha inteso evidenziare anche le variazioni riportate, nell’intervallo temporale che va da settembre 2010 a settembre 2011, in termini di struttura delle imprese a conduzione femminile: ciò che salta all’occhio è il forte trend di aumento delle società di capitali (registrano un +4,1%, contro un +3,0% rilevato per le imprese maschili), mentre salgono di soli 0,2 punti percentuali le impresa individuale (a fronte di un – 0,3% per le imprese maschili), che rimangono comunque la forma giuridica più utilizzata in termini assoluti dalle imprenditrici italiane (60,4% di tutte le iniziative guidate da donne). Calano, invece, le società di persone (-0,7%, contro -2,2% per imprese maschili).

Infine l’analisi si è dedicata ai settori economici interessati dalle quote rosa. Si sottolineano, in questo senso, due tendenze dal segno opposto: da una parte il rafforzamento di compartimenti tradizionalmente appannaggio del mondo femminile, come quello dell’Istruzione (+462 imprese tra 2010 e 2011, pari ad un +6%), quello della Sanità e Assistenza sociale (+571, +4,3%), quello delle Attività artistiche e di intrattenimento (+554, +3,3%), infine quello delle Attività professionali, scientifiche e tecniche (+1.320 unità, cioè +3.2%). Il commercio, di solida padronanza femminile, registra, invece, solo un leggero +0,1%, con 313 nuove aziende, anche se – bisogna sottolinearlo – il dato riflette l’attuale difficile congiuntura economica; allo stesso modo perde punti anche un altro settore tipicamente rosa, l’agricoltura (-6.441 unità, pari a -2,5%), che, tuttavia, mostra da tempo, complesso considerato, un andamento in negativo.
La seconda tendenza rilevata è la lenta ma costante diffusione della componente rosa in settori a tradizionale vocazione maschile: nelle Costruzioni (1.722 nuove imprese, cioè +2,7%) e nel trasporto e magazzinaggio (+358 realtà, +1,8%).
I dati evidenziati sono stati presentati in occasione dell’avvio del “Giro d’Italia delle donne che fanno impresa”, un’iniziativa promossa da Unioncamere assieme alle Camere di commercio e ai Comitati per l’imprenditoria femminile, con l’intento di creare uno spazio di riflessione, nuove opportunità e progetti di sviluppo economico e sociale: la prima delle sette tappe lungo le quali si svolgerà il “Giro” è stata Macerata, il 14 novembre scorso (Arezzo, Vicenza, Ferrara, Avellino, Reggio Calabria e Aosta sono le altre sedi).
Oggi più che mai – ha dichiarato il Presidente di Unioncamere, Ferruccio Dardanelloa queste imprenditrici occorre guardare con grande attenzione, sostenendole nel loro percorso di rafforzamento. Il loro impegno è una grande risorsa sulla quale il Paese può scommettere per riprendere, dopo la bufera di questi mesi, la via dello sviluppo”.
A ben vedere, questi stessi dati diffusi da Unioncamere si collocano in controtendenza rispetto agli alti livelli di disoccupazione femminile evidenziati, all’incirca un mese fa, dall’Osservatorio sull’imprenditoria femminile curato dall’Ufficio studi di Confartigianato. In quell’occasioni le stime sono state, infatti, tutt’altro che incoraggianti, con un tasso di inattività delle donne italiane pari al 48,9%, contro una media europea del 35,5%: “in pratica – rileva Confartigianato – siamo in ritardo di 23 anni rispetto all’Europa”, visto che “il nostro attuale tasso di inattività delle donne è uguale a quello registrato nel 1987 dai Paesi dell’allora Comunità europea”.
La disoccupazione femminile sembra essere maggiore nel Mezzogiorno: a livello regionale, si evidenzia un record di inattività per la Campania, la quale, con il 68,9%, fa registrare il più alto tasso tra le 271 regioni europee. Sul lato opposto si colloca, invece, la Provincia autonoma di Bolzano, con un tasso del 34,9%.
A livello provinciale è Napoli a segnare un primato in negativo, con un 72,4%, mentre a Ravenna si registra la percentuale più bassa (30,7%).

La causa principale della complessa situazione italiana viene identificate nel “basso investimento in quei servizi di welfare che dovrebbero favorire la conciliazione tra attività professionali e cura della famiglia”; siamo, infatti, al 23° posto per interventi statali rivolti a famiglia e maternità, con il solo 1,3% del PIL destinato a tale scopo, pari a 320 euro ad abitante, cioè 203 euro in meno rispetto alla media europea; si pensi, ad esempio, che in Germania gli investimenti per famiglia e maternità corrispondono al 2,8% del PIL, in Francia al 2,5% e lo scarto si rafforza nel confronto con i Paesi del Nord Europa: in Danimarca la percentuale sul PIL è del 3,8%, in Irlanda del 3,1%, in Finlandia e Svezia è del 3%.
Altre motivazioni all’esclusione delle donne italiane dal mercato del lavoro vengono identificare nella “carenza di servizi pubblici per l’infanzia (asili nido, micronidi o servizi integrativi)”, utilizzati dal solo 12,5% della popolazione, e nella insufficienza di “servizi di cura e assistenza agli anziani” (appena il 4,3% del totale degli individui con almeno 65 anni è trattato in assistenza domiciliare integrata, ADI).
Sono queste, allora, alcune delle più importanti sfide con le quali la nuova formazione “tecnica” di governo dovrà confrontarsi nei prossimi mesi, con la speranza che sappia cogliere realmente l’importanza fondamentale di questa forza colorata (non solo di rosa, ci terrei a sottolineare) in costante ascesa. Misure concrete, dunque, per una voglia di impresa che si è dimostrata altrettanto concreta e potenzialmente fruttuosa per il benessere economico complessivo del Paese.

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I soldi veri sono sul Web

Cresce l’Advertising online: il settore è aumentato di 23,2 punti percentuali rispetto al 2010, raggiungendo i 14,9 miliardi di dollari

Tempi d’oro per l’advertising online.

A rivelarlo è lo IAB Internet Advertising Revenue Report, realizzato da PricewaterhouseCoopers (PwC USA) per conto dell’Interactive Advertising Bureau (IAB): si tratta di uno studio sulla pubblicità online, riferito al contesto statunitense e realizzato due volte all’anno al fine di monitorare la situazione di metà e dell’intero anno (in questo caso ci si riferisce ovviamente alla prima metà del 2011); esso si basa su dati rilasciati trimestralmente dallo IAB, l’associazione internazionale dedicata allo sviluppo della comunicazione pubblicitaria digitale interattiva, la quale ha avviato il report nel 1996.
I risultati forniti sono considerati la misura più accurata dei ricavi pubblicitari online, poiché derivano da informazioni fornite direttamente dalle aziende che vendono tale pubblicità virtuale: ad essere inclusi nel rapporto sono, in particolare, i ricavi provenienti da siti web, servizi commerciali online, network pubblicitari e provider di posta elettronica.
Ad uno sguardo preliminare, si nota come – dopo un declino e un temporaneo plateau registrati nel 2009 – i ricavi trimestrali della pubblicità online abbiano conosciuto, a partire dall’ultimo trimestre del 2009, un forte rialzo e, anche se il 2011 sembrava iniziare con una lieve ricaduta, tali ricavi sono notevolmente aumentati nel secondo trimestre 2011.

Entrando un po’ più nel dettaglio, vediamo che, nell’intera prima metà del 2011 e rispetto allo stesso arco temporale riferito allo scorso anno, gli introiti sono aumentati di 2,8 milioni di dollari o, in termini percentuali, del 23,2%, arrivando a stabilire una sorta di record, pari a 14,9 miliardi di dollari. Il trend evidenziato segna, allora, una crescita percentuale più che raddoppiata rispetto al primo semestre del 2010, quando i ricavi pubblicitari si assestarono a 12,1 miliardi di dollari (con un incremento dell’11,3% rispetto al 2009).

Quei 14,9 miliardi rilevati possono essere scomposti, dal punto di vista temporale, in un primo trimestre totalizzante 7,26 miliardi di dollari e in un secondo trimestre che ha accumulato i restanti 7,68 miliardi, segnando un incremento di quasi 6 punti percentuali rispetto al primo trimentre 2011 e un incremento del 24,1% rispetto al secondo timestre 2010 (quando il ricavo era stimato in 6,19 miliardi di dollari).

“La forte crescita della pubblicità online – ha commentato David Silverman, partner, PwC – non si è arrestata nella prima metà del 2011. Ad alimentare questa crescita è la capacità degli inserzionisti di correlare prestazioni e risultati con i dollari che stanno investendo”.
I ricavi del secondo trimestre 2011 sono aumentati su una base percentuale e in dollari: esso rappresenta il trimestre con il più alzo rialzo mai registrato fino ad ora.

Applicando un filtro cronologico alla stima e utilizzando una prospettiva su base annuale, si scopre che la quota di ricavi in pubblicità digitale raggiunta nel primo semestre 2011 potrebbe portare il 2011 ad essere l’anno con la quota più elevata, superando i 26 miliardi raggiunti nel 2010 (il precedente record): “i fattori macroeconomici che hanno iniziato ad influenzare l’intero universo economico a metà anno, potrebbero avere un impatto anche sul secondo semestre”, sottolinea il report.

L’advertising online continua a rimanere appannaggio di quelle 10 principali aziende di vendita pubblicitaria presenti nel mercato, che assieme hanno raggiunto, nel secondo trimestre 2011, il 72% dei ricavi totali, superando quel 70% riferito allo stesso intervallo dello scorso anno.
Le aziende collocate, invece, tra l’undicesima e la venticinquesima posizione hanno contribuito per un 10% ai ricavi del secondo trimestre, in calo di due punti percentuali rispetto al 2010 (12%); quelle, infine, che si pongono tra la ventiseiesima e la cinquantesima posizione, hanno raccolto il 7%, contro l’8% dell’anno precedente.

“L’eccellente solidità di performance finora rilevata per l’advertising online – evidenzia Randall Rothenberg, presidente e CEO di IAB – dimostra che sempre più addetti al marketing stanno puntando su digitale per raccontare il proprio marchio. Questa gradita notizia, alla luce della debolezza che avvolge buona parte della restante economia statunitense, conferma l’enorme valore che l’innovazione nel marketing interattivo può trasmettere all’industria e al consumo”.

Il successo crescente deriva primariamente dal fatto che le aziende desiderano sempre più far uscire il proprio brand all’esterno dei confini tradizionalmente posti alla loro attività, vogliono farsi conoscere e, a questo scopo, utilizzano la rete quale veicolo privilegiato di comunicazione, poiché dotata di dimensione universale e capace di raccogliere un pubblico quanto più vasto possibile; si ampliano, di conseguenza, le campagne pubblicitarie poste in essere per raggiungere nuove aree di interesse, si moltiplicano le manifestazioni dell’universo valoriale veicolato dal marchio.

Quali sono, allora, le categorie su cui sembrano maggiormente concentrarsi i profitti finora evidenziati?

In testa, innanzitutto, si collocano le ricerche online correlate da contenuti sponsorizzati e provenienti da diversi circuiti advertising: esse, da sole, producono il 49% del totale ricavi riferito al primo semestre 2011 (in crescita rispetto al 47% stimato nel 2010), pari a circa 7,3 miliardi di dollari (+27% rispetto ai 5,7 milioni di dollari nel 2010), arrivando a riempire il fulcro dell’intero mercato.

Al secondo posto troviamo il cosiddetto “display advertising”, con una quota di mercato che dal 36% (primo semestre 2010) è giunta al 37% (2011), passata, in altri termini, da 4,4 a 5,5 miliardi di dollari (+27%, un tasso di crescita maggiore rispetto al 16% del 2010): tale forma pubblicitaria comprende banner pubblicitari (realizzano il 23% dei ricavi, pari a 3,4 miliardi di dollari), video digitali (6% o 891 milioni), contenuti interattivi (5% o 763 milioni) e sponsorizzazioni (3%, 467 milioni).

Gli annunci online, con 1,2 miliardi di dollari, raccolgono il solo 8% dei ricavi nel primo semestre 2011, percentuale in decrescita rispetto al 2010 (10% con 1,3 miliardi di dollari).

I ricavi della Lead Generation ammontano al 5% nel 2011, pari a 805 milioni di dollari, in aumento di quasi 25 punti percentuali rispetto al 2010, quando essi ammontavano a 642 milioni (5% del mercato).
La posta elettronica occupa, invece, l’ultima posizione della classifica, con solo l’1% dei ricavi totali, corrispondenti a 79 milioni di dollari, in ribasso del 34% rispetto ai 120 milioni riferiti al 2010 (1% del totale ricavi). Sempre meno frequenti, dunque, le campagne pubblicitarie basate sull’invio multiplo di mail, forse a causa della facilità con cui simili comunicazioni possono venire eliminate dal destinatario e dunque cadere inascoltate.

Allargando un po’ la prospettiva temporale, ci si accorge di come quello dell’online search rappresenti il format dominante fin dal 2006 e di come esso abbia conosciuto negli anni una crescita sequenziale; dopo aver perduto nel 2010 parte della propria quota di mercato a favore dei banner pubblicitari, esso ha riconquistato e superato, nel primo semestre 2011, tutte le posizioni perdute. Per un trend positivo, si è costretti, tuttavia, ad evidenziarne uno negativo: ecco, allora, che negli ultimi sei anni si è assistito ad una perdita, per gli annunci online, di oltre metà quota di mercato (da uno share del 18% nel 2006 all’attuale share dell’8%) e, dopo una parziale stabilizzazione nel 2010, si è ritornati al segno meno nel 2011.

Con riferimento ai settori industriali coinvolti, il report di IAB e PwC evidenzia come gli inserzionisti del retail continuino a rappresentare la categoria più ampia per spesa in advertising, avendo raggiunto una percentuale del 23% nella prima metà del 2011 (pari a 3,5 miliardi di dollari), in crescita rispetto al 20% (2,5 miliardi) rilevato nel 2010.
Le aziende di telecomunicazioni hanno invece rappresentato, nel primo semestre 2011, il 14% (2,1 miliardi di dollari) dei ricavi in pubblicità online, con un leggero aumento dal 2010, quando l’ammontare dei ricavi era di 1,7 miliardi di dollari (configurante, comunque, il 14% del totale).

Gli inserzionisti del settore finanziario hanno contribuito, poi, per il 13% nel 2011 (pari a 1,9 miliardi di dollari), quelli del comparto automobilistico per l’11% (1,7 miliardi): entrambi hanno guadagnato posizioni rispetto al 2010, quando il primo coinvolgeva 1,5 miliardi di dollari (12%) e il secondo 1,3 miliardi (comunque 11%).
Il settore dei prodotti informatici costituisce il 10% dei ricavi in advertising nel 2011, cioè 1,5 miliardi, in aumento rispetto al 2010, quando la stima era di 1,2 miliardi di dollari (anche in questo caso il 10% del totale).
Il comparto dei viaggi per svago (biglietti aerei, hotels e resorts) ha coperto l’8% dei ricavi nel 2011 (1,2 miliardi), contro il 7% (841 milioni di dollari) del 2010.

I beni di consumo, ancora, rappresentano il 6% del mercato pubblicitario online, pari a 866 milioni di dollari, in diminuzione rispetto al 2010, quando rappresentavano l’8% (980 milioni). L’entertainment occupa il 4%, con 556 milioni, in leggero aumento rispetto ai 508 milioni del 2010 (quando costituiva sempre il 4%).
Settore media e settore farmaceutico-sanitario raggiungono, infine, nel 2011, entrambi una quota di mercato del 4%, il primo con 660 milioni e il secondo con 608 milioni di dollari e con un leggero incremento rispetto al 2011, quando si erano attestati rispettivamente a 498 milioni (sempre 4%) e 576 milioni (5%).

 

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