I capelli rinascono in laboratorio!

Un approccio diverso al problema della calvizie che consente di creare follicoli piliferi partendo dalle cellule della persona

Adriano D'Amico. Lo stile rasato dona all'ingegnere biomedico uno sguardo più intenso e affascinante.

Adriano D’Amico. Abbandonate i timori: come dimostra questo primo piano, lo stile rasato e la “pelata” possono rendere lo sguardo più intenso e affascinante.

Risulta una vera e propria ossessione per molti uomini, preoccupati all’idea di invecchiare e di perdere fascino e virilità. Non di meno rappresenta uno spauracchio per tutte le donne desiderose di mantenere una chioma voluminosa e lucente.

• Le forme in cui la calvizie può colpire sono moltissime, si passa dal leggero diradamento al caso più grave di perdita totale dei capelli. Guardarsi allo specchio e accettarsi – affrontare, insomma, una vita “a fronte alta” – sembra essere la soluzione più efficace tra quelle concesse, fino a questo momento, dai confini dell’universo scientifico.

• Eppure, nelle ultime settimane, alcune sorprendenti scoperte oltreoceano hanno inevitabilmente riacceso le speranze. Arriva, infatti, da un gruppo di ricercatori del Columbia University Medical Center (CUMC) un nuovo approccio alla cura della calvizie che, se avallato da ulteriori studi e sperimentazioni, potrebbe consentire di risolvere, in via definitiva, uno dei problemi maggiormente sentiti da ambo i sessi.

LA NOVITÀ DEL NUOVO METODO

Il rivoluzionario metodo è stato presentato in uno studio pubblicata su PNAS (Proceedings of the National Academy of Sciences, la rivista scientifica ufficiale dell’Accademia nazionale delle scienze degli Stati Uniti) e consente di superare i limiti dei sistemi attualmente utilizzati per il rinfoltimento della capigliatura.

• Le soluzioni anticalvizie proposte sinora dalla medicina e dalla cosmetica si basano, infatti, sul semplice trapianto di capelli da una zona a un’altra della testa (di solito dalla parte posteriore alla parte anteriore) oppure sul cercare di stimolare la crescita e ritardare, quindi, la caduta dei peli già esistenti. L’innovativo sistema potrebbe, invece, permettere di creare follicoli piliferi “ex novo” a partire dalle cellule del paziente.

CALVIZIE: UN PROBLEMA DIFFUSO

Le stime più recenti parlano di ben 18 milioni gli italiani che soffrono di diradamento e calvizie: tra questi, 12 milioni sono uomini (di cui 6 milioni nelle forme più radicali) e 6 milioni sono donne.

• Alla base della caduta vi possono essere semplici fattori genetici ereditari o di sesso (gli uomini tendono a perdere più capelli rispetto alle donne), ma spesso ad influire sono anche la stagionalità (in primavera e in autunno la perdita aumenta), l’inquinamento ambientale, le condizioni di salute, l’assunzione di particolari farmaci, gli scompensi di funzione della tiroide e lo sbilanciamento nei livelli ormonali.

• Pure delle scorrette abitudini alimentari (la carenza, in particolare, di vitamine e ferro), il ricorso a dei trattamenti cosmetici aggressivi e delle condizioni di eccessivo stress o di depressione possono alterare il naturale ciclo di ricambio dei capelli.

• La possibilità di perdere i capelli rappresenta uno dei peggiori incubi per gli italiani, i quali – in base ai risultati di una recente indagine di GfK Eurisko – indicano di temere il presentarsi di questa situazione nel 60% dei casi, al pari della caduta dei denti (66%), ma molto più della perdita del tono muscolare (43%) o dell’elasticità del viso (34%).

CALVIZIE: QUANDO OCCORRE PREOCCUPARSI?

• «Da sempre si afferma che la caduta dei capelli fisiologica (fase telogen), per essere ritenuta normale, non deve superare gli 80-100 capelli al giorno. In realtà questo dato può essere variabile, in relazione alla dotazione di capelli di partenza di ogni individuo», spiega la dottoressa Elena Guarneri, medico chirurgo ed estetico a Brescia, Milano e Cremona.

• Quando ci si deve, dunque, iniziare a preoccupare? Sicuramente in presenza di «una caduta sensibilmente più copiosa di quella abituale, soprattutto se accompagnata da altre manifestazioni cliniche come diradamento, stempiatura, miniaturizzazione dei capelli (assottigliamento e impoverimento dei fusti), prurito, desquamazioni o irritazioni del cuoio capelluto (follicoliti), comparsa di chiazze ovalari o tondeggianti completamente prive di capelli (alopecia areata)».

• Manifestazioni di questo tipo sono spesso sottovalutate dagli stessi medici, tuttavia – avverte ancora la dottoressa – «spesso costituiscono la spia di patologie di varia natura (endocrina, metabolica, carenziale, psichica, immunologica). Il primo passo, quindi, da parte del paziente, è la presa di coscienza del problema». A questo deve fare seguito una «visita tricologica accurata, con attenta ricostruzione della storia clinica del soggetto e valutazione del cuoio capelluto e dei fusti capilliferi. Esistono anche numerosi esami tricologici mirati, che ci aiutano a ricostruire la causa di caduta e diradamento, e che quindi orientano fortemente la diagnosi e la terapia».

LE TECNICHE ATTUALMENTE PIÙ EFFICACI

• «La scienza applicata alla medicina costituisce una grande alleata per trattare e sconfiggere questo problema, tanto diffuso», evidenzia Elena Guarneri. Tra le tecniche più efficaci, purché non in presenza di calvizie totali, spicca l’intradermoterapia distrettuale, «una procedura ambulatoriale e non dolorosa che consente al medico di sfruttare l’azione di un cocktail di principi attivi veicolati direttamente nella struttura dermica del cuoio capelluto».

• Si tratta di un trattamento relativamente semplice, che può avvenire con sedute settimanali o quindicinali, non richiede anestesia e consente la ripresa immediata delle abituali attività sociali e lavorative, senza effetti collaterali.

• La soluzione più innovativa e soddisfacente contro calvizie e diradamenti è comunque la PRP HT (Platelet Rich Plasma Hair Therapy), un sistema importato dalla Florida che «sfrutta i fattori di crescita presenti naturalmente nelle piastrine del sangue»: attraverso un prelievo, si utilizza il sangue stesso del paziente, opportunamente lavorato al fine ottenere un composto ricco di piastrine, elementi aventi la funzione di auto-riparare il corpo.

• Si tratta di una tecnica ambulatoriale che richiede circa 30-45 minuti, «è assolutamente priva di rischi e si può applicare a pazienti di entrambi i sessi, a qualsiasi età e sofferenti di tutte le forme di alopecia» non cicatriziale. «Consente di stimolare direttamente la rigenerazione delle cellule staminali della papilla dermica del bulbo capillifero (sede di nascita e crescita del capello) e quindi di porre un freno alla caduta e indurre la ricrescita nonché l’incremento di calibro del fusto del capello».

IL NUOVO METODO: COM’È NATO

La nuova tecnica sviluppata dal CUMC prevede, in sostanza, di sfruttare le cellule delle papille dermiche (delle strutture alla base dei follicoli piliferi, ricche di vasi sanguigni e terminazioni nervose), come fossero delle vere e proprie “fabbriche di capelli”.

• Si tratta, in realtà, di un’idea piuttosto vecchia, ma la difficoltà nel metterla in pratica era dovuta al fatto che questo tipo di cellule, una volta messe in coltura in laboratorio, perdono la propria specializzazione e diventano delle semplici cellule del derma.

• Il salto di qualità nella sperimentazione si è avuto con l’osservazione del mondo animale: a differenza di quanto avviene nell’uomo, nei roditori queste papille dermiche tendono, dopo un trapianto, ad aggregarsi spontaneamente in grumi tridimensionali e a mantenere la loro funzionalità, facendo ricrescere il bulbo pilifero.

• L’équipe composta da ricercatori dell’Università della Columbia (Stati Uniti) e dell’Università di Durham (Gran Bretagna) ha, quindi, dedotto che potessero essere proprio queste aggregazioni a stimolare la pelle a produrre nuovi follicoli e che, spingendo la papilla dermica umana ad aggregarsi allo stesso modo, si sarebbe potuti giungere ad una creazione spontanea di nuove formazioni pilifere, così come avviene nei roditori.

LA SPERIMENTAZIONE

Per verificare l’ipotesi, gli studiosi hanno raccolto le cellule delle papille dermiche di sette donatori, le hanno clonate e coltivate in vitro, in modo da formare delle strutture tridimensionali. Gli aggregati risultanti sono stati trapiantati tra il derma e l’epidermide di pelle umana innestata sul dorso di sette topi da laboratorio.

• Dopo cinque settimane di attesa, in cinque casi su sette i bulbi piliferi hanno dato origine alla crescita di capelli e la successiva analisi del Dna ne ha confermato la natura umana e la corrispondenza al codice genetico dei donatori.

• Affinché il metodo possa essere utilizzato direttamente sulla cute umana, saranno ovviamente necessarie ulteriori verifiche sulla qualità dei capelli e sull’interazione tra le nuove cellule e la pelle che le ospita, tuttavia i ricercatori sembrano guardare con ottimismo al più prossimo futuro.

MIRACOLO O MIRAGGIO?

A trarre particolare beneficio dall’introduzione del nuovo metodo sarebbero, innanzitutto, le donne, se si considera che, stando a quanto riportato dagli stessi promotori dello studio, circa il 90% di quante subiscono, oggi, la caduta dei capelli non può realizzare un trapianto, poiché non possiede una quantità sufficiente di follicoli ancora attivi.

• Allo stesso modo, i vantaggi sarebbero evidenti per qualunque altra circostanza in cui il trapianto non sia possibile, come nel caso di alopecia cicatriziale (il processo irreversibile di perdita definitiva del pelo, senza possibilità di ricrescita), di ustioni o ferite.

• Tuttavia, sottolinea la dottoressa Guarneri, «è da molti anni che si lavora sulla clonazione dei capelli da applicare ai pazienti tricologici, ma per ora siamo ancora fermi alla sperimentazione animale (ahimè, poveri animali innocenti) e quindi lontani da un’applicazione a breve termine della stessa sull’uomo».

Articolo realizzato per il settimanale Viversani & Belli del 20 dicembre 2013, con la consulenza della dottoressa Elena Guarneri, medico chirurgo specialista in chirurgia generale e medico estetico a Brescia, Milano e Cremona (www.elenaguarneri.it)

Nella foto: Adriano D’Amico, IL BELLO.

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