Ricette italiane alla crisi della pellicola

“Settimana del cinema” con biglietto a 3 euro, sconti del 40% per gli studenti e un negozio online per la vendita e il noleggio di film: sono queste le soluzioni offerte dalle associazioni del settore cinematografico, per combattere i cali del 2012 nelle presenze in sala e negli incassi

Dopo i continui rinvii, sembra essere ora fissata a febbraio la data d’avvio dell’innovativa piattaforma online per la vendita e il noleggio di film, promossa e gestita dall’ANICA (Associazione Nazionale Industrie Cinematografiche Audiovisive e Multimediali). Una sorta di negozio online del cinema, che intende offrire una via legale alla condivisione illecita di pellicole coperte da diritti morali e patrimoniali, operata dai “pirati” digitali.
Una nuova potenziale fonte di profitto per l’industria cinematografica, dunque, che – a ben vedere – sembra essere sempre più necessaria, dopo un 2012 chiusosi con segno negativo. Rispetto al 2011, si riducono di 9,9 punti percentuali le presenze in sala (da 101,3 milioni a 91,3 milioni di spettatori) e di 7,97 punti gli incassi (da 661,7 a 608,9 milioni di incassi): lo scarto tra presenze e incassi è dovuto principalmente al maggior numero di film visti in 3D, per i quali si è costretti a pagare un prezzo maggiore.
Resta sostanzialmente invariato il numero di film distribuiti, stimati in 363 nel 2012 (dei quali 127 sono produzioni o coproduzioni italiane e 36 sono film in 3D), contro i 360 del 2011 (125 produzioni o coproduzioni italiane e 36 film 3D).
I dati riportati, relativi al 2012, sono quelli rilevati da CINETEL e presentati lo scorso 15 gennaio a Roma dalle associazioni degli esercenti ANEC (Associazione Nazionale Esercenti Cinema) e ANEM (Associazione Nazionale Esercenti Multiplex) e dai distributori e produttori dell’ANICA.
La tendenza al ribasso è, in fondo, in linea con quella evidenziata anche lo scorso anno da CINETEL (-10,03% sugli incassi e -7,92% sulle presenze rispetto al 2010); manca, tuttavia, nelle stime più recenti, la consolazione che, nel 2011, derivava dal raggiungimento, per il cinema italiano, di una quota di mercato piuttosto ampia e crescente, capace di posizionare i film del Belpaese su livelli di performance impensabili fino a poco tempo prima (38 dei poco più di cento milioni di biglietti venduti nel 2011 erano sono stati staccati per film italiani), parallelamente ad una flessione del cinema americano.
Più in particolare, diminuisce nel 2012 la quota di mercato occupata dai film italiani, con una percentuale di presenze che passa dal 35,5% del 2011 al 25,3% del 2012 e con incassi che si inclinano dal 33,81% del 2011 al 24,02% del 2012. Considerando anche le coproduzioni, i film italiani raggiungono una quota di mercato pari al 26,54% con riferimento alle presenze e al 25,2% per quanto riguarda gli incassi; si tratta tuttavia di numeri in calo sull’anno precedente, quando si stimavano rispettivamente un 37,57% e un 35,64%.
Parallelamente si riducono anche gli spettatori di film americani, che passano dai 47,4 milioni del 2011 ai 46,7 del 2012. Ciononostante aumenta la quota di mercato occupata dai film USA, sia a livello di presenze (si arriva al 51,18% nel 2012, contro il 46,81% del 2011) sia d’incassi (48,58% nel 2011 e 53,21% nel 2012), decretandone la supremazia su tutte le altre produzioni territoriali.
Aumentano comunque gli spettatori di film europei, che passano da una quota di mercato pari al 13,84% nel 2011 a una del 18,34% nel 2012 e crescono allo stesso modo gli incassi del cinema europeo, che arrivano ad occupare il 17,4% del settore (contro il 13,84% dell’anno precedente).
Se si analizzano assieme le produzioni italiane (comprese le coproduzioni) e quelle europee, si nota una riduzione percentuale in termini sia di presenze (dal 51,34% del 2011 al 44,89% del 2012) sia di incassi (dal 49,47% al 42,6%).
Nell’anno appena trascorso, la crisi non sembra, insomma, aver risparmiato nemmeno un settore come quello cinematografico, che – dalla tradizione neorealista, dalla sperimentazione autoriale, fino alla commedia all’italiana e agli spaghetti western – ha saputo, nei suoi tempi d’oro, regalare non poche soddisfazioni allo spirito tricolore e ha contribuito a diffondere un ideale di italianità quale sinonimo di vivacità culturale ed espressiva e di particolare e finissimo gusto estetico. Soffre oggi il cinema italiano, non potendo fare affidamento nemmeno sull’autorità universalmente riconosciuta dei grandi nomi ancora attivi: in base alle ultime stime dell’8 gennaio scorso, “Bella addormentata” di Marco Bellocchio si è fermato a 1 milione e 244 mila euro di incassi, “Reality” di Matteo Garrone a 2 milioni e 76 mila, “Io e te” di Bernardo Bertolucci a 1 milione e 690 mila, infine “È stato il figlio” di Daniele Ciprì a soli 876 mila euro. Nella classifica dei 150 film più visti del 2012, al primo posto, con 4 milioni e 288 mila spettatori, troviamo “Benvenuti al nord”, all’ultimo il lungometraggio d’animazione “Il castello nel cielo” ad opera del visionario Hayao Miyazaki, l’ultimo italiano è “Cesare deve morire” dei fratelli Taviani, Orso d’oro al Festival di Berlino. Non va dimenticato, poi, il fatto che quel riavvicinamento alle opere italiane, evidenziato con particolare enfasi e ottimismo nel 2011, riguardava quasi esclusivamente le commedie (tra i primi 15 film italiani in classifica, solo due erano film d’autore: “This Must Be the Place” di Sorrentino e “Habemus Papam” di Moretti), confinando il cinema tricolore a un genere che, pur essendogli proprio, rischia di vanificare gli sforzi creativi di alcuni talenti emergenti e di compromettere lo stato di buona salute dell’arte cinematografica italiana.
Il divario tra film popolari e film d’autore sembra, allora, allargarsi sempre più e, secondo alcuni, tale tendenza deriverebbe da uno spostamento verso i complessi multisala, capaci di attirare un pubblico poco sensibile al filone autoriale. “Stiamo aprendo un’indagine qualitativa, abbiamo fatto film d’autore troppo complessi e commedie troppo facili”, ha sottolineato, nel corso della conferenza di presentazione, Riccardo Tozzi, presidente ANICA. In questo – ha proseguito – “il cinema francese ci dà un esempio di prodotto popolare realizzato con intelligenza e qualità”.
Non è certo corretto decontestualizzare le stime in negativo del mercato del cinema in Italia e non considerare come alla base vi sia la difficile congiuntura economica generale che ha imposto agli italiani di ridurre la propria propensione alla spesa. Tuttavia il prezzo medio del biglietto sembra essere aumentato, nel 2012, solo dello 0,7% rispetto al 2011 e, più in generale, gli aumenti negli ultimi dieci anni sono stati nettamente inferiori al tasso di inflazione. Questo potrebbe forse significare che, al di là della polemica sul costo del biglietto, sono molte e differenti le problematiche che attraversano il settore, nel nostro contesto nazionale.
Le sfide poste dall’innovazione tecnologica sembrano essere state sottovalutate e trattate secondo canoni anacronistici e inadatti, che non contribuiscono all’arricchimento dell’offerta e alla sperimentazione, ma, al contrario, obbligano a sottomettersi alla logica del già visto e del consenso facile e maintream. Si crea così un circolo vizioso, che, invece di educare il grande pubblico alla complessità di registri e alla qualità espressiva, finisce per relegare la cultura cinematografica di spessore a esclusivo appannaggio della ristretta cerchia di sedicenti intenditori. Ben venga la commedia, anche come cavallo di battaglia del Belpaese, ma non è sicuramente auspicabile che una forma artistica – e in particolare il cinema – si limiti a essere cassa di risonanza di un’unica voce.
Le dita degli addetti ai lavori sono ovviamente tutte puntate, oltre che sulla politica – immobile e incapace di offrire un reale sostegno al settore – sulla pirateria: “Sono a favore dell’innovazione tecnologica solo se porta valore aggiunto non se va a levare all’esistente” tuona Lionello Cerri, presidente ANEC, nel corso della conferenza. Nel suo ragionamento, egli dimentica, tuttavia, di considerare come il fenomeno della fruizione “illegale” online sia ormai talmente diffuso da non poter pretendere che la via per la sua legittimazione possa avvenire in punta di piedi, nel rispetto delle gerarchie distributive formalizzate dal vecchio sistema (il sistema delle cosiddette “finestre”, che impone di lasciar trascorrere un certo lasso di tempo tra l’uscita di un film al cinema e il suo sfruttamento in dvd o in tv). Al contrario, tale fenomeno potrebbe rappresentare una sorta di modello da cui mutuare forme legali di distribuzione, capaci di cogliere la reale natura del mezzo internet e le mutate esigenze degli spettatori.
Nello scaricare e vedere sullo schermo del PC un film ancora presente nelle sale, l’utente non ha oggi nemmeno la percezione di compiere un illecito e questo non per disinteresse, non perché la crisi dell’industria cinematografico non lo coinvolga, ma perché per lui l’esperienza percettiva sperimentata nell’online non preclude in alcun modo quella sperimentata nelle sale del cinema. Può sembrare paradossale, ma in alcuni casi la prima arriva addirittura incentivare la seconda. Ragionare in termini monolitici sulla questione impedisce di trovare delle soluzioni realmente efficaci.
Poniamo il caso, ad esempio, di un giovane abituato a mettersi in fila, paziente, alla cassa di un multisala, per godersi, armato di popcorn e voglia di effetti speciali, l’ultima pellicola sensazionalistica e ben reclamizzata della major di produzione cinematografica statunitense di turno. Il ragazzo, tra un fumetto della Marvel e una Coca Cola in lattina, sente parlare di Bernardo Bertolucci. Non lo conosce, eppure quel nome evoca in lui qualcosa, lo incuriosisce. Compone il nome sulla tastiera e grazie ad una preparatissima Wikipedia scopre che questi è un regista. Mette in download quel famoso “Ultimo tango a Parigi”, guarda interamente la sequenza di fotogrammi e suoni e scopre pure che gli piace. Due settimane dopo, al cinema danno “Io e te” del medesimo regista. Le probabilità che egli scelga di andare a vedere quel film sono ora certamente maggiori rispetto a due settimane fa.
L’esempio è volutamente paradossale, ma intende di cogliere il fulcro dell’intera questione e cioè l’errore che spesso si compie nel valutare il fenomeno della pirateria online. Equiparare il file sharing al furto in negozio pare una congettura eccessivamente semplicistica e del tutto fuorviante. Basti pensare che un furto costituisce, in definitiva, una vendita persa, mentre il materiale scaricato rappresenta un nuovo esemplare generato, che non priva il proprietario originale del materiale stesso. Esistono poi diverse forme nella condivisione in rete, essa non sostituisce semplicemente l’acquisto reale del biglietto, ma può, come nell’esempio riportato, essere funzionale allo stesso o avere un impatto positivo a livello sociale, pur senza danneggiare gli attori coinvolti (è il caso dell’accesso a materiali tutelati dal copyright ma fuori dal mercato) o, ancora, fungere da mezzo pubblicitario per registi e attori emergenti che scelgono di diffondere gratuitamente sulla rete i propri sforzi ideativi, al puro scopo di farsi conoscere. Il rischio è che, sforzandosi di risolvere i problemi creati dal file sharing illegale fine a se stesso, si finisca per distruggere le positive opportunità create dalle altre forme di condivisione.
Con un ragionamento piuttosto grossolano – e forse, lo ammetto, un tantino azzardato – possiamo provare ad immaginare lo status dell’utente tipo, in grado di scaricare e condividere via web le più o meno pregiate fatiche dell’industria cinematografica. Scommetto che nessuno sta pensando ad una madre di famiglia che fatica ad arrivare alla fine del mese e che ripone, dunque, nello scambio illegale di materiale, le proprie speranze per potersi finalmente concedere – e per permettere alla propria famiglia – due orette di svago, in barba ai piangenti bilanci mensili e alle severe regole del mercato. Alla base della condivisione online vi sono per lo più persone di elevata cultura digitale e a spingere verso la fruizione vi è certamente un forte interesse verso l’arte cinematografica. Si tratta, dunque, di persone che possiedono tipicamente i mezzi (culturali ed economici) per mantenere viva l’industria cinematografica e che non hanno alcun interesse a farne decadere il nucleo centrale, che sono – è bene ogni tanto ricordarlo – la qualità espressiva, l’illusione, la comunicazione, la sensazione, l’emozione. Personalmente non conosco nessuno che, dopo aver scoperto il file sharing, abbia smesso di andare al cinema o abbia iniziato ad andarvi con minore frequenza (crisi generale permettendo).
Nell’eterna lotta contro la rete del free, da parte di coloro che detengono i diritti di sfruttamento economico, in gioco sembrano esservi i soli interessi di pochi che sperano di inserirsi a gamba tesa in un sistema che si dimostrano del tutto incapaci di comprendere e sul quale essi pretendono di imporre le proprie chiuse e obsolete convinzioni. Questo non significa che la pirateria debba essere accettata così com’è, la rete non deve diventare il regno del caos, libero da regole e da una equa distribuzione di diritti e doveri. Significa semplicemente sfumare i confini della questione, smetterla di operare una contrapposizione acritica e cercare un sano equilibrio tra i diversi interessi coinvolti.
I segnali positivi comunque ci sono, fa sapere CINETEL. Superato, nel periodo estivo, un calo delle presenze pari al 33%, nella seconda parte dell’anno appena trascorso (dal primo agosto a fine dicembre), la situazione sembra decisamente migliorata, con un incremento del 3,21% nel numero di biglietti staccati e del 5,51% negli incassi (rispetto allo stesso periodo del 2011).
Plausi anche per la scelta, presa dall’industria cinematografica, di anticipare l’uscita dei film dal venerdì al giovedì, in modo da rendere commercialmente valido anche un giorno tradizionalmente considerato infruttuoso in tal senso: nei primi mesi di entrata in vigore di tale prassi (da ottobre a dicembre), le presenze nella nuova giornata di esordio sono aumentate del 15,86% e gli incassi del 23,36%.
Le associazioni – dal canto loro – intravedono lo spazio per incrementare il loro spirito di collaborazione e avviare “iniziative comuni che possano apportare cambiamenti significativi e strutturali al mercato”. Tra gli obiettivi vi è la necessità di incentivare e stabilizzare il consumo di cinema nei mesi estivi, incrementando l’offerta di film nel periodo (impedendo, dunque, che le pellicole finiscano per “cannibalizzarsi” l’un l’altra con uscite troppo ravvicinate) e proponendo particolari eventi di sensibilizzazione e promozione, come la “Festa del Cinema”, una settimana, cioè, a metà maggio, durante la quale il biglietto costerà solo 3 euro.
Un’ulteriore risposta delle associazioni alla crisi è l’adesione alla Carta dello Studente “Io Studio”, promossa dal MiUR, che offre la possibilità a circa 2,5 milioni di studenti delle scuole superiori di avere uno sconto del 40% sul prezzo del biglietto dei cinema nei primi tre giorni della settimana.
Pubblicato su: PMI-dome
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