Le nuove regole del file sharing

La guardia di finanza di Brescia, su ordine del Gip, ha disposto il sequestro preventivo della piattaforma DDUniverse e, rifacendosi al decreto Urbani del 2004, ha reso anche i provider d’accesso possibili destinatari di una sanzione pecuniaria fino a 250 mila euro, in caso di inosservanza dell’ordine.

Nell’immaginifico mondo a disegni e baloons, è un astuto rivale del buon Topolino. Nell’attuale contesto della giustizia italiana, è il nome dato all’ultimo capitolo della lotta – spesso oggetto di critiche e contrapposizioni – alla condivisione illecita via web di materiale coperto dal diritto d’autore. L’operazione “Macchia nera non poteva che suscitare forti reazioni tra le file degli internauti, schierando, ancora una volta, tutti i diversi e contrapposti interessi messi in gioco dalla questione. Vediamo in cosa consiste: la guardia di Finanza di Brescia ha richiesto ai provider operanti sul territorio dello stato italiano, su ordine del Gip dello stesso tribunale e su richiesta del pubblico ministero della locale procura, Gian Maria Pietrogrande, di oscurare in via preventiva i portali dduniverse.net e www.dduniverse.net, identificati dall’indirizzo IP statico 88.80.27.36, in modo da inibirne l’accesso da parte degli utenti italiani. Si tratta di uno dei siti di file sharing più popolari in Italia: la community ad esso legata era già attiva nel 2002 ed esso nasce a fine 2004 come Drunken Donkey, diventando presto il punto di riferimento per gli utenti italiani di eMule. Segue una prima chiusura, ad opera del provider, nel 2007, una rinascita come DDGalaxy (“Drunken Donkey Galaxy“) e, infine, come DDUniverse. Sul sito venivano ospitati link a file torrent e a file distribuiti tramite la rete eDonkey (usata anche da eMule).

In pratica, a poche settimane dal caso Kickasstorrents e sull’esempio di molte altre situazioni analoghe, viene disposto nuovamente il sequestro preventivo (ovvero prima di un processo) di un sito, proprio a causa del meccanismo di file sharing che esso propone, considerato lesivo dei diritti d’autore.

Il provvedimento spiega tale meccanismo, affermando che l’immissione di opere protette dal diritto d’autore avviene “rendendo disponibili sulle pagine web codici alfanumerici complessi del tipo torrent – in grado di identificare univocamente i singoli file relativi ad opere dell’ingegno protette dal diritto d’autore – ed indicizzando e promuovendo collegamenti detti “ed2k” ai file medesimi, in tal modo gli utenti registrati su detto sito sono in grado di scambiare tra loro copie integrali o parziali dei file stessi”. Il tutto avverrebbe, secondo il Gip,con finalità di lucro rappresentato dagli introiti derivanti dalle inserzioni pubblicitarie a pagamento inserite sul sito (cd banner)”.

Sul fine di lucro in capo all’accusa, molti hanno espresso il proprio dissenso, sottolineando come i banner sul sito avessero, come unico scopo, quello di ripagare le spese di hosting, considerando poi che la community agisce esclusivamente in forma volontaria.

Alla base di dduniverse.net, vi è, in sostanza, un’architettura Peer to Peer (nota con l’acronimo di P2P), un modello di comunicazione non gerarchico, nel quale cioè ogni parte ha le stesse funzionalità delle altre e ha la possibilità di iniziare la sessione comunicativa, in contrapposizione al modello server/client. Accanto ad usi leciti, il fenomeno ha visto sorgere una crescente ed illecita condivisione (file sharing, appunto) di materiali protetti dal diritto d’autore, per questo le multinazionali dell’industria dell’intrattenimento considerano le reti P2P come la più grave minaccia posta dalle tecnologie digitali ai loro diritti. 
Le caratteristiche tecniche del P2P rendono, tuttavia, estremamente difficile il contrasto allo scambio non autorizzato: mentre infatti nelle architetture gerarchiche si può eventualmente agire sui server, di numero relativamente ridotto e visibili, nei sistemi di P2P le azioni di protezione dei diritto si scontrano con il numero altissimo dei computer connessi e con la natura privata del traffico.

Gli interessi in gioco, l’abbiamo detto, sono moltissimi: da una parte troviamo, infatti, i detentori del diritto d’autore, i quali vogliono vedere protetta la loro possibilità esclusiva di sfruttamento economico delle opere. Vi sono poi i fornitori di servizi, che offrono strumenti e canali di comunicazione e che hanno ogni interesse a vedere i propri servizi utilizzati dal maggior numero di utenti possibile. Vanno considerati inoltre gli utenti stessi, i quali esigono sia garantito il proprio diritto alla riservatezza e ad esprimere liberamente il proprio pensiero e le proprie opinioni, attraverso ogni mezzo disponibile, compreso quello tecnologico. Infine lo Stato, che ha tra le sue priorità quella di far rispettare l’ordine pubblico, reprimendo ogni forma di reato, a prescindere dal canale attraverso il quale esso venga commesso.

La particolarità di questo ultimo caso di sequestro preventivo risiede allora, principalmente, nell’attribuzione delle responsabilità. Il titolare del portale (per ora ignoto) “viene indicato come un concorrente diretto nel reato, nonostante la mera funzione di indicizzazione di siti esterni”, come sottolinea l’avvocato-blogger Fulvio Sarzana. Il Gip è convinto, infatti, che si configuri “il fumus di reato in relazione alla fattispecie di cui agli art 110 cp” (Pena per coloro che concorrono nel reato) “e 171 ter comma II lettera a bis della legge 22 aprile 1941 n 633”, la legge sul diritto d’autore, “e, in ogni caso, a quella di cui agli art 110 cp e 171 comma 1 lettera a bis della medesima legge”.

La funzione del sito, che “non mette a disposizione dei suoi utenti in modo diretto ed immediato file contenenti opere protette”, è quella – precisa ancora il Gip – di “smistamento (tecnicamente tracking o tracciamento) ed è dunque strumentale alla consumazione di file al di fuori delle fonti messe a disposizione dai detentori del diritto di autore”: il proprietario del sito non sarebbe, dunque, secondo il Gip, “un mero corriere che organizza il trasporto dei dati”, al contrario “fornisce un concreto apporto causale […] allo scambio dei file da utente a utente, consistente nel mettere a disposizione dei soggetti registrati una indicizzazione costantemente aggiornata di file distinti per tipologie che consente agli stessi di orientarsi chiedendo il downloading di un’opera piuttosto che un’altra”.

Nonostante, dunque, il sito non ospitasse alcun file né consentisse il download diretto, ma si limitasse a fornire, alla stregua di quanto fanno i motori di ricerca, un servizio di indicizzazione, esso è stato ritenuto un responsabile diretto dello scambio di materiale protetto dal diritto d’autore: puntare il dito su Google, che non distingue materiale protetto e non, non sembra essere più un’arma di difesa valida.

Un ulteriore elemento di novità del provvedimento è rappresentato dalla responsabilità posta in capo ai provider di accesso (e non solo a quello su cui risiedono le opere), rendendoli potenziali destinatari, in caso di inosservanza dell’ordine del giudice, di una sanzione pecuniaria fino a 250 mila euro, salvo conseguenze più gravi, per ora semplicemente accennate. Il legislatore è, a tal proposito, preso in causa attraverso il decreto Urbani del 2004, che ha appunto introdotto delle nuove sanzioni per il file sharing.

Se è vero, infatti, che nell’ordinamento italiano vige il principio generale di irresponsabilità del provider per le attività poste in essere dai destinatari dei servizi forniti (principio stabilito dal d.lgs. 70/03, in attuazione della direttiva 2000/31/CE, la c.d. “direttiva sull’“e-commerce”), è vero anche che numerose disposizioni legislative sono intervenute nel tempo a porre diversi obblighi nei loro confronti, introducendo delle eccezioni a questo principio generale.

La legge 6 febbraio 2006, n. 38 (“Disposizioni in materia di lotta contro lo sfruttamento sessuale dei bambini e la pedo-pornografia anche a mezzo Internet”), attuata dal cosiddetto “decreto Gentiloni”, ha introdotto per il provider l’obbligo, sanzionato in via amministrativa, di denunciare – qualora ne vengano a conoscenza – al Centro nazionale per il contrasto della pedopornografia, le imprese e i soggetti che, a qualunque titolo, diffondono, distribuiscono, o fanno commercio , anche in via telematica, di materiale pedo-pornografico, nonché di comunicare al Centro, che ne faccia richiesta, ogni informazione relativa ai contratti con tali imprese e soggetti.

La legge finanziaria 2006 (legge 23 dicembre 2005, n. 266) ha imposto obblighi in merito al filtraggio e all’oscuramento dei siti di scommesse non autorizzati dal Ministero.

Allo stesso modo la disciplina sul diritto d’autore, in particolare attraverso la novella operata dal decreto legge 22 marzo 2004, n. 72 e convertito in legge 21 maggio 2004, n. 128 (la “Legge italiana sul Peer to Peer”, o “Legge Urbani” dal nome del ministro proponente), ha introdotto una serie di imperativi, per il provider, in tema di vigilanza e controllo sulla violazione delle disposizioni sul diritto d’autore.
 L’art. 1, al comma 5, della legge dispone che “a seguito di provvedimento dell’autorità giudiziaria, i prestatori di servizi della società dell’informazione, di cui al decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, comunicano alle autorità di polizia le informazioni in proprio possesso utili all’individuazione dei gestori dei siti e degli autori delle condotte segnalate”. Prosegue poi, al comma 6, affermando che “a seguito di provvedimento dell’autorità giudiziaria, per le violazioni commesse per via telematica di cui al presente decreto, i prestatori di servizi della società dell’informazione, ad eccezione dei fornitori di connettività alle reti, fatto salvo quanto previsto agli articoli 14 [“Responsabilità nell’attività di semplice trasporto – Mere conduit”], 15 [“Responsabilità nell’attività di memorizzazione temporanea – Caching”], 16 [“Responsabilità nell’attività di memorizzazione di informazioni – Hosting”] e 17 [“Assenza dell‟obbligo generale di sorveglianza”] del decreto legislativo 9 aprile 2003, n. 70, pongono in essere tutte le misure dirette ad impedire l’accesso ai contenuti dei siti o a rimuovere i contenuti medesimi”.

L’inosservanza dei provvedimenti è punita in via amministrativa con sanzione pecuniaria da 50 mila a 250 mila euro (comma 7 della legge). Gli obblighi previsti in capo ai provider non implicano il controllo o la vigilanza sulle informazioni trasmesse e memorizzate né di ricerca attiva degli illeciti relativi al diritto d’autore. Tuttavia la mancata e pronta ottemperanza agli ordini dell’autorità, in merito alle informazioni di cui sia eventualmente in possesso, all’oscuramento dei siti, alla rimozione dei contenuti, rendono problematica la posizione del provider che, oltre alla sanzione amministrativa espressamente prevista, potrebbe essere (alla luce di quanto prevede il decreto legislativo 70/03) passibile di concorso nel reato di violazione del diritto d’autore contestato, insieme all’autore della violazione, quantomeno per avere, non ottemperando agli ordini dell’autorità, agevolato la commissione dell’illecito.

Intanto i gestori della piattaforma, dal loro account di Twitter, di dimostrano particolarmente attivi nell’offrire agli utenti delle vie alternative all’accesso e consentire, dunque, alla community di non esaurirsi a causa della dubbia capacità del legislatore italiano nel reggere il passo con lo sviluppo tecnologico.

Pubblicato su: pmi-dome

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