Mail, Web, iPhone… Stress da tecnologia!

Si è assottigliato sempre più il confine tra vita lavorativa e privata. A totale discapito della seconda… “dobbiamo tornare ad un equilibrio”

Uno dei primi e fondamentali obblighi del datore di lavoro è provvedere alla valutazione dei rischi e alla stesura del relativo documento, così come previsto dall’art. 17, comma 1, lett. a), del decreto legislativo n. 81 del 9 aprile 2008, il cosiddetto “Testo Unico” sulla Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Qui si rimanda, in particolare, all’art. 28 dello stesso decreto, il quale specifica i rischi che devono essere considerati. Tra essi, figurano anche quelli legati allo stress lavoro-correlato, la cui valutazione deve essere effettuata “secondo i contenuti dell’accordo europeo dell’8 ottobre 2004”, siglato da CES (sindacato europeo), UNICE (la “Confindustria europea”) UEAPME (Associazione europea artigianato e PMI) e CEEP (Associazione europea delle imprese partecipate dal pubblico e di interesse economico generale).

Tale accordo è stato recepito dalle organizzazioni di rappresentanza delle imprese e dalle organizzazioni sindacali italiane tramite apposito accordo collettivo interconfederale, il giorno 9 giugno 2008. Quest’ultimo assume, dunque, seppur indirettamente, forza di legge, diventando un parametro di riferimento obbligatorio per il datore di lavoro, ai fini dell’effettiva valutazione dei rischi da stress lavoro-correlato.

Successivamente il legislatore ha ritenuto troppo astratto e poco dettagliato il modello fornito dall’accordo europeo del 2004 e ha, per questo, introdotto il comma 1-bis all’art. 28 del Testo Unico Sicurezza, attraverso il d.lgs. n. 106/2009 (cosiddetto “decreto correttivo”).

Stando al nuovo comma, la valutazione dello stress lavoro-correlato deve essere effettuata nel rispetto delle indicazioni elaborate dalla Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro (disciplinata all’art. 6, comma 8, lettera m-quater del Testo Unico).

Si tratta di un organo presieduto dal ministero del Lavoro, della Salute e delle Politiche sociali, nel quale si trovano rappresentate le amministrazioni centrali competenti in materia, le regioni e le parti sociali. Il 17 novembre 2010, con qualche giorno di anticipo sulla scadenza del termine indicato (31 dicembre 2010), sono state approvate – in base al combinato disposto degli artt. 6, comma 8, lettera m-quater), e 28, comma 1-bis, del d.lgs. n. 81/2008 – le indicazioni della Commissione consultiva permanente (si veda la circolare del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali del 18 novembre 2010), indicazioni che, unitamente all’accordo europeo del 2004 recepito con accordo interconfederale del 2008, forniscono, quindi, i criteri base sui quali il datore di lavoro deve procedere a valutare i rischi collegati allo stress lavoro-correlato. Per realizzare la valutazione, il datore deve avvalersi del responsabile del servizio di prevenzione e protezione (RSPP), coinvolgendo il medico competente e ascoltando il rappresentante dei lavoratori per la sicurezza (RLS).

Essa prende in esame non i singoli soggetti, ma gruppi omogenei di lavoratori e si articola in una fase preliminare (la rilevazione, cioè, di fattori oggettivi e verificabili di rischio da stress lavoro correlato), e, solo nel caso in cui siano risultate inefficaci le misure adottate per correggere i fattori di rischio eventualmente individuati, in una seconda fase di valutazione approfondita (la valutazione, cioè, della percezione soggettiva dei gruppi omogenei di lavoratori, anche attraverso questionari, focus group e interviste).

Nell’identificazione dei fattori di rischio da stress lavoro-correlato e nella successiva pianificazione delle misure volte ad eliminare o ridurre al minimo tale rischio, un ruolo sempre più importante sembra poterlo giocare la stessa tecnologia usata nel corso della propria vita professionale. Ad aver sottolineato l’emergere del “tecno-stress” è Randstad, la multinazionale olandese “attiva dal 1960 nella ricerca, selezione, formazione di risorse umane e somministrazione di lavoro”, la quale, nella quarta edizione del suo “Work Monitor”, si è concentrata proprio sulle dinamiche generate nel lavoro dai dispositivi tecnologici, in particolare da quelli dedicati alla comunicazione. L’analisi è stata condotta tra il 20 gennaio e il 14 febbraio 2012, attraverso delle interviste online rivolte ai lavoratori di età compresa tra 18 e 65 anni, con alle spalle almeno 24 ore settimanali di lavoro dipendente (sono stati esclusi i lavoratori autonomi). Stando a quanto rilevato dai promotori dello studio, i lavoratori italiani si dimostrano più sensibili, rispetto ai lavoratori stranieri, alle sollecitazioni che provengono da telefono e mail (il 32% del campione afferma di esserne distratto) e dalla rete (il 30% è convinto che l’accesso alla rete rappresenti un fattore in grado di far diminuire la propria produttività lavorativa).

Il report evidenzia, in sostanza, come i nuovi dispositivi tecnologici abbiano reso sempre più sfumati i confini tra lavoro e vita privata, a totale svantaggio della seconda. Il 63% del campione ammette di aver ricevuto telefonate o mail al di fuori dell’orario di lavoro, il 52% durante le vacanze e il 63% dichiara di aver avuto impegni di lavoro in luoghi privati. Per contro solo il 33% degli intervistati ha provato a recuperare lo sbilanciamento, occupandosi di questioni private sul luogo di lavoro.

Il 39%, poi, crede che il proprio titolare si aspetti una disponibilità pressoché totale, pari a 24 ora su 24 e a 7 giorni su 7. “Dall’indagine – commenta Marco Ceresa, Amministratore Delegato di Randstad Italiaemerge come i rapporti tra impresa-lavoro stiano cambiando sia in termini di velocità dei flussi informativi con un impatto sulle attività che nella colonizzazione, a volte, della sfera privata”. Importante, prosegue l’ad, è “Un’educazione e una sensibilizzazione da parte delle aziende sul valore del ‘Work Life Balance’ e su come separare la dimensione professionale da quella privata garantendone un sano equilibrio”.

Dal confronto con gli altri paesi, emerge come i dipendenti italiani, più degli altri, ritengano di ricevere quotidianamente più informazioni di quante ne riescano a gestire (41%, contro 34% della Germania, 39% della Francia, 35% della Gran Bretagna e 32% degli Stati Uniti) e come essi traducano un simile stress in momenti di totale chiusura verso mail e telefonate (48%, contro 42% della Germania, 43% della Francia, 36% della Gran Bretagna e 38% degli Stati Uniti).

Interessante sarebbe, sottolineano i promotori, capire se questa “colonizzazione” del tempo libero rappresenti un temporaneo risultato della crisi globale o se sia, piuttosto, la logica conseguenza di una epocale trasformazione dei rapporti tra impresa e lavoratore. Le risposte degli intervistati soffrono, a mio avviso, di una ovvia tendenza (forse tutta italiana) a considerare il proprio agire più ampio, impegnativo e indispensabile rispetto a quello degli altri e, soprattutto, rispetto a quello del “capo”, visto sempre e comunque, seppur in maniera implicita, come un “nemico”, uno “sfruttatore”. Si tratta, credo, di un lascito proprio del nostro sistema scolastico, laddove il professore viene identificato come un avversario e non invece come un alleato, indispensabile per portare a termine il percorso formativo. Altri sistemi scolastici, distaccandosi dalla formula della classe fissa di studenti, impediscono forse anche la creazione di simili logiche di contrapposizione.

La componente soggettiva, dunque, amplifica probabilmente la portata del fenomeno, tuttavia delle percentuali così ampie non possono non essere prese in considerazione. Con riferimento alla “connettività stanziale” (quella sul luogo di lavoro), il Work Monitor ci dice che la rete è ormai diventata uno strumento di lavoro abbastanza scontato, utilizzato quotidianamente dal 75% degli italiani (contro il 93% dell’India e della Cina e l’89% della Malaysia). La “connettività nomade” attraverso gli smartphone (a un quarto del campione il datore di lavoro ha fornito uno smartphone con accesso alla rete, mentre circa la metà possiede uno smartphone personale con accesso a internet) è, invece, più bassa rispetto agli altri paesi (84% Cina, 79% Hong Kong, 71% India e Malaysia) e ad usufruirne sono soprattutto maschi (30% contro il 18% delle donne), tra i 18 e 44 anni (28% contro il 18% dei 45-64enni) e impiegati nel settore privato (26% contro il 20% del settore pubblico).

Ci troviamo, dunque, di fronte ad una connettività praticamente illimitata che, tuttavia, pone l’esigenza di un “codice di comportamento condiviso”, onde evitare situazioni di eccessivo stress per i lavoratori. Malgrado la ricca disponibilità di strumenti virtuali, il 73% degli italiani afferma ancora di preferire la relazione diretta per relazionarsi professionalmente con colleghi, fornitori e clienti, potendo, dunque, far affidamento su tutta una serie di segnali non verbali difficilmente trasportabili su una tastiera e su un monitor. “La passione italiana per la tecnologia è innegabile – sostiene Ceresa – ma rimaniamo fortunatamente ancorati a codici comunicativi tradizionali ed emozionali che non snaturano la dimensione lavorativa”. Per concludere, possiamo dire di esser di fronte, a quanto pare, ad una situazione di percepita saturazione, sofferta in primis dai lavoratori italiani, ma, seppur in misura inferiore, anche dai colleghi stranieri.

Da qui il paradosso: l’assenza di regole chiare e confini normativi nell’utilizzo di strumenti tecnologici potrebbe, quindi, secondo quanto rilevato da Randstad, creare difficoltà nei dipendenti e influenzare negativamente il lavoro, per agevolare il quale tali strumenti sono stati adottati.

Pubblicato su: PMI-dome

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