Smart Cities, le sfide poste dalle “città intelligenti”

Nel corso dello Smau 2011, una serie di incontri e dibattiti dedicati alle Smart Cities impongono un momento di riflessione

Non molti giorni fa la mia attenzione si era soffermata su un video realizzato dalla Bit Editor Srl nel quale si dava voce e animazione ad una notizia relativa alla presentazione di alcuni progetti in materia di efficienza energetica, trasporti e pianificazione, in risposta ad un avviso pubblico del comune di Milano. In quell’occasione mi ero interrogata circa l’efficacia di simili campagne comunicative, mentre le contingenze attuali mi spingono a riflettere sul contenuto specifico veicolato da quella notizia: si è chiusa, infatti, lo scorso venerdì l’edizione 2011 di SMAU, l’evento fieristico milanese dedicato all’Information & Communications Technology, nel corso della quale è stata ospitata una due giorni (giovedì 20 e venerdì 21 ottobre) di laboratori e convegni dedicati al tema delle città cosiddette “intelligenti”, inaugurata da un convegno titolato “Smart Cities nel contesto italiano: le novità e riferimenti normativi europei e italiani, lefonti di finanziamento, le potenzialità di partnership pubblico/private”.

Con il termine “città intelligente” (o “smart city”) si intende un ambiente urbano nel quale sia possibile garantire uno sviluppo economico sostenibile, equilibrato e bilanciato con la domanda di benessere proveniente dalle persone che vi abitano; un ambiente in cui le tecnologie più avanzate strutturano infrastrutture di comunicazione, servizi e applicazioni di avanguardia, allo scopo di semplificare la vita dei cittadini, delle imprese e delle istituzioni; un  ambiente alla ricerca di soluzioni avanzate nella gestione della mobilità e che punti all’efficienza energetica; un ambiente, in definitiva, interconnesso, sostenibile, confortevole, attraente e sicuro.

I progetti presentati nel video cui si faceva inizialmente riferimento, si inseriscono, allora, nell’iniziativa “Smart Cities and Communities”, promossa dalla Commissione europea e lanciata ufficialmente nel corso di una conferenza tenutasi il 21 giugno scorso a Bruxelles; essa prevede un programma di supporto (si è parlato di un primo finanziamento pari a 80 milioni di euro) rivolto ad un numero limitato e selezionato di città europee che abbiano presentato progetti di sviluppo innovativo, allo scopo di rendere le città del vecchio continente più sostenibili, efficienti, tecnologicamente e socialmente avanzate. In quell’occasione, il commissario europeo per l’Energia, Günther Oettinger, aveva sottolineato come le città abbiano un ruolo fondamentale “per gli obiettivi Ue sul risparmio energetico del 20% entro il 2020 e per lo sviluppo di un’economia a basse emissioni di carbonio entro il 2050, perché il 70% dell’energia dell’Unione viene consumata nelle città. Le città hanno inoltre un enorme potenziale per il risparmio energetico attraverso l’integrazione di tecnologie per favorire un uso efficiente delle risorse”.

Molte città italiane, tra cui appunto Milano (ma anche Bari, Torino Genova, Palermo e Catania e l’intera Sardegna), hanno già presentato la propria candidatura, proponendo investimenti indirizzati al patrimonio edilizio, all’efficacia energetica, alla pianificazione, al trasporto pubblico; sono numerose, quindi, le iniziative di ricerca, sperimentazione e dimostrazione poste in essere in tal senso, anche se non mancano i consueti ideologi del sospetto, i quali mantengono alcune remore circa l’efficacia di tali iniziative, essendo ancora difficile “capire se l’espressione ‘città intelligenti’ si connoterà davvero di nuova materia grigia foriera di soluzioni che coniugano ecologia ed economia, e non piuttosto della mistificazione finanziaria (un benedetto canale di fondi) per le magre casse comunali”.

Al di là dei legittimi sospetti, gli sforzi orientati in una questa direzione rappresentano sicuramente il presupposto fondamentale per l’elaborazione di una reale evoluzione urbana, dall’economia, al turismo, alla socialità, fino alla cultura stessa.

Una conseguenza diretta sarà, poi, la crescita del mercato delle tecnologie che alimentano i programmi di evoluzione in città intelligenti: pare che esso supererà in tutto il mondo i 39 miliardi di dollari nel 2016, contro gli 8 miliardi registrati nel 2010, mentre le città spenderanno complessivamente, in questi cinque anni, 116 miliardi di dollari per sostenere la propria trasformazione. Le stime appartengono ad Abi research, che ha esaminato 50 progetti in tutto il mondo, indagando, in particolare, le tecnologie più utilizzate per rendere una città “intelligente”, in modo da poter azzardare delle previsioni circa le possibili destinazioni dei soldi che verranno investiti. Le caratteristiche comuni a tutte i progetti sembrano essere: un’infrastruttura di rete, delle tecnologie Ict pensate per incrementare il benessere dei cittadini e la competitività delle imprese, l’innovazione, una pianificazione dello sviluppo urbano e regionale, l’attenzione alla sostenibilità sociale e ambientale (attraverso la partecipazione reale dei cittadini alla vita della città). Tuttavia, come aveva sottolineato Larry Fisher, practice director di Abi Research, nel presentare i risultati, i progetti variano molto da città a città e non esiste, dunque, un modello o un approccio unico di riferimento da applicare anche in contesti diversi: “nel lungo termine, l’adozione di standard aperti sarà di importanza fondamentale per le tecnologie che dovranno far funzionare e promuovere lo sviluppo delle Smart cities in tutto il mondo”.

Punto di partenza ideale per la ricerca di un comune denominatore tra i soggetti implicati nel processo, è stato allora, con riferimento al contesto italiano, lo Smau 2011. Svoltosi dal 19 al 21 ottobre a Fieramilanocity, esso rappresenta un “luogo privilegiato di incontro tra fornitori di soluzioni ICT e imprese e pubbliche amministrazioni che le utilizzano” e, nello specifico, la manifestazione dedicata al tema delle Smart Cities, sulla quale vorrei in questa sede soffermarmi, ha permesso ai Sindaci di alcuni Comuni italiani di far conoscere al pubblico la propria esperienza sul tema, i percorsi delineati e i programmi futuri; allo stesso tempo le aziende fornitrici di ICT hanno inteso illustrare le molteplici soluzioni e applicazioni messe a disposizione dallo sviluppo tecnologico, proponendosi come promotrici dell’avanguardia socio-ambientale. Tra le tematiche trattate, troviamo: l’efficienza energetica, il controllo dei consumi, l’edilizia sostenibile, la mobilità, la sicurezza pubblica, il turismo, la valorizzazione dei beni culturali e la ricerca dei finanziamenti necessari per dare avvio ai progetti. La tavola rotonda introduttiva – moderata da Giancarlo Capitani, Professore di Digital Cities & Urban Planning presso il Politecnico di Milano e Presidente di Net Consulting – si è aperta con l’intervento di Pierantonio Macola, Amministratore Delegato Smau, secondo il quale il tema delle Smart Cities “sta sempre più maturando presso gli amministratori locali italiani che intravedono, nell’utilizzo delle tecnologie, un’opportunità per gestire in modo efficiente i servizi al cittadino e, al tempo stesso, operare risparmi di costo destinati a durare nel tempo”; egli ha presentato l’Osservatorio Smau-Anci, realizzato, appunto, in collaborazione con l’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani, con l’obiettivo di “innescare un vero e proprio cambiamento culturale alla ricerca della ‘via italiana all’innovazione’”, cercando di promuovere “le eccellenze che l’Italia può offrire in questo settore” e facilitando il processo di rinnovamento attraverso “approcci adeguati per lo sviluppo di partnership pubblico-private tarate sulle esigenze dei comuni”.

Parlando per conto dell’Anci, è intervenuto, allora, Alessandro Cattaneo (Sindaco di Pavia), il quale ha cercato di affrontare il tema dal punto di vista delle amministrazioni pubbliche: “i sindaci dell’Associazione cercano costantemente di capire come dare risposta all’equazione solo apparentemente irrisolvibile di riuscire a offrire sempre più servizi con qualità maggiore e costi più ridotti”. Secondo Cattaneo la sfida maggiore e “non più rinviabile” che si pone per le P.A. sarebbe di ordine culturale più che tecnologico, poiché “esiste ancora una certa ritrosia” al pieno utilizzo delle tecnologie necessarie ad affrontare il cambiamento. “Guardare a eventi come questo, che uniscono allo stesso tavolo soggetti pubblici e privati, può configurarsi davvero come un primo banco di prova per apprendere quelle best practice che possono traghettare un progetto pilota fino a raggiungere una più vasta scala”, ha concluso.

Pier Francesco Maran, assessore alla Mobilità, Ambiente e Arredo urbano del comune di Milano, ha sottolineato come “gli investimenti in Smart City non sono […] solo spese ma modi per produrre risparmi che poi rientrano, che si tratti di energia o di rifiuti”; “se i problemi prima venivano impostati solo in ragione della buona volontà oggi esistono soluzioni tecnologiche su misura” e, affinché tali soluzioni si dimostrino efficaci ai fini dello sviluppo   “l’importante è saper declinare le potenzialità offerte dell’innovazione e riuscire ad andare oltre le singole esperienze di eccellenza lavorando in sinergia con altre realtà”.
Capitani, riportando delle stime, ha affermato che “nel 2025 le prime 1000 città del mondo contribuiranno da sole alla crescita di quasi il 70% del PIL mondiale. Questo significa che non si limiteranno solo ad aggregare popolazione ma anche i processi innovativi, diventando primo motore di sviluppo sociale”. Egli ha, allora, evidenziato come in Europa sia in atto “una presa di coscienza nelle trasformazioni delle città in ‘Smart Cities’”, i cui principali ambiti di intervento sono: Sustainable Living, Smart Economy, Smart Mobility, Smart Governance, Smart technologies Sustainable Environment e Smart People/Smart Tourist”. Il contesto italiano sarebbe, tuttavia, caratterizzato da una forte eterogeneità di progetti, non inquadrati in un coordinamento nazionale, i quali richiederebbero “un adeguato piano strategico, una roadmap che individui tempi e modalità di realizzazione e soprattutto una buonaGovernance, ovvero aver ben presente chi possiede le competenze e i poteri per realizzare detti piani”; Capitani arriva, infine, a suddividere i comuni in tre categorie – Anticipatori, Emergenti e Potenziali – in relazione alla loro capacità di candidarsi ad essere città “intelligenti”.

La parola è stata, poi, lasciata ai sindaci di diverse realtà italiane: riportando l’esperienza della propria città, Genova, il sindaco Marta Vincenzi ha parlato di una “necessità” sentita con riferimento alla conversione in una Smart City, “a partire dal nuovo piano urbanistico e dal piano strategico”, auspicando una risoluzione delle conflittualità, l’intensificazione dei rapporti e della rete infrastrutturale e di riuscire, infine, a far emergere il potenziale finora inespresso della popolazione più vecchia. Secondo Michele Emiliano, sindaco di Bari, “aver azzardato una sfida così grande per un sindaco del Sud può sembrare una velleità”, eppure “sono tante le iniziative che abbiamo messo in atto, tra cui il primo piano strategico dell’area metropolitana, l’avvio della pianificazione strategica e il documento preliminare del piano urbanistico generale, con occhi sempre attenti alla sostenibilità ambientale e di bilancio”. Flavio Zanonato, sindaco di Padova, ha presentato i progetti attivati per “la creazione di lavoro qualificato” e per “migliorare la viabilità e il sistema dei trasporti pubblici”; e ancora: gli “investimenti sia come protagonisti che in partnership con centri ricerca, ospedali e centri congressi”, il progetto Socrate, la banda larga, la lotta all’inquinamento attraverso l’aumento del numero di parchi, i mezzi di trasporto ecologici e l’introduzione dei pannelli solari.
Sono intervenute anche alcune aziende impegnate in progetti di sviluppo di Smart Cities. Nicola Ciniero, presidente e amministratore delegato di IBM Italia, ha parlato, ad esempio, dell’importanza di “una visione non monolitica ma sistemica sulla città che veda il cittadino sempre al centro”; “nel nostro peregrinare per l’Italia – ha proseguito – abbiamo riscontrato una situazione migliore di quella che la stampa ci offre. IBM offre anche soluzioni con ritorni sugli investimenti possibili entro un anno solare ma i problemi che restano sono piuttosto legati a chi gestisce l’Agenda Digitale e alla durata dei progetti che devono avere una visione sistemica a 3-5 anni”.

David Bevilacqua, amministratore delegato di Cisco, ha parlato di un approccio sistemico e di larga scala, necessario per evitare che questo tipo di progetti si limitino a rimanere pilota: “in Italia abbiamo tante piccole eccellenze che però non si mettono mai a sistema. Grandi investimenti magari sono impossibili ma progetti con rapidi ritorni sugli investimenti no, soprattutto quando entrano in gioco le partnership tra pubblico e privato. E poi ci sono i fondi europei”; Bevilacqua ha invitato, allora, tutti i player ad “uscire dalle logiche del ‘dopodomani’ e iniziare a cambiare mentalità”, “per riuscire ad allargare il mercato anziché entrare in competizione” ed ha auspicato “un nuovo ‘umanesimo’ che rimetta l’uomo al centro per migliorare i servizi”.

Secondo Pietro Scott Jovane, amministratore delegato di Microsoft Italia, “il tema Smart City deve essere inquadrato in un sistema di priorità che porti a comprendere come la città vuole diventare fra 10-15 anni”; “una ‘Smart City’ dovrebbe interrogarsi quando prende decisioni su alcuni dei temi più importanti, come l’istruzione, la multiculturalità, l’inquinamento, il benessere. E la tecnologia, in quanto abilitatore, può essere di aiuto in questo senso, grazie anche al cloud che permette di portare tecnologia facilmente e in tempi rapidi, che si usa e si paga solo in base all’effettivo consumo”. Occorre tuttavia “che le amministrazioni capiscano l’importanza di avere una quota sempre maggiore di cittadini che sanno adoperare queste tecnologie che possono fungere da collante in società sempre più multiculturali”.

Infine Gianfilippo D’Agostino, responsabile public sector di Telecom Italia, pur non trovando che la situazione italiana sia “così indietro dal punto di vista tecnologico”, ha sottolineato come “la sostenibilità di cui si parla” debba essere “non solo ambientale ma anche economica e sociale affinché si possa parlare davvero di ‘Smart City’”.

A conclusione di questa carrellata di riflessioni, mi piacerebbe esporre il punto di vista, assolutamente condivisibile, offerto poche settimane fa da Carlo Ratti e Anthony Townsend per la rivista “Scientific American”. Stando ai due esperto, sarebbe il rapporto sociale, e non l’efficienza, “la vera killer app per le città. Anche se gli edifici più significativi sono quelli su cui basiamo la conoscenza di diverse città, nella realtà la gran parte della loro struttura fisica è stata elaborata dalle persone comuni. L’evoluzione delle città si è democratizzata, decentrata e adattata, proprio come la vita sociale ed economica”. Proprio tale evoluzione dovrebbe, allora, fungere la lezione per le Smart Cities del futuro: “imponendo un disegno preordinato, gli amministratori che centralizzano la pianificazione spesso non sono in grado di costruire una città che soddisfi le esigenze dei cittadini, che ne rifletta la cultura e che crei quell’integrazione di attività che caratterizza i grandi luoghi”; inoltre “le visioni top-down finiscono per ignorare l’enorme potenziale innovativo che proviene dalle persone”, poiché “annullano le capacità di inventare nuove idee per migliorare le città” e forniscono solamente “soluzioni preconfezionate piuttosto che materiali grezzi con cui costruire il tessuto fisico e sociale delle ‘città intelligenti’”.

I due arrivano, infine, ad auspicare “nuovi approcci all’efficienza”, che non si focalizzino, cioè, unicamente sull’efficienza – finendo per “ignorare le finalità civiche come la coesione sociale, la qualità della vita, la democrazia e il primato della legge” – ma che puntino a “migliorare la socialità mediante la tecnologia”.

 

Pubblicato su: PMI-dome

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