I buoni pasto per garantire il welfare aziendale

La promozione del benessere dei propri dipendenti passa anche attraverso il mercato dei buoni pasto, con notevoli vantaggi in capo alle stesse aziende

C’è una risorsa alla quale, pare, nessuna attività imprenditoriale possa rinunciare. Si tratta di una risorsa che, se ben sfruttata, può fare la differenza tra un’operazione di successo e una mediocre. È una risorsa ben difficile da gestire, spesso sottovalutata, a volte troppo favorita. È la risorsa umana.

Promuovere il benessere e la gratificazione di tale risorsa umana può sembrare, ad uno sguardo superficiale, un semplice dettaglio, una banale sfumatura legata all’inclinazione personale del titolare aziendale. Così non è. Se posti nelle condizioni a loro ottimali, se motivati dall’idea di ottenere una soddisfazione personale, se visti – ancora – come reali alleati e non come spesa inevitabile, ecco che i dipendenti aziendali possono trasformarsi in un’arma vincente da lanciare ai propri competitors. Non a caso si è scelto di chiamarli “dipendenti”, poiché l’efficacia o meno di una simile arma dipende in primis dalla capacità del “capo” di saperne cogliere le inclinazioni e di motivarne le azioni e dalla sua abilità a non farsi offuscare dal proprio ego, a riconoscere i propri limiti e a delegare ai propri collaboratori responsabilità e – soprattutto – fiducia e rispetto. Non si tratta certo di un compito facile, ma, come insegna la saggia cultura popolare, chi vuole la bici deve imparare a pedalare.

Una recente indagine in proposito è stata realizzata da AstraRicerche per conto di Endered: essa si è rivolta ad un campione di lavoratori italiani operanti  in aziende, pubbliche e private, con almeno 16 dipendenti e appartenenti a settori economici ampiamente rappresentativi; ciò che si è cercato di indagare è il grado di soddisfazione percepito dai dipendenti  all’interno della propria realtà lavorativa. In particolare il 54% degli intervistati era di sesso maschile, il 46% femminile e si è scelto di includere single, coniugati, separati e divorziati, provenienti da classi sociali differenti. I dati emersi rivelano un bisogno di welfare che in azienda non viene sempre soddisfatto: nonostante il 59% degli intervistati abbia spostato la priorità del proprio interesse sulla domanda di servizi piuttosto che sugli aspetti economici del proprio rapporto lavorativo, ben il 48,7% dichiara di non vedere colmate in modo efficace le proprie necessità di benefit, quasi a dire, ritornando al linguaggio della metafora, che non molti titolari hanno saputo pedalare davvero bene.

I servizi per i quali i lavoratori si sono dichiarati maggiormente  interessati sono quelli legati alla persona e al suo nucleo familiare (88,5%), la possibilità di ricevere buoni pasto o di mangiare in una mensa aziendale (57%), il beneficio che deriva da degli orari flessibili e, infine, l’alternativa del telelavoro, per riuscire a conciliare gli orari di lavoro e la vita privata (worklife balance).

Subito dopo, le richieste dei dipendenti cadono sui servizi legati alla mobilità (tipo car sharing e car pooling), sull’assistenza medica, sui corsi e le attività culturali, sulla figura del cosiddetto “maggiordomo aziendale” (che dovrebbe svolgere alcune pratiche per conto dei dipendenti9, sull’asilo nido in azienda  e sull’assistenza a bambini e anziani.
Tra tutti questi servizi sentiti come necessari, quelli effettivamente più diffusi sono i buoni pasto, le mense aziendali, la polizza sanitaria e l’orario flessibile, mentre tutti gli altri raggiungono delle percentuali pressoché trascurabili. Più di un terzo del campione non beneficia di alcun aiuto e sostegno da parte dell’azienda, in particolare nelle piccole e medie imprese (51%, di cui 39% riferito alle aziende del settore pubblico) e, anche nei casi in cui i servizi vengano offerti, viene spesso lamentata la scarsa qualità degli stessi, notevolmente inferiore alle aspettative.

Eppure i dati dell’indagine rivelano le forti ricadute positive che l’azienda potrebbe avere dal puntare sul welfare, poiché i dipendenti appagati mostrano maggiore motivazione e partecipazione agli obiettivi aziendali: tra essi, il 38% si è dichiarato favorevole all’incremento della produttività e alla riduzione dell’assenteismo, il 33% percepisce un rafforzamento del senso di appartenenza ai valori dell’azienda e il 32% valuta l’implementazione di simili servizi come una forma positiva di valorizzazione del capitale umano, quindi come una misura concreta di attenzione dell’azienda verso i propri dipendenti. Cresce, di conseguenza, anche il prestigio e la credibilità verso l’esterno di un’azienda che punti alla soddisfazione interna, in un regime di completa lealtà morale e sociale.

Uno dei benefici che maggiormente viene auspicato e – l’abbiamo detto – anche erogato ai dipendenti è quello relativo alla possibilità di trascorrere la propria pausa pranzo in un luogo convenzionato con l’azienda, in altre parole la possibilità di godere dei cosiddetti buoni pasto. Cerchiamo, allora, di concentrare ora la nostra attenzione su questo mercato che, pare, sia quello in maggior espansione nel campo della ristorazione.

Alternativo alle mense aziendali, lo strumento dei buoni pasto cominciò ad apparire in territorio italiano nei primi anni Settanta (allargando la prospettiva, ricordiamo che comparì per la prima volta nel 1954, in Inghilterra), seppur inizialmente venisse erogato solo in particolari e ben specifichi casi. Lo sviluppo progressivo del settore ne ha reso il volume d’affari annuo pari a 2,4 miliardi di euro (dati anno 2008) e le motivazioni ad un simile sviluppo risiedono – si legge sul sito di A.N.S.E.B. (Associazione Nazionale delle Società Emettitrici di Buoni Pasto) – nella possibilità per l’azienda di “eliminare i costi derivanti dall’allestimento dei locali da attrezzare per l’erogazione del servizio di mensa” e di ottenere dei “benefici fiscali che garantiscono l’esenzione dall’imposta sul reddito e dagli oneri contributivi fino ad un ammontare giornaliero di 5,29 euro”. Come si legge nel relativo statuto costitutivo, l’A.N.S.E.B è “un’associazione apartitica, non ha fini di lucro”, ma “ha il fine di rappresentare e tutelare in Italia ed all’estero gli interessi morali, professionali ed economici delle Aziende Associate”. Stando alle più recenti statistiche, sarebbero più del 40% i lavoratori che, pranzando fuori casa per motivi di lavoro, usufruiscono dei buoni pasto, pari a circa 2,5 milioni di persone (1,6 milioni nel settore privato e 600 mila in quello pubblico). 80 mila sono le aziende e le pubbliche amministrazioni che usufruiscono del servizio, mentre circa 120 mila sono gli esercizi convenzionati.

La norma di riferimento, tesa a regolamentare in modo organico il settore dei buoni pasto, è il Decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri 18 novembre 2005 (e successive modificazioni), pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il 17 gennaio 2006 e recante disposizioni in materia di “Affidamento e gestione dei servizi sostitutivi di mensa”.

Come funziona il meccanismo?
Gli attori in gioco sono sostanzialmente quattro: le società emettitrici, i datori di lavoro, gli esercizi erogatori dei servizi di ristorazione e i lavoratori. Le società emettitrici promuovono e vendono ai datori di lavoro i buoni pasto, che possono avere formato (cartaceo o digitale) e valore differente, a seconda delle esigenze del cliente; i datori distribuiscono poi i buoni pasto ai propri lavoratori dipendenti e fiscalmente assimilati, i quali, in seguito all’erogazione del servizio di ristorazione presso uno degli esercizi convenzionati (tale erogazione, fino ad un importo complessivo giornaliero di 5,29 euro, non costituisce reddito da lavoro dipendente ed è quindi esclusa da contributi previdenziali e assistenziali), cedono il proprio buono come forma di pagamento (pari al valore facciale del titolo) all’esercizio convenzionato; quest’ultimo dovrà successivamente presentare il buono alla società emettitrice, ricevendone, in cambio, il corrispondente in denaro e la regolare fattura.

Come si presenta il settore che stiamo indagando e qual è il mercato di riferimento?
Secondo particolari statistiche riportate da A.N.S.E.B. su elaborazioni C.S. Fipe, la maggior parte degli italiani lavoratori (13,058 milioni) pranza direttamente a casa, 2,768 milioni pranzano sul posto di lavoro, 2,459 milioni in una mensa, 1,525 in un ristorante o trattoria e 1,172 in un bar.


Sul totale di occupati a tempo pieno, gli italiani che ricevono il buono pasto sono il 16%: in particolare, nel Nord Ovest essi rappresentano il 24,3%, nel Centro il 20,8%, nel Sud e nelle Isole il 9,3% e nel Nord Est il 9%.


La maggior parte dei buoni pasto viene distribuita nel Nord Ovest (45,55% con un volume d’affari del 45,3%), seguito dal Centro (25,65% per un volume d’affari del 26,8%), dal Sud e dalle Isole (16,96% con un volume d’affari del 15,9%) e, infine, dal Nord Est (1,84% e volume d’affari pari al 12,1%).

La maggior parte, l’81%, del valore del mercato dei buoni pasto è riconducibile al settore privato, il 19% al settore pubblico: in particolare, nel Nord Ovest il 93,5% di tale valore fa riferimento al privato, mentre il 6,5% al pubblico; nel Nord Est la segmentazione è 86,9% per il privato e 13,1% per il pubblico; nel Centro 73,3% contro 26,7%; nel Sud e nelle Isole 70,4% contro 29,6%.

Una decina sono le società che si dividono un mercato altamente frazionato, in testa alle quali si colloca Edenred, con una quota pari al 52% e con 1,3 miliardi di euro; subito dopo vengono Qui Ticket con 22% di quota e 560 milioni di euro, Day con 500 milioni (20%), Sodexo con 245 milioni e Pellegrini con 150 milioni. Edenred, Sodexo e Day sono anche inseriti nei principali mercati internazionali.

La presenza di un mercato così competitivo è causa di un’intensa ricerca votata all’innovazione in capo alle aziende che compongono tale mercato. Si veda, ad esempio, Day, prima a lanciarsi nell’e-commerce per la vendita dei propri buoni pasto: essa ha creato “myDay”, piattaforma web per la gestione degli ordini, “Dayshop”, pensato per le aziende per l’acquisto dei buoni pasto in soli quattro click, “Cadhoc”, il buono regalo acquistabile via web e implementato grazie all’alleanza con il gruppo francese Chèque Déjeuner, “DayTronic”, un ticket in formato elettronico, infine una piattaforma per spendere i buoni direttamente online, in previsione per settembre; Day è inoltre presente nei principali circuiti sociali.
Quello dei buoni pasto, in conclusione, non rappresenta l’unico strumento capace di garantire il rispetto del welfare aziendale, ma, certamente, ne costituisce una componente fondamentale, capace di garantire al dipendente il rispetto delle proprie abitudini alimentari, l’esenzione da oneri fiscali e previdenziali e il rispetto completo della pausa pranzo, attraverso l’allontanamento dal luogo di lavoro e dalle problematiche della routine lavorativa. Allo stesso tempo si assicura alle imprese l’ottimizzazione rispetto ai costi di gestione delle mense, la deducibilità ai fini IRES di tali costi sostenuti (in quanto mezzo utile ad ottimizzare la produttività del lavoratore) ed, infine, la maggiore flessibilità nella gestione degli orari di pausa pranzo.

Pubblicato su: PMI-dome

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