Decreto Sviluppo e requisito di ruralità: ancora dubbi

Si riapre la spinosa questione relativa alle modalità di riconoscimento, ai fini catastali, della ruralità dei fabbricati

Con la fiducia al Senato, guadagnata lo scorso 7 luglio, il decreto sviluppo ha ottenuto il via libera definitivo. Tra le novità introdotte figurano quelle relative alle modalità di riconoscimento della ruralità dei fabbricati ai fini catastali.

In particolare, i commi dal 2-bis al 2-quater dell’articolo 7 del dl 70/2011 (dl sviluppo, appunto) permettono, ai soggetti interessati, di presentare all’agenzia del Territorio, entro il 30 settembre, la domanda di variazione della categoria catastale, al fine di ottenere il riconoscimento del carattere rurale degli immobili, così come indicato all’articolo 9 del dl 557/1993.
Tale domanda deve essere comprensiva di autocertificazione attestante il fatto che l’immobile abbia posseduto, in via continuativa a decorrere dal quinto anno antecedente a quello di presentazione della domanda, i requisiti di ruralità richiesti dalla suddetta legislazione vigente. L’agenzia del Territorio deve poi, entro il 20 novembre 2011, porre in essere le necessarie verifiche sulla sussistenza o meno dei suddetti requisiti: in caso di convalida della certificazione, si giunge all’attribuzione all’immobile della categoria catastale A/6 (prevista per gli immobili rurali ad uso abitativo) o D/10 (prevista per gli immobili rurali ad uso strumentale); in caso di mancato pronunciamento dell’Agenzia nei termini previsti, si consente al contribuente di assumere provvisoriamente, più precisamente per 12 mesi, la categoria catastale richiesta; nel caso, infine, in cui l’Agenzia esprima, entro il 20 novembre 2012 e tramite provvedimento motivato, il proprio rifiuto alla domanda del contribuente, quest’ultimo sarà tenuto al pagamento delle imposte non versate, comprensive degli interessi e delle sanzioni raddoppiate.

Sembra sfumare, in questo modo, la norma – interpretativa dell’articolo 2, comma 1, lettera a) del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 504 (Ici) – contenuta nell’articolo 11 del disegno di legge recante “Disposizioni in favore dei territori di montagna”, approvato dalla Camera il 16 febbraio 2011 e in esame al Senato (S2566): stando a tale norma, i fabbricati che rispettano i requisiti della ruralità di cui all’art. 9 dl 557/93, indipendentemente dalla categoria catastale di appartenenza, sarebbero esclusi dal pagamento dell’Ici.

Con il decreto Sviluppo pare, dunque, riaprirsi la spinosa questione sulla fiscalità dei fabbricati agricoli, che ha visto la Corte di cassazione prendere più volte posizione, spesso con sentenze fotocopia, a favore dell’assoggettamento all’imposta comunale sugli immobili anche per quei fabbricati che, pur asserviti all’esercizio dell’attività agricola, risultano classificati in categorie diverse dall’A/6 e dal D/10, nonostante la norma originaria (Articolo 9 del Dl 557 del 1993, convertito dalla legge 133 del 1994, successivamente modificato ed integrato) non preveda in nessun modo una simile condizione.
Con riferimento al decreto Sviluppo, il presidente della Cia (Confederazione italiana agricoltori), Giuseppe Politi, aveva parlato, nelle scorse settimane, di “un provvedimento totalmente insufficiente per ridare vigore al sistema imprenditoriale italiano”. “Per l’agricoltura continuano a non esserci prospettive. Il settore anche in questa occasione è stato completamente ignorato, pur in presenza di enormi difficoltà, a cominciare dai costi, che condizionano l’operatività delle imprese agricole”; per quanto riguarda l’Ici sui fabbricati rurali, “la soluzione trovata reca una serie di criticità: gli agricoltori sono costretti a troppi e macchinosi adempimenti e lungaggini di carattere amministrativo”. La questione è “oggi al centro di un duro contenzioso tra comuni e agricoltori. Molte amministrazioni, forti di un’incomprensibile posizione giurisprudenziale, stanno, infatti, intimando gli imprenditori agricoli al pagamento dell’imposta anche sui fabbricati in possesso di tutti i requisiti di ruralità fiscale previsti dalla vigente normativa”. “Si tratta di un’imposizione arbitraria. Una tassa che colpisce in modo ingiustificato ed indiscriminato tutti gli agricoltori possessori di fabbricati rurali che in questi anni hanno provveduto al pagamento dell’Ici sui propri fabbricati mediante la tassazione del valore dei terreni agricoli che ricomprende anche quello dei fabbricati“. “Come Cia, invece, auspichiamo che – aveva affermato Politi – vengano accelerati i tempi per l’approvazione del disegno di legge sulla montagna, che contiene un articolo attraverso il quale si risolve in maniera definitiva il problema dell’Ici sui fabbricati rurali”, problema “che altrimenti rischia di aprire un dannoso e ingiustificato contenzioso che può mettere in seria difficoltà l’attività imprenditoriale di moltissime aziende agricole“.
A chi si rivolgono, dunque, in ultima istanza, le nuove disposizioni? Non certo a quei fabbricati rurali segnalati in mappa nel catasto terreni, per i quali non pare esista alcuna legge che imponga l’obbligo di iscrizione al catasto fabbricati; nemmeno a quei fabbricati rurali già iscritti nel catasto fabbricati nelle categorie A/6 e D/10; ma certamente si rivolgono a quei fabbricati accatastati in categorie diverse dalla A/6 e dalla D/10, i quali devono fare la domanda di variazione della categoria catastale.

Gli effetti delle nuove indicazioni, inoltre, non coinvolgono solo l’Ici, ma anche tutte le altre imposte, visto che, l’abbiamo detto, il riferimento è ai requisiti di ruralità ai sensi dell’art. 9 del dl 557/93 (i fabbricati rurali iscritti in catasto in categorie diverse da A/6 e D/10 non potranno godere nemmeno dell’esenzione ai fini delle imposte sul reddito, dell’esclusione dagli oneri di urbanizzazione, ecc). Rimane da capire se tali indicazioni si applichino anche ai fabbricati in possesso da meno di cinque anni.

Evidenziamo, infine, che il decreto Sviluppo fa slittare, dal 1° maggio al 1° luglio 2011, l’operatività delle sanzioni quadruplicate per chi non abbia dichiarato all’agenzia del Territorio gli immobili “fantasma” (ignoti al catasto), ex rurali o che, a seguito di interventi edilizi, hanno subito modifiche o variazioni di destinazione d’uso non dichiarate.

Pubblicato su: PMI-dome

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