Continua la generazione “mille euro”

Dai risultati di un progetto curato da Censis e Unipol emergono stime poco incoraggianti circa il futuro del welfare italiano, che obbligano a rivedere responsabilità pubbliche e private

Sembrano essere decisamente traballanti le colonne portanti del sistema di tutela sociale italiano. A darne conferma sono i risultati del primo anno di lavoro del progetto «Welfare, Italia. Laboratorio per le nuove politiche sociali», proposto da Unipol in collaborazione strategica con il Censis.

Obiettivo di tale laboratorio di riflessione è quello di “promuovere una riflessione sul welfare in Italia che, a partire dall’analisi della situazione attuale, contribuisca a rimodulare un nuovo assetto delle politiche sociali, per rispondere al mutato contesto e alle nuove domande di tutela”. Articolandosi lungo tre filoni principali di ricerca – interviste a testimoni privilegiati, elaborazione e riflessione dello scenario e confronto con il quadro europeo e indagine sulle famiglie – il progetto intende innanzitutto riformulare la considerazione che si ha sul welfare italiano, il quale deve essere visto come un patrimonio, bisognoso “di manutenzione e di miglioramenti, di essere reso più efficiente, di produrre più protezione possibilmente a minor costo, e proprio per questo ha bisogno di investimenti”.

Veniamo allora ai dati, di certo non molto rassicuranti, emersi nel corso delle ricerche effettuate. Il 42% dei lavoratori dipendenti di oggi, di età compresa tra i 25 e i 35 anni, andrà in pensione intorno al 2050 con meno di mille euro al mese. I dipendenti appartenenti a questa fascia d’età che al momento hanno stipendi al di sotto dei mille euro sono il 31,9%, dunque saranno in molti ad ottenere dalla pensione pubblica un reddito perfino più basso di quello riconosciuto a inizio carriera. Se si considera che la previsione riguarda la sola cerchia dei quattro milioni di giovani attualmente inseriti nel mondo del lavoro con contratti standard – ed esclude, invece, un milione di giovani autonomi o con contratti atipici e due milioni di giovani che non studiano e non lavorano – si comprende il peso reale di simili stime dal segno negativo.
Sollevando un attimo lo sguardo e aumentando la prospettiva, ci accorgiamo di come l’Italia rappresenti uno dei paesi più vecchi e longevi al mondo: nel 2030, sottolineano i promotori del progetto, gli anziani con più di 64 anni saranno più del 26% della popolazione italiana, dunque, rispetto ad ora, vedremo 4 milioni di persone non attive in più e 2 milioni di attive in meno. Se il tasso di sostituzione calcolato per il 2010 è del 72,7%, si stima che nel 2040 i lavoratori dipendenti (che andranno in pensione a 67 anni con 37 anni di contributi) potranno godere di una pensione pari a poco più del 60% dell’ultima retribuzione, e la percentuale scende ancor di più con riferimento ai lavoratori autonomi (che andranno in pensione a 68 anni con 38 anni di contributi), arrivando al 40%. Forti difficoltà nel garantire “compatibilità ed equità” attendono, quindi, il sistema pensionistico italiano del più prossimo futuro.

Sempre più diffuso il ricorso a prestazioni sanitarie totalmente private: nell’ultimo anno solo il 19,4% delle famiglie ne ha fatto a meno, mentre più del 70% ha acquistato in farmacia medicinali a prezzo pieno, più del 40% è ricorso a sedute odontoiatriche, quasi il 35% a visite mediche specialistiche, più del 18% a prestazioni diagnostiche, il tutto per una spesa media a famiglia di 958 euro.

Il 30,8% dei nuclei familiari lamenta un bisogno assistenziale: ci si riferisce, per la maggior parte, all’accudimento dei figli, ma per il 6,9% riguarda la disabilità o non autosufficienza di un membro della famiglia; le soluzioni per soddisfare questi tipi di bisogni pare provengano principalmente dall’interno della famiglia stessa. Il 14,9% delle famiglie esprime il bisogno di servizi di assistenza pubblici (ad esempio asilo nido e assistenza domiciliare), ma solo il 5,8% pare abbia trovato risposte adeguate nel sistema pubblico.

Ciò che stupisce è, poi, la mancanza di consapevolezza e l’incapacità ad adottare logiche lungimiranti da parte della futura “generazione mille euro”. La paura più diffusa per il futuro sembra essere la possibilità di essere colpiti da una grave malattia (38,4%), mentre non sembra destare particolare timore il valore dell’assegno pensionistico futuro (12%). Il 70% circa non è in grado di valutare a quanto corrisponderà la propria pensione rispetto all’ultimo stipendio percepito.
Nell’immaginare la propria strategia previdenziale, il 35,6% delle famiglie conta di fare affidamento esclusivamente sulla pensione pubblica e solo il 27,5% arriva ad includere alcune forme di integrazione (fondi pensione, polizze private, rendite da investimenti).

Con riferimento alle urgenze sanitarie future, il 36,7% delle famiglie ritiene che la copertura pubblica sarà sufficiente, mentre la maggioranza (54,7%) integrerà tale copertura con prestazioni private pagate di tasca propria, e solo il 7,7% si dichiara intenzionato a utilizzare strumenti integrativi.

Al precipitare del tasso di sostituzione previsto per i prossimi decenni non corrisponde un aumento nella volontà di sottoscrizione di strumenti integrativi: “C’è […] un problema di scarsa consapevolezza sociale diffusa […]. Gli italiani non sembrano percepire il reale impatto che” le attuali trasformazioni nel welfare “avranno sulla loro qualità della vita, e ancor meno sembrano attrezzati per affrontarlo”, ha evidenziato Carlo Cimbri, Amministratore Delegato del Gruppo Unipol.
Gli strumenti integrativi non sembrano, infatti, essere presi in particolare considerazione: solo il 9,1% dei contribuenti detiene una polizza pensionistica integrativa, solo il 6,3% dichiara l’intenzione di volerne attivare una in futuro, il 74,7% sottolinea il proprio disinteresse in merito e il 9,9% non conosce tale strumento. E ancora: l’80% dichiara di non voler ottenere un fondo pensione di categoria, il 13,7% non sa cosa sia; Il 78,4% non vuole stipulare un’assicurazione sanitaria privata e il 14,4% non la conosce; il 78,5% non vuole un’assicurazione per la non autosufficienza, il 19,7% ne ignora l’esistenza.

È, in definitiva, “indispensabile un cambiamento nella ripartizione delle responsabilità tra intervento pubblico e oneri privati, familiari e individuali”: il soggetto pubblico dovrà sviluppare e promuovere degli incentivi fiscali più mirati e sollecitare le imprese nella realizzazione di nuovi strumenti davvero efficaci, mentre i cittadini dovranno compiere uno “shift culturale”.

Pubblicato su: PMI-dome

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