Furto d’identità in Rete: identikit all’italiana

Secondo una ricerca realizzata da Cpp Italia e Unicri, a subire maggiormente il furto d’identità in Italia sarebbero i giovani tra i 25 e i 30 anni e le aree più a rischio sarebbero quelle nord occidentali e centrali

È giovane, di età compresa tra i 25 e i 30 anni ed è residente nell’Italia nord occidentale e centrale: questo, incredibilmente, l’identikit dell’italiano maggiormente esposto al pericolo di subire un furto di identità in Rete.

A delineare tale profilo è stata una ricerca realizzata da Cpp Italia – divisione della compagnia inglese “leader a livello internazionale nella protezione e tutela di tutti quegli strumenti che sono diventati ormai necessari nella vita quotidiana come le carte di credito e di debito (Bancomat), i telefoni cellulari, le chiavi di casa e la difesa della propria identità” – in collaborazione con Unicri, l’Istituto Interregionale delle Nazioni Unite per la Ricerca sul Crimine e la Giustizia, fondato nel 1969.

Il dato contrasta certo con il senso comune che tende a considerare i giovani di quell’età come maggiormente capaci di padroneggiare il mezzo; al contrario l’etichetta di navigatori particolarmente attenti sembra andare ai cittadini rientranti nella fascia d’età che va dai 31 ai 40 anni, meno ingenui e più smaliziati rispetto ai possibili pericoli della rete. A rischio, invece, pure i 41-50enni, probabilmente a causa di un’alfabetizzazione informatica avvenuta in età piuttosto avanzata.

Dal punto di vista geografico, le aree più esposte sono il Nordovest e il Centro Italia, meno il Nordest e il Sud (con le Isole). La ricerca si è soffermata, inoltre, sui comportamenti adottati dagli utenti a difesa da questo pericolo: il 92% degli intervistati da Cpp Italia utilizza un antivirus, l’84% cancella le e-mail di sconosciuti, mentre solo il 57% utilizza password differenziate; una percentuale compresa tra il 50% e il 54% degli intervistati utilizza firewall e antispyware o cancella la cronologia del browser e i suoi cookies. A rischio è la sicurezza dei dati sensibili non solo di coloro che su Internet navigano regolarmente (circa 55%), ma anche di coloro che non ci vanno mai (34%). Per quanto riguarda, invece, lo stato psicologico di chi subisce la frode, stando al resoconto di Cpp, il sentimento più diffuso è, comprensibilmente, quello di rabbia, frustrazione e impotenza, con risvolti di depressione, specie nelle donne. Coloro che non sono stati vittime di furto d’identità hanno dichiarato, per la maggior parte, che sarebbero stati colti da panico, nell’ipotesi della scoperta di un simile furto, a causa delle numerose cose da fare contemporaneamente e a causa della mancanza di un’idea precisa circa tutti i passi da seguire per risolvere il problema. Gli intervistati sembrano, quindi, auspicare un livello di informazione maggiore da parte dei media, per capire a chi rivolgersi e come muoversi.

L’attenzione al fenomeno si è concentrata finora soprattutto nei Paesi anglosassoni, dove il furto d’identità è massicciamente presente (in particolare negli USA), ma certo anche in Italia tale reato – già punito dall’art. 494 c.p., rubricato “Sostituzione di persona” – sembra destinato ad espandersi. «La nostra ricerca – spiega Walter Bruschi, amministratore delegato di Cpp Italiaha rilevato una serie di comportamenti potenzialmente pericolosi, che tutti poniamo in essere ogni giorno. L’82,5%, degli intervistati, ad esempio, rilascia online il proprio nome e cognome. Il 59% mette anche la data di nascita, il 48% anche il proprio indirizzo e il 33% anche il proprio numero di cellulare. Anche se pochi rilasciano tranquillamente il numero della propria carta di credito o il Pin».

«Tutti questi comportamenti – continua Bruschi – non sono pericolosi in assoluto. A fare la differenza sono i siti Internet sui cui vengono rilasciati i dati […] .Il consiglio è quindi sempre quello di prestare attenzione all’attendibilità di chi ci richiede le informazioni e soprattutto di non accedere mai a un sito Internet cliccando su un link presente in una e-mail ricevuta, ma digitare sempre personalmente l’indirizzo: quel link, infatti, potrebbe riportare a un sito “falso” ma con tutte le caratteristiche grafiche di quello originale. Immettendoci i nostri dati, li consegneremmo nelle mani dei truffatori». Meglio, conclude Bruschi, «non inserire troppi dati personali quando ci si iscrive a un social network e soprattutto meglio utilizzare password differenti per i vari accessi a siti o servizi Internet».

Pubblicato su: PMI-dome

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