Giustizia italiana: un peso che grava sulle imprese

Stando ad un’elaborazione della CGIA di Mestre, il malfunzionamento della giustizia italiana costerebbe alle imprese ben 2,66 miliardi

 

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.
Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata […]”.

L’articolo 111 della nostra Costituzione impone una durata “ragionevole” dei procedimenti giudiziari e questo stesso concetto è pure presente nella Convenzione per la salvaguardia dei diritti dell’uomo e delle libertà fondamentali, nella quale, all’articolo 6 (rubricato “diritto a un equo processo”), comma 1, si afferma che “ogni persona ha diritto a che la sua causa sia esaminata equamente, pubblicamente ed entro un termine ragionevole […]”.

Tuttavia, com’è noto a tutti, tale previsione viene puntualmente disattesa nella quotidiana pratica giudiziaria, nel normale corso della giustizia italiana, arrivando a gravare, e non poco, sulle casse dello Stato, in virtù del principio di “equa riparazione in caso di violazione del termine ragionevole del processo” introdotto dalla Legge Pinto, la Legge del 24 marzo 2001, n. 89.

Le prime pagine politiche dei quotidiani sono state, in questi giorni, riempite dai resoconti relativi alla portata di quella che, ancora una volta, è stata definita una epocale “riforma della giustizia”, proposta dal ministro della Giustizia Alfano e approvata dal Consiglio dei ministri giovedì 10 marzo. Gli umori che hanno accolto le nuove disposizioni hanno colpito l’opinione pubblica per la loro estrema contrapposizione e, certo, uno sguardo rapido ad alcune dichiarazioni dal fronte del no può aiutare a comprendere la delicatezza della questione. Citando una frase ad effetto di Luigi Ferrarelle, un polemico ed ironico Marco Travaglio ricorda che “i processi lenti fanno diventare i processi ancora più lenti” e sottolinea come “da un lato l’aspettativa di prescrizione incoraggia gli avvocati a escogitare ogni sorta di cavilli per allungare ancor più il brodo. Dall’altro la legge Pinto del 2001 (uno dei capolavori del centrosinistra), che regola le cause di risarcimento per l’eccessiva durata dei processi, ha sortito questo bel miracolo: queste cause, da sole, occupano il 20 per cento dell’attività delle Corti d’appello. Così ogni processo lento sanzionato dalla Corte europea rallenta tutti gli altri. Geniale, no? Sorge persino il sospetto – sicuramente infondato, si capisce – che proprio questo fosse e sia lo scopo della patologica ‘riformite giudiziaria’ che affligge da vent’anni destra e sinistra: paralizzare definitivamente la giustizia con la scusa di velocizzarla”.

La nuova riforma, infatti, evidenzia ancora Travaglio, “se mai entrerà in vigore, non accorcerà di un nanosecondo la durata dei processi, universalmente nota come la prima piaga della giustizia italiana: perché non sfiora neppure i meccanismi farraginosi della procedura penale, ma investe soltanto gli assetti della magistratura”.

Non ci interessa, in questa sede, compiere delle valutazioni circa la bontà o meno delle nuove misure previste per l’ordinamento giudiziario, ciò che ci preme è, invece, aggiungere al fuoco alcune considerazioni in merito alle ripercussioni negative che il sistema sembra avere per l’imprenditoria italiana.

Secondo una stima realizzata dalla CGIA (L’Associazione Artigiani e Piccole Imprese) di Mestre, il cattivo funzionamento della giustizia imporrebbe alle imprese italiane un costo complessivo di oltre 2,664 miliardi di euro. Il dato è riferito all’anno 2007, al momento l’ultimo anno statisticamente disponibile, ed è stato ottenuto sommando i costi subiti dalle aziende a causa dei ritardi maturati nel corso delle procedure fallimentari (che ammontano a circa 1,034 miliardi di euro), i costi dei ritardi nelle procedure civili di primo e secondo grado (pari a 1,098 miliardi di euro) e le spese burocratiche riferite alle sole procedure fallimentari (532 milioni di euro), compreso il compenso del curatore.

L’elaborazione dell’Ufficio Studi CGIA Mestre, basata sui dati ISTAT, ha analizzato innanzitutto le caratteristiche dei procedimenti di cognizione ordinaria di primo grado, arrivando a stabilire che nel 2007 i procedimenti pendenti sono stati 972.555 (quota in lieve ma costante diminuzione, anno dopo anno, a partire dal 2000, quando i processi pendenti erano 1.427.706), corrispondenti a 1.645 ogni centomila abitanti, con una durata media di 904 giorni (pari 2 anni, 5 mesi e 21 giorni). A tal proposito, rilevano i promotori, una piccola nota positiva sembra esserci: la durata dei processi civili di primo grado si è ridotta di 230 giorni nell’intervallo di tempo che va dal 2000 (quando era di 1.134 giorni, cioè 3 anni, 1 mese e 5 giorni) al 2007.

Questi stessi aspetti sono stati poi presi in considerazione con riferimento ai procedimenti di cognizione ordinaria in grado d’appello: 51.081 le procedure pendenti nel 2007 (questa volta in aumento rispetto agli anni precedenti), corrispondente ad 86 ogni centomila abitanti e con una durata media di 822 giorni (pari a 2 anni e 3 mesi). Anche nel caso dei procedimenti civili di secondo grado, la durata, se confrontata con l’anno 2000 (quando la media era di 959 giorni: 2 anni, 7 mesi e 13 giorni), sembra essere in diminuzione, con 137 giorni in meno.

Definita “drammatica”, invece, la situazione dei procedimenti relativi alle istanze di fallimento, con una durata media pari addirittura a 3.035 giorni (cioè 8 anni, 3 mesi e 23 giorni) nel 2007, in aumento di ben 604 giorni rispetto al 2000 (quando la durata era di 2.431 giorni: 6 anni, 7 mesi e 21 giorni). In diminuzione, invece, il numero dei procedimenti per fallimento – 8.868 nel 2007, contro 26.235 nel 2000 – anche se, certo, il dato rischia di essere piuttosto fuorviante, non prendendo in esame il successivo periodo di piena crisi economica.

Soffermandosi poi sulle peculiarità territoriali, la CGIA sottolinea come sia preoccupante soprattutto la condizione del Mezzogiorno, in primis della Basilicata, dove la durata media dei processi civili di primo grado è stata nel 2007 di 1463 giorni, seguita dalla Puglia con 1.335 giorni e Calabria con 1.288. La regione più efficiente, invece, è stata la Valle d’Aosta, la quale ha registrato una durata media di 614 giorni.  È in questa stessa regione, inoltre, che il mondo imprenditoriale ha dovuto sostenere complessivamente gli oneri inferiori a causa del malfunzionamento della giustizia (2,71 milioni di euro), mentre quella in cui tali oneri sono stati maggiori è la Lombardia, con 614,29 milioni di euro complessivi, così suddivisi: 246,08 milioni per i ritardi nelle procedure di fallimento, 184,98 milioni per i ritardi nei procedimenti di primo e secondo grado (in questo particolare caso il primato va, però, al Lazio, con costi pari a 192,12 milioni) e 183,23 milioni per le spese burocratiche relative alle sole procedure di fallimento.

A commentare i dati pubblicati, è intervenuto Giuseppe Bortolussi, segretario della CGIA di Mestre, secondo il quale “la necessità di rendere il nostro sistema giudiziario italiano più efficiente è una necessità sempre più avvertita dal nostro sistema economico. Non solo per i costi aggiuntivi che devono sopportare ma, soprattutto, perché il cattivo funzionamento della giustizia costituisce un grosso ostacolo che allontana gli investitori stranieri dal nostro Paese”.

Del resto anche l’ultimo rapporto Doing Business 2011 non sembra lasciare scampo all’ottimismo, classificando l’Italia al 157° posto nel recupero del credito per via giudiziaria, su 183 Paesi presi in considerazione: le procedure necessarie a far rispettare i contratti (enforcing contracts) richiedono ben 1.200 giorni nel nostro contesto nazionale, contro i 517 della media Ocse. Si tratta di un rapporto annuale stilato da International Finance Corporation e World Bank a partire dal 2004 e dedicato all’analisi del business con riferimento a differenti contesti territoriali. L’indagine sistematica cerca di cogliere, in particolare, il grado di competitività e la facilità nel fare impresa, valutando, ad esempio, il numero di pratiche e i costi necessari per aprire e chiudere un’attività o per richiedere un credito, la bontà del sistema fiscale, la protezione degli investitori e della proprietà intellettuale, la qualità nei rapporti di lavoro, il rispetto dei contratti.

La nostra posizione è, in quest’ultimo resoconto presentato, addirittura peggiorata rispetto alla classifica 2010 (dati riferiti al periodo che va da giugno 2008 a maggio 2009), nella quale l’Italia si collocava al 156° posto per quanto riguarda i tempi di giustizia, e, dopotutto, quest’ultimo rappresenta solo uno dei 9 indici presi in considerazione dalla Banca Mondiale per stimare l’attrattiva esercitata da uno Stato come possibile destinatario di business, in una classifica generale che ci vede all’80° posto, in discesa di quattro posizioni rispetto allo scorso anno (nella classifica 2010 compariva alla 76° posizione e in quella del 2009 alla 74°). I fattori più critici individuati nel nostro sistema Paese sono, in particolare, oltre a – come abbiamo visto – l’inefficacia del sistema giudiziario civile, la difficoltà nel pagamento delle imposte e nell’accesso al credito e la rigidità del mercato del lavoro. Ciò che maggiormente preoccupa è il fatto che una simile umiliazione morale (alla quale gli italiani pare stiano facendo l’abitudine, ma questa è forse un’altra storia…) si accompagna ad un concreto svantaggio pratico, poiché la classifica fornisce, appunto, dei parametri di riferimento agli operatori internazionali, per valutare su quali Paesi concentrare i propri investimenti e concludere affari.

La lentezza nel recupero crediti si inserisce, inoltre, è bene sottolinearlo, “in un contesto in cui il contenzioso ha raggiunto i 6 milioni di procedimenti arretrati, a cui se ne aggiungono circa 3 milioni all’anno” (da “Corriereconomia”, inserto del “Corriere della sera” di lunedì 7 febbraio 2011).

La linea ideologica lungo la quale si muove l’analisi del “Doing business” è la necessità di avere a che fare con un’attività economica basata su buone regole, trasparenti ed accessibili a tutti, anche se, ricorda Enrico Forzato, “non tutti i fattori rilevanti per il business vengono […] presi in considerazione”, “ad esempio, nel definire la classifica non si valutano le condizioni macroeconomiche, le infrastrutture, o le competenze della forza lavoro”. Una frase, inoltre, nella relazione – sottolinea ancora Forzato – rende un po’ meno amara la lettura: “L’Italia ha intrapreso riforme che daranno frutti solo nel lungo periodo, come quella del settore giudiziario o della procedura fallimentare”. Un po’ meno amara, certo, consolatoria decisamente no, viste le moltissime polemiche che accompagnano attualmente i passi del mondo politico in direzione di una riformulazione nella giustizia italiana.

Proviamo ad allargare un attimo la prospettiva, riportando qualche dato riferito alla situazione estera: sempre secondo il “Doing Business 2011”, l’85% dei 183 business analizzati ha semplificato, negli ultimi 5 anni, il contesto economico in cui operano le proprie imprese e i maggiori progressi si sono registrati in Cina, in India e nell’Africa sub sahariana. Questo grazie soprattutto alle nuove politiche adottate dai vari governi nazionali nel corso nel 2010 per sconfiggere la crisi internazionale, favorendo le piccole e medie imprese e sostenendo l’occupazione: più della metà delle riforme hanno cercato di facilitare lo start up di un’impresa, di semplificare le regole commerciali e di pagamento tasse, di snellire le procedure fallimentari; inoltre la massiccia diffusione nell’impiego di nuove tecnologie ha permesso di ridurre i costi e di portare maggior trasparenza nei processi di tipo burocratico-amministrativi. A capeggiare la classifica generale troviamo, per il quinto anno consecutivo, Singapore, seguito da Hong Kong, Nuova Zelanda, Regno Unito e Stati Uniti; il tasso di crescita maggiore rispetto l’anno precedente si è registrato in Kazakistan (che ha guadagnato ben 15 posizioni), Tajikistan (+10) e Ungheria (+6).

Date queste promesse, quindi, numerosi sono i dubbi circa la capacità delle ultime misure in materia di giustizia di migliorare la situazione, poiché tali misure non sembrano centrare il reale problema dell’estrema lunghezza nei processi italiani, cioè le ripercussioni economiche di una simile prassi: come sottolinea Gerardo D’Ambrosio, l’ex pm e senatore democratico intervistato dalle file de “Il nuovo Riformista”, “il difetto della giustizia è soprattutto nei tempi. E tutto ciò di cui si parla non incide minimamente su questo aspetto. Si parla di riforma ‘epocale’ e poi tutto continuerà a funzionare come funziona adesso. E lo Stato continuerà a pagare fior di milioni per i ritardi, in virtù della legge Pinto […]. I tempi della giustizia dipendono anche dalla pessima distribuzione dei tribunali. Dunque, per abbreviarli, si potrebbe iniziare a ripensare le circoscrizioni giudiziarie. Invece, qui si rimette in discussione il principio della obbligatorietà della azione penale che dovrebbe invece essere indiscutibile”.

Pubblicato su: PMI-dome

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