La ripresa potrebbe passare per la percezione?

Coldiretti sottolinea come il 71% degli italiani ritenga fondamentale il contributo della piccola e media impresa nel superare la crisi nazionale, con una particolare attenzione data al settore agricolo

Se gli uomini definiscono reali certe situazioni, esse saranno reali nelle loro conseguenze”. Qualora il “teorema” enunciato nel 1928 dal sociologo americano William Thomas si rivelasse corretto, potremmo vedere lo scenario economico italiano del più prossimo futuro risollevato e dominato in modo indiscusso dalla piccola e media imprenditoria.

Pare infatti – lo rivela un’indagine condotta da Coldiretti in collaborazione con Swg – che il 71% degli italiani ritenga determinante il contributo dell’imprenditoria locale per la ripresa del Paese, contro un minoritario 45% che, invece, riserva il ruolo di protagonista ai grandi gruppi imprenditoriali.

Entrando un po’ più nel dettaglio, apprendiamo che i centri economici propulsori della spinta al superamento della crisi saranno, nelle percezioni, soprattutto a carattere locale (42%), piuttosto che nazionale (14%), anche se il 21% degli italiani ritiene fondamentali entrambi i livelli e 13%, al contrario, considera irrilevanti tali differenze dimensionali.

A guidare la risalita sarebbero, poi, i settori maggiormente radicati sul territorio, dunque quelli che più difficilmente potrebbero subire un processo di delocalizzazione: in primis il turismo (70%), subito seguito da agricoltura (56%), artigianato (52%), industria (49%), servizi (47%), commercio (46%) e finanza (31%).

Concentrando poi, ovviamente, la propria attenzione sul settore agricolo, Coldiretti sottolinea come esso venga considerato importante soprattutto con riferimento alla produzione di alimenti utili per l’immagine dell’Italia al di fuori dei propri confini territoriali, opzione che ha ottenuto il 45% dei consensi; per il 40% degli italiani la rilevanza del settore deriva, invece, dal suo essere garanzia di sicurezza e qualità, contro un 35% che lo considera necessario alla salvaguardia delle tradizioni locali e un 27% che ne vede le forti possibilità in termini di difesa del territorio e dell’ambiente.

Ecco allora che, per garantire la salubrità e la sicurezza dei prodotti alimentari, forte sembra essere soprattutto, secondo gli italiani, il peso dei produttori agricoli (56%), contro un residuale 11% riferito alle industrie alimentari e contro un 9% attribuito alla grande distribuzione.

L’indagine è stata predisposta in occasione dell’“accordo post-moratoria per il credito alle Piccole e Medie Imprese (PMI)” ed è stata presentata nel corso dell’incontro tra i Presidenti della Coldiretti, convocato dal Presidente Sergio Marini per il 15 e 16 febbraio a Roma, nelle sede di Palazzo Rospigliosi.

Come preannunciato nelle scorse settimane, infatti, l’intesa raggiunta il 16 febbraio a Palazzo Chigi ha allungato di altri sei mesi, fino al 31 luglio 2011, la possibilità – prevista dall’Accordo Comune siglato il 3 agosto 2009, quindi nel pieno della crisi – di accedere alla moratoria di un anno sui debiti maturati. Confermata anche la possibilità, per le imprese che hanno già usufruito della moratoria, di allungare a due anni la durata dei crediti chirografari e a tre anni la durata di quelli ipotecari, purché riferiti ad aziende sane. Le imprese potranno, infine, coprirsi dal possibile rischio tassi: «è molto semplice e il tasso rimane lo stesso se c’è una copertura del fondo di garanzia», ha detto la numero uno degli industriali, Emma Marcegaglia, sottolineando, inoltre, come la mortoria – alla quale «hanno aderito 190mila imprese per un controvalore di 56 miliardi» – abbia «permesso alle aziende con difficoltà finanziarie di andare avanti e di non avere crisi di liquidità» e come il nuovo accordo rappresenti «uno strumento importante che aiuterà le imprese in un momento ancora complicato. Ci aspettiamo un’ulteriore, massiccia adesione a questo strumento».

Anche Giorgio Guerrini, presidente di Rete imprese Italia, ha espresso «soddisfazione per interventi che accompagnano le imprese fuori dalla crisi», mentre Giuseppe Politi, Presidente di CIA (Confederazione Italiana Agricoltori), spiega come «con la nuova moratoria dei debiti si evita il crac per 25mila piccole e medie imprese agricole»: «l’allungamento da due a tre anni dei tempi di ammortamento del debito per le imprese che hanno avuto accesso alla precedente moratoria fornisce ulteriore ossigeno finanziario a chi è ancora in difficoltà. Mentre la proroga di sei mesi per i nuovi finanziamenti è destinato alle Pmi che non hanno richiesto in passato le agevolazioni, [tale allungamento] è un aiuto importante per quelle aziende che hanno superato la fase più acuta della crisi e ora vogliono riprendere il percorso di sviluppo, agganciando la ripresa».

In una nota ufficiale sul sito di Coldiretti si apprende, a tal proposito, che ben il 14% delle 190 mila imprese che hanno ottenuto la moratoria nel periodo compreso tra il 3 agosto 2009 e il 31 dicembre 2010 sono di tipo agricolo. Stando ad un’analisi approfondita della confederazione, sarebbero, dunque, oltre 26 mila le aziende agricole interessate da tale istituto giuridico, riflettendo un buon livello generale di crescita negli investimenti e impieghi bancari in questo settore (aumento di 4,8 punti percentuali nel 2010, contro una contrazione dello 0,8% negli investimenti relativi al settore commercio-servizi e contro una riduzione del 4,9% in quelli riferiti all’industria). Complessivamente considerate, pare che le risorse bancarie a favore delle piccole e medie imprese in Italia siano state, nell’ultimo anno, superiori rispetto agli anni precedenti, con aumento attestato intorno al 4%, di poco inferiore a quello rilevato per Francia (5,4%), ma decisamente al di sopra di quello 0,3% riferito al tasso di riduzione degli investimenti in Germania (malgrado il PIL in forte crescita).

Oltre alle dinamiche, ricorda ancora Coldiretti, “sono mutate le durate delle consistenze, ovvero il trend di crescita dei finanziamenti con durata superiore ai 5 anni”, i quali hanno registrato aumenti attorno ai 4 punti percentuali, “mentre gli affidamenti con durata inferiore ai 5 anni d’ammortamento hanno drasticamente subito una frenata”, con cali del 4.4%.
Coldiretti ha segnalato, inoltre, con toni entusiastici, un’inversione di rotta per il valore aggiunto in agricoltura, il quale torna a salire e chiude il 2010 con segno positivo, dopo il crollo del 3,1 per cento dell’anno precedente. Secondo i dati Istat, infatti, il Pil, espresso in valori concatenati con anno di riferimento 2000, è aumentato dello 0,1% rispetto al trimestre precedente e dell’1,3% rispetto al quarto trimestre del 2009 e questo aumento congiunturale sarebbe proprio “il risultato di un aumento del valore aggiunto dell’agricoltura e dei servizi e di una diminuzione del valore aggiunto dell’industria”. Per l’agricoltura nel 2010 si è verificato, sottolinea la Coldiretti, “un leggero recupero dei prezzi alla produzione che in media hanno fatto registrare un aumento del 3,7 per cento nel 2010 per effetto soprattutto del recupero negli ultimi mesi dell’anno”. Reazione più cauta, tuttavia, quella di Cia (Confederazione Italiana Agricoltori), che ricorda come “il settore, pur in presenza di una crescita del valore aggiunto”, debba ancora fare i conti “con aziende oberate da onerosi costi produttivi, contributivi e burocratici; da prezzi sui campi non remunerativi e da redditi sempre più falcidiati”. Anche secondo Confagricoltura è presto per parlare di pieno recupero, visto che “l’ultimo trimestre del 2010 ha segnato una variazione positiva dopo due trimestri caratterizzati da variazioni congiunturali negative: -3,1% nel secondo rispetto al primo trimestre del 2010 e -1,2% nel terzo rispetto a quello precedente”.

La Coldiretti – non nuoce ricordarlo – con un milione e mezzo di associati, è “la principale Organizzazione degli imprenditori agricoli a livello nazionale e a livello europeo”: “una forza sociale che rappresenta le imprese agricole, radicata sul territorio, con 19 Federazioni regionali, 97 Federazioni provinciali e interprovinciali, oltre 724 uffici di zona e 5.668 sezioni periferiche con oltre ventimila dirigenti territoriali. La presenza sul territorio è accompagnata dalla crescente rappresentatività”, poiché “alla Coldiretti fanno capo il 69 per cento delle imprese agricole iscritte alle Camere di Commercio”.

È sua iniziativa particolare la realizzazione di una “Filiera agricola tutta italiana”, capace di valorizzare le identità locali, di dare dignità e titolarità sociale alle imprese agricole, generando, per questa via, un reale sviluppo economico, accompagnato da un miglioramento del benessere generale. L’obiettivo sembra essere quello di eliminare la rete d’intermediazione, per arrivare ad offrire – “attraverso la rete di Consorzi Agrari, cooperative, mercati di Campagna Amica, agriturismi e imprese agricole” – dei prodotti alimentari completamente italiani, “firmati dagli agricoltori al giusto prezzo”, i quali “ci mettono la faccia in modo che il consumatore possa conoscere chi produce ciò che mangia”.

«Nel territorio ci sono le leve competitive del Paese», sottolinea il Presidente della Coldiretti Sergio Marini, commentando i risultati dell’indagine riportata, e da più parti ci si è soffermati sull’importanza simbolica, ma non solo, di quando rilevato, possibile preludio di uno sviluppo economico nel settore agricolo particolarmente attento alla qualità, alla salute e alla sostenibilità. «Siamo fieri dei risultati che mostrano come i consumatori comprendano lo sforzo dei produttori per garantire alimenti sicuri, che è la priorità di tutti gli operatori del settore», commenta Luigi Radaelli, Presidente di Agrofarma, l’Associazione di Federchimica che riunisce “le imprese del comparto degli agrofarmaci […], prodotti chimici per la difesa delle colture dai parassiti animali e vegetali”. Egli sottolinea come un uso corretto degli agrofarmaci rappresenti oggi «l’unico modo di raggiungere questo obiettivo, in quanto sono lo strumento per proteggere le colture dalle malattie e dai parassiti che colpiscono i raccolti» e per «garantire la qualità degli alimenti e mantenere una corretta igiene alimentare».

Che si tratti di realtà o di semplice supposizione, la strada verso la ripresa sembra percorrere anche questa direzione, quella della percezione, e noi siamo pronti a scommettere che, da più parti, si stia sperando in una sorta di “profezia che si autoadempie” – per dirla nuovamente in termini sociologici, rubando questa volta la terminologia di Robert Merton – quindi “una supposizione o profezia che per il solo fatto di essere stata pronunciata, fa realizzare l’avvenimento presunto, aspettato o predetto, confermando in tal modo la propria veridicità”.

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Aumento delle imprese estere partecipate da quelle italiane

I dati elaborati dal Centro Studi Sintesi mostrano come le realtà aziendali italiane abbiano sfruttato i segnali di ripresa dei mercati internazionali, attraverso acquisizioni all’estero

I dati riportati sono quelli elaborati dal Centro Studi Sintesi, “centro di ricerca che si dedica da anni allo studio dei principali fenomeni di natura sociale ed economica, locali e nazionali”. L’intervallo temporale considerato è quello che va dal 2007 al 2009, quindi un periodo di piena, manifesta e generalizzata crisi economica. Ciò che stupisce è la fiducia dimostrata dalle piccole e medie imprese italiane nei confronti dei mercati esteri e delle possibilità che essi sembrano offrire.

Quasi duemila imprese straniere in più avrebbero aperto la propria realtà all’ingresso d’imprenditori italiani: cifre non eclatanti, ma comunque significative, segnale certo di un’evidente intraprendenza nella cultura aziendale medio-piccola. Stando ai risultati delle elaborazioni, infatti, le imprese estere partecipate da quelle italiane sarebbero diventate più di ventiduemila (22.715), con un incremento, rispetto al 2007 quando erano 20.896, di 8,7 punti percentuali. A trainare tale crescita è stata la Spagna, con aumenti intorno al 19%, seguita dal Sudamerica (+12,7%) e dai Bric (+11,7%), soprattutto India e Cina.

Rovesciando la prospettiva, ci si accorge, poi, che, nello stesso periodo, le imprese italiane a partecipazione estera hanno conosciuto un aumento di circa un centinaio di entità, pari all’1,2%. In questo caso sono i Bric, in particolare Brasile e India, i Paesi che maggiormente hanno contribuito a dettare il segno positivo, nonostante il fatto che l’80% delle 7.608 imprese italiane a partecipazione estera faccia capo a investitori provenienti da UE e Stati Uniti.

Elaborando i dati Reprint-Politecnico di Milano e Ice, il Centro Studi Sintesi ha, inoltre, evidenziato le dinamiche a livello regionale nel grado di internazionalizzazione delle imprese italiane: nel 2009 l’incidenza maggiore di realtà estere partecipate da imprese italiane continua a registrarsi in Lombardia, dove si nota, nell’intervallo 2007-2009, un incremento del 4,1%, tuttavia la regione più vivace pare essere il Lazio, con una curva in salita del 18,5%.

«Rispetto all’universo delle imprese italiane i numeri sono ancora infinitesimali – sottolinea Catia Ventura, direttore del Centro studi Sintesima registrano una modalità organizzativa nuova, che vede protagoniste le medie e le piccole imprese che guardano alle medie. Si fa strada una modalità di fare export con intelligenza, si va all’estero non tanto e non solo per vendere ma soprattutto per presidiare mercati in crescita. È il caso della Cina: laggiù si va a produrre a costi minori ma si può diventare anche fornitori di imprese internazionali presenti in quel paese». Sempre secondo Ventura, si tratterebbe di un’«eccellenza organizzativa ancora circoscritta», nata dall’esigenza delle imprese, colte dalla crisi, di «intraprendere nuovi percorsi, anche se l’Italia è ancora indietro rispetto ad altri paesi». A tal proposito, osservando il tasso di internazionalizzazione nazionale – cioè il numero di imprese estere a partecipazione italiana ogni 100 imprese italiane con fatturato superiore a 2,5 milioni di euro – si è registrato dal 2007 al 2009 un certo decremento, fatta eccezione per il centro Italia, seppur la tendenza sia ora in risalita rispetto al 2008, quando si è toccato il punto più basso degli ultimi cinque anni. «Centro e sud Italia – sottolinea ancora Ventura – partono sì da valori più piccoli, ma la vivacità è evidente. In queste aree, in difficoltà anche dal punto di vista del contesto sociale, non sono mancate le aziende che hanno deciso di allinearsi a territori più votati all’internazionalizzazione, come nord-ovest e nord-est, dove il tasso di imprese estere partecipate da imprese italiane è salito di oltre il 3%». «Al sud – conclude Ventura – vanno destinate risorse e le ultime misure proposte dal governo possono andare in questa direzione. Bisogna utilizzarle per far crescere i veri germogli e non disperderle a pioggia. Al nord, invece, il sostegno più che finanziario deve essere di valore aggiunto: più servizi, più logistica, più infrastrutture immateriali. Perché per queste imprese proiettate verso la globalizzazione vanno garantite le stesse condizioni di partenza delle aziende tedesche».

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