Imprese italiane e crisi: com’è la situazione oggi?

Secondo le stime, presenti nello studio Prometeia presentato nei giorni scorsi alle Geco, le imprese italiane impiegheranno quasi un decennio per uscire dalla crisi, a meno che non adottino una “visione strategica”

Si sono svolte il 13 e il 14 gennaio a Milano le “GECO”, le giornate dell’economia cooperativa, un momento di riflessione e confronto sull’economia cooperativa e sui suoi rapporti con le imprese e la società italiana: si è discusso di internazionalizzazione nelle imprese italiane, di rapporto tra legalità e libertà di fare impresa, di amministrazione dei beni comuni, di gestione della crisi economica.

Con particolare riferimento a quest’ultimo punto, è stato presentato uno studio di Pometeia (il “principale gruppo italiano per la consulenza e la ricerca economica e finanziaria attivo sull’intero territorio nazionale e le principali piazze internazionali”) curato da Alessandra Lanza per la Lega delle Cooperative.

Stando a tale studio, l’economia italiana dovrebbe adottare “una visione strategica”, senza la quale il settore produttivo impiegherebbero quasi nove anni prima di tornare ai livelli precedenti la crisi, mentre l’occupazione ne impiegherebbe almeno dieci. Un possibile record in negativo per l’Italia, dunque, poiché si tratta di un intervallo temporale che si colloca nettamente al di sopra della media storicamente necessaria per uscire dalle crisi più pesanti degli ultimi decenni, cioè quella americana del 1929 (per la quale ci vollero quattro anni) e quella argentina del 2001. Magra è la consolazione per la presenza di un precedente storico che, in quanto a tempistiche, si avvicina alla situazione prospettata per il nostro contesto nazionale: stiamo parlando del Giappone, il quale impiegò ben undici anni per riprendersi dalla recessione.

L’indagine è stata estesa anche al ruolo della cooperazione per il superamento della crisi, quindi alle modalità attuative della tanto sperata “visione strategica”, arrivando a delineare quali sono i Paesi che, a livello mondiale, sembra stiano trainando la ripresa: tra il 2010 e il 2014, Brasile, Indonesia, India e Cina conosceranno un tasso di crescita compreso tra il 6 e il 9%, mentre per Emirati Arabi, Polonia, Arabia Saudita, Russia e Turchia lo sviluppo si aggirerà tra il 3,5 il il 5%.

Sottolinea Fiorella Kostoris come il Paese – se privato di ben mirati interventi volti a individuare nuove strade di cooperazione – vada «verso una debole crescita o addirittura di ristagno».

Suggerisce poi Gian Maria Gros-Pietro: «Dobbiamo modificare la macchina produttiva e cominciare a produrre beni per i cinesi e non per gli americani che non possono comprarseli». Si tratta di «Paesi che erano e sono nuovi concorrenti – ha spiegato ancora nel corso del dibattito Lanza ma che stanno diventando consumatori interessanti dei nostri prodotti».

Il piano di Marchionne, “Fabbrica Italia”, che prevede per il gruppo Fiat un ampliamento della propensione all’export dal 40% al 65% e che rappresenta, nelle parole dei suoi promotori, “il più straordinario piano industriale che il nostro Paese abbia mai avuto”, «significherebbe – sottolinea Lanza – 30 miliardi di produzione industriale in più. Vuol dire accelerare di tre anni il recupero dell’intera economia».

Lo studio di Prometeia mostra poi come le realtà imprenditoriali che, tra il 2005 e il 2008, hanno cercato nuovi mercati siano cresciute a livello di produttività, in particolare nel settore della metallurgia, delle auto e delle moto, dell’elettrotecnica, della meccanica e della moda. Al contrario, le realtà che, all’interno di quella che Lanza definisce “una logica difensiva”, hanno scelto di spostarsi all’estero, al semplice scopo di tagliare i propri costi, si sono viste ridurre notevolmente i margini di produttività e questo è soprattutto vero per il settore arredamento.

Per superare gli ostacoli alla crescita servono aziende «agili e mutevoli» – sottolinea Gros-Pietro – che mettano «il capitale umano al primo posto e la tecnologia come derivato», che siano capaci di «guardare lontano, avere un capitale paziente, coinvolgere i lavoratori più nelle decisioni che nei risultati, ripudiare la gerarchia e attivare le reti territoriali». I settori in cui sembrano essere maggiori le opportunità di sviluppo sembrano essere, ci dice ancora l’indagine presentata, quella della meccanica (anche grazie alle triangolazioni con le aziende tedesche), delle costruzioni (soprattutto in Nord Africa e in Medio Oriente) e del welfare (27 miliardi di potenziali esportazioni per il made in Italy).

Sono stati chiariti, infine, anche gli ostacoli che maggiormente compromettono le possibilità delle imprese italiane: le loro dimensioni troppo piccole e la distanza dei nuovi mercati (le esportazioni sembrano essere inversamente proporzionali a tale distanza): «oltre gli 8mila chilometri di distanza – ha detto Lanza – le nostre pmi non arrivano perché sono meno strutturate e non hanno le spalle abbastanza larghe».

Pubblicato su: PMI-dome

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