Arriva l’era degli avvocati 2.0

Tra social network famosi e dedicati, tra blog e formule originali, l’avvocato dei giorni d’oggi sembra non rifiutare la rete, ma anzi accoglierla come canale di promozione e di appoggio.

Lo sappiamo: uno dei più grandi problemi del contesto normativo è che esso si muove spesso troppo lentamente rispetto al mondo che intende riordinare. Sicuramente tale consapevolezza è tanto più vera quando si ha a che fare con la rete: voler legiferare su di essa diventa un’impresa a dir poco complessa, voler applicare i canoni usati tradizionalmente dalla legge ad un contesto che, per definizione, è in continua evoluzione risulta quasi impossibile. La soluzione sarebbe trovare il giusto compromesso nella tutela dei numerosi diritti che il web offre, in modo che questi non siano in conflitto tra loro; su come ciò debba accadere, il dibattito è tutt’altro che concluso e i toni sono tutt’altro che spenti. Nell’attesa, tuttavia, di riuscire a trovare delle risposte, buona parte della realtà legislativa concreta – quella costituita dalle persone che materialmente, giorno dopo giorno, cercano di applicare il rigore di articoli e commi più o meno datati a casi concreti – si dimostra capace di cogliere l’utilità delle moltissime possibilità offerte dalla rete, intesa non solo come semplice fonte informativa, ma anche e soprattutto come fonte di canali sociali. Ecco allora nascere e-book pensati proprio per accompagnare i professionisti della legge alla scoperta del web. Ecco, ad esempio, lo sviluppo, da parte dello studio americano Latham & Watkins, di una applicazione per l’iPhone. Ecco, ancora, la creazione di servizi gratuiti di consulenza in rete, per un limitato numero di ore e per un limitato e privilegiato numero di persone. Ecco, infine, l’ideazione di vari network incentrati sulla formula de “Il portale dell’avvocato”, che si propongono «di sollecitare e moltiplicare i contatti tra colleghi (appartenenti allo stesso foro o a fori differenti) e, in generale, tra operatori del diritto facilitando lo scambio di informazioni e gli incontri professionali, ma soprattutto dando la possibilità agli ‘avvocati 2.0’ di essere costantemente in contatto tra loro per organizzare e ottimizzare il lavoro con un semplice gesto quotidiano: la connessione alla rete Internet» (LexFriends). “Avvocati 2.0”, verrebbe da dire, capaci di inserirsi nei vari Facebook, Twitter, e blog tramite il proprio inseparabile iPhone, capaci di comprendere l’aspetto positivo dell’innovazione di impronta social.

A dimostrare l’invadenza di tale fenomeno, con riferimento alla realtà statunitense, è stata l’indagine 2010 Corporate Counsel New Media Engagement Survey che lo ha analizzato partendo dal punto di vista dei legali d’azienda, quelle personalità, cioè, responsabili della scelta e dell’acquisto dei servizi; più precisamente, oggetto dello studio sono stati 164 giuristi d’impresa e i 200 maggiori studi legali americani.

Veniamo ai risultati: oltre 90 studi usano uno o più blog e questi ultimi sembrano essere, nel loro insieme, quasi 300, con un aumento del 147% rispetto all’agosto 2007 (quando erano appena 39). Tutti i 200 studi analizzati hanno un proprio profilo su LinkedIn e si parla di 1,5 milioni di avvocati presenti tra i 50 milioni di utenti complessivi del famoso social network professionale. Il 76% delle principali law firm americane è iscritto poi su Twitter, anche se qualche profilo risulta essere completamente vergine, suggerendo una certa diffidenza o incapacità nello sfruttamento di tale strumento in modo coerente con lo scopo di generare business. Meno invasiva è, invece, la presenza su Facebook: solo il 31% degli studi possiede e aggiorna una propria pagina fan.

Questo orientamento degli studi alle reti sociali sembra essere legata alla particolare confidenza che i legali interni hanno con tali strumenti. Circa la metà dei giuristi intervistati cerca, infatti, consiglio per la propria attività tramite LinkedIn o esplora il web passando di blog in blog. In numero inferiore si rivolgono invece a network specializzati (tra cui Legal On Ramp e Martindale-Hubbell Connected), che comunque godono di una maggiore credibilità.

Le motivazioni che spingono studi e professionisti a muoversi in queste realtà sarebbero fondamentalmente due, stando a quanto rivelato da una recente newsletter promulgata dallo studio inglese CM Murray, contenente un’intervista a Callum Saunders, esperto in digital marketing. Da una parte la possibilità di fare networking: «uno strumento come Twitter mette in contatto con potenziali clienti e permette lo scambio di conoscenza, consulenza, articoli e link». Dall’altra troviamo il cosiddetto “crowdsourcing”, cioè «la pratica sempre più diffusa di chiedere aiuto, consiglio o opinioni alle comunità online», «un’ottima risorsa per sviluppare una nuova campagna marketing o testarla e LinkedIn che ha una sezione dedicata alle domande è il migliore punto di partenza».

pubblicato su: pmi-dome

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